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Dall’antica Roma l’invito all’Occidente: conoscere gli altri per conoscere se stessi

9788843077762   di Virginia Lima

In questi ultimi mesi le pagine dei quotidiani, gli interventi pubblici di politici e giornalisti, i discorsi della gente per strada, sui treni, sulla metro hanno come argomento gli attacchi in Siria, in Francia, in Tunisia, in California, ma anche il pericolo di una guerra di religione o di cultura, i rischi nell’accogliere potenziali terroristi, e, dunque, la diffidenza spesso trasformata in odio nei confronti, non dimentichiamoci, di una delle tre principali religioni monoteiste. È soprattutto in momenti come questi, di fronte alla violenza e alla minaccia del nemico, che si mette in dubbio l’utilità degli studi classici, negandone il valore e la stessa esistenza futura.

Non è la prima volta che nel trattare tematiche presentate da Maurizio Bettini, indiscusso esperto del mondo classico, ci interroghiamo sulla validità e finalità dei saperi umanistici. Così  meno di un anno fa,  in Elogio del politeismo (Il Mulino, 2014) lo studioso, attraverso il metodo antropologico per antonomasia, quello della comparazione, invitava il lettore a riflettere su ciò che l’Occidente potrebbe imparare dalle religioni politeistiche. E sempre un anno fa, all’indomani dell’uscita del sopracitato libro, un attacco alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo sconvolgeva Parigi e l’Occidente intero, facendo emergere le paure, le diffidenze, l’intolleranza sopita di noi tutti. Per uno strano scherzo del destino, ancora una volta, a distanza di due mesi dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro saggistico dell’ antropologo, Dèi e uomini nella città. Antropologia, religione e cultura nella Roma antica (Carocci, 2015), si staglia sullo sfondo una Parigi accasciata, ferita, deturpata e, ancora una volta, ci si domanda qual è il nesso tra l’antropologia e in particolare quella del mondo antico e le dinamiche contemporanee.

Attualizzare elementi culturali delle società antiche non è mai, infatti, operazione semplice e scontata, anzi spesso può risultare una forzatura, ma lo studioso ha la capacità di riuscirci con una facilità quasi disarmante e con una chiarezza espressiva che purtroppo non sempre si associa ai testi accademici. Nel volume appena pubblicato, l’antropologo riesce ad organizzare un viaggio nel tempo tra quegli aspetti della cultura latina che sono lontani dai libri di scuola e dai discorsi scientifici e lo fa attraverso una raccolta di saggi da cui emerge una Roma diversa da quella a cui siamo stati sempre abituati. Ancora una volta Bettini tende a contrastare il pericolo di una marginalità degli studi classici aprendo nuove prospettive per il pensiero, soprattutto quello occidentale.

L’interesse per un’alterità lontana nello spazio cronologico è, infatti, un modo per incentivare la curiosità intellettuale, un metodo per ripensare e mettere in discussione i propri valori e quelle che riteniamo indiscutibili certezze. Al di là degli argomenti è la forza sociale delle discipline antropologiche che si afferma. Bettini, mentre guida il lettore a decentrare lo sguardo sulla realtà, lo stimola a interrogarsi sulle modalità attuative delle varie categorie culturali. Egli sostiene che è possibile ripercorrere e interrogarsi sulle nostre abitudini attraverso la «constatazione della stranezza» ovvero degli aspetti più insoliti di una cultura: «la stranezza, insomma, suscita o presuppone inevitabilmente la domanda comparativa. Se mi chiedo “perché lo fanno?” sono già sulla buona strada per chiedermi anche “perché noi non lo facciamo?” o “perché altri non lo fanno?”».

Quaroni, La fondazione di Roma, affresco, 1939-49

Quaroni, La fondazione di Roma, affresco, 1939-49

Il comparativismo di stampo geertziano, che mira a individuare le differenze, ancora una volta, dunque, è quella chiave utile, anzi indispensabile non solo per comprendere l’alterità, sia essa lontana nel tempo o nello spazio, ma anche per comprendere la propria essenza, il proprio modo di stare al mondo e di decifrare la realtà. Ecco perché l’antropologo sceglie alcuni degli aspetti meno conosciuti e più singolari del mondo culturale dell’antica Roma: la strana assenza di una cosmogonia, il lato ridicolo e la rappresentazione del doppio del funerale gentilizio, l’estrema semplicità e umiltà del dio Lar, il bizzarro legame etimologico tra auctoritas e accrescere e, infine, l’inaspettata condizione di non nati degli individui venuti al mondo tramite quello che comunemente definiamo parto cesareo. Sullo sfondo c’è sempre un dialogo continuo tra antropologia, filologia, storia, arte e linguistica, una traduzione interdisciplinare che si accompagna ad esempi testuali.

