Della violenza nelle religioni e del deficit di laicità nel nostro Paese

Strage di san Bartolomeo, Parigi 1574 (AKG-images)

Strage di san Bartolomeo, Parigi 1574 (AKG-images)

di  Piero Di Giorgi

Le quotidiane vittime per annegamento dei migranti, tra cui tanti bambini, le stragi per gli attentati dell’Isis, così come la lunga guerra civile in Siria con centinaia di migliaia di persone incastrate tra gruppi jiahdisti, il regime di Assad e i bombardamenti russi, rischiano ormai di creare una sorta di assuefazione o ancora peggio d’indifferenza nelle nostre coscienze dopate, che tutto digeriscono e tutto rimuovono: o per paura o perché obnubilate dalle iene e  dagli sciacalli che infieriscono sulle masse umane che si accalcano sui muri costruiti dalla civile Europa. Già l’Europa! Perduta la memoria dei drammi non inferiori di quelli attuali vissuti nel suo seno, a cui aveva reagito con un “mai più quelle tragedie”, eliminando barriere e frontiere e dotandosi di nobili principi e  propositi, quali  pace, uguaglianza, libertà e dialogo nella diversità, accoglienza e solidarietà, l’Europa sembra ridotta a una semplice espressione geografica, a una Babele, non solo perché parla tante lingue diverse ma anche perché esprime linguaggi diversi, nel senso di idee e concezioni in un’alternanza tra pace e guerra, tra solidarietà ed egoismi, tra accoglienza e respingimenti. Alla fine sono tornate le barriere e le code: il trattato di Schengen è sospeso.

Ho già scritto altre volte che la marea migratoria non è un’emergenza come viene ancora chiamata ma un fenomeno di mobilità di massa, non solo che è sempre esistito, ma anche che è indissolubilmente legato a problemi di sussistenza e di sopravvivenza, derivanti dalle disuguaglianze e ingiustizie del mondo in cui viviamo e che ci ha fatto dimenticare che “la terra è di tutti”. I fenomeni migratori di massa non potranno cessare e produrranno sempre più sradicamenti finché non ci sarà un mondo più giusto.

Ma come si potrà costruire un mondo più giusto, dove non vi siano disuguaglianze e ingiustizie che gridano vendetta, dove non vi siano corrotti e speculatori come quelli che guadagnano milioni di euro ogni giorno giocando al gran casinò planetario? Pensate alla farsa delle borse, alle quali basta una parola, una dichiarazione di un big della politica o dell’economia perché i mercati siano pronti a rimbalzare come una pallina (giù/su, su/giù). Sì proprio i mercati, i quali, mentre le persone sono state mercificate, essi sono stati personificati e soggettivizzati o quasi divinizzati: «i mercati sono il polso dell’economia»; «i mercati esagerano»; «i mercati lasciati liberi trovano equilibri automatici» e si potrebbe continuare ancora.

Come se non bastasse l’urlo d’angoscia per le quotidiane tragedie del mare, per le guerre diffuse e per il terrorismo canaglia, bisogna fare i conti anche con la ferocia narcisistica dei tanti dittatori che opprimono sadicamente numerose popolazioni nel mondo. A noi italiani, in particolare, ci è toccato fare i conti con la spietata dittatura del Generale al-Sisi in Egitto, già nota per le torture e per i tanti desaparecidos, e che ha ora aggiunto nel suo detestabile curricolo l’orribile assassinio del nostro connazionale Giulio Regeni, il giovane e brillante ricercatore, seviziato e torturato crudelmente da militari, abituati allo stato di guerra permanente e alla costante ricerca paranoica di pericolosi oppositori del regime, nei quali le pulsioni aggressive dell’uomo sapiens e demens si moltiplicano.

Ma se ci sono le disuguaglianze, le guerre, le stragi razziste, gli attentati dell’Isis e le dittature militari, tutto ciò dipende dal fatto che le classi dominanti hanno sempre tenuto  i poveri del mondo in uno stato di soggezione e abbrutimento e senza dignità e coscienza, privandoli non soltanto di beni essenziali alla sopravvivenza ma anche dell’alfabetizzazione culturale. Ma questa è un’altra storia.

