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Dalla Sicilia al Mondo. Voci d’emigrazione in pericolo di naufragio

logo-museo-etneo-delle-migrazionidi Grazia Messina 

Quanto intendo proporre in questa breve riflessione nasce dal bisogno di offrire una sorta di approdo per alcune tracce d’emigrazione in pericolo di naufragio. Cercherò di aprire piccole finestre da alcune storie erranti di viaggi familiari, seguendo la memoria della partenza e dell’arrivo nel paese di destinazione. I racconti provengono da aree diverse del mondo e si riferiscono a differenti periodi d’emigrazione, ma sono accomunate dalle partenze dalla Sicilia. Tutte afferiscono ad una complessità costitutiva per dinamiche implicite, ineliminabili, e contribuiscono ad una public history anche per la varietà delle fonti che chiamano in causa.

Sono state da me raccolte nel tempo con conversazioni in presenza o attraverso testimonianze scritte e successivamente consegnate. In alcuni casi è stato possibile attingere anche al supporto di associazioni e comunità italiane all’estero. Alcune di queste storie sono custodite nel Museo etneo delle migrazioni presente a Giarre (Catania), struttura in cui dirigo dal 2008 la ricerca scientifica su incarico della Rete dei Musei Siciliani dell’Emigrazione (RMSE). 

La nave Guglielmo Marconi nella rotta Messina- Australia

La nave Guglielmo Marconi nella rotta Messina- Australia

La memoria della partenza 

I racconti delle partenze d’emigrazione dalla Sicilia consegnano immagini molto nette sulle persone che hanno partecipato al viaggio e alla sua realizzazione, sulle loro emozioni e gli stati d’animo. Specie nella “grande emigrazione” viene in essi rinnovato il dolore delle “spartenze” [1], cioè dell’allontanamento e della separazione dai luoghi e dalle persone della terra d’origine. Se la memoria della data esatta non sempre risulta fedele al vero, con maggiore precisione si ricordano il nome della nave, l’età dei partecipanti e la destinazione da raggiungere, a conferma che nelle famiglie a lungo quella memoria è stata rievocata, ricordata, rinnovata. Emerge nella maggior parte delle testimonianze più antiche un ruolo preponderante del capofamiglia nella decisione di cercare fortuna altrove, ma quasi sempre il viaggio include tutto o parte del nucleo familiare. In alcuni casi era sempre il padre che decideva di fare partire prima i figli per avviarli al lavoro, per poi raggiungerli in un secondo tempo.

L’emigrazione dalla Sicilia tra Ottocento e Novecento fu raramente di tipo isolato o episodico, come invece si registra più spesso nelle coeve regioni italiane o nelle partenze più recenti, quelle dei giovani che accettano borse di studio o contratti di lavoro per impegni individuali, e sulla base di questi si muovono verso altre destinazioni. Importante risulta ricordare che la presenza delle donne, anche giovanissime, rappresenta un ulteriore tratto distintivo nella “grande emigrazione” siciliana [2]. Il ruolo delle donne sarà significativo pure nell’emigrazione del secondo dopoguerra, come si evince da alcune voci qui riportate: 

«Mia nonna materna venne a Lawrence per la prima volta nel 1893 da Viagrande Trecastagni (Catania). Si chiamava Giuseppina Petralia e aveva 13 anni. Il fratello Nunzio e la sorella Agata vennero dopo. La famiglia di mio padre, Bella, arrivò a Lawrence nel 1906 e nel 1908 da Aci Sant’Antonio. Prima Anna Raciti Bella e sua figlia, Santa, vennero insieme a Lawrence nel 1906. Poi il marito, Rosario, e due figli, Anonia e Vito Giuseppe arrivarono a Lawrence nel 1908. Sul totale dei siciliani che venivano a Lawrence, circa il 30- 40 per cento era di Trecastagni. Hanno scelto Lawrence a causa dell’industria lì in quel momento. La città aveva parecchi lanifici e cercavano operai. Quando si diffuse la voce, dalla Sicilia iniziò l’emigrazione. Inoltre, alla fine del 1800 la Sicilia ha avuto un disastro agricolo che ha portato i siciliani a voler partire per l’America ancora più necessario» (Joe Bella, Lawrence Mass, USA). 