Così il primo saggio si apre con un’assenza clamorosa per chi guarda con gli occhi viziati da un’ ingombrante eredità creazionista: i Romani pare non abbiano avuto dei miti sull’origine del mondo, dell’uomo o degli dèi. Non una cosmogonia, non una teogonia, era per loro importante quanto la fondazione della città e di conseguenza della società. Ecco la straordinarietà di questo popolo: «gli inizi degli uomini romani, per come loro appaiono pensarli, sembrano corrispondere dunque a un passaggio di tipo civico. È la creazione della città che ha il potere di marcare l’inizio per un popolo che non ne vantava altri».

A differenza dei popoli moderni e di come spesso siamo abituati a pensare la nostra identità in termini di univocità, i Romani erano consapevoli e orgogliosi di un’identità plurima che, anzi, costituiva la loro grandezza: «I Romani insomma identificavano se stessi come l’ultimo anello di una catena lunga, si sentivano un popolo che nasce da altri popoli e si mescola con altri popoli». In altre parole – ci dice lo studioso – l’atto di inizio della società romana si identifica in tutto e per tutto con la fondazione della città e ciò vale tanto per le donne, che si inseriscono nel tessuto sociale a partire dal famoso ratto delle Sabine, quanto per le divinità. Come ci ricorda l’antropologo in diversi suoi lavori, è la cittadinanza quindi che costituisce l’elemento identitario dell’uomo e della donna romana, e da qui deriva la straordinaria apertura di una società così tanto distante dall’uomo contemporaneo, il quale oggi rivendica – e ancora con più forza dopo gli ultimi eventi tragici – un’appartenenza univoca alla cristianità o meglio ad alcuni non ben precisati valori che in maniera del tutto discutibile vengono identificati con, appunto, la cristianità.

J.L. David, Il ratto delle Sabine, 1799

J.L. David, Il ratto delle Sabine, 1799

Se nel passato il popolo romano legittima gli inizi del proprio mondo sociale attraverso la cornice civica, oggi alcuni movimenti o partiti politici contemporanei tendono proprio a negare la cittadinanza come valore identitario con un preciso fine di esclusione. Basti pensare al successo nel primo turno delle regionali francesi de Le Front National di Marine le Pen, che ha fatto proprio della xenofobia un valore a cui aggrapparsi in difesa della ricchezza e identità gallica in seguito ai tragici eventi di Parigi; o al candidato repubblicano Donald Trump che ha da poco proposto la chiusura delle frontiere a tutti i musulmani dimenticando che proprio come i Romani anche gli statunitensi sono il frutto di una mescolanza di popoli.

Figlia della modalità interpretativa di cittadinanza è l’apertura religiosa di quel politeismo già esaltato – come ricordato precedentemente – nelle opere precedenti. Infatti, il primo saggio della raccolta sembra quasi configurarsi come un’appendice del testo Elogio del politeismo: se qui infatti l’antropologo spiega cosa l’Occidente possa effettivamente imparare dallo studio delle religioni politeistiche, la recente pubblicazione si addentra nel concetto della interpretatio inteso come meccanismo funzionante «non solo nei confronti degli dèì di popoli diversi, in proiezione cioè verso l’esterno, ma anche all’interno del proprio pantheon» mediante «la messa in valore di alcune caratteristiche proprie di ciascuna divinità tramite cui costruire interferenze che producono di volta in volta l’identificazione con un’altra divinità».

Non si tratta solo di un cambiamento del nome al dio,  come del resto dimostra il riconoscimento delle divinità venute da fuori, ad esempio la Magna Mater. Non si tratta semplicemente di traducibilità, ma di «produrre interpretazioni degli déi degli altri, congetture, inferenze che possono dare risultati di volta in volta diversi a seconda dei punti di vista o del contesto in cui le si fa». Allora, l’accento bisogna metterlo per lo studioso proprio sull’atto di conoscere:  «c’è un momento in cui “si viene a sapere” di una certa divinità e se ne imparano a conoscere le caratteristiche, dopo di che (se lo si ritiene opportuno) se ne sancisce anche ufficialmente il culto». In altri termini, le divinità altrui possono essere riconosciute o attraverso una congettura, o attraverso un’identificazione. Così, alcune di esse saranno ammesse nel pantheon, altre saranno rispettate, ma non incluse nel proprio patrimonio religioso, ma tutte passano attraverso l’atto del conoscere.

