di Rosario Lentini
1 ‒ Della genesi e dello sviluppo della viticoltura siciliana si legge ancora oggi, più che in monografie generali e di ampio respiro, in un frammentato arcipelago di scritti di botanici, etno-antropologi, storici, eruditi e cultori della materia, relativi a singoli aspetti e a contesti locali. Ciò potrebbe spiegarsi indicando almeno le due seguenti ragioni: la storia dellʼisola è stata a lungo contrassegnata dalle vicende dei feudi e dei latifondi, dal rapporto di forza sovrano/nobili e da quello feudatari/prestatori dʼopera. Il fenomeno rilevante del popolamento dei feudi, per esempio, con la nascita delle «città nuove» dal XV al XVIII secolo, è stato funzionale allo sviluppo dellʼagricoltura estensiva e conseguentemente allʼincremento della produzione e del commercio granario. La cerealicoltura è stata centro di gravità del sistema produttivo e della vita sociale, fino agli epigoni novecenteschi dellʼoccupazione delle terre. Comprensibilmente, quindi, tutte le altre colture ‒ incluse quelle dei gelsi e dei cannameli, alla base rispettivamente della lavorazione della seta e dello zucchero ‒ così come la zootecnia, le attività di pesca, la gestione dei boschi e delle neviere, per niente marginali nella formazione del prodotto interno lordo dellʼisola e nel sostegno assicurato a larga parte della popolazione, non hanno beneficiato della stessa abbondanza di studi storiografici. Lʼunica eccezione ha riguardato lʼattività mineraria zolfifera che, comunque, ha acquisito una rilevanza economico-produttiva da fine Settecento in poi.
In secondo luogo, la molteplicità di varietà viticole disponibili nel continente agronomico siciliano, come in poche altre regioni dʼEuropa, ha favorito il formarsi di una costellazione di “culture” della vite ‒ quindi del vino ‒ proprie di territori molto diversi tra loro, per natura dei suoli, clima ed esposizione ai venti, in una continua alternanza tra zone costiere, valli e pianure dellʼentroterra, colline e catene montuose. Naturalmente, ciò non vuol dire che non vi sia un filo comune o che non sia possibile scrivere una storia della viticoltura siciliana e, in verità, come si dirà più avanti, esistono autori che si sono impegnati con successo in tal senso. Costituisce, invece, ancora un problema irrisolto la composizione di un quadro completo o almeno soddisfacente della storia dellʼenologia dellʼisola, che non sia mera collezione, di ricordi e di dichiarazioni autoreferenziali rese dai produttori. Il problema delle fonti documentarie, infatti, è ineludibile, poiché la storia delle imprese vinicole siciliane è prevalentemente storia di famiglie, aristocratiche e non, e di generazioni che si sono succedute nel mantenimento e nello sviluppo dellʼattività. Lʼindividuazione, quindi, anche di piccoli archivi le cui carte e registri possano essere messi a disposizione degli studiosi, oltre al reperimento delle fonti indirette, sono un passaggio obbligato e necessario; non si può limitare la ricognizione alle poche grandi aziende che ancora custodiscono documentazione del passato ‒ pochissime, in verità ‒ con la convinzione che queste da sole rappresentino la totalità del panorama produttivo. Ritengo, perciò, che occorrerà ancora qualche decennio prima che sia possibile una visione dʼinsieme dellʼenologia siciliana più approfondita ed esaustiva sotto il profilo storico.
2 ‒ Le informazioni riguardanti la vite e il vino dellʼisola, frutto dei risultati delle campagne di scavi archeologici, le notazioni rinvenibili nelle testimonianze degli autori del mondo greco-romano, le fonti manoscritte medievali e i riferimenti bibliografici antecedenti al secolo XVIII, sono stati ‒ e sono ancora oggi ‒ ampiamente analizzati e utilizzati dai contemporanei proprio per lʼesigenza di dare spessore alla ricostruzione dei passaggi salienti. Tuttavia, credo che di vero e proprio approccio alla storia della vite e del vino in termini scientifici non si possa parlare prima dellʼHortus Catholicus dellʼabate Francesco Cupani, stampato a Napoli nel 1696 e della successiva appendice (Supplementum alterum ad Hortum Catholicum, Panormi 1697) nella quale, per la prima volta, si elencavano 49 varietà di viti (18 da tavola e 31 da vino), sinteticamente descritte e con la duplice denominazione in latino e nella lingua siciliana propria dei paesi dove la pianta era stata rilevata. Il Supplementum non è un saggio di carattere storico, ma ne è il presupposto indispensabile, perché si abbandona il campo delle ipotesi interpretative della genesi dei vini Balinzio, Pollio o Biblino, Mamertino, Tauromenitano citati dagli autori dellʼantichità, per proporre una modalità di osservazione e di studio a partire dalla vite individuata nel suo habitat, con la descrizione dettagliata di ogni elemento della pianta e del suo frutto.
