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Dal rapporto di Goethe con l’Italia un invito al superamento dei nazionalismi

Goethe con la sua carrozza si avvia verso l’Italia nel 1786, Leipzig 8. Lohnkutscherfahrt 1836

Goethe con la sua carrozza si avvia verso l’Italia nel 1786, Leipzig 8. Lohnkutscherfahrt 1836

di Franco Pittau, Juergen Schleider

Introduzione 

Prendiamo l’avvio da un’Erzählung scritta dal premio Nobel per la letteratura, Heinrich Böll (1917-1985). Il suo breve racconto è imperniato su un tedesco fortemente dedito all’apprendimento di una lingua parlata, solo in una sperduta isola oceanica. Dopo tanto tempo, sentendosi pronto a mettere a frutto la competenza linguistica acquisita, si recò sul posto, dove tutti ormai parlavano inglese. A parte la benevola ironia da questo breve racconto si possono trarre fondamentali indicazioni nell’ambito del multilinguismo.

I misteriosi sentieri della storia favoriscono lo sviluppo di lingue e culture e, come ci ricordano i periodici rapporti della Fondazione Ethnologue, ne attestano anche l’estinzione senza che vi siano, come invece avvenuto in questo racconto, dei benevoli appassionati.

61ahtbioicl-_ac_uf10001000_ql80_Altre lingue invece, sostenute da una loro ricca storia, non solo sono parlate sul posto, ma sono diffuse anche all’estero: due di queste, l’italiano e il tedesco, sono l’oggetto di questo breve saggio. In quanto lingue di grande tradizione culturale e ancora vive e di prestigio, esse sono funzionali alla nostra crescita socio-culturale. Aggiungiamo, però, che anche quelle meno diffuse hanno la loro dignità e meritano rispetto in quanto esprimono le specificità delle rispettive comunità.

Personalmente abbiamo tratto uno specifico stimolo alla redazione di questo scritto dalla comune partecipazione a una ricerca, promossa dall’Istituto di studi politici S. Pio V, su come è vista la lingua italiana in Italia e all’estero [1]. Ma alla base delle nostre motivazioni si collocano anche i nostri i viaggi, sia per motivi amicali, sia, rispettivamente, per svolgere attività previste da progetti europei in partenariato con scuole italiane, o in Germania, per attività svolte presso la locale comunità italiana.

Il comune amore per la ricerca su alcuni aspetti dei nostri Paesi, da ultimo si è concentrato sul grande profeta e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang von Goethe [2]. Siamo stati colpiti dalla straordinaria predilezione di Goethe per la Italia e la sua lingua e ne abbiamo voluto approfondire le ragioni, riflettendo su quanto da lui scritto durante la sua permanenza nella penisola (1786-1788), che si tradusse nello scritto Die Italienische Reise, di cui il primo dei due volumi fu pubblicato solo nel 1816 e l’altro nell’anno seguente.

Weimar, la casa di Goethe

Weimar, la casa di Goethe

Nel primo paragrafo parliamo della sensibilità alla lingua italiana riscontrabile presso la famiglia Goethe e dello straordinario percorso linguistico del poeta, che riuscì ben presto a parlare e a scrivere correntemente questa lingua. Le nostre considerazioni saranno basate sulla rilettura del suo famoso diario di viaggio, con la scelta di brani specifici, indicando la data e il luogo dove furono scritti, solitamente a Roma, Napoli e in Sicilia in cui maggiormente sostò.

Ci preoccupiamo, poi, di spiegare che il suo non fu solo un mero progresso linguistico ma anche una identificazione profonda con la cultura e l’arte classica, che Goethe approfondì per il rinnovamento della sua ispirazione artistica. Il prestigio di cui godeva gli consentì di alimentare un’analoga corrente di simpatia per l’Italia sia sui contemporanei che tra le successive generazioni.

Il terzo paragrafo riferisce sulle critiche letterarie fatte all’opera Die italienische Reise, pubblicata quasi 40 anni dopo l’effettuazione del viaggio. La conclusione dei critici è che l’opera sia un misto tra annotazioni fatte sul posto e considerazioni di rinforzo scritte a distanza di tempo, quando Goethe aveva bisogno di fare valere la sua adesione al classicismo di fronte al prevalere del romanticismo dopo il periodo napoleonico. In un apposito paragrafo sottolineiamo che per Goethe la scelta del classicismo, già del tutto evidente durante la sua permanenza in Italia, era diventata ancora più convinta in seguito, perché rispondeva all’esigenza di affermare il suo cosmopolitismo contro le ristrettezze nazionalistiche.

Concludiamo con il richiamare l’attenzione sul fatto che la scelta di Goethe, minoritaria quando lui era ancora vivo, ha conservato la sua validità nel corso del tempo e si configura tuttora come un messaggio di grande attualità, in grado di orientare lo sviluppo degli individui, dei popoli e degli Stati in armonia con altri individui, altri popoli e altri Stati, favorendo altresì composizioni sempre più accettabili tra l’esercizio del potere e il rispetto dei diritti individuali [3]. 

2L’apprendimento della lingua italiana da parte di Goethe

Al tempo di Goethe era usuale ricorrere, da parte di chi se lo poteva permettere, agli istitutori, per assicurare l’insegnamento presso la propria dimora. Così fece anche il padre di Goethe, Johann Caspar, borghese agiato, in ragione delle sue proprietà immobiliari, mentre la famiglia materna, pur meno facoltosa, era più in vista per il suo prestigio sociale: il nonno materno, infatti, era borgomastro di Francoforte e, trattandosi di una città libera, prendeva ordini direttamente dall’Imperatore (dal 1745 al 1765 Francesco I di Lorena, con sede a Vienna). Goethe, oltre ad aver studiato a casa il latino, il greco e il francese, imparò anche un po’ l’italiano da un pugliese, sul quale ritorneremo.

