di Salvatore Greco
Vi sono intellettuali del nostro tempo, che, non di rado, sono accomunati da uno strano destino, fatto di misconoscimento o anche di sottovalutazione, in tutto o in parte delle loro opere. È il caso, a tutt’oggi, anche di Giuseppe Fava, a proposito del quale, se scorriamo i contributi critici che lo riguardano come scrittore e autore di romanzi, argomento di cui ci si occuperà nel presente articolo, ci accorgiamo, senza alcun dubbio, che risultano esigui o comunque tali da non rendergli pienamente quei meriti, che ancora oggi, a distanza di più di quarant’anni dal barbaro omicidio di cui cadde vittima per mano mafiosa, appaiono, solo in parte, rispondenti alla varietà stessa della sua produzione letteraria e che, comunque, non sembrano sufficienti a favorirne una precisa collocazione nel composito panorama letterario del secondo Novecento italiano [1].
Eppure, lo scrittore di Palazzolo Acreide, ma catanese, per così dire di “elezione”, conosciuto e apprezzato, ben oltre i confini isolani, soprattutto (e giustamente) come modello del giornalismo cosiddetto d’inchiesta, è stato anche uno scrittore, oltre che drammaturgo, sceneggiatore, pittore, un intellettuale, insomma, che si potrebbe definire “a tutto tondo”, anche in ragione dell’ingegno versatile e multiforme che profuse in un’opera complessivamente così ricca e articolata e che abbraccia diversi generi [2].
Se chi scrive non può certo vantare particolari titoli nel volersi cimentare a tracciare un suo “ritratto” limitatamente alla sua produzione dei romanzi, né di natura, per così dire “accademica”, tantomeno legati ad una conoscenza diretta e personale dell’autore, che, in primis, per ragioni anagrafiche, non c’è stata, tuttavia sente di trovare e, in effetti trova nel Fava uomo, scrittore, intellettuale più di una ragione di “consonanza”, percependolo, per così dire, come figura “intima” e “familiare”. La sua, infatti, è un’eredità anzitutto culturale e politica in senso lato, di assoluta rilevanza, fatta di impegno civile e di ricerca di quelle verità spesso scomode o sottaciute. Un intellettuale, infatti, che dava fastidio ai potenti e che non aveva paura di denunciare apertamente il malaffare ovunque si annidasse: ecco, in estrema sintesi, chi è stato Giuseppe, “Pippo” Fava – e questo potrebbe bastare per spiegare la natura profonda di questa dichiarata “consonanza” – i cui cento anni dalla nascita rappresentano o meglio, dovrebbero rappresentare, un’occasione in più, se ce ne fosse bisogno, al di là di qualsiasi intento meramente “celebrativo”, per conoscerne, magari per gradi, l’opera tutta, a partire, come nel caso nostro, dal suo essere stato appunto anche un autore di romanzi e racconti.
Allo specifico letterario della sua narrativa, la critica, come si è accennato, ha dedicato, infatti, un’attenzione poco adeguata: basti pensare che è solo del 2002 un convegno di studi, organizzato dalla Facoltà di Lingue dell’Università degli Studi di Catania, sull’intellettuale palazzolese [3]. Prima di questa che rimane l’unica occasione, ad oggi, in cui il mondo accademico si è confrontato sulle specificità della sua produzione letteraria, la voce Giuseppe Fava non compariva in quasi nessun repertorio – come rilevò, nel convegno in questione, Nunzio Zago – ed era registrata soltanto nel Dizionario della letteratura italiana del Novecento, nella collana diretta da Asor Rosa; in quella stessa sede, il critico segnalava fra i pochi e brevi contributi, soltanto quelli di Salvatore Rossi o di Massimo Onofri [4].
Non molto diversamente da questi ultimi, Sebastiano Addamo dedicava alcune pagine ad un’analisi più approfondita dello stile dei romanzi di Fava, definendolo “scrittore di fatti” [che] «non ha preoccupazioni formali, non partecipando, per sua scelta, al discorso più squisitamente letterario» e, pertanto, lo collocava «al di qua della letteratura, per stare più dentro la bruciante realtà del giorno» [5]. Se sul piano della contestualizzazione del Fava scrittore rispetto ai movimenti letterari, Addamo coglieva, seppure “in negativo”, un aspetto che nello scrittore palazzolese appare evidente e cioè la non appartenenza a questa o a quella corrente letteraria, consapevolmente voluta e cercata, in quanto nella sua narrativa prevale la drammaticità della lotta per la sopravvivenza delle classi popolari, in un mondo di violenza e, quindi, l’urgenza del qui ed ora, appare un dato altrettanto manifesto che egli possa essere ricondotto alla grande tradizione letteraria siciliana, capace, però, di dialogare con autori e generi della letteratura europea e, segnatamente, del realismo ottocentesco [6].