Vi era stato, quasi due secoli prima del Cupani, Antonino Venuti, originario di Noto, autore di un pregevole testo ‒ De Agricultura Opusculum, Napoli 1516 ‒ in un capitolo del quale, «De Lo trattato de le viti & che terreno vogliano», si trovano gli indizi di un nuovo modo di studiare la materia, a conferma dellʼimportanza che la coltura aveva ormai assunto nelle grandi come nelle piccole proprietà terriere. Tuttavia, è lʼopera meticolosa del Cupani ad aver tracciato il primo sentiero di indagine sulle viti e sulle loro specificità e a inaugurare lʼampelografia siciliana, che avrebbe fatto numerosi proseliti nei due secoli successivi. Si faceva strada la consapevolezza che ciascuna varietà fosse in grado di esprimere caratteri unici nei vini che ne derivavano e quando dalla cerchia dei botanici e degli agronomi questa convinzione si estese ai viticoltori e agli imprenditori del vino, il processo di elaborazione teorico-pratica di coltivazione della vite e di produzione del vino entrò in una fase del tutto nuova della sua storia. Inoltre, proprio grazie a questo diverso orientamento, avrebbe cominciato ‒ con molta gradualità e difficoltà ‒ a praticarsi la piantumazione per singole varietà, contrariamente a quella che era la consuetudine dominante della promiscuità dei vitigni in uno stesso areale.
Dal Settecento in poi vi è stata una proliferazione di saggi di taglio agronomico che costituisce il corpus scientifico cui gli storici devono attingere per i loro fini. Vanno qui di seguito menzionati almeno alcuni autori di rilievo, che hanno contribuito non solo a innovare e migliorare la cura e coltivazione della pianta, ma anche ad affinare la metodologia di studio. Il barone Filippo Nicosia (Il podere fruttifero e dilettevole, Palermo 1735) ampliava ulteriormente il repertorio delle varietà fino ad allora conosciute, ben consapevole della difficoltà a districarsi tra sinonimi e omonimi nelle denominazioni attribuite alle uve al variare delle aree geografiche e dei paesi. Anche lʼabate Paolo Balsamo, che nelle Memorie inedite di pubblica economia ed agricoltura (a cura di Giuseppe Giarrizzo, S. Sciascia, Caltanissetta-Roma 1983) dei primi anni dellʼOttocento, aveva stigmatizzato «Lʼignoranza dei nostri villici nella piantagione e coltivazione delle vigne», dedicava diverse lezioni agli studenti della Real Accademia di Palermo per indicare «pratiche e maniere», «avvisi e precetti» per «la buona conservazione dei vini». Anni dopo avrebbe lasciato preziose informazioni sulle varietà di viti osservate nel corso di un viaggio attraverso le campagne catanesi e siracusane (Giornale di viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella contea di Modica, Reale Stamperia, Palermo 1809).
In Sicilia orientale, nella seconda metà degli anni Trenta dello stesso secolo, si sarebbe distinto il pregevole lavoro dellʼabate Gioacchino Geremia ‒ Vertunno Etneo ovvero Stafulegrafia. Storia delle varietà delle uve che trovansi nel dintorno dell’Etna ‒ presentato allʼAccademia Gioenia di Catania il 16 gennaio del 1834, nel quale si segnalavano tutte le varietà rilevate nel vasto territorio etneo, accompagnate da descrizioni e dettagli utili a distinguerle. E poco meno di venti anni dopo, Filippo Sturzo Taranto avrebbe sviluppato il lavoro del Geremia, soffermandosi anche sui vini etnei (Sulla coltivazione della vite e sulla fabbricazione dei vini nelle contrade dell’Etna, Palermo 1852-53).
Giuseppe Biundi nel 1851 pubblicava, nel primo numero del periodico «LʼEmpedocle» da lui fondato, uno studio Sulla cultura della vite ed enologia in Sicilia. Saggio teorico-pratico nel quale dava conto delle indagini meticolose avviate fin dal 1845 e delle notizie raccolte in diversi territori dellʼisola, attraverso una rete di informatori. Infine, vanno ricordati Francesco Minà Palumbo, uno dei maggiori botanici siciliani, che ha lasciato un corposo erbario nel quale si ritrovano, fra lʼaltro, i fogli relativi a 74 vitigni e tavole iconografiche raffiguranti gli acini di 57 varietà di uva (R. Schicchi, Francesco Minà Palumbo e l’agricoltura in Sicilia, in F. Minà Palumbo, Iconografia della Storia Naturale delle Madonie, Sellerio, Palermo 2011, vol. I: 88); nonché il barone Antonio Mendola di Favara, considerato tra i più autorevoli ampelografi italiani ed europei, per la sua prodigiosa attività di collezionista di varietà indigene e di quelle alloctone provenienti dalla penisola e dallʼestero, nonché di ibridatore, dagli anni Sessanta dellʼOttocento in poi.