Certificato di naturalizzazione australiana di Alfio Previtera

Certificato di naturalizzazione australiana di Alfio Previtera, 1929

«Mi ricordo di quando mio papà ci ha portato in Germania, in treno. Sono partita dalla mia Sicilia, Riesi, all’età di 16 anni. Eravamo soli, io, mia sorella e mio fratello. Mio papà ci aveva lasciato con la sua seconda moglie. Eravamo tristi, però nello stesso tempo, contenti di raggiungere nostro padre. Siamo arrivati a Metzingen in Germania. Mi ricordo di quando andavamo in ferie a ritrovare la famiglia. Mi ricordo che mio zio aveva la moto e io gli chiedevo sempre di fare un giro in moto. Io non ho avuto una bella infanzia. Non avevo i giocattoli dei bambini di oggi. I miei giocattoli erano una bambola di pezza che facevo io. La mia borsa era una scatola di scarpe con due buchi ai lati per mettere il cordoncino e poi metterla a tracolla» (Adelina, Bruxelles, Belgio). 

«Con la mamma Concetta ci siamo imbarcate a Messina sulla nave Australia il 16 marzo del 1959: il distacco dalla terra d’origine è tristissimo, tutti i parenti al porto salutano festosi ma il cuore è gonfio di pena, e presto al dolore si aggiunge il mal di mare. In un mese di navigazione la mamma lascia la cabina solo una decina di volte, non riesce a mangiare, deve stare ferma e a letto, un vero tormento.

La nave raggiunge Sydney il 17 aprile del 1959: papà ci attende al porto con i suoi nipoti, è una grande gioia riabbracciarsi dopo anni di separazione. Raggiungiamo in macchina la casa in campagna, piccola e quasi vuota, solo i letti, un tavolo, quattro sedie. Mille chilometri ci separano da Sydney, mille chilometri di boschi e pianure da attraversare» (Concetta e Franca, Sidney, Australia). 

«Mi chiamo Placido, sono nato a Charleroi il 9 ottobre 1957. Ho due fratelli, Salvatore, nato il 19 aprile 1960 e Pasqualino, nato il 22 marzo 1964. Mio padre Giuseppe nacque ad Adrano (Provincia di Catania), il 15 febbraio 1924. Era ortolano di professione, la sua famiglia era né ricca e né povera e viveva in buone condizioni economiche. La decisione di lasciare la sua terra natia non era per ragioni economiche, anzi di voler sottrarsi alla prepotenza della famiglia patriarcale. La sua parola d’ordine era “libertà”. Partì con il primo convoglio destinato per il Belgio. Arrivò il 20 o il 21 giugno 1946, all’età di 22 anni. L’accordo italo-belga fu firmato a Roma, il 23 giugno 1946» (Placido, Charleroi, Belgio). 

«Mia nonna Marta aveva sposato a Catania nel 1899 Mario, un bel ragazzo, alto, allegro ed elegante, ottimo ballerino, amante della musica e in particolare della lirica, che svolgeva lavori saltuari e faticava molto ad arrivare alla fine del mese. Quando i fratelli di Marta, Filippo ed Alfredo, lo invitarono a raggiungerli in Egitto, dove si trovavano già dal 1902, offrendogli un lavoro stabile nel loro calzaturificio, Mario accettò con entusiasmo. Ma non diede più notizie di sé alla moglie rimasta in Sicilia, così nel 1905 Marta decise di raggiungerlo ad Alessandria. Tre lunghi giorni nei quali l’ansia e la paura che l’attanagliavano erano mitigate solamente dai sorrisi di Turi, “gli fa bene l’aria di mare” pensava, e dalle rassicurazioni della madre. Poi un mattino tutti su in coperta a cercare l’Egitto che non si vedeva. D’un tratto ecco lì una macchiolina che si faceva sempre più grande a vista d’occhio: “il faro, il faro” gridavano all’unisono, mentre la nave entrava nel porto d’Alessandria. Quasi tutti salutavano dal ponte amici o parenti piangendo di commozione. Marta voleva piangere, ma di rabbia. Non avendo potuto pagare l’intero costo dei biglietti, aveva concordato con il capitano che gli avrebbe lasciato in pegno il baule mentre lei andava in cerca del marito […]. In Egitto è rimasta a lungo la mia famiglia» (Giovanni, Alessandria d’Egitto, Africa). 