In Fava risulta, infatti, centrale il rapporto con la Sicilia e non è un caso che anche per lui si ponga la questione della cosiddetta “sicilitudine”, quella particolare predisposizione dell’anima, ravvisata nella celebre definizione di Sciascia, che ha anzitutto radici storiche e che, diventando una condizione esistenziale, accomuna intellettuali siciliani appunto, che sono lontani tra loro nel tempo come il poeta siculo-arabo Ibn Hamdis, vissuto nel Duecento e Salvatore Quasimodo, che «hanno cantato la loro pena d’esilio con gli stessi accenti» [7] e ancora, per restare nella città “d’elezione” di Fava, Catania, due dei suoi letterati più illustri, Domenico Tempio e Federico De Roberto, che esprimono «con pienezza lo stile del narrare siciliano, intriso di riflessione saggistica», proprio come nel caso di Sciascia e dello stesso Fava [8]. Il tratto comune a quegli autori siciliani la cui opera è pervasa di “sicilitudine” è non soltanto il rapporto con l’“Isola” in quanto tale, ma anche l’elaborazione in chiave isolana della cultura europea: se non li si riconduce a questa dimensione, infatti, non si comprendono appieno Pirandello, che, non a caso, elabora aspetti fondamentali della sua poetica nel suo soggiorno a Berlino o lo stesso Quasimodo, per arrivare appunto a Fava, tutti intellettuali venuti dalla provincia, ma profondamente europei per humus culturale [9].
Del resto, per Fava abbiamo parlato di realismo ottocentesco e, quindi, quell’anelito alla giustizia sociale, che parte dall’analisi attenta e senza infingimenti di una realtà in cui l’ingiustizia e le diseguaglianze socio-economiche sono da secoli erette a sistema, avvicina senz’altro lo scrittore palazzolese ai vari Balzac e Tolstoi o anche a Zola [10]. Allo stesso modo di questi scrittori ottocenteschi, egli crea personaggi che non soltanto appaiono verosimili come individui, ma rappresentano anche in modo aderente alla realtà il loro status sociale e, con le loro vicende, le contraddizioni di una società comunque colta in un divenire pieno di conflitti. La società che fa da sfondo ai romanzi di Giuseppe Fava, infatti, rappresenta una realtà premoderna – come ha rilevato Pietro Barcellona – che fa pensare a Pasolini: il mondo descritto dallo scrittore di Palazzolo Acreide è un mondo di primitività, di violenza, di sfida proprio come il mondo arcaico di Pasolini che, com’è noto, nei suoi romanzi rappresenta le borgate della metropoli in preda ad un’espansione edilizia incontrollata e senza regole, piene di violenza e anche di promiscuità sessuale [11].
Basterebbe già questo – le “consonanze”, almeno sul piano tematico, con lo scrittore friulano – per dimostrare come Fava, pur non facilmente riconducibile come autore di questo o quel movimento letterario, sia comunque da considerarsi come un autore da rivalutare, per molti aspetti ancora da scoprire, senza dubbio da collocare, a pieno titolo, tra gli esponenti di maggiore rilievo della letteratura italiana del secondo Novecento. In lui convivono anche il simbolismo del “mondo offeso” descritto nel capolavoro di Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia (altra lettura che lo dovette, senz’altro, interessare, negli anni giovanili) e lo sguardo attento e di denuncia sociale che Carlo Levi aveva avuto nei confronti delle masse dei diseredati della Lucania, ai tempi del confino voluto dal Fascismo, in Cristo si è fermato a Eboli o ne Le parole sono pietre [12]. Precoce è, infatti, lo strumento della scrittura in Fava, risalendo agli anni della scuola e precede, quindi, gli esordi da cronista.