Al confine turco di Akcakal ( foto Kilic)

Al confine turco di Akcakal (foto Kilic)

Oggi m’interessa soffermarmi su un altro aspetto generativo, a parte quello economico, delle guerre e del terrorismo di oggi, che viene per lo più rimosso, sul quale vado riflettendo da qualche tempo: la questione religiosa. È stato sottolineato abbastanza che l’Isis fa appello allo scontro tra civiltà e tra religioni ed è stato più volte ribadito che non si deve dare man forte a questa loro posizione. D’accordo. Non  voglio assolutamente, anche per la mia visone laica, scendere su questo terreno, ma non posso altresì esimermi dal riflettere sull’insegnamento che ci viene dalla storia sulle tante guerre di religioni che si sono succedute, dalle crociate cristiane alla guerra dei trent’anni e fino alla pace di Westfalia. E perché ci sono state queste guerre di religione? La risposta sta nella seguente domanda: nella Bibbia (Antico Testamento), libro comune degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, si esalta la pace, l’amore, l’alterità o si inneggia alla guerra, alla violenza, all’intolleranza? Se leggiamo il Vecchio Testamento, emerge un’immagine di Dio, non solo antropomorfica e personale, ma anche come potenza, l’idea di un dio guerriero e geloso. Il libro dei Salmi è pregno di violenza, ma anche tutta la Bibbia fin dalla genesi, a partire dall’omicidio di Abele da parte di Caino o del comando dato ad Abramo di uccidere suo figlio Isacco. Dio è descritto come «Signore degli eserciti»…«Egli colpì i primogeniti d’Egitto…colpì numerose nazioni e uccise sovrani potenti». E poi il Salmo n. 149: «Le lodi di Dio nella loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani per compiere la vendetta tra le nazioni e punire i popoli, per stringere in catene i loro sovrani, i loro nobili in ceppi di ferro, per eseguire su di loro la sentenza già scritta. Questo è un onore per tutti i suoi fedeli. Alleluia». Parole che si attagliano pericolosamente alle azioni dei terroristi del califfato. Leggete ora questo brano del Pentateuco: «La mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani». E ancora: «Un fuoco si è acceso nella mia collera e brucerà fino alle profondità degli inferi». Leggete anche il canto di vittoria di Mosè dopo il passaggio sul Mar Rosso. «Dio ha mirabilmente trionfato: cavallo e cavaliere ha gettato nel mare» e questo perché «è un guerriero» E poi Mosè rivolto a Dio dice: «La tua destra, Signore, annienta il nemico; con sublime maestà abbatti i tuoi avversari», scateni il tuo furore, che li divora come paglia». Non c’è bisogno che tragga io le conclusioni, lo faccio dire a Naun: «Un Dio geloso e vendicatore è il signore, vendicatore è il Signore, pieno di collera. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore contro i nemici» e ancora: «Nel giorno dell’ira del Signore e al fuoco della sua gelosia, tutta la terra sarà consumata, poiché farà improvvisa distruzione di tutti gli abitanti della terra» (Sofonia). E si potrebbe continuare, perché la Bibbia è piena di passi in cui ricorre l’ira del Signore o in cui egli stesso così si definisce: «Sono un Dio geloso» (Esodo). Questa è la Bibbia, o meglio Torah (Legge), comune a ebrei, cristiani e musulmani.

Poiché Gesù era ebreo e la sua religione è quella della Torah, rimangono nella sua predicazione alcuni aspetti di ambiguità sull’ira e sulla vendetta di Dio, nonostante il nucleo fondamentale sia l’amore. Lo stesso dicasi del fondatore della religione cristiana, Paolo di Tarso, e degli scritti apostolici in genere, che confermano l’agire di Dio in funzione punitiva e la tematica dell’ira divina. La violenza non viene attribuita solamente agli uomini ma l’autore primo è lo stesso Dio. Il termine herem significa sterminio. Come aveva comandato il Signore a Mosè e Mosè a Giosuè, dopo avere conquistato Gerico, Giosuè e i suoi uomini «votarono allo sterminio tutto quanto c’era in città: uomini e donne, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, tutti passarono a fil di spada» (Giosuè).

