Di cultura in cultura. Coralità teatrale del dramma dell’esclusione

Spettacolo Il rispetto di una puttana, Palermo agosto 2017 (ph. Dell'Orzo)

Spettacolo Il rispetto di una puttana, Palermo, agosto 2017 (ph. Dell’Orzo)

di Valeria Dell’Orzo

La recrudescenza trasversale che at- traversa il mondo odierno svela la drammatica condizione di un’isteria diffusa, di appartenenza e di esclusione, di una incultura ossessiva e ripetitiva; porta con sé, e in sé, la paura propria dell’ignoranza, la fobia figlia sprovveduta della pressione mediatica e politica, la rabbia covata nell’esclusione, la violenza deflagrante dei margini sfibrati e l’efferatezza di supponenti primati socio-culturali.

Al fianco di strutturate o improvvisate esplosioni di vendetta, spaventose e di facile strumentalizzazione, vediamo scorrere, in un complice silenzio di sopportazione, l’innumerevole sfilza di colpi inferti al vivere comune, alla cultura dell’incontro e alla ricchezza unica del dialogo, dello scambio e della conoscenza.

Un senso di soffusa rassegnazione e un’esausta forza di fronte al vacuo culturale, paradigma delle argomentazioni razziste, cui si è costantemente esposti, si accompagnano, rinfrancati ritmicamente dagli sciabordii di umana civiltà, alla faticosa costruzione di forme e tecniche di una convivenza possibile, libera dalle strumentalizzazioni del potere e volta all’arricchimento del contatto, in quanti assistono e reagiscono con consapevolezza critica alla pervasività delle paure. In prima istanza della paura della conoscenza, costretti, come tutti, alla bruttezza ignobile della cattiveria, accuratamente scagliata contro chi versa in condizioni di maggiore difficoltà o verso chi appare anche solo esteticamente riconoscibile come estraneo ai canoni di una realtà umana autoreferenziale e tronfia della propria sedicente supremazia culturale.

La costruzione costante del meccanismo della paura a cui assistiamo quotidianamente, non è un fenomeno nuovo, ma piuttosto un ciclico ritorno, ridondante come le avversità della storia, oggi rivolta con maggiore veemenza ai migranti, agli stranieri di passaggio alla ricerca di una vita possibile, così come alle seconde e terze generazioni figlie della migrazione e vittime delle storture del diritto.

Contestualizzare su quali tratti si sceglie di basare, nel mondo globalizzato di oggi, i concetti limitanti di appartenenza, confine, esclusione, delinea l’immagine del timore taciuto di perdersi tra i passi di un nomadismo lavorativo che si fa sempre più pressante e che, dando la sensazione di cedere ad altri i propri campanili, contribuisce a creare quella mistura di astio e paura verso coloro che, rei di trovarsi in una terra nuova, divengono il bersaglio perfetto delle politiche di distorsione. Il nuovo abitante si profila come il colpevole del senso di insicurezza locale, colpevole della migrazione a cui noi stessi siamo assoggettati dalle perverse dinamiche della disoccupazione, del precariato, di quella flessibilità lavorativa spacciata come valore aggiunto ma che altro non è che costante insicurezza, vulnerabilità professionale e personale. Il migrante, nella sua non personificata raffigurazione, viene di fatto eletto capro espiatorio delle frustrazioni di una massa sociale vittima di economie nazionali e internazionali, dell’esercito dei giovani laureati e diplomati ridotti a reietti del sistema di arricchimento, e di conoscenza.

Se il nuovo abitante è il colpevole, non occorre cercare altrove, negli ingranaggi di un sistema economico e politico fallace, le cause di un malessere diffuso che attraversa il quotidiano. Se la responsabilità ha già un nome senza volto e senza storia la nostra colpa si spegne, mentre la rabbia si convoglia sul più debole, o forse su chi viene avvertito come più forte poiché, pur avendo già subìto orrori e dolori, ha continuato il suo cammino con una tenacia che muove invidie e pregiudizi.