Erano particolarmente ricorrenti i Grand Tour nei Paesi europei, che quasi sempre includevano l’Italia, ma anche i Paesi dell’Est Europa erano coinvolti in questa tradizione di turismo culturale elitario. In Russia durante il regno di Caterina II (1729-1796), amante della lingua e dell’arte italiana; in Ucraina, le Repubbliche di Genova e di Venezia furono molto attive già dal medioevo nei porti del Mar Nero, costituendo piccole ma influenti comunità e, sulla scia del Rinascimento, da una parte molti italiani si recarono in Polonia e, dall’altra, molti nobili giunsero in Italia per studiare, pratica questa che, portata avanti nel tempo, richiamava l’attenzione sul bel Paese contribuendo alla formazione di una identità europea.

Tale obiettivo come vedremo stava tanto a cuore a Goethe [4]. Oltre a Wolfgang, studiarono l’italiano suo padre Johann Caspar, sua madre Elisabeth e l’amatissima sorella Cornelia. Il padre si avvalse dell’insegnante pugliese anche per scrivere direttamente in italiano il diario del suo Grand Tour in Italia, effettuato nel 1740. Egli trasmise l’amore per l’Italia e la sua lingua a tutti i familiari, ritornando spesso nei suoi racconti sull’esperienza vissuta a Venezia, Roma e Napoli e mostrando le numerose incisioni che rappresentavano le opere d’arte e i più famosi monumenti da lui visitati. Il titolo del diario di Johann Caspar, pubblicato nel 1750, così suonava: Viaggio in Italia compiuto nel MDCCXL. Il resoconto del viaggio consisteva in 42 lettere, ripartite in due volumi.

A questo punto bisogna parlare dell’insegnante pugliese più volte richiamato. Questi era Giovanni Antonio Giovanazzi, nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, poco prima del 1693 in un’umile famiglia. Entrò nell’ordine dei Frati domenicani e fu ordinato sacerdote. I documenti attestano che egli fu rinchiuso, insieme ad altri confratelli, nella prigione del convento di Putignano senz’altro per gravi motivi, che, però, non risultano specificati. Riuscì a scappare e a rifugiarsi a Napoli ma, dopo avere tentato invano di discolparsi presso l’Ordine, nel 1717 si trasferì in Svizzera, prima nei Canton Grigioni e poi a Zurigo, dove abbracciò la confessione riformata e prese moglie. Le ristrettezze economiche lo convinsero, nel 1723, a stabilirsi nella ricca città di Francoforte, dove però solo due anni dopo, presentate invano precedentemente diverse richieste, ottenne l’autorizzazione a insegnare l’italiano.

Presso la famiglia Goethe il maestro Giovanazzi era ben voluto e talvolta, accompagnato al pianoforte dalla signora Elisabeth, si esibiva in prestazioni canore, per cui il piccolo Wolfgang imparò dei versi in italiano prima ancora di conoscerne il significato: il poeta cita “Solitario bosco ombroso”, una canzone all’epoca molto in voga. Diventato vedovo nel 1735, sposò la figlia di un gioielliere olandese e, tuttavia, risulta che morì in miseria, e ciò apre uno squarcio su come, all’epoca, potevano andare le cose per i migranti qualificati, ma non illustri, quindi esposti alla precarietà.

111Secondo un’ipotesi avanzata dagli studiosi di Goethe, negli Anni di noviziato di Wilhelm Meister, avrebbe alluso al maestro Giovanazzi parlando del suonatore d’arpa Agostino, padre della piccola Mignon, un personaggio caratterizzato da una vita girovaga e arrivato in Germania da un convento italiano a seguito di una tragica storia d’amore. Anche il grande filosofo Benedetto Croce si occupò di questo poco conosciuto maestro d’italiano, che ebbe però un così illustre allievo, e gli dedicò un saggio intitolato Putignano in Terra di Bari e il maestro d’italiano di V. Goethe, pubblicato a Bari nel 1938 [5].

Goethe, come risulta dalla sua opera autobiografica Poesia e verità (Dichtung und Wahrheit), conservò un ricordo affettuoso del “vecchio e sorridente maestro italiano”. Dalla citata autobiografia si apprende che il poeta, prima di intraprendere il viaggio per la penisola, lesse in italiano le opere di Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, ma senza comprenderne appieno il significato. I rudimenti linguistici appresi a casa si rivelarono non adeguati alle sue esigenze letterarie e relazionali, come si rese conto arrivando in Italia nel 1786.

goethe_dichtung_und_wahrheit-1Entrato nel territorio della Repubblica di Venezia, a Malcesine, piccolo paese sul Lago di Garda, mentre tracciava uno schizzo di una vecchia torre diroccata, fu sospettato di essere una spia austriaca e portato di fronte alle autorità. Le cose rischiavano di mettersi male per lui anche a causa del suo pessimo italiano usato per discolparsi, ma fortunatamente si adoperò, a suo favore, una persona del posto che, avendo vissuto in Germania (proprio a Francoforte), conosceva il tedesco. Questi capì che si trattava di un innocuo ma ragguardevole viaggiatore, e riuscì a chiarire l’equivoco dopo aver appreso dal Goethe stesso notizie su diversi membri della comunità italiana di Francoforte. Al sospetto fece seguito una corrente di simpatia e Goethe fu libero di girare il paese a suo piacimento (Malcesine, 14, settembre 1786) [6].

La lezione gli fu da sprone per intensificare il suo apprendimento tanto che, continuando il viaggio utilizzò sempre l’italiano, anzi gli piaceva parlare con la gente; fece anche da interprete a favore di viaggiatori meno preparati di lui (Venezia, 28 settembre 1786).

L’immersione nel paesaggio, nella luce, nell’arte, nella cultura, nella naturalezza della gente, favorì notevoli progressi nell’apprendimento dell’italiano fino a consentirgli di possederlo fluentemente e di riuscire a leggere ben presto Dante e Petrarca, in lingua italiana, a scrivere anche i suoi appunti in italiano: insomma, Goethe bruciò, per così dire, le tappe del suo apprendimento dopo lo sgomento iniziale: «La lingua che ho praticato privatamente per così tanto tempo non mi viene naturale nella vita reale; ma la gentilezza del popolo mi aiuta molto» (Verona, 16 settembre 1786).

