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Dal Mare Nostrum a Te Moana-nui-a-Kiwa: viaggi sacri e fondazioni a confronto

– Nave romana nella Villa Romana del Casale Mosaico pavimentale della Villa Romana del Casale (Piazza Armerina, Sicilia), parte del ciclo della “Caccia grossa”. Raffigura una nave romana a vele e remi.

Nave romana nella Villa Romana del Casale
Mosaico pavimentale, Piazza Armerina

di Selene Feltrin

Il mare increspato è il primo orizzonte dell’uomo, confine fluido in perpetuo movimento e promessa di un altrove. Due viaggi lontani nel tempo e nello spazio – quello di Enea che, lasciata Ilio in fiamme, con i sopravvissuti veleggia per il Mediterraneo, e quello dei navigatori polinesiani che, in fuga da guerre di carestia, secondo alcune narrazioni Maori, solcano Te Moana-nui-a-Kiwa, il grande oceano [1] – raccontano la stessa urgenza: salvare la memoria e rifondare il loro mondo.

Le fiamme divoravano le mura di Troia e il fumo oscurava il cielo come un presagio di fine [2]. Stringendo per mano il figlio Ascanio, Enea in fuga portava sulle spalle il vecchio padre Anchise e recava con sé i sacri arredi e i patrii Penati: un piccolo mondo che racchiudeva la continuità della sua stirpe [3]. Fuggiva da una città distrutta, ma custodiva il sacro necessario per ricominciare altrove.

Dall’altra parte del mondo e in tempi diversi, ignari di quanto accaduto in un lontano passato in Asia Minore, uomini e donne si imbarcavano da Hawaiki [4]. Le canoe, scolpite nel legno sacro, si aprivano alle correnti del Pacifico seguendo il respiro del vento e il disegno delle stelle [5]. Portavano con sé genealogie, dèi, canti e riti: un bagaglio invisibile che avrebbe dato senso all’approdo in Aotearoa [6].

Il parallelismo tra Enea e i navigatori polinesiani non si fonda soltanto sull’immagine suggestiva del mare come confine e promessa, ma su una costante antropologica: i popoli che migrano portano con sé non solo corpi e oggetti tangibili, ma anche un patrimonio immateriale fatto di dèi, simboli, riti, memorie collettive [7]. È in questo bagaglio invisibile che si radica la possibilità di rifondare un ordine sociale e religioso in una nuova terra. Nella tradizione romana come in quella maori, la partenza è inseparabile dalla sacralità: il viaggio non è solo movimento nello spazio, ma atto di continuità cosmica e genealogica. Da qui l’importanza di interrogare, in chiave comparativa, i due universi culturali, osservando come essi abbiano inscritto nel mito la stessa tensione tra perdita e rinascita.

Larario domestico della Casa dei Vettii (Pompei) Larario domestico della Casa dei Vettii a Pompei. Altare dedicato ai Lari e ai Penati, custodi della famiglia e della casa.

Larario domestico della Casa dei Vettii (Pompei)
 Altare dedicato ai Lari e ai Penati, custodi della famiglia e della casa

Dovendo lasciare tutto, lo sguardo di chi parte si rivolge verso l’orizzonte delle acque. Ma il mare, in entrambi i racconti, non è un semplice spazio da attraversare: è la prima e più grande sfida. Le acque mettono alla prova la volontà degli eroi, ritardano gli approdi, moltiplicano gli imprevisti. Nell’epica mediterranea come nei racconti polinesiani, il mare non è neutrale: è il luogo del caos, della deviazione, della crisi che prepara alla Fondazione [8].

Per Enea, il Mediterraneo non è un laboratorio di ricerca spirituale, ma un mare costellato di tempeste, ostacoli, ripari e scali in cui la presenza divina, favorevole o avversa, detta direzioni, deviazioni e approdi [9]. Ogni sosta si rivela precaria, illusoria o persino pericolosa: un’epifania negativa che mostra dove il sacro non consente insediamento.                                                     

In Tracia, il sangue che sgorga dal suolo segnala che la terra è contaminata da un brutale tradimento [10] e dunque non può essere abitata: non ogni spazio è consacrabile e la violazione delle radici genera immediatamente un inequivocabile rifiuto confermato dalla voce dello spirito di Polidoro, figlio di Priamo, ucciso proprio dal re dei Traci.                         

