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Di qua e di là dal mare: realtà e immaginario della migrazione nella letteratura degli italiani

2di Marinette Pendola [*]

Può sembrare paradossale il fatto che un paese come l’Italia, che ha contribuito in modo così impressionante alla storia dell’emigrazione (26 milioni di partenze in un secolo), non abbia prodotto un grande romanzo dell’emigrazione, il capolavoro letterario che ci si aspetterebbe. Varie possono essere le cause. In linea generale, si potrebbe dire con Sebastiano Martelli [1]: «Vi è una complessiva carenza di sguardo e di ascolto della letteratura italiana rispetto a un fenomeno sociale di così vaste dimensioni». Che senso ha quindi parlare di letteratura italiana ed emigrazione? Sebbene i testi di cui tratterò siano marginali rispetto alla produzione dei vari scrittori, esprimono tuttavia aspetti della realtà che si coniugano con l’immaginario e danno una visione dell’emigrazione che pone alcuni temi al centro dell’attenzione.

Affrontare il tema dell’emigrazione in letteratura significa fare delle scelte riguardo al tipo di scrittura. La migrazione è un tema affrontato abbondantemente, per esempio, da autori della letteratura popolare, oggi del tutto dimenticati ad esclusione forse di Carolina Invernizio. Se qui non affronto questo tipo di letteratura, non è perché merita meno attenzione. Tutt’altro. La letteratura popolare è degna di grande attenzione poiché veicola in modo del tutto inconsapevole gli umori di un’epoca ed è fonte preziosa per gli studiosi. Anche le numerose fonti autonarrative, come i diari, gli epistolari e le memorie sono preziosi per sondare la realtà profonda dell’emigrazione [2]. Tuttavia l’intento qui non è l’analisi di tutte le fonti scritte relative all’emigrazione, ma di cercare di capire come la letteratura cosiddetta “alta” abbia affrontato il tema e quali aspetti abbia privilegiato. Mi soffermerò dunque su alcuni grandi autori operando un’ulteriore distinzione fra letteratura dei luoghi di partenza e quella dei luoghi di arrivo. Di qua e di là dal mare: poiché cambiano le prospettive, cambiano le visioni e le tematiche.

1Restringendo lo sguardo agli scrittori d’Italia, emergono alcune tematiche interessanti, ma anche l’assenza di certe tematiche. Ad esempio, soltanto un autore affronta la descrizione del viaggio: Edmondo de Amicis, che, nel suo romanzo-inchiesta Sull’Oceano (1889) racconta del proprio viaggio verso l’Argentina effettuato cinque anni prima (dal 10 marzo 1884) per andare a fare delle conferenze nel Paese sudamericano. Insieme a lui s’imbarcano da Genova un migliaio di migranti che – scrive – hanno «più l’aspetto di deportati che d’emigranti», tanto evidente è il loro stato di indigenza. In questi ventidue giorni di navigazione, ha modo di frequentare diversi tipi umani dalla prima alla terza classe ognuno dei quali descritto con particolare realismo. In questo microcosmo De Amicis coglie alcuni aspetti che accompagnano sempre il viaggio del migrante: dalla rassegnazione alle illusioni, alle speranze, alle paure. Sull’Oceano è sicuramente un’opera preziosa che testimonia della situazione migratoria post unitaria. Soprattutto rappresenta una presa di coscienza della drammaticità del fenomeno non ancora chiaramente avvertita dagli scrittori dell’epoca, alcuni dei quali [3] avevano pubblicato romanzi in cui l’emigrazione era tuttavia vissuta come ricerca individuale di avventura [4] e non come l’ultima soluzione possibile per porre fine a condizioni disperate di vita.