«I miei genitori sono partiti da Tusa, provincia di Messina. Mio padre ha viaggiato dalla Sicilia ed è arrivato il 30 dicembre 1949 nella nave Santa Cruz. Mia mamma anche è partita con sua mamma e le altre 4 sorelle ma non so con quale nave e quando è arrivata. Erano già in Argentina mio nonno e anche mio bisnonno, da parte di nonna materna. Alla partenza papà aveva 22 anni e mia mamma 17. Papà è venuto a Buenos Aires perché prima è venuto un suo zio (fratello di mia nonna). Lui voleva emigrare negli Stati Uniti, ma non so perché non poteva. Mio nonno (papà di mia mamma) era venuto in Argentina ma alla città di Rosario, dopo è venuta mia nonna con 5 figlie donne. Mio papà conosceva mio nonno materno, paesano di Tusa provincia di Messina, si è innamorato di mia mamma e così lui andò ad abitare nella città di Rosario e dopo ha chiamato, e hanno viaggiato, sua mamma e 3 fratelli. Mio papà è venuto con altri uomini del suo paese. Mia mamma è venuta con sua madre e 4 sorelle» (Maria Rosa, Buenos Aires, Argentina). 

«Io sono vissuta a Fiumefreddo di Sicilia, in provincia di Catania, con i miei nonni, a cui ero stata affidata dai miei genitori, che da sei anni vivevano e lavoravano in Svizzera ma non potevano tenermi con loro per via delle leggi in vigore. Allora infatti i contratti per i lavoratori in Svizzera erano solo stagionali, e non era possibile portare la famiglia. Molti tenevano per questo motivo i bambini nascosti negli armadi o nelle soffitte, venivano chiamati “les enfants du placard”. Solo nel 1975, avevo allora 12 anni, finalmente riuscii a prendere il treno per raggiungere i miei genitori (Maria, Svizzera). 

1959, Arrivo in Australia della famiglia Ragonese

1959, Arrivo in Australia della famiglia Ragonese

La memoria dell’arrivo 

Anche la memoria dell’arrivo nei racconti è fertilissima di dettagli, e in genere è alimentata dalle tante difficoltà legate all’inserimento nella nuova destinazione. Quasi sempre il problema della lingua assume un ruolo importante. Ad esso si aggiungono le criticità sulla ricerca del lavoro, l’ingresso nella scuola dei più giovani, le relazioni con i conterranei e con gli indigeni.  I racconti ci restituiscono speciali finestre di osservazione e riflessione sulla complessità delle nuove esistenze, lanciate in mondi talvolta lontanissimi e assai diversi da quelli di origine. Prendono forma riflessioni con sfaccettature antropologiche e psicologiche molto acute e, se si pensa che provengono non da esperti o studiosi del settore, portano a considerare le fonti orali una risorsa prodigiosa – purtroppo non sempre adeguatamente valorizzata  ̶ per gli studi da portare avanti sull’inserimento e l’integrazione dei migranti, dei vecchi come dei nuovi. 

«Siamo emigrati da Campofranco, provincia di Caltanissetta. Mia madre era un po’ depressa per la lontananza della famiglia. In Belgio c’era un fratello di mio papà come sola famiglia. La mia mamma non andava molto d’accordo, e lei si sentiva sola. Dopo l’arrivo di mio fratellino, si sentiva molto meglio. Ricordo che mia madre aveva difficoltà a parlare francese. Un giorno lei è andata al negozio per comprare una bottiglia di olio. Lei entra e dice “Madame, una buttel de lollo”. La signora non ha capito, poi ha fatto segno con il dito verso la bottiglia dell’olio! Ricordo anche che mio papà mischiava un po’ di francese, italiano e siciliano. Un giorno mio padre è stato all’ufficio assistenza. Mi ha detto che l’impiegato gli ha detto: “Signor Giovino, tua moglie e i tuoi figli sono in Belgio?”, e lui ha risposto che non aveva fame, pensava che l’impiegato gli stesse chiedendo se aveva fame perché lui aveva confuso faim (fame) con femme (donna). Mia madre aveva imparato il francese grazie alla nostra vicina, una persona anziana che ha lavorato anche nella stessa miniera. Dopo aver ricevuto la sua pensione, ha riparato e lavava i panni dei minatori. Quindi questa simpatica signora ci ha insegnato a parlare francese e ci amava come i suoi nipoti. Noi abitavamo a Quaregnon» (Gina, Bruxelles, Belgio).