A pochi mesi di distanza questa impressione negativa iniziò a dileguarsi: «L’italiano è la lingua dei pittori e dei musicisti; devi ascoltarla per capirla appieno, e senti che è adatta alle arti» (Lettera a Charlotte von Stein, Roma, 28 dicembre 1786). «La lingua sta diventando sempre più fluente, e parlo senza troppa esitazione; gli italiani sono di buon cuore e comprensivi, e presto diventi uno con loro» (Roma, 1° novembre 1786). 

Egli si sentiva portato a una dimensione sempre più simbiotica con il nuovo ambiente: «In questa città vivace, impari l’italiano senza nemmeno rendertene conto; è il linguaggio della vita quotidiana, della gioia e dell’attività» (Napoli, 2 marzo 1787). Ben presto Goethe si sentì a suo completo agio: «Il linguaggio è diventato così naturale per me che posso esprimere i miei pensieri senza sforzo» (Palermo 13 aprile 1787).

Goethe, personaggio illustre ma ricco di umanità e attenzioni verso le persone più umili, a Palermo si recò a visitare la povera famiglia del sedicente Conte Cagliostro, Giuseppe Balsamo, rimanendo ammirato della dignità e della gestualità del linguaggio delle persone semplici: «La gentilezza della lingua italiana dava risalto ai sensi nobilissimi, e pieni di naturalezza di quelle parole, alle quali la vivacità poi del gestire, tutta propria degli abitanti di queste contrade, aggiungeva un’attrattiva indicibile» (Palermo, 17 aprile 1797).

Se si mettono insieme gli aggettivi utilizzati da Goethe, per descrivere la lingua italiana, si perviene a questo ricco florilegio: l’italiano è la lingua dell’arte, della musica, della poesia, del teatro, della gioia, della bellezza, da associare al mondo classico e al Rinascimento, una lingua che non respinge ma accoglie; una lingua chiara, leggera, melodiosa, espressiva, solare, della gioia illuminante. Insomma, una vera e propria dichiarazione d’amore da parte di questo grande autore! 

Tielsch

Goethe, di Wilelm Tieschbein

Il radicale cambiamento indotto in Goethe dall’esperienza in Italia 

Goethe, lasciata l’Italia, ritornò a Weimar profondamente trasformato come uomo e come artista, rispetto al movimento “Sturm und Drang” (Tempesta e impeto), una corrente letteraria sviluppatasi nella seconda metà del Settecento, di cui egli fu un rappresentante di spicco con il suo romanzo sul giovane Werther, esaltando titanicamente l’affermazione dello individuo con le sue emozioni sulle convenzioni sociali dettate dalla tradizione. Ormai Goethe si era avvicinato al classicismo e a guidare la sua ispirazione non era più l’eroismo inquieto e tragico del ribelle solitario: l’impeto di una volta si era sciolto nel desiderio profondo di ordine, chiarezza, misura e bellezza, caratteristiche che trovava nell’arte classica e rinascimentale.

A raffigurare l’armoniosa natura dell’Italia come fonte innovativa dell’ispirazione di Goethe fu Wilelm Tischbein (1751-1829), importante pittore neoclassico dell’epoca, specializzato nei ritratti, molto vicino al poeta durante il soggiorno a Roma. Tischbein lo ritrasse adagiato su una roccia con lo sfondo della campagna Romana, alla quale il poeta spesso si ispirava.

Il cambiamento artistico di Goethe fu così profondo che egli fece una dichiarazione dalla portata totalizzante per quanto riguarda la riscoperta della sua umanità: «A Roma mi sono per la prima volta sentito uomo» (Roma, Lettera alla madre, 3 maggio 1787). Lo stesso concetto è ribadito nella frase: «È stata come la mia seconda nascita» (Roma, tra marzo e maggio 1787).

In un altro passo viene sottolineato quanto l’esperienza concreta sia necessaria per completare la conoscenza teorica: «Quelle che adesso m’importano sono soltanto le impressioni dei sensi, che nessun libro può dare. Il fatto è che sto riprendendo interesse al mondo, sperimento il mio spirito d’osservazione» (Roma, tra maggio e giugno 1787). Dopo aver visitato a Roma la Galleria Colonna e averne ammirato i dipinti: «Chi può tornare subito a contemplare la natura e ritrovarvi e rileggervi ciò che quegli artisti vi avevano trovato e più o meno esattamente imitato, sente il suo spirito allargarsi, purificarsi e assurgere all’idea più completa e concreta del rapporto fra natura e arte».

Vesuvio, schizzo di Goethe

Vesuvio, schizzo di Goethe

La sua propensione allo studio delle scienze naturali, della botanica, della stratificazione geologica lo portò a visitare l’Italia come una terra da osservare anche scientificamente: ebbe modo di studiare l’eruzione del Vesuvio e in Sicilia l’eruzione dell’Etna. Ma parimenti fu un attento osservatore della gente che incontrava, studiandone il carattere e restando particolarmente colpito dalla vivacità dei napoletani.

La posizione di Goethe contribuì a creare un pregiudizio positivo a favore dell’Italia dove però, ai tempi del Grand Tour, vi erano notevoli carenze: povertà diffusa, disorganizzazione, scarso interesse alla cosa pubblica, discontinuità nella progettazione oltre alla frammentazione politica e così via. Goethe, e dopo di lui gli altri viaggiatori, preferirono soffermarsi sugli aspetti positivi e maturarono un sincero apprezzamento.

La consapevolezza delle carenze, che all’occorrenza Goethe non mancò di criticare con signorile garbo, fu lontano dai toni taglienti usati da Heinrich Heine (1797-1856), poeta romantico e giornalista, che non condivise l’esaltazione per l’Italia. Egli ebbe da ridire sulle vestigia storiche, sulla mancanza di tecnologia per favorire il progresso e sull’eccessiva loquacità della popolazione: «I tedeschi amano gli italiani i quali sono come statue che parlano troppo: questo è un problema». La posizione di Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu intermedia. Egli apprezzò l’Italia solo come luogo di rifugio individuale per ristabilirsi, senza però considerarla una fonte della sua ispirazione.