Il primo lavoro a essere pubblicato risale al 1947 [13], ma il suo primo volume di narrativa viene pubblicato nel 1969 con il titolo di Pagine [14]. Sono, però, le inchieste giornalistiche, negli anni ’60 e ’70, oltre ad una copiosa produzione di testi per il teatro (il genere, cui Fava attribuisce maggiore “presa” sul pubblico per veicolare più efficacemente il proprio messaggio di denuncia e giustizia sociale), che lo assorbono maggiormente e, di conseguenza, i tre romanzi usciranno tra il 1975 e il 1980 [15]. Nel volerne, pur sommariamente, ripercorrere temi, motivi e aspetti linguistici e stilistici e una volta delimitati, per così dire, gli ambiti e gli autori di riferimento, sembra lecito chiedersi quale sia la cifra della sua letteratura, cioè il segno inconfondibile della sua vena di narratore. Non si è lontani dal vero, con ogni probabilità, se si ritiene che la sua sia una scrittura “profetica” [16]: i suoi personaggi vivono senz’altro, come si è accennato, la condizione, spesso disperata, di sfruttati e diseredati, ma non per questo il mondo narrativo dello scrittore palazzolese è, come sosteneva Pietro Barcellona, chiamato ad «una sfida che si sa già persa in partenza» [17]. Altrimenti, difficilmente si potrebbe comprendere il furore “biblico” di Rossano il Profeta in Prima che vi uccidano, che, in primis, si rivolge, sprezzante, alle masse di contadini, minatori, disoccupati, nullatenenti, rinfacciando loro un’atavica rassegnazione alla miseria secolare, mentre si accalcano ai suoi comizi, e non risparmia neppure i notabili del paese (che sia Palma di Montechiaro, cittadina sulla quale torneremo, o qualsiasi altro paese della Sicilia, l’intento dell’autore, per bocca del misterioso personaggio, è comunque “universale” e “paradigmatico” e, quindi, volutamente non ravvisabile in un luogo definito) verso i quali l’invettiva, anch’essa dai forti accenti biblici, ma fondata su una realtà di miseria e squilibri sociali tangibile e realistica, pur aspra, lascia, tuttavia, aperta una possibilità, una speranza di un cambiamento possibile, a patto, però, e nella misura in cui siano i siciliani stessi, tanto i poveri, quanto i ricchi, a volerlo:
Così per mille anni! Così per mille anni! Poiché oramai tre forze dominano questo paese come tre demoni. La paura anzitutto. […]. E dopo la paura, l’ignoranza! Che è la vostra miseria più orribile…[…]. E infine, il denaro. […] [18].
Così per tanti anni…finché fatalmente arriverà il giorno dell’ira, e il cielo si straccerà come carta il sole sprofonderà nel sangue. E nessuna cosa potrà più resistere all’uragano, né i palazzi, né i templi, le chiese, le fortezze e si leveranno voci di feroce esultanza: caduta, caduta è Babilonia la grande, l’albergo dei demoni, la prigione degli spiriti immondi. I morti dovranno bruciarli con la calce in mezzo alla piazza. […] [19].
Voi! Voi! – gridò – voi che siete i padroni delle miniere, dei pascoli, delle chiese e delle foreste, aiutateli a non morire, perché anch’essi sono uomini, aiutateli a cercare la loro dignità perché anch’essi hanno anima umana. Aiutateli, prima che vi uccidano, poiché se essi saranno destinati a morire, la vostra morte sarà ancora più orribile […] [20].
Nell’uso insistito delle anafore e nello stile dal forte espressionismo biblico (dall’immagine del “dies irae” alla Babilonia, città del peccato per antonomasia, secondo la tradizione ebraica) è possibile cogliere quello che è uno degli aspetti del “profetismo” della scrittura in Fava; non sfugga, però, l’immagine del “sole [che] sprofonderà nel sangue”, un’immagine, quasi sempre a tinte fosche, che torna tanto in questo come negli altri romanzi e che è uno dei motivi ricorrenti, come acutamente ha rilevato Marzia Finocchiaro, nella grande letteratura siciliana cui si è fatto cenno. A Rossano, personaggio secondario nel romanzo, volutamente circondato da un alone di mistero, ma dai contorni e dai tratti fisici, morali, ideologici ben definiti, descritto, per certi aspetti, anche secondo un taglio drammaturgico, Giuseppe Fava è come se volesse affidare la sua voce, non solo di scrittore, ma anche di cronista, intellettuale “a tutto tondo”: l’ultima parola non è l’inevitabile sconfitta, bensì, appunto, la speranza, che caratterizza, fino all’ultimo, tutta la vita dell’intellettuale palazzolese. Un valore in cui credere e per cui lottare, parola chiave con la quale egli significativamente chiude le due raccolte delle inchieste e cioè Processo alla Sicilia e I Siciliani e che torna, nel suo ultimo intervento pubblico al Cine-teatro “King” della sua Palazzolo Acreide, nel dicembre 1983, quando si rivolge ai giovani di un istituto scolastico locale e che, a distanza di tanti anni, continua ad avere, ancora oggi, tutta l’importanza di un appello-testamento da realizzare nella vita di ciascuno:
[…] E allora, se le civiltà non sono trascorse invano, se tutto quello che è accaduto negli ultimi cento anni non è accaduto inutilmente, se la cultura ha un valore, se il senso della libertà corrisponde veramente al senso della dignità dell’uomo, allora voi dovete lottare, voi dovete lottare uscendo già oggi da questo teatro per andare in mezzo alla strada. Lottare, non gridando soltanto con i cortei, con le manifestazioni, ma cercando di essere ‘umani’ con intatta la vostra dignità. Senza prostituirvi a nessuno, cercando di decidere liberamente nelle vostre scelte politiche, cercando di mandare in Parlamento o nei posti di potere, persone sulla cui onestà e sensibilità umana voi potete essere assolutamente certi [21].