Allora, alla luce dei recenti fatti di cronaca e dei vari discorsi spesso infarciti di qualunquismo e ideologie dell’odio, sarebbe da domandarci quanto effettivamente noi conosciamo non solo delle altre religioni, ma anche della nostra; quanto conosciamo di quella religione cristiana che consideriamo fondante della nostra società senza tenere conto che essa per esempio si pone inevitabilmente in contrasto con la religione del capitalismo e con quel consumismo che soprattutto in questo periodo dell’anno tende a confondersi ciecamente con il sentimento religioso. Sembrerebbe quasi che l’uomo occidentale si riconosca cristiano/cattolico non tanto per un sincero sentimento quanto per una meccanica opposizione ad un’alterità sconosciuta che indistintamente identifichiamo malvagia e violenta. La riflessione dello studioso ci spinge dunque ad adottare una metodologia con cui riflettere su quello che realmente conosciamo non solo sugli altri, ma prima e soprattutto su noi stessi.

Lar di bronzo, Museo Nazionale Archeologico di Spagna,Madrid

Lar di bronzo, Museo Nazionale Archeologico di Spagna, Madrid

L’attenzione per lo stravagante dell’alterità se da un lato ha l’effetto di scoprire quei vuoti o meglio quelle assenze culturali nella società di chi osserva, dall’altro possiede la capacità di suscitare una sana curiosità che non deve essere tuttavia concepita come una ricerca fine a se stessa del bizzarro e del meraviglioso, in linea con il gusto barocco, ma deve essere al contrario il punto di partenza per una seria riflessione culturale, sociale e di conseguenza politica. È questa la lezione che ancora una volta ci consegnano i Romani attraverso il viaggio affascinante quanto insolito proposto da Maurizio Bettini. E allora, non stupisce la concezione che gli antichi Latini avevano di una divinità in particolare, il Lar. Si tratta della divinità che fa parte della famiglia e che appartiene tanto al padrone quanto allo schiavo, il quale è membro integrante della familias romana. Si conferma, dunque, che siamo in presenza di un elemento inclusivo: «il Lar non è un dio importato nel focolare dagli schiavi, ma semplicemente qualcuno che, all’interno della familia, rappresenta i tratti che uniscono, non quelli che dividono». Non si tratta semplicemente di un dio che è vicino agli schiavi o agli umili, ma è un dio che non bada alle differenze ed è proprio per tale ragione che nell’iconografia è rappresentato mediante una semplice veste, ovvero la tunica, ed è associato al cane per segnalare la propria marginalità. Anche gli animali infatti erano considerati membri della familia, «non solo dal punto di vista patrimoniale, ma anche da quello religioso». È da tale divinità che nasce inoltre il culto dei Lares compitales, ovvero il culto, diremmo oggi, del vicinato in cui si crea una rete di rapporti reciproci che spesso vincolano le stesse decisioni familiari.

Continuando il viaggio intrapreso da Maurizio Bettini arriviamo così ad altri tre aspetti particolarmente strani per un lettore contemporaneo: il raddoppiamento funebre, la connessione tra l’auctoritas e la nozione dell’accrescere e, infine, la condizione dei non nati che interessa gli individui venuti al mondo per mezzo del cosiddetto parto cesareo, denominazione creata come vedremo da una serie di fraintendimenti storici.

Bettini ci spiega che nello studio del funerale gentilizio si riscontrano «due vettori di senso decisamente opposti fra loro: solennità e commozione per un verso, comicità e derisione dall’altro». Insomma, se da un lato si tende a lodare ed elogiare il defunto attraverso la categoria antropologica del doppio, costituita dalle images di cera indossate da persone che riproponevano i volti dei defunti in modo da far presenziare gli antenati, dall’altra si deride il defunto mediante un mimo, il quale assume il compito di studiare il portamento dei soggetti che un giorno dovranno imitare in occasione proprio del funerale. Un doppio non solo nella morte dunque ma anche nella vita; una mescolanza, quella tra riso e morte, inquadrata, ci dice lo studioso, nella cornice dell’honos e che non lascia più tanto sorpresi se si riconduce al folklore, in quanto il riso assume in tali circostanze una funzione apotropaica e in un certo senso demolitrice del dolore.

L’autore non trascura mai gli aspetti testuali e, anzi, è  proprio attraverso i testi classici che le tesi e gli argomenti presentati prendono corpo e concretezza. Tale approccio è ancora più evidente nell’indagine che ha come oggetto il concetto del tutto peculiare a Roma di auctoritas e che prende le mosse dall’analisi del Poenulus plautino. La lezione metodologica di Bettini infatti necessita uno sguardo sulla cultura romana non mediante le categorie culturali e concettuali contemporanee estranee al mondo indagato, ma attraverso delle categorie che per quanto possibili siano vicine al contesto esaminato. Solo così si comprende perché  «un persuasore, un garante, e comunque colui che mette in moto un certo processo debba essere qualcuno che accresce». Allo stesso modo analizzando un passo dell’Ab Urbe condita di Tito Livio avente come oggetto la preghiera di Scipione Maggiore si capisce come gli accrescimenti altro non sono che la riuscita delle proprie azioni. Dunque, anche il successo si identifica come un accrescimento: «l’auctoritas costituisce una garanzia di riuscita e di successo – di accrescimento nei termini delle metafore culturali romane che ormai conosciamo – per tutto ciò che si connette alla persona e all’organismo che la detiene».