Ciascun autore si espresse secondo la sua soggettività, anche se i più condivisero l’apprezzamento di Goethe. A noi pare significativo sottolineare che per il poeta, l’impressione riportata in Italia, con il suo radicale cambiamento, fu indelebile. A pochi anni dalla morte e a mezzo secolo di distanza dal suo viaggio in Italia, a 16 anni dalla pubblicazione del diario, in una conversazione confidenziale con un amico, ribadì il suo profondo legame con l’italiano e la cultura che rappresentava, confermando il suo straordinario caso di simbiosi. Riportiamo due citazioni in tal senso: «Il tedesco mi forma, il latino mi sostiene, ma l’italiano mi illumina» (lettera del 19 dicembre 1828 a Johann Peter Eckermann, uno dei suoi principali biografi e interlocutori). «L’italiano mi viene ogni giorno più facile. È una lingua amichevole, chiara, elegante» (Frase del 1929 tratta dalle Conversations with Goethe del citato Johann Peter Eckermann).

Addentrandoci in queste precisazioni ci siamo un po’ allontanati da una domanda più intrinseca all’opera letteraria di Goethe e, cioè, se le ripetute frasi di adesione ai canoni classici, più che annotazioni di viaggio fatte al momento, fossero riflessioni accuratamente pensate e aggiunte successivamente. Più in là esamineremo questo argomento di critica letteraria, mentre, da quanto si è detto, Goethe certamente risulta essere un testimone eccezionale del bel Paese. 

Roma, via del Corso, la casa dove soggiornò Goethe

Roma, via del Corso, la casa dove soggiornò Goethe

Goethe, un testimone d’eccezione per il suo apprezzamento dell’Italia

La considerazione che Goethe ebbe dell’Italia non fu enfatica, perché egli effettivamente considerò la permanenza in questo Paese il suo completamento esistenziale ed artistico. «La meta del mio più profondo desiderio, i cui tormenti riempivano tutto il mio essere, era l’Italia, la cui immagine e somiglianza aleggiavano invano davanti a me per molti anni, finché finalmente, con audace risoluzione, non ho osato cogliere il reale presente» (Napoli, 3 gennaio 1787). «Sono stato molto felice in Italia; tanto si è sviluppato ciò che era rimasto in sospeso per troppo tempo; gioia e speranza sono rinate pienamente in me. Ora che sono completamente rientrato in me stesso, la mia mente, che per quasi due anni ha assorbito i più grandi oggetti dell’arte e della natura, può di nuovo lavorare dall’interno» (Roma, 16 maggio 1787).

Egli quindi, trovò in Italia una vera e propria rinascita spirituale e un potenziamento innovativo della sua ispirazione, che lo spinse a parlarne e a suscitare nei suoi amici rimasti in patria lo stesso entusiasmo. Le riflessioni annotate nel diario spiegano le ragioni del suo entusiasmo che continuarono a rincuorarlo nel corso della sua lunga vita. L’impulso a infondere nei suoi amici lo stesso suo entusiasmo risalta in una considerazione da lui scritta, quando, visitata la Sicilia e fermatosi nuovamente a Napoli, stava per lasciare la città partenopea per ritornare a Roma: 

«Nessuna cosa pertanto mi poteva riuscire più accetta, che la certezza da voi datami nelle ultime vostre lettere, che vi state vale a dire occupando assiduamente dell’Italia e della Sicilia; che state leggendo descrizioni di viaggi, contemplando incisioni; mi conforta il pensiero che tutte quelle cose saranno di commentario utile alle mie lettere. Se lo aveste fatto, o me lo aveste partecipato prima, avrei procurato essere, più zelante ancora, di quanto io sia stato. (…) Dal momento principalmente e soprattutto, che ogni uomo non deve essere considerato altrimenti, che quale supplemento di tutti gli altri, e che tanto più utile, tanto più accetto riesce quando si comporta a quel modo, questa massima si deve applicare specialmente ai viaggiatori, ed alle descrizioni di viaggi. Persone, scopi, circostanze di tempo, accidenti fortuiti buoni e cattivi, assumono aspetto diverso, agli occhi degli uni e degli altri. Conoscendo io, chi mi ha preceduto, mi compiacerò nel trarne partito non per me solo, ma nel valermene pure a preparare ad agevolare la via a chi dovrà, dopo di noi, visitare le stesse contrade» (In viaggio da Napoli verso Roma 5 e 6 giugno 1778). 

I critici letterari sono arrivati a sostenere che molte osservazioni contenute nel diario fossero più funzionali a una tesi culturale che ad un’esposizione finalizzata a fare capire i dettagli del viaggio, una questione che esamineremo nel paragrafo seguente. In realtà, egli si rivelò un osservatore tutt’altro che sprovveduto delle carenze riscontrate, come quando scrisse dei mali di Napoli (offrendoci anche un lungo pezzo di sociologia del lavoro in quella città), dell’inesistente pulizia delle strade a Palermo, dell’approssimazione nella conservazione degli alimenti, della disastrosa situazione della maggior parte delle locande [7]. Su tutto questo prevalse, però, la dolcezza del clima, l’indole della popolazione, la bellezza della lingua, la ricchezza delle opere d’arte.

Facendo un salto di secoli, troviamo a Roma in un ambiente così favorevole come lo fu per Goethe, Ingeborg Bachman, una scrittrice in lingua tedesca (di cittadinanza austriaca), affermatasi come una voce importante della letteratura europea del secolo scorso (suoi i romanzi Malina e Il Trentesimo anno). Ha vissuto a Roma una parte significativa della sua vita, sentendo un fortissimo attaccamento alla città, dove ha finito i suoi giorni nel 1973.

Venendo finalmente alla questione di critica letteraria più volte richiamata, ci si è però chiesti se, fatta salva la freschezza della meraviglia di Goethe di fronte alle opere d’arte e ai paesaggi naturalistici che da tanto tempo aveva desiderato di visitare, le seducenti digressioni sul classicismo fossero state ispirate al momento o piuttosto aggiunte successivamente per conferire maggior vigore alla sua adesione al classicismo. La questione è importante, più letterariamente che esistenzialmente, perché, anche da quanto in precedenza esposto, risulta che la sua adesione ai canoni dell’armonia e dell’equilibrio non fu mai posticcia ma oggetto di una continua e sempre più convinta adesione, una volta passato il periodo giovanile definito protoromantico. Ma vediamo come si è svolto questo dibattito. 

img_4920Il viaggio in Italia: Un semplice diario di viaggio o un manifesto culturale? 