Rossano, in definitiva e in una maniera davvero singolare, prefigura il suo autore fino alla tragica fine, che tocca, inopinatamente, tanto il personaggio quanto lo stesso Fava e dimostra, ancora una volta di più, come si è detto, quell’ “osmosi” strettissima tra le inchieste del cronista, raccolte nei due volumi citati e la scrittura dei romanzi. Rossano, Michele Passanisi e la banda di cui entra a far parte, per procurarsi i soldi necessari per avere il passaporto indispensabile all’espatrio, Stellina la donna che ama ricambiato, “eroina tragica”, si potrebbe dire, anche nel senso classico del termine, per il finale di Prima che vi uccidano che la riguarda in prima persona, le moltitudini dei contadini, dei cavatori di pietre, dei minatori, la folla stessa che segue come “ipnotizzata” “il Profeta” hanno come sfondo un’epoca storica ben precisa, il secondo dopoguerra, in particolare vi si ravvisano gli anni 1947-1948, in uno spazio che è la Sicilia del latifondo e delle zolfare o dei campi coltivati, a perdita d’occhio ad agrumi o a ulivi, scossa da un lato dalle agitazioni sindacali e dalla repressione propria dei “comitati d’affari” latifondistico-mafiosi, dall’altro dalle tentazioni del separatismo e dall’emigrazione.
Questa è la dimensione spazio-temporale che fa di Prima che vi uccidano, come giustamente è stato osservato, un “romanzo ‘popolare’”, nel quale, non a caso, il gusto delle situazioni estreme è mutuato dal repertorio della cultura popolare come anche il linguaggio. La chiave di lettura non è, però, quella del romanzo realista, bensì la metafora, l’apologo, l’interpretazione simbolica di fatti, situazioni, vicende dove domina la violenza, spesso cieca, che tendono ad assumere un valore universale: si direbbe la Sicilia come metafora, elemento questo che, ancora una volta e a più forte ragione, riconduce lo scrittore nell’alveo della grande tradizione letteraria siciliana e, non secondariamente, italiana. A proposito della Sicilia come metafora, sono i titoli stessi dei capitoli, significativamente, rintracciabili anche nelle raccolte delle inchieste Processo alla Sicilia e I Siciliani – La felicità, La violenza, Il piacere, L’angoscia, Il sole nero, Il dolore – a rimandare a questa chiave di lettura della metafora e dell’apologo.
A ulteriore riprova dei rimandi intertestuali tra i reportage e la finzione letteraria, l’inchiesta su Palma di Montechiaro, che si può leggere in Processo alla Sicilia [22]: fa da sfondo agli altri due romanzi cui si accennerà, secondo l’ordine cronologico di uscita delle rispettive prime edizioni. La cittadina dell’agrigentino diventa, infatti, per Fava l’emblema dell’arretratezza socio-economica di intere parti della Sicilia e della colpevole inadeguatezza della sua classe dirigente, spesso, collusa, nelle perverse logiche di spartizione del potere, con la mafia tanto a livello locale quanto ad un livello più alto, venendo a intaccare anche le istituzioni nazionali. Così troviamo descrizioni puntuali e precise, sempre funzionali all’intreccio narrativo, del quartiere Fiumara in Gente di rispetto come anche l’avantesto in Passione di Michele è modellato sull’inchiesta relativa appunto a Palma di Montechiaro e presenta anche, come osserva puntualmente Nunzio Zago, dei “pigmenti letterari” che lo avvicinano ad una descrizione di Vitaliano Brancati [23].
Questo è uno degli esempi di come, nella narrativa di Fava, ad una varietà di generi si accompagna un’evidente e ben strutturata compattezza dei temi trattati, da cui scaturisce, nelle sue opere, non solo quelle letterarie, come si è accennato, un unico grande mosaico. Questa visione “sistemica” e interrelata è data dall’unitarietà dei motivi e dei temi delle diverse opere e la ripresa, appunto, come nel caso emblematico citato, di luoghi, situazioni, persone e personaggi, caratteri, che compongono, nel complesso, un’immagine modellata sulla Sicilia reale, ma che, come si è visto e si dirà ancora più avanti, ha anche delle valenze simboliche. Gente di rispetto, diversamente dal precedente romanzo, appartiene al genere giallo, non però quello “di consumo”, ma quello più “nobile”, che fa pensare a Gadda e a Sciascia, autori che avevano visto, in questo genere letterario, la possibilità di una parabola morale o anche metafisica, caratterizzandosi anche per il loro essere senza una soluzione: queste sono, appunto, caratteristiche presenti anche nel romanzo di Fava [24]. La protagonista, Elena Vizzini, è una maestra elementare spedita in un non meglio precisato e sperduto paese dell’entroterra siciliano, Montenero Valdemone, una giovane donna “un po’ sfrontata”, secondo la madre, ma in realtà, risulta esserlo per certi suoi pensieri o per la relazione intensamente passionale con il collega Michele Belcore, originario del paese.
