di Marcello Bivona
Elisa Chimenti nasce a Napoli nel 1883. Ha sei mesi di vita quando con la madre e la balia Raffaella sbarca a Tunisi per ricongiungersi col padre medico. Secondo l’usanza del tempo è in fasce. Il padre, esiliato da Napoli per motivi politici. La famiglia, ricongiunta nella città magrebina, ben presto lascia la zona europea e quando Elisa ha l’età di quattro anni si trasferisce in uno dei quartieri arabi più tradizionali: Halfaouine. È qui che attinge a piene mani ai ricordi per ricostruire la memoria di un’infanzia magica vissuta tra lingue, culture, religioni diverse: «i luoghi conosciuti della mia infanzia hanno conservato nella mia memoria solo i nomi che gli davo, quindi: il campo di rose, la strada dei cactus, la collina dei papaveri, la città morta, l’occhio dell’acqua…» (Magie d’Islam: 284).
L’occhio dell’acqua, lo sentivo nominare da mia madre, ce n’era uno sulla salita per il quartiere di Montfleury, poco distante da casa nostra. Non era che un bacino d’acqua o una sorgente che in arabo si dice aïn che vuol dire anche «occhio» e probabilmente, come annota la scrittrice italo-tunisina Marinette Pendola, la cui opera e tra le più importanti testimonianze sulla memoria della comunità italiana di Tunisia, nel sabir parlato da noi siculo-tunisini diventava «l’occhio di l’acqua» [1].
In questo scenario ho ritrovato la storia delle mie origini. Mia nonna materna, nata a Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo, nell’aprile del 1890, sbarca a Tunisi in fasce a quattro mesi di vita. Il padre, piccolo agricoltore, si installa all’Ariana, località a nord di Tunisi, dove riprende l’attività di coltivatore di ortaggi che ogni mattina rivende al Mercato Centrale della capitale. Nonna Catherine, rimasta orfana di madre in tenera età, cresce con la nonna e i fratelli. I racconti della sua infanzia e della sua vita a Tunisi sono costellati dalla presenza del magico. Avere a che fare col mondo degli jnoun, era affare serio. Estrema importanza veniva data a oscure vicende di fatture e malocchio che trovavano soluzione nell’intervento di dagghese [indovine/fattucchiere] arabe o ebree. I suoi racconti lasciavano, a noi bambini, le mani sudate e il respiro sospeso. Nonno Giuseppe Casula, sardo, classe 1886, originario di Iglesias, arriva a Tunisi in giovane età. Conosce nonna Catherine e si sposano generando non solo quattro figli ma la storia da cui provengo.
Le similitudini tra le vicende raccontate da Elisa Chimenti nel suo bellissimo racconto, e le mie, non sono casuali ma comuni a decine di migliaia di persone che nell’ultimo decennio del XIX secolo cercano fortuna emigrando nei paesi a sud del Mediterraneo, in particolar modo in Tunisia.
Il 1881 è una data importante per capire le dinamiche raccontate in Magie d’Islam. Il 12 maggio di quell’anno, con il trattato del Bardo, alla Tunisia fu imposto il protettorato francese. Schiere di disperati dal sud d’Italia, in particolar modo dalla Sicilia, dalla quale proveniva l’80% della collettività, e dalla Sardegna, giungono in Tunisia con la speranza di trovare condizioni di vita migliori che in patria. E le avrebbero trovate. La Francia dà grande impulso alla costruzione di un Paese povero ed arretrato. C’è bisogno di strade, edifici pubblici, case, ponti, ferrovie, infrastrutture di ogni genere. I lavoratori italiani avrebbero primeggiato in ogni campo: artigiani, muratori, commercianti, agricoltori, professionisti, sarti, barbieri, modiste, viticoltori, pescatori, avrebbero animato una comunità di quasi 200.000 persone, che in quel luogo trovavano il loro Paese. Un Paese fatto di culture, etnie, religioni, che convivevano perfettamente mantenendo ognuno la propria identità. Tutto finisce quando la Tunisia, nel 1956, riconquista la propria indipendenza. Nell’arco di un decennio si compie la fine di un mondo che viveva in equilibrio su un filo sottilissimo ma resistente: quando si spezzò fu il baratro per tutti.