L’esperienza di questo viaggio, prima di diventare il diario-inchiesta di cui abbiamo parlato, sfocia in un racconto incastonato nel libro Cuore (1886), Dagli Appennini alle Ande, racconto mensile del mese di maggio. Nel personaggio di Marco l’autore condensa quanto ha osservato nella propria esperienza di viaggio, dalla descrizione dell’oceano e dei fenomeni naturali, alla vita quotidiana a bordo fra la noia, lo scoramento che coglie il ragazzo nei momenti più bui e gli attimi di speranza, la compagnia di un vecchio contadino lombardo a prua e la solitudine delle notti nel dormitorio.

La vita a bordo è descritta in modo particolareggiato soprattutto nelle lettere dei migranti, ma in letteratura l’unico esempio è dato da De Amicis [5]. Gli altri scrittori italiani, benché alcuni di loro abbiano vissuto l’esperienza migratoria [6], tendono ad essere perlopiù stanziali e, se ciò spiega il motivo per cui non raccontano mai i viaggi, questa particolare scelta permette tuttavia di sviluppare alcune visioni dell’emigrazione degne di attenzione. Si sviluppano pertanto alcune grandi tematiche che, come un fil rouge, si snodano da un racconto all’altro, da un autore all’altro. Il primo e più evidente tema è sicuramente quello della lacerazione provocata dalla partenza.

8«Tutti partivano – scrive Maria Messina nel racconto La Mèrica – non c’era casa che non piangesse» [7]. Il semplice annuncio della partenza provoca dolore: quando Vanni esprime alla madre la volontà di migrare, «la vecchia trasalì come se le avessero dato una botta sulle spalle», scrive Maria Messina in Le scarpette [8] . E la vecchia madre abbandonata, nella novella L’altro figlio di Pirandello, mentre vede prepararsi alcuni giovani, va gemendo: «Con che cuore potete partire? Promettete di ritornare; poi non ritornate più…» [9]. I giovani si radunano nella piazza del proprio paese e partono a gruppi cantando per farsi coraggio o per non sentire il dolore delle donne rimaste nei paesi semi deserti e condannate all’indigenza, un dolore così violento da sfociare nella pazzia. Pazza diventa Catena, nel racconto La Mèrica di Maria Messina, che, non potendo accompagnare il marito a causa del tracoma, rimane incatenata alla subalternità: vittima della malattia e della sua condizione di donna. Pazza è considerata da tutti la vecchia Maragrazia, protagonista de L’altro figlio di Pirandello, che piange i due figli lontani, ma non vuole andare a vivere dall’unico figlio rimastole in paese, quel figlio di uno stupro perpetrato da qualcuno della marmaglia liberata dalle galere da Garibaldi. E la povera Nonna Lidda dell’omonimo racconto di Maria Messina [10], si lascia morire quando il figlio emigrato reclama il nipotino che lei sta crescendo con amore.

Di fronte a tanto dolore, ci si domanda per quale motivo questi uomini partono, alcuni dei quali non si trovano in condizioni tali da non avere altre scelte, come ad esempio Mariano, il coprotagonista de La Mèrica di Maria Messina che possiede un piccolo podere e vive nel complesso serenamente. Non è soltanto per dare senso al vecchio proverbio siciliano: “Cu nesci arrinesci”. Sono piuttosto le fantasie che nascono dai racconti di coloro che sono tornati e le lettere che arrivano in paese, ricchi di dettagli mirabolanti. «Il sogno dell’America [trabocca] di dollari», scrive in un racconto Sciascia [11]. Coda Pelata, l’“americano” tornato a Ràbbato nel racconto di Capuana, «dice che in America si guadagnano soldi a palate; non ne ha soltanto chi non ne vuole» [12]. Nessuno crede ai racconti veritieri che qualcuno fa, come il tale a cui fa domande Menu, il protagonista del racconto di Capuana: 