Nella trasposizione cinematografica, la protagonista non è siciliana come nel romanzo che Fava avrebbe voluto intitolare La maestra e il diavolo, ma viene dal nord Italia, una forzatura per l’autore, perché, a suo dire, il volerla originaria del nord appunto – un po’ come il capitano Bellodi nel romanzo di Sciascia Il giorno della civetta – dimostrerebbe, una volta di più, una forma di pregiudizio nei confronti dei siciliani che, secondo questa visione, non sarebbero in grado di agire per cambiare la realtà. Trovatasi al centro di una serie inspiegabile di delitti, la maestra diventa, suo malgrado e all’inizio inconsapevolmente, la leader dei poveri e degli emarginati del quartiere Fiumara in cui manca tutto, dalle strade alla rete fognaria, all’acquedotto, ma quando arriva da Roma la notizia dell’approvazione della legge speciale per la quale si era battuta, realizza di essere stata strumentalizzata: dei progetti previsti per la realizzazione di opere pubbliche indispensabili viene, infatti, finanziata soltanto quella relativa alla costruzione di una strada per giungere al mare, che favorirà soltanto l’abusivismo edilizio. Ecco la natura del piano, un piano “diabolico”, che sta dietro all’intreccio: in questo può leggersi anche il significato o una parte dei significati del titolo che Fava aveva previsto per l’opera, non un romanzo che parla di mafia, a differenza del film di Luigi Zampa, che sfrutta, in tutta evidenza, il genere, appunto, all’epoca molto in voga, e i relativi stereotipi su “Cosa Nostra” e la Sicilia [25].
L’epilogo, che è modulato sul classico schema del finale aperto, nell’esplicita, forse anche compiaciuta citazione dell’ “addio” a Trezza di ‘Ntoni Malavoglia, ovvero il celebre finale de I Malavoglia, mentre nel romanzo verghiano rappresenta l’ “addio al mondo premoderno” da parte del personaggio, nel caso della protagonista del romanzo faviano, il finale aperto dimostrerebbe anche l’apertura alla speranza, anche in questo caso, modellato non sullo scetticismo tipico dei gialli alla Sciascia, tantomeno sulla visione disincantata della Sicilia “irredimibile” tipica di Tomasi di Lampedusa, ma su di uno squarcio dell’irrisolto, in una realtà, quella di Montenero Valdemone, assurda, insensata, irrazionale, di fronte alla quale Elena potrebbe, anche nella frazione di venti secondi, decidere di non prendere quel treno e tornare quindi in paese:
Sentì la tromba della corriera che risaliva lentamente il breve rettifilo e ricordò la frase finale dei Malavoglia: “Ora sarebbe tempo d’andarmene, prima che arrivi qualcuno. Ma il primo di tutti a cominciare la sua giornata è stato l’assassino!” Aveva ancora venti secondi per decidere…[26]
Rossano, un “Profeta” non meglio identificato, Elena, una maestra sono i protagonisti della speranza, i “profeti” del cambiamento possibile, che è affidato, però, solo sulla volontà di presa di coscienza e, quindi, di azione dei Siciliani: anche in Elena, insomma, appare possibile intravedere l’“orizzonte profetico” del Fava uomo, cronista e intellettuale, trasferito nella finzione letteraria. Nel terzo e ultimo romanzo in ordine di pubblicazione, Passione di Michele, la parabola del giovane emigrante costretto a lasciare Palma di Montechiaro, evocata in modo esplicito, come si è detto, nell’incipit, per aiutare la famiglia a ripianare un debito contratto per l’acquisto di una proprietà fondiaria, sembra prevalere più l’urgenza della sceneggiatura – questa precede, infatti, la stesura del romanzo che vi si ispira – che l’autonomo sviluppo dell’intreccio. Eppure, a ben vedere, gli accenti lirici e, soprattutto, simbolici a forte impronta psicologica, che secondo i lettori più attenti dell’opera complessiva di Fava, accomunano il suo allo stile zoliano o balzachiano, non mancano neppure nel romanzo in questione. Basti citare, a titolo di esempio, la lunga sequenza del viaggio in treno dalla Sicilia, che ricorda, in qualche modo, anche un altro viaggio, in questo caso, di ritorno in Sicilia dal continente da parte del protagonista di Conversazione in Sicilia e, ancora ad una chiave interpretativa di carattere simbolico, si presta la scena centrale del capitolo “Il canto della cicala” [27]; nel quale il protagonista, in preda alla febbre alta, da tre giorni, seduto, di notte, sulla balaustra del centro di Wolfsburg, immersa nella neve, è più che mai sopraffatto dalla nostalgia del proprio paese e gli pare di sentire, appunto, il canto della cicala, un suono che, a Montechiaro, in piena estate, non si sa bene da dove provenisse, mentre nella campagna «non c’era che il sole deserto». Ecco, quest’ultima immagine è qualcosa che simboleggia la sua estrema solitudine e, in qualche modo, prefigura la tragedia che di lì a poco si consumerà:
In quel momento di quella notte, nel centro deserto di Wolfsburg, Michele cominciò a sentire dentro il suo cervello una cosa che non esisteva: il canto di una cicala. Come nelle campagne di Montechiaro, quando, improvvisamente, nell’ora nona, cominciava il canto della cicala e non si sapeva dove fosse, in mezzo alle stoppie dei campi o fra le spoglie degli ulivi e nella campagna non c’era che il sole deserto.