Alla luce di questi dati forse è più facile capire perché il padre di Chimenti decide di trasferirsi a Tunisi e lo fa partendo da Cagliari. Già dal 1851 la «Compagnia marittima Rubattino», collega regolarmente i porti di Genova – Cagliari – Tunisi. Ancor prima del protettorato francese, Tunisi ha un rapporto privilegiato con l’Italia. È meta di commercianti, professionisti, esuli delle lotte per l’Unità. Dopo il 1881, molti minatori sardi – nel 1900 se ne contavano oltre 5000 – trovano impiego nelle miniere tunisine, dove ingaggiati dalle imprese francesi guadagnano molto di più che in quelle dell’Iglesiente. Conosceremo la loro vita di emigrati attraverso le pagine del romanzo Cinq hommes devant la montagne dello scrittore francofono Cesare Luccio (Aurelio De Montis) nato a Tunisi nel 1906 da famiglia sarda [2].
Altra figura di spicco fu l’intellettuale Francesco Cucca nato a Nuoro nel 1882. All’età di vent’anni, per lavoro, viene inviato a Tunisi dove scopre un mondo a cui aderirà per il resto della sua vita. Entra in contatto con minatori, anarchici e comunisti italiani e francesi. Studia l’arabo, l’Islam ed inizia il suo percorso letterario con la pubblicazione de I racconti del gorbino [3]. È affascinato dalla similitudine tra la terra d’Africa e la sua Sardegna. Del resto, proprio a Cagliari tra il 1880 e il 1881 vede la luce l’unico periodico in lingua araba mai stampato e diffuso in Italia. Il settimanale Al Mostaquil (L’Indipendente), nasce con il consenso del governo Cairoli, come voce del Paese nordafricano che si oppone alle mire del colonialismo francese. Il governo Cairoli sarebbe crollato a seguito della crisi causata dal colpo di mano francese con l’instaurazione del protettorato che spegne le mire italiane sul Paese nordafricano.
Elisa Chimenti giunge a Tunisi in un’epoca di grandi processi migratori che ridisegnano profondamente identità e appartenenze nel bacino del Mediterraneo. Un tempo in cui scrittori francesi e italiani, tra i più grandi il poeta Mario Scalesi nato a Tunisi nel 1892 e scomparso a soli 30 anni [4], indirizzano la loro poetica non su immagini di un’Africa stereotipata, patinata, da cosiddetta letteratura esotica, secondo la moda dell’epoca, ma come scrive Yvonne Fracassetti Brondino: «rivendicando un’autonomia della sensibilità e della scrittura, (producendo) un’autentica letteratura mediterranea» [5], alla quale senz’altro appartiene anche l’opera della scrittrice.
Elisa Chimenti racconta: «All’epoca, da Cagliari alla Goletta ci volevano ventiquattro ore di navigazione. Mio padre si imbarcò su una pesante tartana che seguiva la costa barbaresca…. l’indomani risalì lo stretto canale che collegava il Bou-Ghasse al Mediterraneo…» (ivi: 266). Del Bou-Ghasse ne parlano diversi viaggiatori, tra i quali forse il più celebre è Alexandre Dumas che lo attraversa nel 1848 e lo descrive nel suo diario di viaggio, Le Véloce ou Tanger, Alger et Tunis. Dumas annota: «Le passage de la mer au lac, c’est-à-dire- le goulet, est large de vingt mètres à peine, et comme le lac est sans profondeur, aucun bâtiment de haut bord n’y peut pénétrer» [6] .
Chi arrivava via mare, al largo de La Goulette doveva trasbordare e raggiungere Tunisi su di una piccola imbarcazione. Il Bou-Ghasse nella storpiatura linguistica di noi siciliani di Tunisia diventava il Bucasso, sinonimo di acquitrino maleodorante e fetido per via dei rifiuti che vi venivano scaricati. Ciononostante, le immagini poetiche evocate dai ricordi della prima infanzia fanno scrivere alla Chimenti: «Rivedo allora il triangolo rosso di una vela…uccelli in volo che tracciano nell’aria una scia di porpora…» (ivi: 267). Si tratta senz’altro della colonia di fenicotteri rosa verso l’isoletta di Chikly, situata nel mezzo della laguna, visti anche da Dumas: «De temps en temps, d’un point ou de l’autre du lac, se leve un vol de flamants…» [7].
Infine, il padre di Elisa Chimenti raggiunge Tunisi a bordo di «un treno asmatico». Già dal 1872, su concessione ad una società inglese era attivo il TGM, il treno che collegava Tunisi-Goulette-Marsa attraversando su una sottile striscia di terra, già presente in epoca romana, il famoso Bou-Ghasse.
