Da sindaco di Firenze a sindaco d’Italia. Come Crono divora i suoi figli

renzi_quirinaledi   Piero Di Giorgi

Matteo Renzi, dopo essere arrivato alla guida del PD a seguito di primarie partecipate e avere scelto una segreteria di giovani, metà donne e metà uomini, brucia le tappe e si prende anche il Governo del Paese. Da segretario del PD aveva subito messo il fiato sul collo a Letta e il piede sull’acceleratore per avviare le riforme costituzionali e la legge elettorale, privilegiando il rapporto con Berlusconi e trovando “perfetta sintonia”, tanto da aprire la stura alle polemiche, all’interno del centro-destra ma anche nel PD, anche se fanno sorridere le critiche fatte da coloro che per venti anni non hanno mai veramente contrastato Berlusconi.

Pur essendo giusto il principio affermato da Renzi, secondo cui le regole si fanno tutti insieme, nella fattispecie il suo interlocutore è il plurindagato e già condannato Silvio Berlusconi, ma è anche vero che lo stesso continua ad essere il padrone riconosciuto di Forza Italia e ancora oggi riscuote il consenso del 20% degli italiani, in gran parte casalinghe e pensionati. Questo è il vero problema da affrontare e cioè il potere dei media, la questione dell’organizzazione del consenso. Suonano attuali le parole di Giacomo Leopardi (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani), allorchè scriveva che «le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le altre nazioni e il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci».

Renzi, forse, avrebbe potuto parlare con il coordinatore Verdini o avrebbe fatto meglio a fare l’accordo all’interno della maggioranza e soltanto dopo aprire all’opposizione. Oggettivamente, Berlusconi è stato riconosciuto e rilegittimato come asse portante dell’accordo e perfino il Presidente della Repubblica ha dovuto riceverlo al Quirinale quale rappresentante di Forza Italia. Ciò non sarebbe potuto accadere in un Paese dove funziona la giustizia, perchè a quest’ora Berlusconi si troverebbe già a scontare la sua condanna.

Quel che si è compreso meno è il perchè, dopo questo avvio frizzante e dopo avere rassicurato Enrico Letta sulla durata del suo governo, Renzi abbia operato un rivolgimento spregiudicato, detronizzandolo. La mia opinione è che si sia trattato di una sorta di sarabanda dove si sono mescolate le “smisurate ambizioni” di Renzi con le sirene della minoranza PD, che lo ha solleticato a prendere direttamente le redini del Governo, magari con l’obiettivo di bruciarlo. Renzi ha di fatto smentito se stesso, capovolgendo la sua posizione dichiarata che non sarebbe andato a Palazzo Chigi se non attraverso elezioni. Non c’è dubbio che il Governo Letta sonnecchiava, faceva decreti-legge in serie e li proponeva al Parlamento per la conversione in limine limitis, tanto che una diecina di essi sono scaduti. Tra i decreti approvati in zona cesarini c’è anche quel pasticciaccio dell’avere infilato nel decreto sull’IMU la rivalutazione del patrimonio della Banca d’Italia, che non aveva nulla di urgente e che non è soltanto un fatto tecnico-contabile ma un fatto di sostanza con il quale le banche, senza vincoli e garanzie per il finanziamento delle imprese, incasseranno circa 4 miliardi e mezzo, utili alla loro patrimonializzazione. L’UE ha aperto sulla questione delle indagini. Rivalutare si doveva ma si poteva fare con un disegno di legge ragionato e discusso in Parlamento e reso pubblico ai cittadini, evitando i colpi di mano. La forzatura del Governo ha determinato l’ostruzionismo del M5S, unica arma in mano all’opposizione, sul quale è caduta la “ghigliottina” della presidente della Camera Boldrini, seguita dalla sconcertante e volgare violenza sessista dei grillini a partire da Beppe Grillo.

Dopo la decisione della direzione PD di sostituire Enrico Letta con Renzi, lo stesso Napolitano ha mollato Letta per investire sull’ipotesi di un Governo più stabile che possa davvero fare le riforme. Infatti, anche il Governo Renzi nasce con l’imprimatur di Napolitano, che ormai, nella veste di salvatore della patria, ha posto il veto contro la nomina a ministro della giustizia del procuratore antimafia Nicola Gratteri, una vera dirompente novità nella squadra di governo, che nondimeno presenta qualche novità non trascurabile. Si tratta di una compagine di soli 16 ministri, che non si vedeva dai tempi di De Gasperi. C’è una perfetta rappresentanza di genere (8 donne e 8 uomini) e l’età media è sui 45 anni, con ministri di appena 33 anni, un vero cambiamento generazionale, che ci auguriamo sia anche un contenitore di energia e di entusiasmo. Per il resto l’alleanza è la stessa del governo Letta, sei ministri sono stati riconfermati; si sono ripetuti i rituali delle contrattazioni sul programma e gli equilibrismi sulla spartizione dei ministeri.