Die Italienische Reise, pubblicato nel 1816, esattamente 38 anni dopo la permanenza del poeta in Italia, è un vero e proprio diario di viaggio o piuttosto un manifesto culturale a favore del classicismo?  Si è pronunciato al riguardo il docente di storia dell’arte Michele Dolz su Avvenire del 20 luglio 2020, recensendo il volume bilingue del Goethes italienische Reise (pubblicato nelle Siska Editions), molto ricco di citazioni del diario [8]. Questo libro sottolinea che Goethe, a ciò portato anche dall’insofferenza ai rituali di corte, abbia fatto dell’Italia una nuova Arcadia, un luogo ideale di vita, insistendo su di essa come il Paese delle bellezze naturali, del pittoresco, dell’arcadico.

Questa idealizzazione aveva nel passato precedenti letterari illustri: in Virgilio con le Egloghe, in Boccaccio con la Comedia delle ninfe fiorentine, in Jacopo Sannazaro con la sua Arcadia pubblicata nel 1504, in Torquato Tasso con il dramma Aminta del 1573. Non erano mancati analoghi precedenti nella pittura, attestati dal Concerto campestre di Tiziano del 1510 circa e dall’Arcadia del Guercino databile tra il 1518 e il 1522. È giusto precisare che, nel citato libro, i cui punti salienti sono stati ben riassunti da Dolz, la base del diario è costituita senz’altro dagli appunti di viaggio, ai quali però Goethe aggiunse, dopo diversi decenni, ulteriori considerazioni (solitamente di conferma e accentuazione di quanto in precedenza scritto), per cui più che di un semplice diario si tratta di un’opera letteraria.

Pertanto, saremmo di fronte, per utilizzare le stesse parole di Dolz, a «una visione intellettualizzata, da aristocratico, da sognatore, che non era l’Italia reale di allora. I successivi viaggiatori del Grand Tour arrivavano con quelle aspettative e con quello schermo. Ancora oggi per molti turisti l’Italia è un Paese bellissimo, pieno di arte e di natura, un po’ furbetto e un po’ in disordine».

Tempio di Vesta a Tivoli, olio su tela, 1837, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte sul Meno.

Tempio di Vesta a Tivoli, olio su tela, 1837, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte sul Meno

Si era addentrato in questo dibattito anche il germanista Marino Freschi nel 2016, nella ricorrenza del bicentenario dell’uscita del primo volume del diario, parlando di «un capolavoro, molto “partigiano” della letteratura odeporica, un manifesto antiromantico, ma anche e soprattutto, di un monumento all’amore dei tedeschi per l’Italia» [9]. Freschi, nella composizione dell’opera, ha ravvisato una prima stranezza nel fatto che gli appunti sul viaggio venissero pubblicati quasi 40 anni dopo, fatto che induceva a supporre l’aggiunta di altri brani. Una seconda stranezza sarebbe consistita nella distruzione di numerosi documenti utilizzati per la redazione dei diari e questo fatto ha reso impossibile dei controlli comparativi.

Proprio da Roma, da un ambiente autorevole in sintonia con il romanticismo, vennero avanzate severe critiche al classicismo così convintamente proposto da Goethe nel suo diario. Si trattava dei cosiddetti “Nazareni”, un gruppo di pittori tedeschi costituitosi a Roma come Lega di San Luca, interessati all’arte sacra cristiana e all’impostazione artistica del Medioevo e del primo Rinascimento (ad autori come Giotto e Raffaello), operando specialmente tramite gli affreschi. Essi erano romantici e perciò del tutto avversi al classicismo e al suo cosmopolitismo. Il loro leader spirituale fu Johann Friedrich Overbeck. I pittori “nazareni” stigmatizzarono il “paganesimo” del diario di Goethe e la sua unilateralità, e criticarono, ad esempio, che Goethe avesse parlato de «il triste duomo di San Francesco» ad Assisi, volutamente trascurato per esaltare il tempietto classico di Minerva. Ciò portò Barthold Georg Nielbuhr (1776-1831), il padre della moderna storiografia romana, ad affermare: «Goethe ha visto senza amore. E proprio lui che da giovane aveva entusiasmato i tedeschi per l’arte medievale!». Goethe, schierato a favore del classicismo e in parte vicino dell’illuminismo [10], incurante dell’accusa di paganesimo, si sarebbe servito della sua pubblicazione per attaccare l’estetica romantica. Insomma, secondo Il prof. Freschi, non si tratta di una innocente racconto di viaggio ma dell’impegno a far il punto sui fattori complessi politici e culturali di quel momento storico, facendo valere le sue ragioni, motivo per cui la redazione del testo fu così lunga.

Queste dotte analisi, seppure sinteticamente riportate, rendono credibile l’affermazione che Die italienische Reise possa essere considerato, congiuntamente, un diario e anche un manifesto culturale a favore del classicismo, due aspetti molto accortamente congegnati. Sicuramente, Goethe, in un periodo in cui si sentiva isolato nella difesa del classicismo, dovette enfatizzare diverse espressioni del suo diario e, tuttavia, il succo era già contenuto in nuce in quanto scrisse quando visitò i vari siti e i diversi monumenti. Goethe, pur essendo stato educato secondo l’impostazione della confessione luterana, era un panteista alla Spinoza [11].

Il poeta non era portato ad apprezzare tutte le espressioni devozionali e i luoghi sacri dei cattolici (fatta eccezione per la loro bellezza artistica). Egli, pur non amando l’insistenza sull’esteriorità, era rispettoso di una certa ampollosità liturgica, mentre restò addirittura estasiato trovandosi in qualche luogo della mistica cristiana, come avvenne nella giornata passata nella chiesa di S. Rosalia a Palermo (Palermo, 13 aprile 1787). È fondato ipotizzare che Goethe avrebbe sentito lo stesso coinvolgimento spirituale se avesse visitato qualcuno dei luoghi in cui san Francesco aveva vissuto con tanta semplicità. Si può dire che ogni scelta è parziale e così fu anche la sua, anche se sincera, sia quando la provò sul posto, sia quando la riprese in mano, enfatizzandola molto più tardi. Indubbiamente egli ha lasciato una grandiosa testimonianza d’amore per l’Italia, per la sua lingua, per la sua cultura e per il suo popolo: questo conserva tutt’oggi la sua validità, come vedremo nelle conclusioni. 