«Caro mio, tutto il mondo è paese. Qui ci lamentiamo dei proprietari. Ci pagano male, è vero, ma ci trattano da cristiani. Là, quando si capita in certe mani… Non si sa a chi ricorrere per difenderci; ci fanno lavorare come schiavi, con la frusta, quasi fossimo animali; e se qualcuno si lagna, frustate su frustate… Ci trasportano con la ferrovia, lontano, in campagne deserte. Chi volesse scappare si sperderebbe e se lo divorerebbero le bestie feroci» (ivi: 30). 

maxresdefault«Non ci vedono, ecco, non ci vedono… E uno si sente come una mosca appesa a un filo di ragno, a dondolare su quei loro bicchieri di birra…», dice un personaggio di Sciascia [13].  Di fronte a tali evidenze si preferisce guardare alle apparenze: le dita piene di anelli d’oro dei migranti di ritorno, persino denti d’oro che sfoggiano facendo smorfie ridicole, elemosine esagerate. I contadini partiti affamati tornano signori, è un’evidenza. E quelli rimasti lontano, nelle loro lettere non dicono «i guai che trovano laggiù», come sostiene un personaggio minore in L’altro figlio di Pirandello, che continua: «Solo il bene dicono, e ogni lettera è per questi ragazzacci ignoranti come la chioccia: – pio pio pio – se li chiama e porta via tutti quanti!» [14]. Ma ciò che chiama tutti questi giovani a emigrare non sono soltanto le illusioni fomentate da chi ha già fatto quest’esperienza. È qualcosa di più profondo, «è un tarlo che rode, una malattia che si attacca», come dice la gna’ Maria, ne La Mèrica di Maria Messina [15], peggio ancora, è «una mala femmina» che li attira a sé e poi «non lascia più tornare alcuno, che il meglio della gioventù si consuma in quella terra sconosciuta» [16].

Ma in letteratura alcuni tornano. Raramente è un ritorno felice perché «alla Mèrica ci rovinano. Non resiste nessuno. È la stilla che corrode il sasso» [17], dice Petru, il coprotagonista di un altro racconto di Maria Messina. In questo racconto, intitolato come l’altro La Mèrica ma inserito in un’altra raccolta, il marito, Petru, torna malato dopo otto anni in America. Ha abbastanza soldi da aprire una pizzicheria, e la moglie, che ha tanto patito, lo aiuta finché diventa così brava da gestire da sola il negozio mentre il marito si mette a letto per non alzarsi più. Il ciabattino Brasi, il vicino di casa che ha addolcito la solitudine di lei, aspetta la morte di Petru per diventare padrone. Ancora più drammatico è il ritorno di Rosario Funardi, imprenditore di New York, che sbarcato una sera e giunto in un albergo, si mette a letto per non svegliarsi più nella novella Nell’albergo è morto un tale di Pirandello [18].

21Altrettanto tragica è la fine di Charles Zuck, alias Carlo Zuccotti, un prigioniero di guerra rimasto negli Stati-Uniti e diventato docente universitario, nel racconto Being here… di Camilleri [19]. Costui ormai anziano torna a Vigàta, suo paese natio per scoprire di essere morto, perlomeno così appare scritto a chiare lettere nel monumento ai caduti posto in una piazza sulla via principale del paese. Si rivolge al giovane commissario Montalbano affinché interceda presso il sindaco. La situazione pirandelliana si risolve nel peggiore dei modi poiché, mentre giunge in albergo, all’udire uno sparo, «Salvo Montalbano seppe che il sindaco di Vigàta non avrebbe dovuto affrontare la spesa di rifare la lapide» [20]. Miglior sorte tocca al muratore e giardiniere Gnazio Manisco [21], altro personaggio di Camilleri, che torna a Vigàta con un gruzzoletto, compra un pezzo di terra e finisce per sposare la bellissima Maruzza, la quale tuttavia è una sirena, una donna al di sopra della vita e della morte. È un matrimonio felice, allietato dalla nascita di quattro figli. E in questa felice quotidianità Gnazio invecchia e muore. Ma è una felicità da favola, che esiste solo in questa sorte di cuntu. Sembra dirci Camilleri che i ritorni felici esistono solo nelle favole. 