Allora perché Renzi dovrebbe riuscire laddove non è riuscito Letta? Penso che egli possa riuscirvi soltanto se continua ad esercitare l’energia e la verve che lo contraddistinguono, non meno della coerenza e della determinazione necessaria. Renzi è consapevole, e gli è stato ricordato più volte dai giornalisti, che rappresenza l’ultima spiaggia e che un suo fallimento o un tirare a campare sarebbe la fine non soltanto sua e del PD ma anche una iattura per il Paese. Sono, a mio avviso, esagerate e talvolta vere forzature ideologiche le critiche fatte dai giornali e da buona parte dell’establishment parlamentare al discorso di Renzi alle Camere, sia sul piano formale che su quello dei contenuti o dei soldi per le riforme. Il fatto che questi abbia dismesso il protocollo che dà un’immagine delle istituzioni come di un empireo dall’atmosfera grave e solenne, separato dai cittadini e abbia, al contrario, rotto quel diaframma tra palazzo e popolo, parlando a braccio direttamente ai cittadini e con un linguaggio più semplice e chiaro, è il meglio della sua performance, come provano anche i consensi risultanti dai sondaggi. Per quanto riguarda i contenuti ci tornerò dopo. Ciò che è certo è che Renzi non ha davanti a sé un cammino a vele spiegate ed è per questo che, non solo non avrebbe dovuto cambiare la natura di stato di necessità della coalizione proiettandosi in un Governo di legislatura, ma dovrebbe anche accelerare l’approvazione della legge elettorale. In tal modo avrebbe un’arma in più per portare avanti il suo progetto di rinnovamento, sia rispetto ai ricatti del centro-destra, sia riguardo ai mal di pancia interni al suo partito.

Il problema vero è che il nuovo progetto di legge elettorale, così com’è, ha molte lacune e rischia di essere un boomerang per lo stesso Renzi. C’è poi lo scandalo dell’eccezione territoriale di cui godrebbe la Lega, fatto, se ci riflettete, assai grave perché significa oggettivamente il riconoscimento di una specificità territoriale, come la Padania. Inoltre, il quoziente per ottenere l’attribuzione del premio di maggioranza è, a mio avviso, basso e rischia di dare una maggioranza bulgara a chi riceve poco più di un terzo dei consensi dei votanti, che significa in pratica molto meno considerando l’alto astensionismo e le schede nulle e bianche. Il quoziente dovrebbe essere portato al 40%, in modo da rendere effettivo il doppio turno. La miglior cosa sarebbero stati i collegi uninominali, ma Renzi ha ceduto a Berlusconi sia su questo punto che sulla soglia bassa al primo turno e sulle preferenze.

Bisogna pur dire che la polemica sulle preferenze risulta pretestuosa, perché, rebus sic stantibus, sono sempre le segreterie a decidere. E invece una vera legge elettorale, per essere completa, dovrebbe regolare le elezioni primarie in maniera che i cittadini possano partecipare realmente alla scelta dei candidati. Mi auguro che Renzi riesca ad apportare queste correzioni.. Ritornando alle dichiarazioni programmatiche, egli è stato certamente vago sui contenuti effettivi delle sue riforme né ritengo ci si possa aspettare una svolta radicale sulle riforme istituzionali, su quelle dei diritti civili o su quelle socio-economiche, sia per l’anomala compagine governativa, sia perchè Renzi ha fatto un discorso postideologico, non nominando mai destra e sinistra. D’altronde, Renzi non è neppure un liberal-socialista e neanche un cattolico modello don Milani, anche se lo cita, bensì un cattolico che si rifà alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa e usa categorie etiche come meritocrazia o richiami ecumenici e generici più che categorie politiche come l’uguaglianza, assenti anche nel suo saggio nella nuova edizione di Destra e Sinistra di Norberto Bobbio ( Donzelli 2014). Le categorie che egli usa possono essere valide in una società fondamentalmente egualitaria e giusta, ma in un mondo in cui le disuguaglianze e le ingiustizie fanno gridare allo scandalo e all’indignazione bisogna essere di parte, fare una scelta di campo, come d’altronde la fece Gesù Cristo.

Rifiutiamo, tuttavia, preconcetti ideologici o di qualsiasi genere e attendiamo Matteo Renzi alla prova dei fatti, sperando, ovviamente, che egli riesca a rendere la giustizia più agile e più veloce e non classista; a snellire la pubblica amministrazione, che fa apparire lo Stato nella veste di un nemico piuttosto che al servizio dei cittadini; a tutelare sempre più la salute dei cittadini, eliminando sprechi e corruzione; a rendere razionale e a semplificare il sistema fiscale, con una tassazione più giusta e progressiva, in modo da svolgere il compito suo proprio di redistribuzione equa della ricchezza, estirpando la mala pianta dell’evasione; che riesca a rilanciare la scuola e l’educazione, garantendo a tutti il diritto allo studio con più investimenti in ricerca e innovazione; che riesca ad avviare a soluzione la piaga della disoccupazione giovanile; a inaugurare infine una vera politica industriale, all’interno della quale non vi possano essere altri casi Fiat e sia previsto un divieto di delocalizzazione. Un Paese insomma dove venga, finalmente, applicata la Costituzione a quasi settanta anni dalla sua emanazione.

Dialoghi Mediterranei, n.6, marzo 2014
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