«Mio padre era arrivato nel 1926 a New York, aveva 14 anni, era attratto dalle luci della città, dalla novità della metropolitana che gli permetteva di spostarsi facilmente, di andare al Luna park di Coney Island e fare tante altre cose. Contemporaneamente papà inviava anche dei soldi alla famiglia in Sicilia senza mettere nulla da parte. Quando la grave crisi economica del 1929 ha colpito gli Stati Uniti, ogni giorno, invano, andava in giro per la città a cercare lavoro. Ha camminato così tanto, ci ripeteva, da consumare la suola delle scarpe. La situazione era così grave che ha visto addirittura dei cadaveri in strada. Gli è venuta allora l’idea di andare in campagna nello Stato di New York, dove ha cominciato a lavorare in una fattoria di proprietà della famiglia Marano, di origine italiana, che gli offriva anche un alloggio, coltivando cipolle. Trascorsi alcuni anni, mio padre ha conosciuto Teresa Lizzio, figlia di immigrati siciliani. Si sono sposati nel 1948, nel paese di Canastota, nello Stato di New York. Insieme, hanno comprato un piccolo appezzamento di terra e cominciato a coltivare le cipolle. Inizialmente la tenuta era di tre ettari ma i miei genitori, lavorando sodo, a poco a poco e per il resto della loro vita, hanno ingrandito la proprietà ed hanno assicurato alla famiglia un solido benessere. I miei genitori hanno avuto quattro figli, due maschi e due femmine. Mio fratello ed io, e adesso anche mio figlio, gestiamo la stessa terra, che ora ha raggiunto un’estensione di quattrocento ettari ed oltre. Abbiamo 8 dipendenti e trenta braccianti» (Joe Di Salvo, New York, USA).

«Una volta arrivato in Argentina nel 1948 mio ​​nonno iniziò a vendere gelati con un carretto. Con tanto impegno e dopo anni riuscì ad aprire una propria gelateria, che, fedele alla sua origine, chiamò Sicilia. Mia nonna si è dedicata con lui a preparare il gelato e a cucire ogni capo che indossavano. Mio padre iniziò la scuola senza parlare una parola di spagnolo, il che lo portò a ripetere quel primo anno. Le continue battute dei suoi coetanei per il suo modo di parlare e vestirsi, credo, lo abbiano condizionato profondamente quando si è trattato di “mescolarsi” con gli argentini, dal momento che non conservava affatto la sua intonazione o l’italiano. La sua esperienza scolastica è stata di breve durata, poiché ha dovuto aiutare finanziariamente a casa. Fu così che iniziò a lavorare in un’officina meccanica, conoscenza che approfondì e che segnò il suo destino, la sua professione e fonte di reddito per tutta la sua vita» (Paula, Argentina).

«Arrivai a Bruxelles nel 1968. La prima cosa che io feci, aprii la valigia con tutti i ricordi della Sicilia. Odore di origano, di pomodori secchi, asseccati al sale della mia Sicilia. Quel treno era lungo e pieno di passeggeri come me, con delle speranze come me, partivamo nell’insicurezza. Lasciavo le mie certezze per trovare le incertezze» (Giovanna, Bruxelles). 

«Nel 1964 sono partita da Randazzo, in provincia di Catania, per raggiungere Reinech, in Svizzera, dove da due mesi mio marito aveva trovato lavoro. Qui abitavamo in una grande casa assieme ad altri gruppi di italiani provenienti dal sud. Ogni coppia alloggiava in una stanza subaffittata dalla padrona della casa. Non potevamo mai chiudere le camere perché capitava che la padrona venisse a vedere in che stato erano o la polizia facesse controlli per vedere se c’erano abusivi. Avevamo un solo bagno sempre sporco perché non lo puliva quasi nessuno, e ci lavavamo con una bacinella d’acqua che avevamo nelle stanze. Per i pasti dovevamo provvedere noi a cucinare: c’era una caldaia a monete e quindi ogni volta che ci serviva il gas da cucina dovevamo inserire dei franchi. Mangiavamo tutti in una stessa stanza. Anche la cucina era in comune e capitava che alcuni napoletani rubassero la nostra spesa. Comunque, rispetto ad altri che dormivano nelle stalle, stavamo molto bene. Dopo due giorni dall’arrivo ho trovato lavoro in una fabbrica che produceva filo da tessitura. In due mesi sono riuscita ad imparare il tedesco e mi sono integrata. Gli svizzeri trattavano gli italiani con freddezza. In compenso nel nostro gruppo noi eravamo molto uniti e il sabato sera uscivamo sempre insieme per andare al Gastauss. Capitava che scoppiassero liti con altri gruppi, si veniva alle mani e alcuni uscivano anche i coltelli!» (Rosaria, Svizzera). 