La domanda sorge spontanea: allora perché si torna se i ritorni sono così infelici? Forse semplicemente perché «un paese ci vuole, non fosse che per andarsene via» ci dice Cesare Pavese e precisa: «Un paese vuol dire non essere soli, saper che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» [22]. E forse anche perché l’America «non [è] un paese che uno [possa] rassegnarsi, posare la testa» (ivi: 15). Ma chi torna non è più la stessa persona. E persino la sua lingua è diventata ibrida. Ne cogliamo un primo esempio nella descrizione che fa De Amicis di un migrante di successo: 

«Ma bisognava sentire che vocabolario: era il primo saggio ch’io intendevo della strana lingua parlata dalla nostra gente del popolo dopo molti anni di soggiorno nell’Argentina, dove, col mescolarsi ai figli del paese, e a concittadini di varie parti d’Italia, quasi tutti perdono una parte del proprio dialetto e acquistano un po’ d’italiano, per confonder poi italiano e dialetto con la lingua locale, (…) traducendo letteralmente frasi proprie dei due linguaggi,  (…) saltando quattro volte, nel corso di un periodo, da una lingua all’altra, come deliranti» [23]. 

25Alcuni scrittori si cimentano in questa lingua ibrida, come, ad esempio Sciascia che ne La zia d’America fa dire al narratore: «Mia zia ha uno storo a Brucchilin, un grande storo» [24]. E la zia stessa in una sua lettera informa la famiglia con queste parole: «Le cose a noi vanno bene, mia figlia Grace ha fatto matrimonio con un giuda (ebreo), che è però un giovane buono e lavoratore, ed ha una scioppa (negozio) di barbiere vicino allo storo nostro (…)». Sicuramente l’esperimento linguistico più interessante è quello di Pascoli che nel poemetto Italy utilizza un misto di italiano e inglese per evidenziare la perdita d’identità in chi è partito, le difficoltà di comunicazione fra chi è partito e chi è rimasto, ma soprattutto per mettere in evidenza la difficile vita del migrante nella realtà americana e, giocando con l’aggettivo cheap (conveniente, a buon mercato), scrive:

«Offrono cheap la roba, cheap le braccia,
indifferenti al tacito diniego;
cheap la vita, e tutto cheap; e in faccia
no, dietro mormorare odono: Dego[25]. 

Molto interessante è capire quello che succede nei paesi d’arrivo poiché cambiano le prospettive e ciò permette di cogliere altre sfaccettature del complesso tema dell’emigrazione. Conviene da subito sgombrare il campo dalla questione della lingua. Molti autori scrivono nella lingua del paese di arrivo, avendo perduto o ignorando del tutto l’italiano. Se escludiamo il caso unico di Luigi di Ruscio [26], a scrivere sono in effetti sempre le seconde o terze generazioni (ed oltre) che intendono in qualche modo recuperare le radici e chiarire prima di tutto a se stessi la propria appartenenza. Numerosi sono gli studi critici, le antologie, l’ultima della quale pubblicata nel 2024 [27], le traduzioni, ma quasi tutti fanno riferimento alle Americhe, in particolare al Nord America. Non vi è nulla – o pochissimo – riguardo alle altre aree geografiche. Alcuni temi però sono facilmente rintracciabili un po’ dappertutto e si possono sintetizzare in tre-quattro punti: lo sguardo degli altri; lo sguardo sull’Italia; la questione dell’identità, la lontananza.

Si tratta di verificare se questi temi sono riscontrabili nella letteratura degli italiani di Tunisia. Lo sguardo degli altri è stato chiaramente sintetizzato dal sociologo americano William E.B. DuBois:

«Questa doppia coscienza, questo senso di guardarsi sempre attraverso gli occhi degli altri, di misurare la propria anima sul metro di un mondo che ti guarda con divertito disprezzo e compassione. Uno sente sempre questa dualità (…): due anime, due pensieri, due lotte inconciliabili (…)» [28].

