di Rino Schembri
In Sicilia, molti aspetti della vita – dall’amore all’odio, dalla religione alla politica – sono stati espressi attraverso il canto, che ha assunto il ruolo di racconto quotidiano e condiviso. L’identità musicale siciliana si configura come autentica “voce del popolo”, ma al tempo stesso è anche il frutto delle numerose dominazioni subite nei secoli: in questo lungo processo storico, gli oppressori si sono spesso scontrati con la rabbia e la resistenza culturale dei dominati. Rosa Balistreri si inserisce pienamente in questo circuito, che potremmo definire di “resistenza”.
Rosa Balistreri (Licata, 1927 – Palermo, 1990) è stata una delle personalità più complesse e significative del folk music revival italiano, e in particolare siciliano. Il suo canto, lontano da ogni idealizzazione folklorica, emerge come espressione viscerale di una memoria storica e affettiva che ha attraversato secoli di subalternità, patriarcato e povertà. La sua vocalità si radica in un’oralità profonda, che affonda nel lamento funebre, nella cantilena dei carrettieri, nei ritmi della fatica quotidiana. Tuttavia, ciò che l’ha resa unica è stata la capacità di trasformare questi materiali in gesto interpretativo autonomo e potentemente attuale.
Dopo Picciridda (2020), tratto dal romanzo di Catena Fiorello, Paolo Licata con L’amore che ho (2025), torna a interrogare la condizione femminile in Sicilia, scegliendo la prospettiva di un’esistenza – quella di Rosa Balistreri – che sfugge tanto alla cronaca quanto al folklore.
Il racconto cinematografico prende le mosse dal libro di memorie familiari L’amuri ca v’haju – La vera storia di Rosa Balistreri, scritto da Luca Torregrossa, nipote di Rosa. Il titolo del film, tratto da un’espressione della stessa Balistreri (“tuttu l’amuri ca haiu, lu mettu nti li me canti”), suggerisce un approccio affettivo e non celebrativo. La musica, in questo film, non è semplice colonna sonora, ma diventa paesaggio emotivo e strumento narrativo: le canzoni di Rosa attraversano le immagini come richiami della coscienza collettiva, collegate ai temi del dolore, della maternità mancata, della ribellione silenziosa.
In continuità con alcune tendenze recenti del cinema biografico – si pensi a I’m Not There di Todd Haynes o a Ennio di Giuseppe Tornatore – L’amore che ho, scritto da Paolo Licata insieme a Maurizio Quagliana, Antonio Guadalupi e Heidrun Schleef, rinuncia al modello cronologico e didascalico, preferendo una narrazione frammentata, scandita da discontinuità temporali e visioni soggettive alterate.
La figura di Rosa Balistreri prende forma attraverso accensioni emotive: la bambina che fugge da un padre violento, la giovane donna che canta per sopravvivere, l’artista che si afferma tra Firenze e Palermo, la madre mancata, la testimone scomoda di un mondo che preferisce dimenticare. I momenti salienti della sua biografia si intrecciano con episodi minori, talvolta onirici, che restituiscono l’inconscio e la sensibilità profonda del personaggio. Il passato riemerge come un’eco dissonante, mentre il presente si consuma in gesti minimi, quotidiani, a tratti ossessivi. Non c’è eroismo, né redenzione, ma un continuo riaffiorare di traumi, desideri e melodie.
Per restituire le diverse fasi della vita della cantautrice, Licata affida il ruolo di Rosa a tre interpreti: Anita Pomario, Donatella Finocchiaro e Lucia Sardo. Cambiano i volti, cambiano le epoche, ma restano immutati lo sguardo acceso, la fierezza silenziosa, la ribellione che brucia dentro. L’interpretazione di Lucia Sardo – che incarna Rosa in età adulta – rappresenta tuttavia il cuore pulsante del film. Lontana da ogni caricatura, costruisce il personaggio attraverso il corpo più che attraverso la parola: lo sguardo intenso, il viso solcato, le mani nervose, il passo incerto ma risoluto.
La regia di Licata si distingue per una sobrietà visiva che non rinuncia a momenti di forte espressività. La Sicilia non è mai ridotta a cartolina: è polvere, crepe nei muri, strade sterrate, case dagli interni umidi che diventano teatro del dolore. La luce naturale degli esterni in cui più volte vediamo Rosa ricevere gli applausi degli astanti, domina, interrotta da notturni rarefatti e da brevi sequenze visivamente più allucinate, quasi visionarie.