Un’ingannevole interpretazione dell’oracolo di Apollo induce Enea e i suoi compagni a fondare nell’isola di Creta, patria del loro progenitore Teucro, la città ove stabilirsi definitivamente. L’abbattersi di una improvvisa e terribile pestilenza sulla città indica, però, che non basta la vicinanza genealogica per rifondare [11]: il fato ha in serbo un’altra e più lontana destinazione e il mare spinge le navi verso ovest a cercare altrove il luogo legittimato.                                                                                                                             

A Cartagine, l’illusione dell’approdo felice compromette seriamente la missione di Enea che, sedotto dalla promessa di un’altra città un altro amore e un altro credo, sta per cedere alle lusinghe di un po’ di pace e serenità. La passione per Didone rischia di vincolare Enea a un altare estraneo, ma il suo destino deve compiersi altrove [12]. L’intervento divino lo richiama al compito originario e ancora una volta il viaggio e il Mediterraneo stesso si mostrano filtro narrativo e cultuale: la nuova Ilio non nascerà da un rifugio comodo, ma da una terra eletta dagli dèi.                                                            

Portare con sé i Penati significa proprio questo: non viaggiare da profugo, ma da fondatore in Potenza [13]. I piccoli simulacri diventano il nucleo della futura urbs, la garanzia che la continuità cultuale sopravviva alla caduta delle antiche mura. Il mare non dissolve l’identità, ma la custodisce in transito: Roma nasce già sulle onde, nelle mani di Enea che reggono insieme il padre, il figlio e gli dèi domestici.

Disegno storico di una canoa Māori Disegno settecentesco realizzato da Alexander Spöring (1769), durante la spedizione di James Cook. Rappresenta una canoa da guerra Māori in navigazione.

Disegno storico di una canoa Māori
Disegno settecentesco realizzato da Alexander Spöring (1769), durante la spedizione di James Cook

Anche i navigatori polinesiani, affrontando l’immensità di Te Moana-nui-a-Kiwa, conoscono ostacoli e insidie che vanno oltre la mera difficoltà tecnica. La leggenda di Kupe narra del polpo gigante di Muturangi [14] che blocca la rotta e insidia la sopravvivenza dell’equipaggio. Le tempeste improvvise, le lunghe notti in cui le stelle, unica bussola dei viaggiatori, sembrano nascondersi, il rischio di smarrire la rotta: tutto concorre a fare dell’oceano uno spazio iniziatico, in cui la comunità intera si mette alla prova. Le canoe non sono solo imbarcazioni, ma microcosmi sacri in cui si invocano gli antenati e si proteggono gli dèi portati a bordo [15].

Abbiamo due mari lontani tra loro – il Mediterraneo e il Pacifico – che hanno generato tradizioni navali profondamente diverse, specchio delle culture che li solcavano. Se ci soffermiamo sul piano tecnologico e contingente, le differenze emergono con chiarezza.                                                                                                                               

9780521316828-ol-0-lEnea, eroe troiano consegnato al mito romano, attraversa le acque chiuse e affollate del Mare Nostrum su navi costruite ad Antandro con il legno sacro del monte Ida [16]. La sua flotta, destinata a peregrinare lungo le coste del Mediterraneo, appartiene a una tradizione che, sin dall’età arcaica, aveva sviluppato navi leggere e veloci, pensate per il cabotaggio e per lo scontro navale. Le pentecontere greche [17] e le navi fenicie [18], probabili modelli delle imbarcazioni di Enea, univano la propulsione a remi e a vela e portavano con sé il simbolo bellico del rostro. Le loro proporzioni – una quarantina di metri di lunghezza e circa cinque di larghezza – le rendevano adatte ad attraversare mari chiusi, costellati di scali e porti [19]. I loro limiti si manifestavano nella difficoltà a reggere le lunghe permanenze in mare aperto senza possibilità di approdo: non a caso, la rotta di Enea è un continuo succedersi di tappe, spesso segnate da deviazioni imposte dagli dèi.