31Per quanto riguarda la letteratura in Tunisia, lo sguardo di “divertito disprezzo” si riscontra con chiara evidenza nei romanzi coloniali francesi degli anni Trenta del Novecento [29], e sono uno stimolo inequivocabile a far nascere uno scrittore come Cesare Luccio, il quale si sente umiliato dalle osservazioni di Georges Duhamel sugli italiani e quindi scrive in francese la sua opera di testimonianza. Ma il fatto di «misurare la propria anima sul metro di un mondo che ti guarda» serpeggia un po’ in tutta la letteratura italo-tunisina, a volte chiaramente come in Luccio, a volte in modo sotterraneo e inconsapevole. E pone la questione fondamentale, quella identitaria che Salmieri liquida con una frase lapidaria: «Ma mère biologique est l’Italie, j’ai épousé la France, mais ma nourrice est la Tunisie»[30]. Questione identitaria che prende forma nei versi di Scalesi: «je suis deux» [31] scrive in una sua poesia. Tutta la sua poetica è impregnata della problematica condizione dell’entre-deux che comunque investe tutta quella letteratura e che si manifesta pienamente nello sdoppiamento linguistico (italiano/francese) di cui fanno uso gli autori maggiori, come Salmieri, Medina, Pino, Luccio e lo stesso Scalesi.

Se lo sguardo sull’Italia si concreta soprattutto negli scritti militanti e prende spazio anche attraverso opere autobiografiche, un tema interessante emerge e distingue la letteratura italo-tunisina dalle altre letterature italiane di migrazione ed è quello della memoria. D’altronde è l’unica comunità che ha subìto un duplice sradicamento: dalla terra d’origine alla Tunisia (di cui però si hanno scarse testimonianze letterarie) e dalla Tunisia divenuta la propria terra verso l’Europa, tema quest’ultimo che impregna molti scritti più recenti.

Dal paese di partenza ai paesi d’arrivo, il tema dell’emigrazione con i suoi numerosi risvolti psicologici, sociologici, antropologici, serpeggia in tutta la letteratura e si coglie con evidente ovvietà che quanto appena esposto è la punta di un iceberg degna tuttavia di ulteriori approfondimenti.