Il montaggio, curato da Pietro Vaglica, svolge un ruolo essenziale nel dare coerenza a una narrazione volutamente discontinua e stratificata. Il ritmo alterna momenti di sospensione – in cui la voce e il canto della protagonista si sovrappongono al tempo del racconto, diventandone talvolta il vero filo conduttore – a sequenze più sincopate, nelle quali prevale la camera a mano, impiegata per sottolineare la memoria del dolore. Non sempre, tuttavia, lo spettatore riesce ad orientarsi nel continuo slittamento tra piani temporali differenti già postulati nell’organizzazione del plot.
La colonna sonora, affidata a Carmen Consoli (presente nel film anche nel ruolo di Alice, musicista di strada e chitarrista), si distingue per una cura sia filologica che drammaturgica: i brani originali di Rosa Balistreri si intrecciano con reinterpretazioni contemporanee che evitano l’imitazione, rinnovando però l’intensità emotiva del repertorio. Il canto non è mai un semplice abbellimento narrativo, ma assume la forma di un vero e proprio “discorso dell’anima”. Ogni brano agisce come controcampo emotivo rispetto all’azione, o come affioramento dell’inconscio.
L’amore che ho non è un film “sulla” vita di Rosa Balistreri, ma un film “attraverso” la sua voce. Non si limita a documentare: reinventa, rielabora, mette in scena la frattura tra canto e realtà. È un’opera che affonda nel dolore individuale per restituire un ritratto insieme corale e universale. In questo senso, il film dialoga idealmente con il docufilm Rosa Balistreri, un film senza autore (di Marta La Licata, regia di Fedora Sasso, 2017), che ne tracciava un profilo più documentario e testimoniale, ma lasciava già intravedere quanto Rosa sfuggisse a ogni etichetta. Licata, con questo film, non riduce Rosa a una santa o a una martire, né a una diva o a una “voce del popolo” stereotipata, va oltre: non cerca di spiegare Rosa, ma la fa risuonare, ancora una volta; la rende presenza fisica e vibrante, che canta con tutto il corpo, cade senza paura e si rialza, nella vita come sulla scena.
Con L’amore che ho, Paolo Licata dunque realizza un’opera necessaria: un film che restituisce a Rosa Balistreri la sua complessità. Il canto diventa gesto politico, memoria incarnata, dolore che si fa bellezza aspra. Un lavoro che si inscrive a pieno titolo nel panorama del nuovo cinema italiano d’autore, capace di interrogare il reale senza rinunciare alla potenza evocativa della poesia.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Rifermenti bibliografici
Cantavenere G., Rosa Balistreri: una grande cantante folk racconta la sua vita, La Luna ed., Palermo, 1992.
Carità C., Rosa Balistreri. L’ultima cantastorie, Ed. La Vedetta, Ragusa, 1996. Casetti F., Di Chio F., Analisi del film, Bompiani, Milano, 1990.
Castellana R., Finzioni biografiche. Teoria e storia di un genere ibrido, Carocci, Roma 2019.
Chatman S., Storia e discorso. La struttura narrativa nel romanzo e nel film, Pratiche ed., Parma, 1981.
La Licata, M. – Sasso F. (regia), Rosa Balistreri. Un film senza autore, Prod. RAI 1, 2017. La Perna N., “Rusidda”… a licatisi, La Vedetta, Licata, 2010.
Tagliani G., Contemporaneità del biografico. Raccontare la vita nel tempo presente, Fata Morgana Web, 2021.
Torregrossa L., L’amuri ca v’haju. La vera storia di Rosa Balistreri, Edizioni Ex Libris, Palermo, 2020.
Vecchio C., U cuntu ca cuntu. La vita di Rosa Balistreri, DMG Communication, Agrigento, 2002.
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Rino Schembri, dal 2004 è Ricercatore a tempo indeterminato del SSD PEMM-01/B – Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo dove, tra le altre discipline, insegna Sceneggiatura per il Cinema e Multimedia. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Storia, Teoria e Tecnica del Teatro e dello Spettacolo” presso la L’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2004 è membro della società scientifica CUC – Consulta Universitario del Cinema. Ha partecipato con propria relazione a convegni nazionali e internazionali e a numerose tavole rotonde. È autore di Lara Croft e le altre (L’Epos ed.) e Il cinema, che meraviglia! I trucchi della visione dalla Lanterna magica a Méliés (Falsopiano ed.). Suoi saggi sono apparsi su riviste specializzate e su volumi a diffusione nazionale e internazionale. Di recente ha ricevuto il premio “Ambasciatore dell’arte del Mediterraneo” (Fondazione Costanza) e il Premio Speciale “Arte e cultura siciliana Ignazio Buttitta” (XXVI ed.).
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