Nellʼarco temporale, quindi, che intercorre dal Supplementum di fine Seicento del Cupani, allʼinizio della devastazione fillosserica dei vigneti siciliani ‒ negli anni Ottanta dellʼOttocento ‒ si svolge e si conclude una prima lunga fase espansiva della viticoltura e dellʼenologia siciliana che non aveva avuto precedenti. Oltre allo sviluppo delle analisi ampelografiche, infatti, in quei 180 anni si susseguirono eventi di notevole importanza: la creazione di una nuova tipologia di vino per iniziativa dei mercanti-imprenditori inglesi, cioè il marsala, ottenuto mediante fortificazione con acquavite, alla stregua di quelli ispano-portoghesi (madeira, porto, sherry); lʼelaborazione dei primi vini da tavola naturali a più moderata gradazione alcolica e a imitazione di quelli francesi; la diffusione di nuove fitopatologie importate da oltreoceano, conseguenti alla riduzione dei tempi di viaggio dei piroscafi a vapore; lʼincremento più che raddoppiato della superficie destinata a vigneto (322 mila ettari nel 1885); la consistente crescita delle esportazioni di vino da taglio allʼestero e verso le regioni continentali della penisola; il varo di numerose pubblicazioni periodiche nelle quali si approfondivano le questioni nodali dellʼeconomia agraria e della vitivinicoltura.
Allʼinterno di questo ciclo espansivo, nel 1869 si pubblicava a Palermo una monografia fondamentale, scritta dal docente di agronomia ventisettenne, Girolamo Caruso di Alcamo, e cioè il Trattato di viticoltura e vinificazione, ovvero il presente e lʼavvenire enologico dellʼItalia Meridionale. Nei primi quattro capitoli dedicati alla viticoltura non si espongono solo le linee guida e le istruzioni generali per la corretta gestione del vigneto, dallʼimpianto alla vendemmia, ma anche i criteri e i metodi adottati in diverse province dellʼisola, nonché le peculiarità dei contratti di conduzione stipulati tra proprietari e lavoranti. Gli ultimi tre capitoli, invece, rappresentano la prima e più fedele rassegna dei produttori siciliani e delle diverse tipologie di vini per singoli territori, con annesse informazioni economico-statistiche. «Per noi ‒ scriveva con notevole lungimiranza ‒ lʼItalia in genere e la Sicilia in ispecie potrebbero divenire il più grande emporio vinifero dellʼEuropa» (ivi: 10).
Dopo avere pubblicato una seconda importante monografia su Lʼindustria dei cereali in Sicilia e le popolazioni che la esercitano (Palermo 1870), nel 1871 Caruso sarebbe diventato cattedratico presso lʼUniversità degli Studi di Pisa.
3 ‒ Con lʼarrivo della Phylloxera vastatrix, dai primi anni Ottanta dellʼOttocento, iniziava una nuova fase della storia vitivinicola siciliana, che è stata allo stesso tempo recessiva, per via delle perdite finanziarie ingenti a danno dei proprietari terrieri e dellʼimpoverimento dei vignaioli, impossibilitati a rispettare gli obblighi contrattuali, in conseguenza del crollo della produzione; ma profondamente innovativa, perché una nutrita schiera di studiosi e di esperti viticoltori cominciarono a ricercare le soluzioni possibili per fare rinascere la pianta e renderla inaggredibile dal parassita. Furono necessari circa 40 anni di laboriose sperimentazioni per trovare lʼunico rimedio utile a salvare il maggior numero di varietà autoctone di Vitis vinifera, innestandole nei ceppi di diversi tipi di Vitis rupestris americane, le cui radici resistevano allʼafide. Occorreva verificare caso per caso, zona per zona pedoclimatica, quanto fossero compatibili i diversi tipi di «piede americano» con gli innesti di Catarratto, Inzolia, Nerello, Calabrese, ecc.
Si può sostenere senza alcuna enfasi che sia stata una stagione eroica per lʼimpegno profuso da una moltitudine di operatori, inclusi centinaia di innestatori istruiti allo scopo.
Appartengono a questo secondo ciclo i contributi di altri due autori, Giuseppe Puglisi e Salvatore Mondini, che si sono soffermati su alcuni aspetti dellʼindustria enologica siciliana. Il Puglisi, con La Sicilia e i suoi vini (Palermo 1884), ha analizzato in modo sintetico, ma con notizie molto attendibili ‒ frutto di sopralluoghi e incontri diretti con amministratori e proprietari ‒ la nascita e lo sviluppo di quindici aziende tra le più rinomate (Woodhouse, Ingham-Whitaker, Florio, Hopps, Fratelli Burgio, DʼAlì e Bordonaro, Duca dʼAumale, ecc.) e con dettagli sul catalogo dei prodotti e sui relativi listini di vendita. Nella monografia del Mondini, invece, dal titolo Il Marsala (Casale Monferrato 1900), si descrive in modo esaustivo tutto il processo produttivo del rinomato vino fortificato del Trapanese e si rilevano anche una serie di dati sulle esportazioni e informazioni di natura legislativa e fiscale riguardo alla distillazione.