Elisa Chimenti ha vissuto prevalentemente nel Maghreb, soprattutto a Tangeri, dove con la madre aveva fondato la prima scuola italiana. La sua opera è improntata a costruire ponti tra culture e identità. Fondamentali per la sua formazione sono stati gli anni «tunisini», quelli della prima infanzia, quando lo spirito non ancora ingabbiato nelle convenzioni imposte dalla società, è libero di fluttuare magicamente nella follia del credere o non credere.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] M. Pendola, La Riva Lontana, Sellerio 2000, Arkadia Editore 2022; La traversata del deserto, Arkadia Editore 2014; L’erba di vento, Arkadia Editore 2016; Lunga è la notte, Arkadia Editore 2020; L’alimentazione degli italiani di Tunisia, Finzi, Tunisi, 2006; Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (XIX – XX secolo), «I quaderni del Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino», 2007.
[2] C. Luccio, Cinq hommes devant la montagne, Tunis 1933; Figures de la cité blanche ou La Sicile à Tunis, Paris, G. Pelletier, 1934.
[3] F. Cucca, I racconti del Gorbino, La Fiorita, Teramo, Grottamare 1909; Veglie beduine (1913), a cura di D. Manca, Astra, Cagliari 1993; Galoppate nell’Islam (1922), a cura di G. Marci, Condaghes, Cagliari1993.
[4] M. Scalesi, Les Poèmes d’un Maudit (1923), Le liriche di un Maledetto, a cura di Salvatore Mugno, ISSPE, Palermo 1997.
[5] Y. Fracassetti Brondino, Cesare Luccio, scrittore italiano in Tunisia, tra colonizzatori e colonizzati, in «RiMe, Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea», n. 6, giugno 2011: 9. Cf. anche Mario Scalesi: Précurseur de la littérature multiculturelle au Maghreb, PUBLISUD 2002.
[6]M. Charfeddine (a cura di), Alexandre Dumas à Tunis. Impressions de voyage, Les Editions Ibn Charaf, Tunis 1982: 29.
[7] Ibidem.
Riferimenti bibliografici
Bivona M. (2022), Siciliani d’Africa, Tunisia Terra Promessa, lungometraggio, digitale.
Bivona M. (2019), L’Ultima Generazione, romanzo, BESA MUCI, Nardò (LE).
Bivona M. (1998), Ritorno a Tunisi, lungometraggio 16 mm.
Bivona M. (1992), Clandestini nella città, lungometraggio 35mm.
Charfeddine M. (1982, a cura di), Alexandre Dumas à Tunis. Impressions de voyage, Les Editions Ibn Charaf, Tunis.
Cucca F. (1909), I racconti del Gorbino, La Fiorita, Teramo, Grottamare.
Cucca F. (1993a), Veglie beduine (1913), a cura di D. Manca, Astra, Cagliari.
Cucca F. (1993b), Galoppate nell’Islam (1922), a cura di G. Marci, Condaghes, Cagliari.
Fracassetti Brondino Y. (2011), Cesare Luccio, scrittore italiano in Tunisia, tra colonizzatori e colonizzati, in «RiMe, Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea», n. 6.
Fracassetti Brondino Y. (2002), Mario Scalesi: Précurseur de la littérature multiculturelle au Maghreb, PUBLISUD.
Luccio C. (1933), Cinq hommes devant la montagne, Tunis.
Luccio C. (1934), Figures de la cité blanche ou La Sicile à Tunis, Paris, G. Pelletier.
Pendola M. (2022), La Riva Lontana, Arkadia Editore.
Pendola M. (2020), Lunga è la notte, Arkadia Editore.
Pendola M. (2014), La traversata del deserto, Arkadia Editore.
Pendola M. (2016), L’erba di vento, Arkadia Editore.
Pendola M. (2007), Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (XIX – XX secolo), «I quaderni del Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino».
Pendola M. (2006), L’alimentazione degli italiani di Tunisia, Finzi, Tunisi.
Scalesi M. (1997), Les Poèmes d’un Maudit (1923), Le liriche di un Maledetto, a cura di Salvatore Mugno, ISSPE, Palermo.
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Marcello Bivona, è nato a Tunisi. All’età di cinque anni lascia la Tunisia a causa delle vicende che costringono la comunità italiana al rimpatrio. Da allora vive nella provincia di Milano. Il tema dell’Identità e della memoria sono presenti in tutta la sua opera. Lo strappo lacerante della partenza, l’esperienza disorientante della nuova vita in Italia, sono la base dei suoi racconti che siano scritti o filmati. Ha lavorato per molti anni come bibliotecario e organizzatore di eventi culturali realizzando diverse opere tra cui: Clandestini nella città, lungometraggio, prod. C.O.E., 1992; Ritorno a Tunisi, docufilm lungometraggio, prod. C.O.E, 1998; L’Ultima Generazione, romanzo, edizioni BESA, 2019; Siciliani d’Africa – Tunisia Terra Promessa, docufilm lungometraggio, 2022; Il Posto degli Ulivi, docufilm lungometraggio, 2025.
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