I navigatori polinesiani, diversamente, intraprendono la traversata di Te Moana-nui-a-Kiwa, un oceano smisurato e imprevedibile, a bordo delle waka Hourua [20], canoe a doppio scafo concepite per affrontare distanze di migliaia di chilometri e tempeste oceaniche. Le canoe a doppio scafo, ritrovate in alcuni siti archeologici neozelandesi come Anaweka e Papanui Point [21], rivelano una concezione nautica fondata sull’adattamento all’oceano profondo. Lunghe oltre venti metri, costruite con tavole lignee unite e fissate con fibre vegetali [22] erano frutto di un sapere tecnico che permetteva al legno di flettersi senza spezzarsi resistendo alle onde oceaniche. Le waka erano concepite per trasportare intere comunità, animali, provviste e sementi destinati a fondare i primi insediamenti. A differenza delle navi mediterranee, che alternavano remi e vela, le canoe polinesiane sfruttavano soprattutto la vela triangolare [23] realizzata con foglie intrecciate di pandanus e la lettura delle correnti e dei venti, mentre la navigazione era guidata dall’osservazione delle stelle [24] e dall’esperienza dei navigatori. Non vi erano porti sicuri lungo la rotta: l’imbarcazione diventava uno spazio sacro, un “villaggio galleggiante” [25] che custodiva in nuce la nuova società.

Waka Māori al Otago Museum Waka Māori esposto all’Otago Museum di Dunedin, Nuova Zelanda. Lunga canoa scavata nel legno, testimonia le tecniche di navigazione e le abilità artigianali tradizionali dei Māori.

Waka Māori esposto all’Otago Museum di Dunedin, Nuova Zelanda. Lunga canoa scavata nel legno

La distanza geografica e culturale tra i due mondi non impedisce di cogliere un parallelismo significativo: in entrambi i casi, le navi non sono soltanto strumenti di trasporto, ma dispositivi di sopravvivenza collettiva e di fondazione identitaria.                         

Le venti navi di Enea trasportano non solo uomini e oggetti, ma soprattutto i Penati e il futuro di una stirpe: sono tempio che solca le acque, custodia di un destino, microcosmo sacro preludio alla città futura. Analogamente le waka maori non si limitano a trasportare uomini e beni, ma cariche anche nella loro essenza strutturale, di genealogie (whakapapa) [26], e rituali [27], portano nel cuore del Pacifico la memoria di Hawaiki e la promessa di Aotearoa. La canoa stessa diventa un corpo vivo, dotato di mana e protetto da tapu [28].                                                

Le navi, pur così diverse nella forma e nella tecnica, convergono nella funzione: rendere possibile la traslazione del sacro, del sociale e del politico in uno spazio nuovo. Il mare, anche se a volte ostile e minaccioso, rappresenta via eletta, passaggio e trasformazione.  Sarà un viaggio tutt’altro che facile e sicuro.

L’eroe virgiliano dovrà affrontare una terribile tempesta scatenata da Eolo su richiesta dell’avversa Giunone, ma ne uscirà vincitore, anche se delle venti navi partite da Antandro se ne salveranno solo sette, grazie a Nettuno, dio del mare, che interverrà a placare i flutti e a ripristinare le condizioni atte a una navigazione tranquilla.

Allo stesso modo, Kupe, figura leggendaria maori, non combatte semplicemente un mostro marino: il polpo di Muturangi incarna la resistenza del cosmo a lasciarsi aprire nuove vie. L’oceano non è un ambiente neutro, ma lo spazio di Tangaroa, dio del mare, che va invocato e placato prima di ogni partenza [29].                                                               

Nessun eroe, nessun popolo parte da solo: la traversata è sempre accompagnata da dèi, antenati e forze invisibili che ne determinano l’esito.

10182-rotatedIl viaggio di Enea non si esaurisce con lo sbarco sulle coste del Lazio: l’approdo non è ancora fondazione, ma inizio di una nuova serie di prove. La guerra contro Turno, re dei Rutuli, è la più drammatica di queste. Si tratta della resistenza di una comunità che difende il proprio suolo contro il forestiero. In questo senso, Turno rappresenta lo stesso volto che Giunone aveva incarnato in mare: l’impossibilità di un insediamento pacifico, la necessità che il nuovo ordine origini dal conflitto e dal sacrificio. Solo la morte di Turno, raccontata nel libro XII dell’Eneide, apre lo spazio per la nascita di una nuova città, sancendo che ogni fondazione passa attraverso una crisi estrema [30].

Il matrimonio con Lavinia, figlia del re Latino, suggella l’alleanza tra Troiani e popoli locali, ma al tempo stesso trasferisce nella nuova terra il carico sacrale della stirpe troiana. Attraverso Lavinia, il sangue di Enea si mescola con quello delle genti del Lazio, garantendo che Roma nascerà come sintesi di più radici e non come semplice trapianto di un ceppo straniero [31]. Lavinium, fondata da Enea stesso, è il primo centro destinato a custodire il culto dei Penati troiani. Qui la leggenda colloca il celebre santuario dei Penati, veri garanti della continuità cultuale e del legame con Troia [32]. Lavinium fu la “prima Roma”, ponte tra la città caduta e quella futura.