La cicala come “segno di vita” impossibile nella solitudine di un ambiente algido appunto come la neve e come i risvolti del finale del romanzo – Michele Passanisi (stesso nome del protagonista di Prima che vi uccidano, scelta non casuale dell’autore) subirà un processo, che fa da pendant a quello a carico di Stellina nel precedente romanzo – e come il senso della sua permanenza in terra straniera che, al di là dei falsi miti di progresso della fabbrica, riproduce le disuguaglianze della terra di origine (segno ulteriore che per Fava la Sicilia è spesso una metafora e comunque un pretesto per enunciare, o meglio denunciare, verità universali). Infine, a proposito della capacità di introspezione del narratore (onnisciente come in tutti i romanzi), il protagonista, in un’ottica che è quella dello “straniamento” e, solo in questa dimensione, può rivivere, seppure incidentalmente, quella sorta di “paradiso perduto” degli affetti familiari. In Fava, quindi, questo aspetto del simbolismo del sole e del contrasto luce/ombra, che ricorre anche negli altri romanzi, diventa un ulteriore “carattere” che lo accomuna ad altri scrittori siciliani e, quindi, alla narrativa siciliana, da Martoglio (“lu nostru suli è tanto avari di luci”) a Quasimodo (“Ognuno è solo sul cuore della terra/trafitto da un raggio di sole/ed è subito sera”) [28], solo per citarne alcuni.
Del resto, la contrapposizione luce/ombra e, quindi, tra solarità e cupa tragedia sembrano insomma volere caratterizzare la Sicilia nell’immaginario narrativo di poeti e scrittori isolani. Solarità e cupa tragedia si sovrappongono, appunto, anche in Fava: «il sole e l’ombra che correvano dentro secondo la direzione del vento», in mezzo alla campagna, negli occhi di Michele Passanisi, protagonista di Prima che vi uccidano; e ancora per rimanere su questo romanzo, altre due immagini: il sole è «piccolo e bianco come una moneta», quando crolla una cava di zolfo, ed è l’unica cosa che si vede, in mezzo alla polvere che ne scaturisce e ai cadaveri dei poveri minatori. Rossano, nell’ardore profetico, sul quale ci si è soffermati, annuncia, in quell’invettiva rivolta ai notabili del paese, che un giorno il sole «diventerà nero come un sacco di pelo» [29]. Sono soltanto alcuni esempi di uno stile che si serve di una struttura linguistica alquanto varia e che rispecchia i diversi contesti e i rispettivi personaggi, non di rado, rappresentati o descritti secondo l’ottica del Fava drammaturgo – si passa così dal registro che, come si è accennato, è quello del narratore onnisciente a quello del linguaggio giuridico, ben conosciuto da Fava, a partire dalla sua formazione giuridica appunto (si veda tanto il finale di Prima che vi uccidano quanto quello di Passione di Michele, che, come si è rilevato, terminano in un’aula di tribunale, sfondo anche di molte delle opere teatrali), fino ad arrivare all’ “espressionismo dialettale” (per esempio, nell’uso del vezzeggiativo in alcuni nomi, “Ciuzza”, “Annuzza”, “Tanuzzu”, “Santuzza” o nelle espressioni di saluto “Voscenza benedica!”, “Salutiamo!”, “Baciolemani!” e ancora la tipica collocazione del verbo alla fine o l’uso del passato remoto al posto del passato prossimo) e, infine, all’abile immedesimarsi, anche sul piano lessicale, nelle espressioni tipiche del linguaggio settoriale dei minatori o dei contadini [30].