Erasmo da Rotterdam

Erasmo da Rotterdam

Il classicismo di Goethe: un invito al cosmopolitismo a superamento dei nazionalismi

Il classicismo di Goethe ha a che fare con il cosmopolitismo. Freschi, nella sua accurata analisi del diario di Goethe e della sua adesione al classicismo, fa una riflessione che ci riporta dal piano letterario a quello storico, in un periodo agitato dall’imperversare dei nazionalismi: «Vi era in Goethe la volontà di una resa dei conti con quegli ambienti intellettuali e artistici che proclamavano, attraverso un ritorno al misticismo estetico medievaleggiante, anche un inquietante patriottismo germanico che il cosmopolita Goethe non poteva accettare» [12]. Premettiamo una brevissima digressione storica sul cosmopolitismo per poi passare alla concezione di Goethe.

Il concetto di cosmopolitismo, e cioè la consapevolezza e il sentimento di essere cittadini del mondo piuttosto che di una singola città o nazione, ebbe origine tra i pensatori greci. Nel quarto e nel terzo secolo prima di Cristo, tra i filosofi greci della scuola cinica (di cui faceva parte anche Diogene), questa impostazione venne ribadita da Epicuro, che considerò l’umanità un’unica comunità, chiamata alla felicità tramite la saggezza, l’amicizia e i piaceri non esagerati.

Per il medioevo basti citare Erasmo da Rotterdam (1475-1536). Egli anticipò l’apertura europea degli intellettuali rinascimentali e promosse l’unità attraverso la pace e la tolleranza, essendo del tutto contrario ai nazionalismi perché si considerava “cittadino del mondo”. Tra i contemporanei di Goethe in Germania vi fu il filosofo Immanuel Kant (1724-1804) che, nel suo saggio Per la pace perpetua, propose un cosmopolitismo giuridico e politico, un sistema internazionale promosso da una Federazione di Stati chiamata a opporsi ai conflitti e a garantire i diritti individuali.

Anche Goethe, specialmente nel periodo della sua maturità letteraria, fu un autore schierato a favore del cosmopolitismo. Pur trovandosi in una situazione sempre più minoritaria, si ispirò a una visione universale dell’uomo, da non limitare con le barriere culturali e territoriali. Avevano un carattere universale anche le domande che, nella tragedia di Goethe, spinsero Faust a seguire il suo percorso esistenziale. Il suo viaggio in Italia, che rappresentò una fase cruciale della sua vita, attestò il suo intento di non volersi chiudere nella cultura tedesca e perciò volle aprirsi alla lingua e alla cultura italiana, confidando in un processo formativo più adeguato tramite le ricchezze delle altre culture europee e a stringere legami e non suscitare divisioni tra i popoli.

Anche se non era interessato ad immergersi nelle vicende politiche del tempo, a differenza del suo caro amico, il duca Carlo Augusto di Weimar, e pur alieno dalle prese di posizione eclatanti, i suoi scritti indicarono la proiezione verso un’Europa non frammentata nei nazionalismi, incluso quello tedesco. La crescita interiore dell’individuo deve avvenire in connessione con il mondo senza conferire un valore assoluto all’entità nazionale. Goethe anche, durante il periodo napoleonico e l’invasione della Germania, non si lasciò attrarre dalla retorica patriottica per salvaguardare la sua idea di armonia tra i popoli europei. Egli ricercò l’equilibrio nell’universalità, reagendo sia ai disordini del periodo napoleonico, sia alla restaurazione successiva e all’insorgere dei nazionalismi. La sua fu considerata una posizione aristocratica e arcaica dai romantici, che esaltavano l’individualismo, le tradizioni popolari e le identità nazionali.

Nel lungo periodo è prevalsa però l’attualità del pensiero di Goethe rivolto all’elevazione personale dell’individuo, in continuo divenire e impegnato nella ricerca della verità. Il suo pensiero appare fecondo nell’attuale dibattito tra localismo e globalizzazione e conferisce sostanza a concetti come intercultura, integrazione d’ordine sovranazionale, privilegiando non la forza ma il rispetto reciproco e l’autonomia dell’individuo. Egli alluse perfino alla prospettiva di un’Europa unita e rispettosa delle singole tradizioni, come vedremo nel paragrafo conclusivo. 

libroIl messaggio di Goethe aiuta ad affrontare gli attuali problemi europei

Goethe in Germania è considerato una figura centrale, non solo come padre della letteratura tedesca ma anche per l’attualità del suo messaggio, che sprona l’Europa a un atteggiamento di unità e di apertura. 

La posizione di Goethe ha contribuito, innanzi tutto, a rinforzare i legami con l’Italia, che con il tempo sono andati ben oltre l’ambito letterario e artistico, hanno inglobato vari settori e hanno ricevuto un forte supporto anche dai flussi migratori. L’esperienza positiva di Goethe e quella degli altri viaggiatori nel contesto del Grand Tour continua oggi su una base popolare molto estesa attraverso il turismo di massa: infatti, i tedeschi costituiscono la componente più cospicua tra i milioni di stranieri che si recano in visita in Italia. Goethe, con il suo diario, ha certamente influito per creare un “pregiudizio positivo” nei confronti dell’Italia, peraltro ricambiato da un interesse degli italiani a conoscere un Paese così diverso e così apprezzabile come la Germania.

Dopo Goethe l’Italia venne pensata dai tedeschi come Paese della luce, dell’armonia, dell’arte, dai preziosi resti archeologici che richiamano alla memoria l’arte classica e quella rinascimentale. Si sa che le permanenze turistiche sono di breve durata ma anch’esse, vissute con una certa sensibilità culturale, racchiudono virtualità formative miranti a rafforzare il rispetto delle altre nazioni e delle loro culture: questa predisposizione rende più agevole anche l’apprendimento linguistico.