La morte di Enea presso il fiume Numico, infine, non segna una fine, ma una trasformazione. Secondo la tradizione, il suo corpo scompare e viene venerato come Sol Indiges, una divinità locale assimilata al culto solare [33]. L’eroe diventa dio, e il suo culto a Lavinium sigilla la continuità tra l’umano e il divino, tra la memoria troiana e la religione romana. È un destino che fa di Enea non solo capostipite di una stirpe, ma figura liminale, collocata tra la condizione mortale e l’eternità divina.

In questo percorso – mare, conflitto, alleanza, morte e apoteosi – si compie la vera fondazione. Non basta giungere in una terra, né erigere mura: occorre l’assenso degli dèi, la legittimazione del sangue, la prova del sacrificio. Enea è, in questo senso, il modello dell’eroe fondatore, colui che porta i Penati, combatte Turno e lascia Lavinium come prima custode del sacro, da cui Alba Longa e infine Roma trarranno vita.

9780713996616-usOgni traversata rappresentava, dunque, un gesto comunitario e cosmologico: il mare non era attraversato da individui, ma da genealogie che trasportavano con sé antenati e discendenti in potenza. Questa concezione trova conferma anche nella tradizione orale maori: la memoria di Hawaiki non si perde nell’oceano, i karakia (preghiere) e i waiata (canti) intonati durante il viaggio [34] sulle waka garantivano che Aotearoa non sarebbe stata terra estranea, ma prosecuzione spirituale del mondo d’origine [35].

Le navi e con esse i mari non sono solo mezzi di trasporto, ma grembi provvisori di una civitas che deve ancora nascere. In Lavinio, la città fondata all’arrivo, i tredici altari dedicati ai Penati e l’heroon (monumento funerario) di Enea sanciscono il trasferimento del sacro dalla nave e dall’acqua al suolo, la trasformazione della custodia mobile in fondazione stabile. Il ricordo di questo passaggio era talmente radicato nella memoria romana che il culto dei Penati pubblici al Foro rievocava ogni anno il legame della città eterna con la flotta troiana e con la prima traslatio sacrorum, la trasposizione del divino da un mondo perduto a uno rinnovato [36].

Le navi che solcano le acque, dunque, diventano “madri” non in senso metaforico, ma nella concreta funzione di generare popoli e ordini sociali nuovi. Questo vale per la tradizione romana come per quella maori, dove il legame tra viaggio, comunità e genealogia è inscritto nella materia stessa delle imbarcazioni.                                          

Le waka hourua che approdarono in Aotearoa tra il XIII e il XIV secolo non furono mai ricordate come meri strumenti, ma come entità viventi dotate di nome, vere e proprie antenate. Ogni iwi (tribù maori) rivendica ancora oggi la discendenza dalla propria canoa ancestrale: Tainui, Te Arawa, Mataatua, Tokomaru, Aotea, Kurahaupō e altre divennero non solo nomi di imbarcazioni, ma denominazioni genealogiche e politiche. Ancora oggi, l’appartenenza tribale è definita dal richiamo alla waka: dire “io appartengo a Tainui” significa affermare la propria discendenza da coloro che viaggiarono su quella canoa, e dunque il proprio radicamento in una genealogia condivisa.                                               

In entrambi i casi, l’imbarcazione è un utero simbolico: trasporta, protegge e infine “partorisce” la comunità sulla nuova terra. Tale prospettiva permette di cogliere una costante antropologica. Le navi di Enea e le waka polinesiane non sopravvivono solo come reliquie museali, il loro ricordo è perpetuato nei riti (gli altari lavinati, i karakia maori), nelle genealogie (le stirpi troiane, i whakapapa), nelle denominazioni territoriali (Lavinium, Alba Longa; i distretti tribali della Nuova Zelanda). Ciò che unisce due mondi tanto lontani non è dunque la somiglianza materiale delle imbarcazioni, ma la loro funzione di fondatrici. Senza navi, non ci sarebbero città né tribù.

imagesIl viaggio non si compie senza un approdo: ogni attraversamento marino, per quanto carico di insidie e deviazioni, trova il proprio senso nel momento in cui la comunità viaggiante tocca una terra nuova e la consacra come propria. In questo passaggio si condensa il significato più alto della migrazione: trasformare l’estraneo in familiare, il litorale sconosciuto in patria.