Oltre ai due citati autori, vanno però indicati come fonte preziosa i due tomi del vol. XIII degli Atti della Giunta per la Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola (Roma 1885) riguardanti la Sicilia, curato dal relatore deputato marsalese Abele Damiani. È la prima e più completa disamina delle condizioni dellʼagricoltura dellʼisola, analizzata provincia per provincia, alla quale attingere ovviamente per la parte relativa alla viticoltura e allʼindustria vinaria.
Questo secondo ciclo della storia vitivinicola siciliana si è protratto, sostanzialmente, fino alla fine della seconda Guerra mondiale/inizio anni Cinquanta; la ricostituzione dei vigneti post crisi fillosserica era ormai andata a buon fine, anche se lʼestensione della coltura non avrebbe più raggiunto il livello abnorme del secolo precedente, attestandosi sui 200-220 mila ettari per poi ridursi ulteriormente nei decenni successivi. Inoltre, sul piano dellʼassetto societario, si erano realizzati dei passaggi di proprietà significativi, il più rilevante dei quali era avvenuto nel 1929, con lʼacquisizione completa delle tre aziende storiche della produzione di vino marsala (Woodhouse, Ingham-Whitaker e Florio) da parte della torinese Cinzano.
4 ‒ Nella terza fase, e in particolare dalla fine degli anni Sessanta del Novecento, come spiegava Bruno Pastena, si è avviata una vera e propria ristrutturazione della viticoltura siciliana: la diffusione di allevamenti a spalliera e a tendoni, che ha favorito la riduzione del grado zuccherino nelle uve, rispetto alla tradizionale coltivazione ad alberello e, di contro, un più alto tasso acidimetrico proprio per indirizzare le aziende verso la produzione di vini da tavola e limitare quelli da taglio. Un contributo importante in questa direzione è venuto anche dalla diffusione dellʼirrigazione cui pochissimi ricorrevano in passato (B. Pastena, La civiltà della vite in Sicilia, cit.: 95-97).
Lʼagronomo Nicola Trapani segnalava come, dalla fine degli anni Sessanta, si introducessero nuove cultivar (Trebbiano, Vernaccia, Barbera, Sangiovese, Merlot) e se ne rivalutassero altre già esistenti, ma poco diffuse come Damaschino e Frappato; cambiava anche lʼapparato tecnologico delle cantine. Il vecchio torchio continuo a doppia elica e forte compressione veniva sostituito con moderne linee di ammostatura e torchiatura a pressione soffice; si sostituivano vecchi vasi vinari con contenitori in acciaio; si installavano raffrescatori di mosto e impianti frigoriferi per controllare il processo fermentativo e ridurre le dosi di anidride solforosa in fermentazione. Lʼinnalzamento della qualità avrebbe permesso «di competere in tutti i mercati con i migliori vini» (N. Trapani, Situazione vecchia ed attuale della Viticoltura ed Enologia della Sicilia Occidentale, in Atti del convegno dei presidi degli Istituti tecnici agrari dʼItalia, Marsala 1973). In verità, inizialmente, si è corso il rischio di emarginare le varietà viticole autoctone per sostituirle con Chardonnay, Cabernet sauvignon e Merlot, ma il pericolo omologazione è poi rientrato grazie allʼintelligenza e lungimiranza di esponenti del mondo imprenditoriale che hanno valorizzato antichi vitigni come i Catarratti, il Nero dʼAvola, il Perricone, lʼInzolia e il “giovane” ottocentesco Grillo. Si è compreso come lʼintroduzione di varietà alloctone doveva valere a sperimentare abbinamenti con uve siciliane o vini in purezza che fossero espressione di un terroir profondamente diverso dalle zone di provenienza.
Contemporaneamente, si è andata formando unʼimprenditoria qualificata e proiettata nel futuro, che ha saputo guardare alle migliori esperienze straniere ed è stata capace di innovare avendo consapevolezza di poter disporre di un vasto e invidiabile patrimonio ampelografico dalle grandi potenzialità.
Questa nuova generazione di piccoli e medi industriali del vino ha portato il prodotto ad un livello di eccellenza mai raggiunto in passato e ha avuto lʼabilità di superare tre gravi ostacoli alla crescita e alla capacità di competere: la pratica della sofisticazione, soprattutto dal secondo dopoguerra a tutto il decennio Sessanta; il prolungato predominio dei vini da taglio; la commercializzazione dei marsala aromatizzati alla mandorla, al caffè, alla banana, alla fragola, allʼuovo, che avevano declassato il prodotto nei mercati in Italia e allʼestero.
Sono stati diversi le società e gli imprenditori non siciliani che dagli anni Ottanta hanno cominciato ad acquistare vigneti e ad avviare cantine di produzione modernissime ‒ per esempio Marzotto, Zonin, Hauner, il gruppo trentino Mezzacorona, ILLVA di Saronno, Maestrelli ‒; ma gli industriali locali non sono stati meno ardimentosi e innovatori: Diego Planeta, Giacomo Rallo, Lucio Tasca, Salier de la Tour, Salvatore Di Gaetano, Antonio Tonnino e numerosi altri.