1Eppure, nello stretto spazio del convivere che resiste a stento agli urti delle ansie e delle   paure del conoscersi, alle diffidenze e alle indifferenze, si sperimentano incontri e confronti culturali, si formano band miste di musicisti, si propongono attività ludiche, conviviali, artistiche di carattere etnico o multietniche. Di recente ha preso vita a Palermo lo spettacolo Il rispetto di una puttana, per tre sere, al teatro Monte- vergini, nel cuore del multiculturale centro storico. È andata in scena un’opera dal sapore amaro di un tempo irrisolto, che fa riflettere sulle trasversali dinamiche dell’esclusione, capaci di attaccarsi a luoghi e epoche distanti, nell’immobilità concettuale di un male dalle radici antiche. Ispirato liberamente a La Putain respectueuse [1], un’opera teatrale scritta nel 1946 da Jean-Paul Sartre dopo un soggiorno forzato negli Stati Uniti, nel quadro storico di un’Europa brutalizzata dal nazismo e un’America attraversata ancora da un razzismo vecchio e feroce, l’opera prende spunto a sua volta da una storia vera riportata nel Les États-Désunis di Vladimir Solomonovič Pozner [2].

Lo spettacolo è stato il frutto di un progetto di Babel Crew, vincitore del bando MigrArti 2017, promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che, pur delegando l’attuazione dell’etica e la conoscenza all’esterno delle istituzioni, permette comunque di dare spazio alla creazione di spaccati ariosi di cultura e mescolanza, tra chi abita a Ballarò e chi viene dalla Nigeria, con il supporto ben più attivo e umano del Terzo settore che opera nel sociale dell’incontro e dell’inclusione [3].

Il rispetto di una puttana, scritto e diretto dal regista Giuseppe Provinzano [4], è nato dal laboratorio teatrale multietnico Amunì, che nasce proprio come un Su, proviamoci!, ma anche, nella duplice essenza del termine dialettale, come un’esortazione reciproca al movimento all’avanzare, al proseguire lungo un cammino di mescolanza, di commistione. L’esperienza teatrale ha visto andare in scena dieci attori [5], professionisti e esordienti, di età, origini, culture e percorsi di vita differenti, mettendo a fuoco, sin dal primo momento la caleidoscopica mobile e polifonica realtà umana, e svelando al tempo stesso anche il diverso sentire interno alla migrazione, la differente disposizione psicologica e culturale dei soggetti migranti di diversa nazionalità Gli europei non italiani, per esempio, avvicinatisi inizialmente al progetto, ne sono pian piano scivolati via, non migranti tra migranti ma viaggiatori di diritto, si sono estromessi dalla varietà culturale del laboratorio. Tra le più popolose comunità straniere presenti a Palermo, la comunità cinese, forse ancora restia a una reciproca apertura, ha disertato i provini così come quella del Bangladesh e del Pakistan, incuriositi ma non disposti a prendere parte attivamente al progetto.

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foto@progetto Amuni

Nella cornice di una scenografia spoglia e buia di una città anonima e diffusa si possono riconoscere le geografie urbane di luoghi e tempi distanti. Lo spettatore si ritrova così immerso nello stordimento della mancanza di campanili, accom- pagnato da un camminare continuo e mormorante intrecciato sul palco dagli attori. Privati dei riferimenti più immediati ci si cala nella storia di un’appartenenza negata ma sfruttata, pretesa quale capro espiatorio delle più turpi colpe della società dei giusti, quella di Doudou, un giovane nato e cresciuto nella città sconosciuta ma mai accettato, e uno strattone drammaticamente attuale spinge il pensiero verso lo ius soli e sui freddi canoni di inclusione proposti e discussi a fini propagandistici.

L’opera ci spinge al fianco di Doudou rimasto ai margini di una società bianca che lo ha estromesso non per la sua cultura, o per il suo reale appartenere al luogo, ma solo per il colore della sua pelle, nell’attuazione del più ottuso razzismo; ma anche di Lisa, prostituta venuta da un’altra città, estranea alla comunità, reietta per professione ma accettabile per compromesso, quello di fare di un innocente, accorso in suo aiuto durante un’aggressione, il colpevole perfetto per ripulire il volto ricco di un’élite corrotta e dalle mani insanguinate.

Sempre sul palco, gli attori balzano in scena attraverso un’invisibile gabbia di luce che, in attesa della loro entrata, ne fa immobili e muti spettatori, mentre il fantasma plastico e ferino del secondo soccorritore, straniero e colpito a morte da uno degli stupratori della città, aleggia flettendosi tra il susseguirsi delle scene.