Nell’analisi dei fattori che facilitano gli scambi tra i popoli vanno inclusi anche i flussi migratori. In Germania è insediata una comunità di oltre 800 mila italiani. Se consideriamo questa presenza come un innesto stabile della peculiare sensibilità italiana nel grande tronco della cultura tedesca, possiamo anche ipotizzare un fruttuoso scambio, base indispensabile per una maggiore coesione bilaterale. Indirizza in tal senso anche la “migrazione virtuale” delle imprese italiane, strettamente collegate con quelle tedesche tramite la fornitura di accessori, rafforzando così la simbiosi tra i due principali Paesi manifatturieri d’Europa.

Bisogna poi passare dal livello bilaterale a quello europeo e riflettere, sulla base di quanto avvenuto nei secoli passati, alla strategia politica che possa meglio unire i Paesi del “vecchio continente”. Per trarre delle indicazioni concrete abbiamo cercato di individuare negli ultimi tre secoli gli aspetti più rilevanti a supporto della nostra riflessione [13].

Dalla fine della cosiddetta “trentennale guerra di religione”, chiusa con la pace di Westfalia nel 1648, si affermò una concezione più secolarizzata, che avviò la formazione degli Stati nazione. I tre secoli successivi, furono caratterizzati dalla prevalenza delle autorità nazionali sui due riferimenti centrali, una volta indiscussi quello politico dell’Imperatore del Sacro romano Impero e quello religioso del Papa. All’esterno gli Stati nazione da soli o agendo all’interno di temporanee alleanze, si adoperarono per sopraffare con le armi altri Stati per trarne dei vantaggi territoriali o di altro tipo, ragion per cui l’Europa fu un continuo teatro di guerre, terminate con due conflitti mondiali di impressionanti dimensioni in termini di vite umane e di distruzione della ricchezza. A livello interno, invece, i sovrani furono oggetto delle contestazioni dei loro cittadini, interessati a non sottostare al loro potere assoluto e decisi a farsi riconoscere come soggetti di diritti inviolabili, da formalizzare nelle Costituzioni, leggi fondamentali vincolanti anche per i sovrani.

Un processo analogo si è svolto, più di recente, anche a livello religioso, culminato per la Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano. Il 1962-1965. Inoltre, specialmente dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa è diventata uno sbocco di consistenti flussi migratori, i cui protagonisti spesso si ispirano a religioni differenti come l’islam, che hanno rafforzato la necessità di tolleranza religiosa da estendere non solo ai membri delle confessioni cristiane ma ai membri di tutte le altre religioni.

Proseguendo questo percorso storico osserviamo che la prima metà del XX secolo fu segnato in alcuni Paesi europei dalla drammatica esperienza dei totalitarismi (fascismo, nazismo, comunismo), che interruppero bruscamente il tormentato progresso dialettico mirante a una composizione tra rispetto delle libertà individuali, salvaguardia degli interessi nazionali e necessità della collaborazione tra gli Stati. Il secondo dopoguerra è stato per l’Europa, cosciente dei mali che aveva creato, una fase positiva grazie alla tempra degli statisti dell’epoca che riuscirono a coinvolgere gli ex nemici nell’avvio di un processo d’integrazione destinato a creare benessere economico e sociale, libertà di movimento, ampliamento dei livelli di collaborazione, ma non in maniera adeguata a causa dei deboli meccanismi decisionali e delle ridotte competenze.

Se negli anni ‘50 del Novecento ci fosse stato un maggiore coraggio nel rafforzare il riferimento unitario, attualmente l’Europa si troverebbe meglio equipaggiata nell’inserirsi nella geopolitica a livello globale. Il rischio è, invece, che si cada nel miraggio di ritornare al passato e operare ciascuna nazione per proprio conto, alleandosi con una potenza mondiale egemone. Pur convinti che la salvezza della cultura europea deve avvenire secondo forme nuove e più efficaci, non bisogna però abbandonare i riferimenti culturali “aperti”, già evidenziati dai filosofi greci e successivamente approfonditi dagli intellettuali europei, perché le armi, la ricchezza economica, la sovrabbondanza di risorse altrui non sono la soluzione. Ne deriverebbe una condizione di vassallaggio basata su questi falsi miti: il potere, per essere più efficace, non deve essere soffocato da limiti; i diritti democratici non possono essere intesi in maniera tale da creare intralci all’esercizio del potere; una nazione che è più forte economicamente e militarmente ha il diritto di imporsi alle altre e di pretendere ciò che serve alla sua ulteriore espansione.        

Secondo Goethe e, naturalmente di molti altri, la più autentica tradizione europea è quella basata sui diritti individuali, sui poteri bilanciati e sull’apertura sovranazionale, un inestimabile patrimonio da far valere a beneficio dell’umanità.

Queste conclusioni potrebbero apparire una digressione dal nostro tema e invece non ci siamo allontanati dalla riflessione sul pensiero di Goethe. Ma, al contrario, lo abbiamo riesaminato ripercorrendo la storia moderna e quella contemporanea, constatandone l’attualità, avendo ritenuto che la crescita dell’individuo va pensata in maniera tale da salvaguardare la sensibilità di tutti gli uomini in un contesto di collaborazione e non di contrasto. 

Roma, Villa Borghese, Monumento a Goethe

Roma, Villa Borghese, Monumento a Goethe

L’ispirazione di Goethe non fu solo letteraria ma anche politica nel senso più nobile del termine. Egli maturò questa sua impostazione durante la sua permanenza in Italia, quando ebbe modo di apprezzare in profondità quanto di grande era stato fatto nel passato e a cercare di attualizzarlo.

Per diffondere la conoscenza del tema sollevato da Goethe, così fondamentale per la convivenza umana, si adoperano diverse strutture e molti studiosi. Anche la Germania Opera direttamente in Italia attraverso Goethehaus in via del Corso, l’Accademia tedesca di Villa Massimo a Roma e, seppure maggiormente attenta agli aspetti economici, la Biblioteca Hertziana.