Il peculiare pragmatismo del popolo romano attraversa anche la riflessione linguistica. A dimostrazione di ciò Bettini mediante il solito strumento del comparativismo sottolinea come nella lingua greca non esista un corrispettivo dell’auctoritas latina, tanto che il termine utilizzato nel Vangelo per individuare l’autorità di Gesù, exousìa, indica «una possibilità, una facoltà, che viene assegnata o comunque derivante da un agente esterno». Si tratta, dunque, di due concezioni diverse: se auctoritas  si caratterizza per l’agency di un auctor, ovvero colui che è in grado di ottenere grandi successi in quanto in possesso di determinate qualità, exousia veicola una possibilità che non ha nulla a che vedere con il fattore interno di chi l’esercita. Una sfumatura che comporta la traduzione più corretta con potestas.

Non possiamo esimerci dal riflettere sull’autorità in particolare civica e politica nei nostri giorni. Se l’auctor nel mondo romano è «colui che dà impulso ad un certo processo o a una certa azione» e, «spesso, ma non esclusivamente, utilizza l’arma della parola e della persuasione», allora nella nostra società colui che almeno in linea di principio dovrebbe rivestire il ruolo di auctor per antonomasia è il politico per professione o il leader sia esso politico o intellettuale. A differenza di oggi nella Roma antica «non si dà fiducia a uno qualsiasi, non si crede al discorso di chiunque. Ancora una volta l’auctor per essere tale, deve occupare una posizione sufficiente». In tal senso, Cicerone ci insegna che l’autorevolezza va di pari passi con la vecchiaia, a differenza delle teorie semplicistiche della cosiddetta rottamazione che oggi tendono ad interessare vari aspetti della società, spesso ingiustamente.

 Keron Batok, Nascita di Giulio Cesare

Keron Batok, Nascita di Giulio Cesare

Il percorso iniziato con l’esame degli inizio, meglio dell’assenza degli inizi della creazione di Roma si conclude con quello che sembra l’aspetto più curioso tra quelli trattati ovvero la condizione particolare di coloro nati secto matris ventre. È stato infatti Rousset nel XVI secolo a indicare con  tale espressione il parto cesareo, ovvero la nascita avvenuta dal taglio del ventre materno, collegandola in modo errato alla nascita di Giulio Cesare. Il cognomen stesso Caesar sembrerebbe derivare secondo Plinio proprio dalla nascita caeso matris ventre. Tuttavia ancora una volta attraverso l’analisi accurata dei testi di Tacito e Plutarco siamo certi che il grande Cesare non sia nato in tali condizioni in quanto le fonti storiche e letterarie ci attestano la sopravvivenza al parto della madre Aurelia. Una falsità, dunque, che trae le proprie origini dal tentativo di esaltare il fondatore dell’impero di Roma attraverso una nascita fuori dal comune che in tante culture tanto occidentali quanto orientali deve necessariamente marcare l’eroe di turno. Sembra l’opposto di quanto oggi avviene: l’eroe oggi non è più colui che è rivestito da uno splendore fin dalla nascita, ma è l’uomo che si fa da sé, l’uomo comune che dal basso riesce a salire i vertici della società.

Un percorso storico e culturale ricco di scoperte, quello suggerito da Bettini, una rassegna di curiosità, stranezze ma soprattutto di spunti per avviare una riflessione non solo sulla vita e sulla cultura della Roma antica, ma anche sulla realtà contemporanea, sulla necessità di conoscere l’Altro per poterlo accettare o meno. Un altro insegnamento che ci lascia un popolo vissuto secoli e secoli fa, ma da cui c’è sempre da imparare e di cui è da apprezzare e imitare l’apertura religiosa che passa proprio attraverso lo strumento della conoscenza. Un popolo che almeno sotto questo aspetto è molto più avanti della nostra stessa presunta modernità. Bettini, senza mai tralasciare il rigore del filologo, come del resto dimostra la ricca bibliografia utilizzata, ci offre un testo libero dalla retorica di certa scienza accademica, attraverso cui fare tesoro del capitale culturale e morale ereditato dal passato.

Dialoghi Mediterranei, n.17, gennaio 2016

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Virginia Lima, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici e specializzata in Antropologia culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha orientato parte dei suoi interessi scientifici verso l’antropologia del mondo antico, approfondendo la funzione culturale del prodigium inteso non solo come momentanea rottura dell’ordine cosmico ma anche come strumento della memoria culturale del popolo romano.

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