L’universo di Giuseppe Fava risulta, quindi, composito e variamente articolato anche nelle opere letterarie, che sono, come si è osservato, spesso correlate con le inchieste giornalistiche: le une e le altre come tutta l’opera complessiva, che è diversificata e poliedrica, spaziando per diversi generi e linguaggi, hanno un comune orizzonte: la speranza del riscatto, a partire dalla presa di coscienza di una realtà pervasa dalla violenza e dall’ingiustizia sociale, spesso ataviche, ma non per questo immutabili, a patto, però, che si agisca qui e ora e senza tentennamenti.
A cento anni dalla nascita e a oltre quarant’anni da quell’infausto 5 gennaio 1984, si può a buon diritto ritenere che tra i vari suoi insegnamenti e le tante testimonianze di verità, come si è detto, spesso scomode, sia questa l’eredità più importante e duratura dell’intellettuale palazzolese.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Lo scarso rilievo dato alle opere letterarie si deve, secondo G. D. Di Mauro, anzitutto, alla necessità, dopo la morte, di dare massimo risalto, invece, all’attività di Fava come giornalista, per farla riconoscere come movente dell’omicidio e alla sua estraneità al dibattito teorico-letterario oltre che alla sua posizione considerata di secondo piano tra gli scrittori siciliani. (Cfr. G. D. Di Mauro, La lotta per il cambiamento: la sicilitudine nella narrativa di Giuseppe Fava, 25 febbraio 2025, httpps://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Fava/T_Fava4.html (ultima consultazione: 16 ottobre 2025).
[2] Per un profilo di Giuseppe Fava, si veda R. Cannavò, Pippo Fava. Cronaca di un uomo libero, CUECM, Catania 1990; si vedano anche Francesco M. Biscione, FAVA, Giuseppe (ad vocem), Dizionario Bibliografico degli Italiani, Vol. 45 (1995), httpps://www.treccani.it (ultima consultazione: 21 ottobre 2025), nonché il sito della Fondazione Giuseppe Fava, istituita per divulgare l’opera dell’intellettuale di Palazzolo Acreide (Sr), httpps://www.fondazionefava.it (ultima consultazione: 21 ottobre 2025).
[3] Il convegno dal titolo La maestra e il diavolo, organizzato dalla Facoltà di Lingue e Letterature straniere moderne dell’Università degli Studi di Catania, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Fava e IMES SICILIA, si tenne il 13 maggio 2002 presso l’ex Monastero dei Benedettini, oggi sede dell’Università.
[4] Cfr. N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo. Atti della giornata di studi dedicata a Giuseppe Fava, a cura di M. Finocchiaro, Agorà, La Spezia, s.d. [2002]: 33-34. Per quanto riguarda i critici ivi citati e altri che si sono occupati dell’argomento, cfr. A. Asor Rosa, Dizionario della letteratura italiana del Novecento, diretto da A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1992; S. Rossi, in Aa.Vv., Novecento siciliano, Tifeo, Catania 1986; M. Onofri, Tutti a cena da don Mariano, Bompiani, Milano 1995.
[5] S. Addamo, La cronaca come letteratura, in “I Siciliani”, anno II, n°12, gennaio 1984:.47-51, raccolto in Oltre le figure, Sellerio, Palermo 1989, dalla cui p.131 qui si cita.
[6] Cfr. N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo, op. cit.: 36.
[7] Cfr. L. Sciascia, Sicilia e sicilitudine, in ibidem, La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Adelphi, Milano 1991: 17-18. Si veda anche P. Barcellona (intervista a cura di E. De Cristofaro), La sicilitudine e lo scrittore, in La maestra e il diavolo, op. cit.:23 e ss., nel quale il filosofo discute del rapporto tra Fava e la sicilitudine.
[8] Cfr. M. Finocchiaro, L’orizzonte narrativo siciliano in “Prima che vi uccidano”, in La maestra e il diavolo, op. cit.: 132 e ss. Si veda anche G.D.Di Mauro, La lotta per il cambiamento: la sicilitudine nella narrativa di Giuseppe Fava, cit.
[9] Cfr. M. Finocchiaro, L’orizzonte narrativo siciliano in “Prima che vi uccidano”, in La maestra e il diavolo, op. cit.:132-133.
[10] Cfr. Cfr. N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo, op. cit.:.38. Si veda anche G. D Di Mauro, Dal reale al vero, fra tradizione e innovazione: la letteratura secondo Fava, in La cultura e il diavolo. L’arte di Giuseppe Fava tra impegno civile, politico e intellettuale, op. cit.: 35-37.
[11] Cfr. P. Barcellona (intervista a cura di E. De Cristofaro), La sicilitudine e lo scrittore, in La maestra e il diavolo, op. cit.: 24.
[12] Cfr. A. Gerbino, Di Fava: l’acre colore delle parole, in P. Randazzo (a cura di), La passione del comprendere. Arte, politica e teatro di Giuseppe Fava, Mimesis, Milano 2023: 105-106.