«I primi tempi furono duri e difficili. In quel periodo non arrivava nelle case neanche l’energia elettrica, a tutta la famiglia sembrava di essere tornati indietro nel tempo anche rispetto alle campagne siciliane. Ogni tanto il fiume straripava e bloccava le strade, mamma e noi bambini (Michele era nato nel 1961) rimanevamo per giorni barricati in casa in preda all’angoscia. La casa si trovava ad un’ora dal paese, si poteva però comprare il necessario da un ambulante che girava col furgone pieno di roba ma non sempre si trovava quel che si cercava e quindi si doveva ordinare per la consegna successiva, ma come? La mamma non conosceva ancora la lingua e spesso alla consegna arrivava la merce sbagliata! Iniziò a conservare scatole e lattine vuote da mostrare per le richieste successive e così imparò pian piano suoni e parole per farsi capire. Dopo pochi anni le difficoltà più grosse erano già state superate» (Franca, Australia). 

comites-losannaIl ruolo delle comunità italiane all’estero 

L’esperienza d’emigrazione sarebbe ricordata oggi certamente in modo differente se non fossero nate tante comunità italiane nei nuovi Paesi di adozione, con caratteristiche diverse per tempi e luoghi ma tutte accomunate dalla reale necessità di relazione con i conterranei che il distacco dai luoghi d’origine portava con sé. Ad esse si può ancora fare riferimento per avviare dialoghi e contatti con i nostri emigrati e i loro discendenti. Nelle prime tre fasi storiche, l’emigrazione italiana – e siciliana in particolare – si è presentata come già detto soprattutto come movimento di gruppi e famiglie, raramente ha avuto il carattere individuale che invece si registra maggiormente nella sua quarta fase, quella della mobilità soprattutto giovanile ancora in corso. Di conseguenza, le comunità di italiani nei Paesi d’emigrazione [3] si sono formate quasi subito dopo i primi arrivi a seguito dell’esodo, con funzione inizialmente di “mutuo soccorso” in caso di malattie, precarietà lavorative, aiuto per le famiglie dei soci in difficoltà. Talvolta hanno avuto come denominatore comune la fede religiosa o il legame con il paese di origine, ma in effetti si è trattato piuttosto di un pretesto per aggregare chi parlava la stessa lingua e lo stesso dialetto, per conservare riti, costumi e tradizioni e persino combinare matrimoni sulla base della comune provenienza geografica.

Rientra in questa categoria la St. Alfio Society, che ha portato negli Stati Uniti nel 1921 il culto dei Tre Santi, sacro e popolare nei due comuni catanesi di Trecastagni e S. Alfio. La St. Alfio Society a Lawrence [4] conta oggi 160 soci ma sono oltre mille i devoti ai Tre Santi, con una festa molto seguita il 2 settembre. Culti e riti dedicati alle pratiche religiose dei luoghi di origine sono ancora diffusi in tutte le little Italies americane e in molte località australiane raggiunte da emigrati italiani, tra le più note vanno ricordate Omaha nel Nebraska, Swedesboro nel New Jersey, Boston, Silkwood e Brisbane in Australia.

lawrence-massachusetts-102a-festa-dei-tre-santiAl 1933 va ricondotta la nascita del CiL, Circolo italiano di Losanna [5], con il nome di “Casa d’Italia”, grazie all’iniziativa e ai sacrifici dei primi emigranti italiani e al sostegno di Benito Mussolini, che a Losanna aveva vissuto nel periodo socialista del suo esordio politico. Nel 1937 egli ottenne dalla locale università persino il dottorato honoris causa.