Nel 1973 si cominciava a scrivere un nuovo capitolo dellʼenologia del territorio avviato con il riconoscimento della DOC al Cerasuolo di Vittoria da vitigni Nero dʼAvola (un tempo denominato Calabrese) e Frappato e proseguito nel 2005 con lʼattribuzione della prestigiosa Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Era un meritatissimo riconoscimento alla tenacia e alla lungimiranza dei vignaioli e dei produttori che ha indotto anche grandi aziende a proporlo e ad inserirlo in catalogo. Oltre a questa, oggi si contano ben 23 DOC siciliane.
5 ‒ In sintonia con la rinascita del settore, dalla seconda metà del Novecento, fermo restando il costante contributo di ricerche di agronomi ed etno-antropologi, lʼapporto degli storici, come sopra accennato, è diventato più evidente, contrassegnato da una serie di saggi dedicati ad aspetti specifici (economici, sociali) o focalizzati su singoli ambiti territoriali, pubblicati in riviste, volumi collettanei e monografie.
Una selezione bibliografica di questi lavori, appena sufficiente a cogliere lʼaccresciuto interesse di studio sullʼargomento, deve iniziare da uno degli scritti principali di Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia (Laterza, Bari 1950), nel quale veniva svolta, fra le altre questioni, unʼattenta analisi delle condizioni economiche e commerciali della viticoltura e dellʼindustria del vino nel periodo preunitario.
Luigi Antonio Pagano, nel 1951, delineava sinteticamente lo sviluppo dellʼattività vitivinicola dallʼantichità alla fine del dominio borbonico in Cultura della vite e produzione vinicola in Sicilia prima dellʼ800 («Annali della Facoltà di Economia e Commercio», 1951: 179-196). Nel 1954, ancora un agronomo, Agostino Rossi, esordiva con un testo molto esaustivo su La viticoltura in Sicilia, andato in stampa lʼanno seguente, a cura dellʼIstituto Regionale della Vite e del Vino (Palermo 1955). Lʼantropologo Antonino Buttitta pubblicava, con lʼintroduzione di Mario Soldati, Il vino in Sicilia (Sellerio, Palermo 1977), nel quale lʼintreccio tra storia, economia ed etnografia si snoda lungo i secoli.
Nella pregevole monografia di Giuseppe Barbera Cardillo, Economia e società in Sicilia dopo l’Unità 1860-1894. L’agricoltura (Librairie Droz, Genève 1982), si compie un rigoroso approfondimento dellʼandamento della produzione e del commercio vitivinicolo nei primi trentacinque anni postunitari, durante i quali si sommarono nuovi problemi agronomici a questioni sociali ben più antiche, politiche protezionistiche, crescita esponenziale e crisi del settore in veloce sequenza.
Con Sicilia e Gran Bretagna. Le relazioni commerciali dalla Restaurazione allʼUnità (Giuffrè Editore, Milano 1983) Rosario Battaglia ha analizzato lʼinterscambio commerciale siciliano con lʼInghilterra nei decenni preunitari seguiti al 1815, consentendo di valutare l’importanza di quel mercato di esportazione per i produttori e i mercanti di vino dellʼisola.
Nel 1985, Giovanni Cherubini, con il suo contributo dal titolo I prodotti della terra: olio e vino, presentato agli atti delle settime giornate normanno-sveve (Bari 15-17 ottobre, pubblicati nel volume Terra e uomini nel Mezzogiorno normanno-svevo, Edizioni Dedalo, Bari 1987), mostrava come la vigna a partire dal XII secolo, anche in Sicilia, «più ancora dellʼolivo [fosse] un poʼ appannaggio di tutti i ceti sociali» (ivi: 229).
Lʼanno seguente lʼAccademia di Scienze Lettere e Arti di Palermo pubblicava unʼopera fondamentale di Henri Bresc sulla storia economica medievale dellʼisola, Un monde méditerranéen. Économie et société en Sicile 1300-1450 nel cui primo tomo si analizzano non solo le diverse tappe dello sviluppo della viticoltura in relazione allʼandamento demografico e alla colonizzazione rurale, ma anche le tecniche di produzione e si formulano le ipotesi sui volumi della produzione e del commercio e sul consumo interno dei vini.
Luigi Papo e Anna Pesenti, dopo il testo “primigenio” di Salvatore Mondini, davano alle stampe nel 1986 Il Marsala, (Fabbri Editore, Milano), nel quale si aggiornava lʼanalisi delle diverse fasi del processo produttivo e dei vitigni utilizzabili, anche alla luce delle nuove previsioni legislative in tema di denominazione di origine e di delimitazione della zona di produzione.