A ricordare questo grande poeta e pensatore si trova in Villa Borghese il monumento a lui dedicato, che il Kaiser Guglielmo II volle donare alla città. L’opera, oltre a raffigurare Goethe, presenta simbolicamente le due nazioni, tedesca e italiana, indicando così la necessità della loro collaborazione, a livello culturale e a tutti i livelli che da essa derivano. Deve essere considerato un motivo di immenso orgoglio dall’Italia il fatto che questo grande umanista abbia trovato durante la sua permanenza nel nostro Paese l’incentivo e il supporto a completare la sua ispirazione che, come abbiamo visto, è ancora di grande attualità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1]  Istituto di studi politici S, Pio V, L’Italia nel mondo attraverso la sua lingua, 2 volumi, Aspes, Roma, 2025.
[2] Su Goethe abbiamo pubblicato due precedenti articoli su Dialoghi Mediterranei: “Goethe: la vita, le opere, la concezione dell’amore”, in n. 75. settembre 2025; “Rileggere “Die italienische Reise” di Goethe”, in n. 76, novembre 2025.
[3] Quasi tutti i brani sono tratti dal seguente volume: Johann Wolfgang von Goethe, Ricordi di viaggio in Italia nel 1786, traduzione di Augusto di Cossilla, Stabilimento Tipografico F. Manini, Milano, 1875.Testo ripreso da Wikisource. 
[4]  Ricci A., “L’eredità delle comunità italiane in Europa Centrale e Orientale. Immigrazione e presenza italiana ieri e oggi”, in Dialoghi Mediterranei, n. 70, gennaio 2025, Cfr. anche i capitoli dedicati all’Europa dell’Est nel volume di Istituto di studi politici S. Pio V, L’Italia nel mondo attraverso la sua lingua, Aspes, Roma, 2025.
[5] Alla bibliografia che chiude l’esauriente voce dell’enciclopedia Treccani dedicata a Giovanazzi, va aggiunto anche lo studio abbastanza recente dii Hebner Theodore n. in Italica, b y University of Illinois, Vol. 26 giugno 949: 148-150.
[6] Le frasi tratte dal suo diario vengono riportate citando il luogo e la data, così che il lettore le possa facilmente ritrovare in una qualsiasi edizione del diario di Goethe. 
[7] I riferimenti precisi su quanto scritto da Goethe a proposito di questi aspetti si trovano nel nostro articolo dedicato alla rilettura del suo diario, pubblicato a novembre 2025 e citato nella nota 2. 
[8] Dolz Michele, “Riletture. Quando Goethe “inventò” l’Italia della bellezza”, Avvenire, 26 luglio 2020, https://www.avvenire.it/agora/pagine/e-goethe-inventò-litalia-della-bellezza.
[9] Freschi, Viaggio in Italia di Goethe, rivista il Mulino, https://www.rivistailmulino.it/a/il-viaggio-in-italia-di-goethe. Goethe nel 1829 confidò al segretario Eckermann di aver solo parzialmente usato le lettere scritte durante la permanenza in Italia, poi, in parte distrutte; nonché un diario, pensato per Charlotte von Stein, la donna alla quale era legato in quel periodo.
[10] Goethe risentì l’influenza dell’illuminismo e della fiducia nella ragione ma non m modo acritico. Egli tenne in gran conto l’esperienza concreta dell’individuo con il suo carico di emozioni: egli fu un originale punto d’incontro tra Illuminismo e Romanticismo. Avverso a un razionalismo e ad una scienza di tipo meccanicistico improntate a un ottimismo assoluto, cercò di comporre la ragione con le emozioni, l’arte, la spiritualità, la natura e specialmente l’irrequietudine dell’individuo: insomma, un illuminista sui generis. La sua impostazione risalta nella figura di Faust, fondato sulla ragione ma bramoso di andare oltre i limiti. Questa problematica è quella più intima all’ispirazione letteraria e filosofica di Goethe è stata affrontata da Luigi Settembrini nel saggio Goethe e l’llluminismo (il Saggiatore, Napoli, 1992). Sull’influenza esercitata sul poeta dall’Illuminismo e dalle altre correnti di pensiero si sofferma anche Herman Hesse nel volume L’arte della vita, pubblicato in Italia da Mondadori (Milano, 1992), 
[11] Ben diverso fu il caso René de Chateaubriand, che diede al suo viaggio una profonda motivazione religiosa: Itinéraire de Paris à Jérusalem (1811). 
[12] Freschi M., Viaggio in Italia di Goethe, rivista il Mulino, https://www.rivistailmulino.it/a/il-viaggio-in-italia-di-goethe 
[13] Cfr. IDOS. La tolleranza religiosa dall’ impero romano ad oggi, n. 1-4, Affari Sociali Internazionali. Roma, 2018. 

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Franco Pittau, dottore in filosofia, è studioso del fenomeno migratorio fin dagli anni ’70 quando, per un quinquennio, condusse anche un’esperienza sul campo, in Belgio e in Germania. È stato ideatore del Dossier Statistico Immigrazione, il primo annuario del genere realizzato in Italia. Già responsabile del Centro studi e ricerche IDOS (acronimo di “Immigrazione Dossier Statistico”), attualmente ne è e presidente onorario. È membro del Comitato organizzatore del Master in Economia Diritto Intercultura (e anche docente) presso l’università di Roma Tor Vergata e scrive su riviste scientifiche sui temi dell’immigrazione, dell’emigrazione, della diffusione all’estero della lingua italiana nonché delle questioni connesse al fenomeno religioso.  
Jürgen Schleider, dirigente scolastico in pensione, laureato in ingegneria elettronica presso l’Università tecnica di Darmstadt, per la sua ulteriore formazione come insegnane della lingua e della letteratura tedesche ha seguito i corsi presso la citata università e quella di Magonza. Indagine sui problemi dei Gastarbeiter nella Repubblica Federale Tedesca è il titolo della tesi da lui elaborata sotto la guida dei professori Franz Hebel e Rudolf Loberg. Nella realizzazione di progetti a carattere linguistico e letterario ha collaborato anche con istituti scolastici italiani, segnatamente a Foggia. Fortemente impressionato dall’ammirazione nutrita da Goethe per la lingua, la cultura e il paesaggio italiani, è molto legato all’Italia, dove fin da giovane ha stretto rapporti di amicizia. Da ultimo ha collaborato con l’Istituto di Studi politici S. Pio V per una ricerca sulla diffusione delle lingue nel mondo.

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