Nel secondo dopoguerra, a seguito della massiccia emigrazione italiana ormai in tanti Paesi del mondo, all’interno della quale erano nate problematiche legate all’esercizio dei diritti e alla tutela della cittadinanza, il governo italiano ha promosso forme di aggregazione con più specifica funzione politica. Sono così nati i Comitati di Assistenza Consolare (Co.As.It.), previsti dall’articolo 53 del D.P.R. nr. 18 del 5 gennaio 1967 e, con la legge n. 205 dell’8 maggio 1985, i Co.Em.It. (Comitati dell’Emigrazione Italiana). Nel 1988, a conclusione della Seconda Conferenza Nazionale dell’Emigrazione tenutasi a Roma, sono state introdotte alcune importanti novità normative, tra cui l’istituzione dell´Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.) e la riorganizzazione della disciplina in merito alla cittadinanza italiana che venne allargata anche alle seconde e terze generazioni. Venne inoltre istituito il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (C.G.I.E.), un organo di consulenza del Governo e del Parlamento dedicato all’approfondimento dei temi di interesse per gli italiani all’estero. Anche i Co.Em.It. vennero sostanzialmente modificati con la legge n. 172 del 5 luglio 1990 e, per sottolineare la discontinuità con il passato, sono stati rinominati COMITES (Comitati degli Italiani all’Estero) [6], ancora oggi organi di rappresentanza dei cittadini italiani residenti all’estero nei rapporti con gli uffici consolari.

Il Comites di Berna, Friburgo e Neuchatel [7] ha dato un contributo importante alla storia d’emigrazione, realizzando nel 2021 il fumetto di Bortune, Bozzoli, Celeste, bambina nascosta, per denunciare la tristissima pagina della legislazione elvetica che costrinse negli anni Sessanta molti bambini a vivere da “clandestini” nelle case dei genitori, poiché i contratti stagionali vietavano la convivenza familiare in Svizzera. Azione simile è stata affidata nel 2019 dal Comites di Bruxelles, Brabante e Fiandre al testo di Cossu, Druart, Una storia importante. 70 anni di immigrazione italiana in Belgio e oltre [8]. Il racconto, una ricostruzione in fumetti molto accattivante della storia dell’emigrazione italiana in Belgio, è proposto in italiano e in francese. A partire dalla prima emigrazione e dalle tragedie nelle miniere di carbone, conduce a conoscere l’azione di sostegno per migranti e rifugiati oggi promossa dall’Unione Europea anche attraverso progetti formativi nelle scuole, nell’istruzione, nell’associazionismo, nel mondo del lavoro.

pagelle-scuola-dante-alighieri-di-rosario-argentinaMaria Rosa Alfieri, che ha contribuito a questo progetto con il racconto della sua storia, è dal 2021 tra i consiglieri del Comites di Buenos Aires [9], con il quale conduce il suo impegno all’interno della comunità italiana presente nella città. Sempre in Argentina, María Soledad Balsas, ricercatrice argentina, studiosa dell’emigrazione italo-argentina, che mi ha fornito utili contatti per alcune testimonianze, segnala il Fesisur Argentina (Fed. de Soc. Sicilianas Cap. Fed., Pcia. Bs. As. y Sur de la Rep. Argentina) [10].

Il Centre d’action sociale italien (CASI-UO) [11] nasce a Bruxelles nel 1971.Tuttora svolge una straordinaria e poliedrica attività a favore dell’integrazione italiana in Belgio, abbracciando scuole, occasioni ricreative per giovani e anziani, società civile e mondo del lavoro con una serie di azioni che mirano a far confluire la cultura d’origine in quella del Paese di destinazione, al fine di consolidare identità ricche di storia e tradizioni proiettate verso un confronto costruttivo e rispettoso. Grazie allo staff di Anderlecht sono riuscita a consultare l’archivio dell’Associazione, con l’interessante materiale dei corsi di scrittura creativa condotti negli anni con le immigrate italiane (Atelier d’ecriture. Quand les femmes se racontent).

circolo-italiano-di-losannaL’Istituto Italiano di Cultura di Lione [12], diretto da Anna Pastore, con eventi gratuiti e informazione settimanale attraverso “newsletter”, raggiunge più di 3000 persone del circondario francese di Lione. Presente anche come gruppo di aggregazione, durante la pandemia ha continuato a proporre le attività on line e i corsi in video conferenza. Le manifestazioni di grande impatto, come mostre e proiezioni, hanno registrato le presenze maggiori. Al suo interno, Rosanna Maggiore ha avviato dal 2017 un Atelier di cinema dedicato ai più bei film italiani degli ultimi quindici anni, e ha condotto dei corsi di “Storia italiana attraverso la letteratura”. Da qui è nata così la proposta del Cineforum “La storia italiana attraverso il cinema”, realizzata nel 2019, con una sezione dedicata alla nostra emigrazione all’estero. Dopo l’interruzione in presenza per l’emergenza sanitaria, proiezioni e corsi sono tornati quest’anno in calendario.