Per una lettura e visione generale dello sviluppo economico-produttivo dellʼisola, dallʼunificazione in poi, va ricordato il saggio di apertura di Maurice Aymard, Economia e società: uno sguardo dʼinsieme (in La Sicilia, a cura di Maurice Aymard e Giuseppe Giarrizzo, Einaudi, Torino 1987), nel quale si evidenziano le congiunture e i cicli principali che hanno caratterizzato lʼeconomia siciliana, con le conseguenti ripercussioni anche sulla viticoltura. Un testo pregevole per la storia dellʼenologia medievale siciliana è certamente quello di Maria Rosa Dentici Buccellato, Produzione, commercio e consumo del vino nella Sicilia medievale (Quaderni della Rivista di Storia dellʼAgricoltura, n. 1, Firenze 1988).
Nel 1988, Michela DʼAngelo con Mercanti inglesi in Sicilia 1806-1815. Rapporti commerciali tra Sicilia e Gran Bretagna nel periodo del Blocco continentale (Giuffrè Editore, Milano), attraverso le fonti inedite degli archivi londinesi, metteva in evidenza, tra i numerosi effetti congiunturali della presenza britannica durante il «Decennio», anche quelli relativi al commercio vinicolo in forte crescita.
Lʼanno seguente, Bruno Pastena ‒ uno degli agronomi più autorevoli e grande protagonista dellʼinnovazione colturale ‒ pubblicava La civiltà della vite in Sicilia (Edizioni Leopardi, Palermo 1989), illustrando i risultati aggiornati sullo stato di salute della viticoltura, analizzati per singola provincia, unitamente a un ricco apparato di informazioni economico-statistiche, collocati allʼinterno di un quadro storico di lungo periodo e sorretto da una ricca bibliografia.
Orazio Cancila nel saggio La Sicilia nel primo quarantennio postunitario (in Storia della cooperazione siciliana, a cura di Orazio Cancila, IRCAC, Palermo 1993: 29-66) ritaglia il profilo storico-economico della Sicilia ottocentesca nei suoi cardini agro-industriali postunificazione, su cui sarebbe tornato ulteriormente, due anni dopo, nella sua Storia dellʼindustria in Sicilia (Laterza, Roma-Bari 1995).
È poi del 2005 La Sicilia del vino, (Giuseppe Maimone Editore, Catania), volume collettaneo con la presentazione di Giacomo Tachis, i contributi di diversi autori (Sebastiano Barresi, Salvo Foti, Andrea Gabrielli, Enrico Iachello, Eugenio Magnano di San Lio, Paolo Sessa) e un ricco repertorio di fotografie di Giò Martorana, nel quale si spazia dallʼantichità a tutto il Novecento, offrendo anche informazioni ampelografiche dettagliate, nonché le diverse denominazioni di origine ufficialmente riconosciute e un quadro aggiornato delle principali aziende vinicole.
Di notevole interesse il saggio di Vincenzo DʼAlessandro, Vite e vino nella Sicilia medievale (in Le parole dei giorni. Scritti per Nino Buttitta, a cura di M.C. Ruta, Sellerio, Palermo 2006), nel quale si affrontano i diversi aspetti colturali e produttivi attraverso lʼesplorazione delle fonti notarili tre-quattrocentesche. Nel 2014 a conclusione di una laboriosa e lunga ricognizione del territorio siciliano, un nutrito gruppo di operatori coordinati dal genetista viticolo Attilio Scienza presentava nel volume Identità e ricchezza del Vigneto Sicilia (a cura di Giacomo Ansaldi, Dario Cartabellotta, Vito Falco, Francesco Gagliano, Attilio Scienza, Regione Siciliana Assessorato Regionale dell’Agricoltura, Palermo 2014), il quadro completo delle varietà viticole dellʼisola con relative schede identificative e dati di laboratorio.
Accanto a questa selezione di contributi di carattere generale, altri importanti studi su fonti inedite sono stati prodotti con riferimento ad ambiti territoriali specifici: Girolamo Cusimano, Viticoltura e vinificazione tradizionali nel Palermitano (in La cultura materiale in Sicilia, Atti del I Congresso internazionale di studi antropologici siciliani, Palermo 12-15 gennaio 1978), frutto di una ricerca sul campo in diverse aree di coltura della provincia; e il pregevole saggio di Vincenzo DʼAlessandro, Vigne e vignaioli a Palermo alla fine del medioevo (in I mestieri. Organizzazione tecniche linguaggi, Quaderni del Circolo semiologico siciliano 17-18, Palermo 1984). Alfio Signorelli, nel 1991, curava la stampa di tre inediti di Domenico Sestini databili 1812, con il titolo Memorie sui vini siciliani (Sellerio, Palermo), in parte dedicate alle viti e ai vini di Mascali e Vittoria; nello stesso anno, Enrico Iachello pubblicava Il vino e il mare. Trafficanti siciliani tra ʼ700 e ʼ800 nella contea di Mascali, con la prefazione di Giuseppe Giarrizzo (Maimone, Catania 1991); seguito pochi anni dopo dalla rimarchevole monografia di Antonino Morreale, La vite e il leone. Storia della Bagaria Secc. XII-XIX (Ciranna, Roma-Palermo 1997).