Per Enea, il Lazio non è solo l’ultima tappa di una peregrinazione imposta dagli dèi: è la terra promessa, preannunciata dai segni divini e resa legittima dal sacrificio. Virgilio descrive come l’eroe, una volta approdato alla foce del Tevere, innalzi un altare e renda onore ai Penati e a Venere (Eneide VII, vv. 133–147) [37]. L’atto fondativo non è dunque la costruzione materiale di mura, ma la ripetizione rituale che sancisce la continuità cultuale tra la città distrutta e quella che deve nascere.

Il mito maori segue uno schema differente ma non meno sacro. Kupe, figura eroica delle tradizioni polinesiane, avrebbe individuato Aotearoa guidato da un segno celeste e dal celebre avvistamento della lunga nube bianca che avvolgeva l’isola: da qui il nome stesso, Aotearoa, “la terra della lunga nuvola bianca” [38]. Il racconto, raccolto da numerose fonti orali e trasmesso all’interno delle iwi, non presenta l’approdo come conquista individuale, bensì come fondazione collettiva. Le prime comunità, giunte dalle waka hourua partite da Hawaiki, insediarono le loro genti sul nuovo suolo accompagnando ogni gesto pratico – l’accensione del fuoco, la delimitazione dello spazio abitativo, la semina, la costruzione della wharenui (la casa comune) – con riti che ne sancivano il legame con gli antenati [39]. La nuova terra non veniva percepita come “vergine”, ma come parte del cosmo già abitato dalle forze sacre di Tangaroa e dagli spiriti del luogo, da invocare e placare.

Se Enea celebra il sacrificio ai Penati, i primi insediamenti maori riproducono in miniatura l’ordine di Hawaiki: l’approdo è un atto religioso prima che politico. La legittimità della fondazione non si misura nella forza militare, ma nella capacità di traslare il sacro da una sponda all’altra.

Così, tra Lavinium e Aotearoa, si riflette la medesima logica cosmica: il mare divide e insieme unisce, costringe a perdere ma permette di rinascere. L’approdo è la soglia in cui il viaggio trova compimento e la memoria diventa istituzione, radicando nel suolo ciò che era stato custodito a lungo sulle onde.

Non tutti i fondatori hanno lo stesso volto. Nel Mediterraneo virgiliano si concentra in una sola figura: Enea con la sua pietas, la sua obbedienza al destino, la sua capacità di sacrificare desideri e affetti personali in nome di un compito superiore, colui che deve custodire gli dèi e generare una nuova città. Virgilio insiste su questa solitudine eroica: Enea porta sulle spalle Anchise e conduce per mano Ascanio, ma nessuno può sostituirlo nel ruolo di garante della nuova stirpe. Egli è al tempo stesso padre, figlio e sacerdote, unico depositario della missione di Roma nascente (Eneide VI, vv. 679–702) [40].                    

Prua di una canoa da guerra Māori Dettaglio della prua scolpita di una canoa da guerra Māori (waka taua). Le decorazioni lignee esprimevano il mana e l’identità tribale dell’equipaggio.

Prua di una canoa da guerra Māori. Dettaglio della prua scolpita

Nelle tradizioni polinesiane, al contrario, la memoria del viaggio si distribuisce tra molteplici capi e comunità. Non un singolo fondatore, ma una pluralità di antenati: Kupe, Toi, Whātonga e molti altri, ciascuno legato a un episodio, a un approdo, a un lignaggio. Due modelli lontani, che rivelano una diversa idea di eroe e di fondazione.                            

Il mito romano vuole un’origine unitaria, gerarchica, centrata su un fondatore legittimato dal volere divino: un uomo, una città, un impero. Il mito polinesiano, invece, distribuisce l’autorità tra più linee genealogiche, riconoscendo a ogni waka il ruolo di “madre fondatrice” di una comunità.

Lavinium e Aotearoa: due fondazioni lontane nello spazio e nel tempo, ma unite da un gesto analogo. L’eroe troiano e i navigatori polinesiani consacrano l’arrivo attraverso un atto linguistico e religioso che trasforma il territorio in patria.

Il parallelismo tra Enea e i navigatori polinesiani non è soltanto un esercizio comparativo: è la testimonianza di come popoli lontanissimi abbiano elaborato, attraverso il mito e la memoria, una risposta comune alla fragilità dell’esilio e all’incertezza del mare. Nel Mediterraneo come nel Pacifico, la fondazione non è mai un atto solitario: richiede dèi, genealogie, riti e il coraggio di nominare la nuova terra.