La Società Dante Alighieri [13] è presente in molte aree del mondo per promuovere la lingua italiana anche attraverso istituzioni scolastiche e corsi on line. Rilevante la sua funzione in Sudamerica e Australia, dove svolge un importante ruolo di aggregazione per gli italiani residenti in loco. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Il termine “spartenza” deriva dal siciliano spàrtiri, e si riferisce al distacco, alla separazione della partenza con l’incertezza dello sradicamento. Indica il distaccarsi dalle persone care, ma anche l’abbandono doloroso dei luoghi d’origine, come ha precisato Andrea Camilleri. Ne troviamo traccia anche nelle opere di Giuseppe Pitrè. 
[2] F. Renda, L’emigrazione in Sicilia (1652-1961), Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 1989: 52.
[3] In questa sezione vengono segnalati i Comitati e le Associazioni che in qualche modo mi hanno supportato nel progetto qui illustrato, incoraggiando il racconto del viaggio d’emigrazione attraverso interviste, produzione scritta, corsi di scrittura creativa, promozione della cultura e della lingua italiana, pubblicazione di testi atti a conservare la narrazione della nostra storia.
[4] Alla Sant’Alfio Society di Lawrence appartiene Joseph Bella, intervistato nel giugno 2021. Anche i lentinesi praticano il culto dei Tre Santi (Alfio, Filadelfo e Cirino furono tre fratelli martiri del III secolo) negli USA.  Di entrambi i gruppi si trovano notizie su: http://www.centamore.it/TreSanti.
[5] Al Circolo italiano di Losanna ho realizzato le interviste a Raffaele Spinello e Vincenzo Pera nell’aprile 2022, che ringrazio per l’immediata disponibilità alla ricerca (https://www.c-i-l.ch ).
[6] Sulla storia delle formazioni politiche a tutela degli italiani all’estero segnalo il sito del Comites: https://www.comites.dk/storia-dei-comites.
[7] http://comites-bernaneuchatel.ch. Il fumetto è stato finanziato anche dal MAECI e dall’Ambasciata d’Italia a Berna.
[8]https://comites-belgio.be/it/il-fumetto-sulla-storia-dellimmigrazione-italiana-in-belgio-distribuito-nelle-scuole-di-mons .
[9] https://www.comitesbuenosaires.org.ar.
[10] Ringrazio Marìa Soledad Balsas per aver condiviso il mio progetto con molti siciliani d’Argentina, che hanno a loro volta raccontato le loro storie familiari per lo studio in oggetto. 
[11] https://casi-uo.com
[12] https://iiclione.esteri.it/iic_lione/it  I 90 Istituti Italiani di Cultura attualmente operativi nel mondo sono un punto di riferimento essenziale per le collettività italiane all’estero e per la crescente domanda di cultura italiana che si registra fuori dal nostro paese. Di supporto all’attività già svolta dalle Ambasciate e dai Consolati, essi offrono l’opportunità di conoscere la lingua e la cultura italiana e agevolano scambi e integrazione di operatori italiani a livello internazionale.
[13] https://ladante.it  La Società, fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidati da Giosue Carducci, divenuta Ente Morale con R. Decreto del 18 luglio 1893, n. 347, ha lo scopo di «tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana». 

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Grazia Messina, direttrice della ricerca scientifica nel Museo Etneo delle Migrazioni di Giarre per la Rete dei Musei siciliani dell’Emigrazione. Laureata in Filosofia, Master in “Economia della Cultura” (Università Roma Tor Vergata), ha insegnato Storia e Filosofia nei licei statali. Promuove laboratori didattici e piattaforme digitali, con workshop nel territorio per la tutela della memoria storica. È autrice di articoli e saggi editi su riviste e volumi anche collettanei. Ha scritto con Antonio Cortese La Sicilia Migrante, Tau Editrice (2022). Nel 2023 ha curato la sezione “Sicilia” nel Rapporto Italiani nel Mondo (RIM 2023), edito dalla Fondazione Migrantes.

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