[13] L’esordio narrativo di Fava avvenne come rileva G. D. Di Mauro nel 1947 sul quotidiano “La Sicilia”, con il racconto L’innocente. (Cfr. G. D. Di Mauro, Dal reale al vero, fra tradizione e innovazione: la letteratura secondo Fava, in La cultura e il diavolo. L’arte di Giuseppe Fava tra impegno civile, politico e intellettuale (a cura di V. U. Vicari), catalogo della mostra in occasione del centenario della nascita 15 settembre 1925-15 settembre 2025, Catania, GAM (15 settembre 2025-6 gennaio 2026), Fondazione Giuseppe Fava: 34.
[14] Cfr. G. Fava, Pagine, ITES, Catania 1969. Ringrazio l’amico Nello Gibilisco per avermi messo a disposizione l’opera nella sua prima edizione.
[15] G. Fava, La maestra e il diavolo (a cura di G.M. Andreozzi), Navarra ed., Palermo 2024 [1^ed. “Gente di rispetto”, Bompiani, Milano 1975]; Id., Prima che vi uccidano, Bompiani, Milano 1976; Id., Passione di Michele, Cappelli, 1980. Postumo è stato pubblicato dalla Fondazione Fava il racconto La ragazza di luglio, Il girasole, 1993.
[16] Anche Giuseppe Rovella, filosofo e scrittore, nativo di Palazzolo Acreide e quasi coetaneo di Fava, parlò di “profetismo” a proposito del suo concittadino di cui traccia un ritratto amabile e partecipato: “Fuggevolezza, drammaticità, terrore del diluvio: ecco Fava. Una coscienza direi semitica, quella di Giuseppe Fava: per il profetismo, il senso del tragico, del mutevole; forse anche per il senso del castigo”. (Cfr. G. Rovella, Alessandro Italia, Antonino Uccello, Giuseppe Fava quali io li vidi, in Aa.Vv., “Studi Acrensi” II (1984-1995), Istituto Studi Acrensi, Palazzolo Acreide, s.d.: 30.
[17] Cfr. Cfr. P. Barcellona (intervista a cura di E. De Cristofaro), La sicilitudine e lo scrittore, in La maestra e il diavolo, op. cit.: 26.
[18] G. Fava, Prima che vi uccidano, cit.: 288.
[19] Id., Prima che vi uccidano, cit.: 288-289.
[20] Id., Prima che vi uccidano, cit.: 289.
[21] Citato in G. M. Andreozzi, Un’eredità culturale e civile: l’Archivio di Giuseppe Fava, in La cultura e il diavolo. L’arte di Giuseppe Fava tra impegno civile, politico e intellettuale, cit.: 54.
[22] G. Fava, Processo alla Sicilia, ITES, Catania 1967.
[23] Cfr. N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo, op. cit.:.35 n3.
[24] [24] Cfr. N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo, op.cit.: 38 e ss.
[25] Cfr. G. D. Di Mauro, Il titolo come chiave ermeneutica. La maestra e il diavolo di Giuseppe Fava, “Il Pequod”, V, 9, giugno 2024: 55-63.
[26] G. Fava, La maestra e il diavolo, cit.: 275. In questa nuova edizione di Gente di rispetto, si trova anche un’appendice di documenti inediti compresa l’intervento di Fava sul titolo della prima edizione del romanzo che, come si è detto, accettò malvolentieri dall’editore.
[27] G. Fava, Passione di Michele, Mesogea, Messina 2009:160 e ss. La citazione del brano è attinta dalla medesima edizione.
[28] Citato in M. Finocchiaro, L’orizzonte narrativo siciliano in “Prima che vi uccidano”, op. cit.:135 e ss.
[29] G. Fava, Prima che vi uccidano, cit.: 288.
[30] Citato in M. Finocchiaro, L’orizzonte narrativo siciliano in “Prima che vi uccidano”, op. cit.: 153 e ss.
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Salvatore Greco, originario di Palazzolo Acreide, vive a Siracusa dove insegna Discipline letterarie e latino nei licei. Si è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Catania, nel 1998, dove ha conseguito, nel 2011, anche la laurea specialistica in Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche. Tra le sue monografie: Santa Lucia. Tradizioni brembane e siracusane, Ferrari edizioni, Clusone 2005 (in collaborazione con Diego Gimondi), L’ Ermenegildo. Una tragedia inedita di Giuseppe D’Albergo, Mediterranea edizioni, Siracusa 2007 (in collaborazione con Luigi Amato), L’ascesa dei notabili. Politica e società a Palazzolo Acreide nell’Ottocento borbonico, Pungitopo, Gioiosa Marea 2016.
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