Michelangelo, particolare, il profeta Jeremiah

Michelangelo, Il profeta Jeremiah, particolare

Su queste premesse ci sono state le crociate e sono state giustificate le guerre “sante”. Sulle stesse premesse, gli israeliti che governano la Palestina, si sentono gli eletti di Dio e investono l’ira di Dio contro i loro nemici. Ed è basandosi sui contenuti della Torah che Maometto ha scritto il Corano, dal quale emerge una visione antropomorfa di Dio e quella di un Dio degli eserciti, iroso, geloso, vendicativo e arbitrario. Un Dio che punisce e che perdona chi vuole, un Dio, per dirla manzonianamente, «che atterra e suscita, che affanna e che consola». Ed è a questi dettami che s’informano i soldati sterminatori dell’Isis, che si sentono legittimati a uccidere in nome di Dio.

E sempre a proposito di religioni, il mio pensiero va a papa Francesco, il quale ha dato una sferzata al candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, dicendo che non può essere cristiano «una persona che pensa di fare i muri e non fare ponti». Ovviamente Trump ha reagito come i tanti, semplici fedeli e vescovi o semplicemente conservatori, che si oppongono alle riforme di Francesco. Certo, non è facile cambiare dopo secoli, almeno dal primo concordato costantiniano tra Stato e Chiesa del 313, in cui il Vangelo, come scriveva don Ernesto Balducci, è stato letto dalla parte delle classi dominanti, e i cattolici sono stati abituati a una pratica religiosa rituale, intimista, al rapporto personale con Dio, a fare qualche elemosina ai poveri e scarsamente impegnati nell’alterità e nella comunità per creare un mondo più giusto, salvo eccezioni. E quelle eccezioni è composta da personaggi come Paul Tillich, Dietrich Bonhoeffer,  Leonardo Boff, Aldo Capitini, don primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Carlo  Molari a don Ernesto Balducci, Adriana Zarri, Giorgio La Pira, Simone Weil, don Andrea Gallo, don David Maria Turaldo, Gerard Lutte e potrei citarne ancora altri, che venivano tutti emarginati, trasferiti in zone disagiate e considerati in qualche modo eretici. Papa Francesco ha rotto anche un altro tabù, quale quello confessionale e teocratico, caratterizzato da una lunga storia di interferenze della chiesa cattolica nelle questioni riguardanti lo Stato, mostrandosi più laico dei teodem italiani e dei partiti.

FOTO3Matteo Renzi aveva cominciato bene nel prendere posizione per difendere la laicità della politica e l’autonomia delle istituzioni repubblicane dalle interferenze della Chiesa, proprio perché noi non siamo una teocrazia e non vogliamo esserlo, visto gli esempi offerti dalle teocrazie islamiche. Sembrava deciso a portare a casa la legge sulle unioni civili, colmando quel divario non solo con l’Europa ma con la stessa Costituzione europea e quella italiana. E per questo aveva detto che non avrebbe fatto ricorso alla fiducia, confidando in un’ampia maggioranza laica dell’assemblea. Dopo, sono cominciati una serie di errori, che evidenziano anche l’opinione che egli ha della democrazia. Il primo errore è stato l’ammissione del voto segreto che, mai, dovrebbe essere consentito in un’assemblea parlamentare, dove i nostri rappresentanti dovrebbero avere l’obbligo di esprimere il loro voto alla luce del sole e nel rispetto dei loro elettori; il secondo errore è stato di evitare la discussione aperta in parlamento, articolo per articolo, cosa che avrebbe impegnato meno della settimana che il governo si è preso per garantirsi, in trattativa privata, l’accordo con Alfano e Verdini, facendo dire al primo di avere bloccato “una rivoluzione antinatura”. È certo un fatto positivo che sia finalmente stata approvata una legge sui diritti civili delle coppie di fatto, omo ed etero. Tuttavia, il testo uscito dal Parlamento è un provvedimento azzoppato che, se sana alcune situazioni delle coppie di fatto, certo lascia ancora alcune discriminazioni e alle decisioni dei giudici l’affido dei bambini. Ci auguriamo che presto si faccia una legge organica sulle adozioni, la cui ultima legiferazione risale al 1983, nonostante le grandi trasformazioni avvenute negli ultimi trent’anni.

Dialoghi Mediterranei, n.18, marzo 2016

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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014).

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