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Da Lombroso all’autonomia differenziata: il pregiudizio antimeridionale non muore

cover-biblioteca-teti-razza-maledetta-500x750di Giacomo Vaiarelli 

Ci sono libri che non invecchiano mai. Apparsi in circostanze particolari come degli instant book, hanno avuto il merito di diventare quasi immediatamente dei classici perché, delle realtà storico- sociali di cui trattano, hanno colto aspetti fondamentali e tendenze di lunga durata. È questo il caso di La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale di Vito Teti, pubblicato per la prima volta nel 1993 (Manifestolibri). A trent’anni di distanza, la sua terza edizione (Meltemi Editore, 2025) – che ripropone l’opera con un nuovo sottotitolo Antimeridionalismo, separatismo, razzismo e una densa prefazione dello scrittore e poeta Sandro Abruzzese e di Alessandro Cannavale – non appare come un’operazione di archeologia storica. Al contrario: mentre oggi è vivo il dibattito sulla legge dell’autonomia differenziata (legge Calderoli) – fatta approvare dal governo più antimeridionalista della storia repubblicana, accusato di favorire in questo modo una «secessione dei ricchi» (Viesti, 2023) – rileggere il saggio dell’antropologo calabrese è quanto mai opportuno e necessario.

Si tratta infatti di un’opera in divenire, capace di interpretare tanto il passato quanto il presente e la cui attualità è stata preservata grazie a continui aggiornamenti. Nella introduzione alla nuova edizione, Teti – che ha una lunga militanza meridionalistica ed è autore di una vasta produzione su migrazioni, memoria e luoghi, della Calabria in particolare – precisa che, il suo, non è l’ennesimo libro sulla storia del Sud né sulla questione meridionale (rari i dati su Pil e redditi o su ritardi infrastrutturali) né tanto meno sul razzismo. Il suo lavoro è principalmente «un’analisi delle funzioni sociali e politiche del pregiudizio antimeridionale» e, sebbene vi sia presente una vasta raccolta di brani tratti da opere di famosi studiosi del passato, può esser letto come un’opera monografica. La sezione antologica serve infatti da supporto all’originale ricerca genealogica di quel pregiudizio che come un virus ideologico, dalle sue origini positiviste ottocentesche fino alle sue attuali metamorfosi neoliberiste e sovraniste, legittima le diseguaglianze territoriali del nostro Paese. 

roma-ladronaL’anno di frattura: 1992

La pubblicazione della prima edizione del libro nel 1993 risponde ad un’urgenza ben precisa: fronteggiare l’irrompere del Leghismo sulla scena politica italiana. Nel contesto del tramonto della Prima Repubblica – generata da Tangentopoli, dalla fine ingloriosa di partiti storici come la DC e il PSI, dalle stragi mafiose, in un panorama internazionale mutato per la fine del comunismo e della guerra fredda – la Lega Nord, espressione del “malessere” di una parte dei ceti produttivi settentrionali, non solo ha un buon successo nelle elezioni del 1992 ma riesce da quel momento a imporre il suo programma e le sue parole d’ordine al centro del dibattito pubblico. La corruzione politica, alla base di quella profonda crisi di sistema, è presentata dai principali leader leghisti non come problema nazionale (per quanto fosse esplosa a Milano con le inchieste di Mani Pulite) ma come una tara tipicamente meridionale che aveva infettato l’intera Penisola.

Con lo slogan di “Roma Ladrona”, l’intero Sud è descritto come una “zavorra” che impediva al Nord, dipinto al contrario come l’unica parte sana e produttiva del Paese, di progredire; al contempo i meridionali venivano in genere stigmatizzati come inclini al parassitismo e alla criminalità di contro ai settentrionali animati da una calvinistica etica del lavoro. Queste caratteristiche antropologiche disegnavano due Italie irrimediabilmente diverse per cultura e attitudini psicologiche: impossibile dunque un’armonica convivenza. Per la prima volta il valore stesso dell’Unità veniva messo in discussione da una presunta superiorità morale ed economica del Nord. Secondo Vito Teti però “niente di nuovo sotto il sole”: con La razza maledetta egli dimostra come quelle posizioni leghiste non fossero originali ma una riproposizione aggiornata di teorie razziste elaborate alla fine del XIX secolo. 