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025.
Note
[1] S. Martelli, Letteratura ed emigrazione: congedo provvisorio, in Il sogno italo-americano, CUEN, 1999: 405
[2] V. A. Martellini, Abasso di un firmamento sconosciuto. Un secolo di emigrazione italiana nelle fonti autonarrative, Bologna, Il Mulino, 2018.
[3] Come Paolo Mantegazza, Il dio ignoto, 1876; Anton Giulio Barrili, La sirena, 1883.
[4] De Amicis lo precisa in modo chiaro: «Tutti costoro non emigravano per spirito d’avventura» (ivi: 42), dimostrando la sua evidente presa di coscienza di fronte alla drammaticità dell’emigrazione.
[5] Altri autori hanno affrontato il tema del viaggio di emigrazione, come, ad esempio, Mario Soldati che, nel suo celebre America primo amore (1935) narra «la storia di un tentativo di emigrare», tuttavia l’interesse dell’autore è focalizzato più sul soggiorno che sul viaggio in sé.
[6] Come, ad esempio, Giovanni Verga. V. L. Cepparrone, In viaggio verso il moderno. Figure di emigranti nella letteratura italiana tra Otto e Novecento, Bergamo University Press, 2008, in particolare il cap. 3: L’ostrica che si è staccata dallo scoglio: ‘Ntoni di padron ‘Ntoni: 89-151.
[7] Maria Messina, La Mèrica, in Piccoli gorghi, Palermo, Sellerio, 1997: 100.
[8] Maria Messina, Le scarpette, in Piccoli gorghi, cit.: 117.
[9] Luigi Pirandello, L’altro figlio, in Novelle per un anno, pref. di Corrado Alvaro, Milano, Club degli editori, 1987: 1309.
[10] Maria Messina, Nonna Lidda, in Piccoli gorghi, cit.: 125-134.
[11] L. Sciascia, Il lungo viaggio, in Il mare colore del vino, Milano, Adelphi, 2011: 22.
[12] Luigi Capuana, Gli “americani” di Ràbbato, coll. “Topo di biblioteca”, casa editrice Piccoli, 1986: 6.
[13] L. Sciascia, L’esame, in Il mare colore del vino, cit.: 66.
[14] Luigi Pirandello, L’altro figlio, cit.: 1303.
[15] Maria Messina, cit.: 101 (compresa la citazione seguente).
[16] M. Messina, Le scarpette, cit.: 120.
[17] M. Messina, La Mèrica, in Il guinzaglio, Palermo, Sellerio, 1996: 111.
[18] L. Pirandello, Nell’albergo è morto un tale, in Novelle per un anno, cit.: 3023-3033.
[19] A. Camilleri, Being here…, in Un mese con Montalbano, Milano, Mondadori, 1998:187-195.
[20] Ibid.: 195.
[21] A. Camilleri, Maruzza Musumeci, Palermo, Sellerio, 2007.
[22] C. Pavese, La luna e i falò, Torino, Einaudi, 2014: 6.
[23] E. De Amicis, cit.: 46-47.
[24] L. Sciascia, La zia d’America, in Gli zii di Sicilia, Milano, Adelphi, 1992: 29, e 35 per la citazione seguente.
[25] G. Pascoli, Italy. Sacro all’Italia raminga, in Primi poemetti, Bologna, Zanichelli, 1904, Canto II, XIII: 130-133.
[26] L. Di Ruscio (1930-2011), emigrato a Oslo nel 1957, scrive numerosi romanzi esclusivamente in italiano, alcuni dei quali raccolti nella collana “Le Comete” di Feltrinelli (2014). V. C. Baghetti, Una migrazione identitaria e linguistica: il caso di Luigi di Ruscio, in Crocevia, Besa, n. 19: 80-87.
[27] V. Di Cesare – M. Valmori, E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili della diaspora italiana in Nord America, Capistrello (AQ), Radici Edizioni, 2024.
[28] W.E.B. DuBois, Of Our Spiritual Strivings, in Writings, New York, Teh Library of America, 1986:364-5; citato da A. Portelli, Nella letteratura di lingua inglese, in Storia dell’emigrazione italiana. Arrivi, Roma, Donzelli editore, 2002: 605.
[29] V. M. Pendola, Les Italiens de Tunisie aperçus à travers la littérature coloniale, in Traces, désir de savoir et volonté d’être, a cura di F. Colonna e L, Le Pape, Parigi, Sindbad, 2010: 92-111.
[30] «La mia madre biologica è l’Italia, ho sposato la Francia, ma la mia nutrice è la Tunisia».
[31] “Sono due”. M. Scalesi, Judas, in: A. Bannour – Y Fracassetti Brondino, Mario Scalesi, précurseur de la littérature multiculturelle au Maghreb, Publisud, 2002: 71.

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Marinette Pendola, scrittrice, è nata a Tunisi da siciliani nati a loro volta in Tunisia. Partita da Tunisi nel 1962, da allora vive a Bologna. Ha pubblicato: L’alimentazione degli italiani di Tunisia, Tunisi, Finzi, 2006; Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (XIX-XX secolo), Gualdo Tadino, 2007. Per la narrativa, i romanzi: La riva lontana, 1° ed. Sellerio, 2000; 2° ed. Arkadia 2022; La traversata del deserto, Arkadia, 2014; L’erba di vento, Arkadia, 2016; Lunga è la notte, Arkadia, 2020.

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