Nel 2007 furono editati altri due libri importanti: Aurelio Giardina e Francesco Saverio Calcara, La città palmosa. Una storia di Castelvetrano, con prefazione di Rossella Cancila (Lions Club, Castelvetrano) e Massimo Tricamo, La città del vino. Storia viti-vinicola di Milazzo dallʼUnità al fascismo (Tip. Lombardo, Milazzo), nei quali si mostra efficacemente la centralità della viticoltura tra ʼ500 e ʼ600 nel comune agricolo del Trapanese e dellʼindustria enologica milazzese nei primi sei decenni postunitari.
Marco Leonzio analizza magistralmente nella sua monografia LʼEtna, il vino, i mercanti. Dimensione locale e processi di mondializzazione (1865-1906), con prefazione di Rosario Mangiameli e postfazione di Giuseppe Giarrizzo (Bonanno Editore, Acireale-Roma 2011), le dinamiche economiche e sociali nel passaggio da una fase di forte sviluppo vitivinicolo, in quella fascia di territorio etneo che da Linguaglossa giunge fino al porto di Riposto, alla brusca frenata e alla recessione.
Nel 2019, Antonio Patanè con Lʼoro rosso dellʼEtna. Storia e etnoantropologia della vitivinicoltura orientale etnea (secoli XIV-XXI), pubblicato dallʼAccademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici di Acireale, realizza unʼopera molto apprezzabile che è, al tempo stesso, di ricostruzione storica dellʼandamento plurisecolare del settore e di rappresentazione dellʼevoluzione della cultura materiale espressa dalle comunità agricole dellʼarea in esame. Lʼanno successivo Marcello Saija dava alle stampe Malvasia delle Lipari. Storia dellʼantico passito eoliano (Edizioni Trisform, Messina 2020), uno studio approfondito nel quale riesamina meticolosamente tutte le fonti documentarie disponibili, aggiunge altri elementi e dati di valutazione, ribaltando le ipotesi del passato sulle origini e provenienza di questo antichissimo vitigno che ha impresso unʼidentità precisa alle Eolie.
Lʼetno-antropologo Luigi Lombardo nel 2023 pubblica Taula matri. Il vino del sudest Sicilia. Mito e storia (Le Fate, Ragusa) fornendo un notevole contributo conoscitivo e interpretativo, grazie allʼindividuazione e utilizzo di documentazione inedita sulle origini e sullo sviluppo della viticoltura, sulle pratiche e tecniche colturali tradizionali e sulle specificità del palmento dellʼarea ragusana e siracusana.
Da segnalare in chiusura di questa breve e non esaustiva rassegna altri tre libri editati nel 2025: Paolo Monello con La civiltà della vite e del vino a Vittoria. Ascesa, tramonto e rinascita dellʼoro rosso (a cura dellʼEnoteca Regionale della Sicilia – Sede del Sud Est Comune di Vittoria), nel quale si compendia tutta la documentazione antica e recente sulla vitivinicoltura vittoriese, con ampio spazio dedicato alla cultura materiale e agli aspetti etnografici; Per una vera storia del Nero dʼAvola (SIMEbooks) di Joe Castellano che riesamina una vasta serie di fonti archeologiche, documentarie e bibliografiche per formulare unʼipotesi innovativa sulle origini del vitigno Nero dʼAvola. Infine gli architetti Gabrielle Calleri e Lucio Selvaggio propongono una breve sintesi della storia dello stabilimento vinicolo del Di Rudinì (La cattedrale del vino. Lo Stabilimento Di Rudinì. Archeologie Industriali nellʼagro pachinese).
6 ‒ Dopo aver delineato lʼandamento delle vicende vitivinicole siciliane, seguendo una periodizzazione in tre cicli, da fine Seicento ai giorni nostri, e dopo aver proposto una selezione ‒ sicuramente per difetto ‒ di letture essenziali, non mi rimane che aggiungere qualche notazione sulle pagine che seguono.
I quindici saggi proposti per il presente volume coprono un arco temporale di oltre 35 anni, dal 1990 ad oggi; sette sono stati pubblicati in atti di convegni e riviste, gli altri otto nel bimestrale on-line «Dialoghi Mediterranei» sotto la direzione di Antonino Cusumano.
In verità, il mio interesse di studio riguardo alla viticoltura e allʼenologia è antecedente agli anni Novanta; il primo saggio dal titolo I Florio e la produzione del vino Marsala, risale infatti al 1977, accolto nelle pagine della rivista trimestrale «Nuovi Quaderni del Meridione», creata e diretta da Francesco Brancato, uno storico purtroppo poco studiato e citato.
Si trattava di uno dei capitoli della mia tesi di laurea sui Florio ‒ discussa due anni prima presso la Facoltà di Scienze Politiche dellʼUniversità di Firenze ‒ opportunamente rivisto, ma che non ero ancora in grado di integrare con i risultati delle ricerche su fonti inedite avviate presso lʼArchivio di Stato di Palermo.