 

Tavola da "L'uomo criminale di Cesare Lombroso

Tavola da L’uomo criminale di Cesare Lombroso

La costruzione di un pregiudizio: il romanzo antropologico

Il cuore del libro è proprio l’approfondita indagine volta a decostruire le radici pseudo-scientifiche con cui Lombroso, Niceforo, Sergi – per citare i più rappresentativi tra i tanti esponenti dell’antropologia positivistica – avevano forgiato l’immagine dei meridionali come razza inferiore e del Mezzogiorno come ibrido euro-africano, esempio di barbarie contro civiltà. Quella immagine, secondo Teti, non costituiva una mera speculazione accademica ma la base per la creazione di un “un romanzo antropologico” funzionale alla giustificazione della politica centralistica dei governi post-unitari. Romanzo che si sorreggeva sulle pretese teorie “scientifiche” dell’atavismo individuale lombrosiano («In Calabria il delitto non è un’eccezione ma un fenomeno quasi normale …dovuto ad una costituzione fisica speciale ed ereditaria»), della divisione razziale di Niceforo («L’Italia del Nord presenta una civiltà superiore, poiché è popolata da ariani …l’Italia del Sud presenta una civiltà inferiore, poiché è popolata da una razza di colore oscuro, dai tratti africani e semitici i psicologicamente eccitabile e impulsiva») e delle due stirpi di Sergi («Esiste una stirpe nordica e una stirpe euro-africana meno adatta alle forme elevate della civiltà moderna»).

Già allora molti intellettuali (meridionalisti liberali e socialisti come Salvemini, Nitti, Fortunato e Villari) si opponevano a quella spiegazione biologico-razziale del dualismo Nord-Sud e ne svelavano la matrice ideologica travestita da scienza. Tra questi, il sociologo N. Colajanni intuì che stigmatizzare come “razza maledetta” i meridionali serviva a scagionare i governi della Destra e della Sinistra storica dai loro fallimenti: se il Sud restava povero perché per natura inferiore, allora lo Stato non aveva colpe per il fisco oppressivo e la mancanza di infrastrutture. «Voi vedete il delitto dove c’è la miseria e lo chiamate razza; io vedo la miseria dove voi vedete la razza e la chiamo ingiustizia» scriveva in Per la razza maledetta nel 1900. Queste lucide riflessioni non riuscirono tuttavia a scalfire la cultura dell’epoca (diritto, letteratura, giornalismo e politica) profondamente condizionata dal mainstream che vedeva nel Mezzogiorno una vera e propria anomalia biologica e morale.

9aba7d8cover13416Le metamorfosi del pregiudizio

L’antropologo calabrese rileva dunque nel 1993 come il pregiudizio antimeridionale sia ancora vivo e diffuso durante la crisi della Prima Repubblica. Nella narrazione leghista il Sud resta “terra barbara”, per giustificarne in qualche modo l’abbandono a favore della secessione nordista. Quello che è più grave è che in quegli anni anche intellettuali non sospetti di razzismo legittimano, anche se in modo non intenzionale e non certamente in una prospettiva separatista, quella visione. Giorgio Bocca, ad esempio, descrive il Mezzogiorno come un inferno di corruzione e inefficienza, divorato dal male oscuro delle mafie, incapace di stare al passo con i tempi moderni (L’Inferno. Profondo Sud. Male Oscuro, 1992).

Nell’introduzione alla seconda edizione del 2011, Teti coglie la metamorfosi, in senso culturale e neoliberista, di quel pregiudizio: non più visto come «un paradiso popolato da diavoli», il Sud rimane comunque una zavorra perché “parassitario e assistito” e per di più antropologicamente arretrato. Questa nuova narrazione diventa egemonica per merito del leghismo certo, ma non solo. È sintomatico di un diffuso sentire il successo editoriale di studi di mediocre levatura scientifica –come quelli di E. Banfield e R. Putnam – che ripropongono l’antimeridionalismo con nuovi stereotipi. Il primo riconduce l’arretratezza del Sud ad un “familismo amorale”: all’incapacità, cioè, dei suoi abitanti di agire per il bene comune al di fuori dell’interesse del ristretto nucleo familiare; il secondo la spiega con “il basso capitale sociale”: ovvero con l’assenza tra i meridionali di fiducia reciproca e di reti associative e cooperative (presenti come eredità storica invece nel Nord).