Portare i Penati sulle onde o custodire genealogie nelle canoe significa riconoscere che la comunità non si fonda senza memoria, e che il mare, da minaccia, può divenire culla di civiltà. È in questo intreccio di acqua, mito e parola che il Mediterraneo e il Pacifico, così distanti tra loro, rivelano un’eco profonda e universale: la consapevolezza che ogni fondazione autentica nasce da un viaggio sacro. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Tradizione orale polinesiana, cfr. J. Irwin et al., “Anaweka Waka: An Early Ocean-Going Canoe from New Zealand”, Journal of Pacific Archaeology, 2017.
[2] Virgilio, Eneide, II, 624–631.
[3] M. Beard, J. North, S. Price, Religions of Rome, Cambridge, 1998.
[4] E. Best, The Maori Canoe, Wellington, 1925.
[5] D. Lewis, We, the Navigators: The Ancient Art of Landfinding in the Pacific, Honolulu, 1994.
[6] Irwin et al., Anaweka Waka, 2017.
[7] M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Milano, 1949.
[8] J.-P. Vernant, M. Detienne, Les ruses de l’intelligence, Paris, 1974.
[9] Virgilio, Eneide, I, 34–63.
[10] Virgilio, Eneide, III, 19–68.
[11] Virgilio, Eneide, III, 121–171.
[12] Virgilio, Eneide, IV.
[13] Beard, North, Price, Religions of Rome, 1998.
[14] Tradizione orale di Kupe, in A. Reed, Legends of the Maori, Wellington, 1943.
[15] E. Best, The Maori Canoe, 1925.
[16] Virgilio, Eneide, III, 5–9.
[17] J.S. Morrison, Greek and Roman Oared Warships, Oxford, 1996.
[18] E. Emanuel, Phoenician Ships and the Archaeology of the Mediterranean, Cambridge, 2019.
[19] E. Cochrane, “Waka hourua and Polynesian Navigation”, Journal of the Polynesian Society, 2014.
[20] E. Best, The Maori Canoe, 1925.
[21] Irwin et al., Anaweka Waka, 2017.
[22] E. Best, The Maori Canoe, 1925.
[23] Cochrane, Waka hourua, 2014.
[24] D. Lewis, We, the Navigators, 1994.
[25] E. Best, The Maori Canoe, 1925.
[26] E. Best, The Maori Canoe, 1925.
(27) D. Lewis, We, the Navigators, 1994.
[28] A. Salmond, The Trial of the Cannibal Dog: Captain Cook in the South Seas, 2003.
[29] J. Irwin, A. Anderson, F. Leach, “Voyaging into Polynesia: New evidence from Anaweka and Papanui Point canoe sites”, Journal of Pacific Archaeology, 2017.
[30] Virgilio, Eneide, XII, vv. 919–952.
[31] Madonna, L. et alii, Enea e il Lazio: mito, memoria e identità, 2022.
[32] Scattolin, E., Il culto dei Lari e dei Penati a Roma, Firenze University Press, 2015.
[33] Coarelli, F., Lavinium: la prima Roma, Quasar, Roma, 2009.
[34]) Skinner, H.D., The Customs and Traditions of the Poutini Ngāi Tahu, 1917: 29–.
[35] Te Ao Māori, Education Gazette, 2005: 7.
[36] Virgilio, Eneide, VI, vv. 679–702.
[37] Virgilio, Eneide, VII, vv. 133–147.
[38] J. Irwin et al., “Traditional narratives and the discovery of Aotearoa”, Journal of Polynesian Archaeology, 2017.
[39] Atholl Anderson – K. Walter et al., “Polynesian colonisation and the first settlements of New Zealand”, PNAS, 2017.
[40] Virgilio, Eneide, VI, vv. 679–702. 
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Selene Feltrin, è archeologa e consulente nel campo del patrimonio storico e culturale, con esperienza in Italia e all’estero. Si occupa di religioni del mondo antico, mitologia comparata e culture oceaniche, in particolare della storia e spiritualità Māori, ambito a cui dedica attualmente un volume di prossima pubblicazione. Collabora con fondazioni, enti privati e progetti di turismo archeologico e culturale, ed è membro della ASAO (Association for Social Anthropology in Oceania).
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