Il filo conduttore che legava i due principali temi di studio che cominciavo ad approfondire ‒ i Florio e i mercanti inglesi operanti nellʼisola ‒ era rappresentato proprio dalla questione enologica e, in particolare, dalla creazione del primo vino fortificato siciliano, il marsala. Lʼattenzione rivolta a questa tipologia di prodotto mi portava inevitabilmente a delineare anche lo svolgimento della storia vitivinicola della mia città, occupandomene nel volume curato insieme ad Antonino Cusumano (Mazara 800-900. Ragionamenti intorno all’identità di una città, Mazzotta, Castelvetrano 2002 e successivamente, in edizione riveduta e ampliata, Sigma Edizioni, Palermo 2004), con un saggio specifico dal titolo Per fiume e per mare. Il vino di Mazara da Joseph Payne a Luigi Vaccara.
Dal vino, ‒ quindi a ritroso ‒ ho continuato a interessarmi di viticoltura sette-ottocentesca, attraverso lo spoglio dei numerosi periodici specifici, degli atti notarili e di altri documenti pertinenti, ampliando il campo di indagine allo studio delle varietà viticole (Per una storia dell’ampelografia e della viticoltura siciliana, in Identità e ricchezza del Vigneto Sicilia, cit.: 15-55).
In ultimo, ho approfondito alcuni aspetti dellʼattività degli imprenditori del settore e, più in generale, dei processi di produzione dei vini liquorosi e di quelli da tavola, per valutare quanto abbiano influito gli innesti delle “culture” enologiche inglese e francese nellʼevoluzione del gusto e della moda del bere anche in Sicilia (Sicilie del vino nella Sicilia dellʼ800. I Woodhouse, gli Ingham-Whitaker, il duca D’Aumale e i duchi di Salaparuta, Palermo University Press, Palermo 2019; rieditato nella collana “Studi e ricerche” nel 2025).
È nellʼOttocento, infatti, che avviene la transizione dal vino-alimento calorico di largo consumo dei ceti meno abbienti e di quello più limitato e selezionato per le mense dellʼaristocrazia di antico lignaggio o del denaro, ai vini più fini e costosi ‒ anche esteri ‒ che la nascente borghesia cominciava ad apprezzare e a consumare. Il vino ha accompagnato lʼascesa di questo ceto emergente ed è entrato a far parte del repertorio dei “simboli” di distinzione sociale. In questo secolo si è verificata la prima grande contaminazione di varietà viticole importate dalla Francia e dal centro Europa con quelle locali, con lʼintento di verificare i risultati dellʼacclimatazione e di innovare e migliorare la qualità della produzione enologica. Ed è stato il tempo nel quale si è registrato un crescente apprezzamento per i vini da tavola, i liquorosi e i distillati, siciliani e non.
Il Novecento, quindi, ha ereditato un enorme bagaglio di esperienze e di sapere vitivinicolo che, soprattutto le generazioni di imprenditori agro-industriali, hanno portato su un piano di eccellenza a partire dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni.
Il tempo presente sollecita ormai anche gli storici ‒ non solo gli agronomi e gli enologi ‒ a studiare fenomeni nuovi che erano stati preannunciati dagli scienziati nei decenni passati e che adesso impongono decisioni e scelte rapide per evitare di rivivere scenari ottocenteschi come quello creatosi con lʼarrivo della fillossera. I cambiamenti climatici sono entrati prepotentemente anche nellʼagenda di lavoro dei viticoltori che sono costretti ad affrontare pericoli incombenti come lʼinnalzamento della temperatura media, la salinizzazione delle falde acquifere, lʼinsorgere di nuove patologie della pianta.
È bene che gli storici, oltre a continuare ad investigare e a scrivere sulla storia dellʼenologia siciliana per colmare le numerose lacune, comincino a ragionare anche su questo quarto ciclo che si sta inaugurando.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2025
[*] Il testo è l’Introduzione al volume dal medesimo titolo in stampa nella collana “Dialoghi” presso le Edizioni del Museo Pasqualino.
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Rosario Lentini, studioso di storia economica siciliana dell’età moderna e contemporanea. Le sue ricerche hanno riguardato diverse aree tematiche: le attività imprenditoriali dei Florio e dei mercanti-banchieri stranieri; la viticoltura e lʼenologia, in particolare, nell’area di produzione del marsala; la pesca e le tonnare; il commercio e le dogane. Ha curato e organizzato alcune mostre documentarie per conto di istituzioni culturali e fondazioni. È autore di numerosi saggi pubblicati anche su riviste straniere. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: La rivoluzione di latta. Breve storia della pesca e dell’industria del tonno nella Favignana dei Florio, (Torri del Vento 2013); L’invasione silenziosa. Storia della Fillossera nella Sicilia dell’800, (Torri del Vento 2015); Typis regiis. La Reale Stamperia di Palermo tra privativa e mercato (1779-1851), (Palermo University Press 2017); Sicilie del vino nell’800. I Woodhouse, gli Ingham-Whitaker, il duca dʼAumale e i duchi di Salaparuta, (Palermo University Press 2019).
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