Una compagnia giovane e appassionata che, sapientemente guidata, ha restituito di volta in volta le immagini di violenza, paura e grettezza, ma anche di onestà e coraggio che in un surreale contrappunto articolano la nostra realtà e il nostro immaginario. Ritroviamo il volto femminile e tagliente, composto e apparentemente ingentilito, di una recente destra europea non meno crudele delle precedenti correnti dai toni imperanti, e una incoerente e violenta fascia della cosiddetta società civile che tra eccessi e pusillanimità si arroga il diritto alla supremazia.

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Compagnia teatrale Amunì (ph. Amunì)

Lo spettacolo è attraversato da un talento che esula dalla bravura corale, è quello di Bright Onyeuse, capace di una recitazione danzata che si è imposta come traino dell’intera opera. Una presenza che in scena si è resa costante a seguito di un fraintendimento linguistico, come raccon- tato dallo stesso regista: conoscendo ancora poco l’italiano Bright non è uscito di scena quando richiesto, dando vita a un’ombra lucida che danzando ha dato voce alle emozioni sul palco. Il suo permanere si è fatto anche simbolicamente arte, filo di un moto silente che intreccia il vissuto di un mondo occidentale, rigidamente incasellato negli schematismi di un appartenere statico, inumano e annichilito.

L’opera, come le cronache più frequenti, si conclude con il fallimento amaro della civiltà: Lisa, al fianco di Doudou, sceglierà di rifiutare la possibilità di essere accettata finalmente come parte della società, lo sceglierà per un principio di coscienza, di quell’integrità che neppure chi ha sfruttato la sua indigenza e il suo corpo ha potuto portarle via. A Doudou invece non è concessa neppure la variabile di questa rinuncia, lui è e rimarrà un escluso a cui dare la caccia per distogliere l’attenzione dai reali colpevoli, reo di aver difeso lei dall’abuso violento del potere e se non lui, al posto degli aggressori e dell’assassino del suo amico, pagherà un capro espiatorio, un altro, uno straniero tra i tanti, pagherà la colpa di quell’esponente del noi che la città, la politica, e il potere hanno difeso con violenza e corruzione, a discapito anche della propria sicurezza, oltre che di una dignità appiattita sotto la macina dell’utile.

Il progetto da cui è nato lo spettacolo si propone di essere l’inizio di un percorso per la compagnia multietnica nata a Palermo, che occorre auspicare si muova in un crescendo di incontri, aperture e conoscenza diffusa della realtà contemporanea, una realtà da vivere nella sua veste mobile, eterogenea e dal ricco potenziale culturale.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017
Note


[1]  J ean-Paul Sartre, La sgualdrina timorata –Nekrassov, Mondadori, Milano, 1968.
[2] Vladimir Solomonovič Pozner, Les États-Désunis, Lux, Parigi, 2009.
[3] Hanno contribuito alla realizzazione del progetto il Centro Astalli, il Moltivolti e Cooperazione Senza     Frontiere, ma anche associazioni quali Babel Crew, Palermo Youth Center, The Factory e il Teatro Biondo di Palermo.
[4] Attore, regista e presidente dell’associazione Babel Crew, una realtà associativa che ha fatto dell’arte, della mobilità e dell’interculturalità la propria essenza, promuovendo attivamente artisti e progetti internazionali di ampio respiro.
[5] I dieci attori, Marta Bevilacqua, Bandiougou Diawara, Bright Onyeuse, Meniar Bouatia, Molka Bouatia, Rossella Guarneri, Fabio Irrera, Yousif Latif Jaralla, Hajar Lahmam, e Andrea Sapienza provengono da Tunisia, Marocco, Mali, Nigeria, Iraq e Italia. Oltre alla recitazione altri migranti hanno partecipato al progetto dedicandosi alla scenografia.
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 Valeria Dell’Orzo, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee e, in particolare, del fenomeno delle migrazioni e delle diaspore, senza mai perdere di vista l’intersecarsi dei piani sincronici e diacronici nell’analisi dei fatti sociali e culturali e nella ricognizione delle dinamiche urbane.

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