Per Teti entrambe le teorie sono fallacie deterministiche perché, occultando le cause storiche (persistenza latifondo e mancate riforme nell’Italia post-unitaria) e politiche (compromesso tra le élite meridionali e settentrionali nel mantenimento dello status quo), spostano le responsabilità su presunti tratti culturali, su endogeni deficit di tipo etico, considerati per di più come immutabili. Lo studioso denuncia anche l’invenzione di una “questione settentrionale” (funzionale al federalismo fiscale) e la contemporanea scomparsa della questione meridionale, ridotta a problema locale, dal dibattito politico nazionale e dai programmi dei partiti. Non concede nulla tuttavia ad un emergente leghismo sudista; tantomeno, nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, al ciclico revisionismo storico dei nostalgici di una chimerica “Borbonia felix” che idealizza il Regno delle due Sicilie come età di prosperità contrapposta al disastro unitario. Entrambe sono reazioni identitarie, speculari al pregiudizio antimeridionale dominante, ed alimentano solo inutili contrapposizioni che impediscono una lettura critica ed unitaria della storia nazionale.

È da rilevare che con il suo interessante approccio antropologico lo studioso calabrese s’inserisce, in modo originale, nel dibattito meridionalistico contemporaneo e con il suo saggio affianca le opere storiografiche di Salvatore Lupo (La questione, 2010) e di Emanuele Felice (Perché il Mezzogiorno è rimasto indietro, 2013), intese anch’esse a smontare gli stereotipi che hanno semplificato la complessità storica del Mezzogiorno cogliendone solo l’arretratezza e ignorandone i progressi – per quanto inferiori a quelli del Nord – e la partecipazione attiva, almeno di alcune sue parti, allo sviluppo economico nazionale. Ferme restando, comunque, per entrambi le responsabilità delle élite politico-economiche di importanti regioni meridionali nel barattare il loro consenso elettorale ai governi centrali in cambio di risorse necessarie al mantenimento del loro potere locale. Le ricerche antropologiche di Teti completano dunque il nuovo quadro interpretativo, storiografico ed economico, dei problemi del Sud. 

oip-5I rischi dell’autonomia differenziata

Nella terza edizione del 2025, il pregiudizio antropologico è inevitabilmente associato all’autonomia differenziata che, secondo lo studioso, rischia di realizzare ciò che il leghismo teorizzava apertamente negli anni ‘90: una secessione, seppure soft, delle regioni più ricche. In base a quella legge infatti esse potranno trattenere più gettito fiscale con una conseguente riduzione di risorse statali da trasferire verso quelle più povere. In questa prospettiva, il Sud ancora una volta è considerato culturalmente e amministrativamente “incapace”, quindi immeritevole di un’uguale solidarietà nazionale. Infatti, in assenza o in caso di insufficiente finanziamento statale dei LED (gli standard minimi dei servizi che lo Stato dovrebbe garantire in tutto il territorio italiano: nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti), il rischio è quello di una ulteriore deriva del Mezzogiorno, con un’accelerazione della già consistente migrazione di giovani e della desertificazione dei suoi territori. 

102997793Guardare e raccontare in modo nuovo il Sud

Teti non si limita però alla sola denuncia, introduce per così dire una pars construens, esplicitamente propositiva e trasformativa. Il Sud ha bisogno di «nuovi sguardi e di nuovi racconti», di una pratica culturale cioè che bonifichi l’immaginario collettivo. Non si tratta solo di combattere i preconcetti (razzistici, pietistici o economicistici e quant’altro) ma di elaborare auto-rappresentazioni che rompano con l’estetica della miseria, del crimine, del degrado che viene ancora diffusa dai mass- media, nonché da superficiali osservatori. Sguardi e narrazioni che stanno già emergendo – con nuovi scrittori, registi e artisti meridionali e non – attraverso cui il Mezzogiorno viene letto nella sua complessità: come realtà di mafia e potere ma anche di resistenza e opposizione ad essi; come terra di accoglienza di migranti e convivenza tra diversi, di denuncia dello sfruttamento. Insomma un Sud, lontano dal folklore, come soggetto attivo capace di raccontarsi con onestà e con sguardo progettuale. 

La narrazione simbolica però non basta: essa deve essere affiancata, se si vuole incidere sulla realtà materiale, dalla restanza (tema cui lo studioso calabrese ha dedicato alcuni libri). intesa non come nostalgia immobile ma scelta consapevole di restare nei margini per rigenerali. «La restanza non è l’elogio di un immobile e regressivo rimanere … ma è la scommessa su un futuro possibile nei luoghi marginali. È un cammino nei margini invisibili, un viaggio interiore che trasforma il restare in un atto di creazione e rigenerazione» (La restanza, Einaudi 2022). Essa ha molto in comune con il “il principio di speranza” di Ernst Bloch (Il principio speranza, 1954-1959): anche la speranza non è attesa passiva ma forza propulsiva radicata nel “non-ancora”; forza che critica il presente e orienta verso l’utopia concreta.

La restanza è la sua versione pratica e territoriale: restare per far germogliare dai margini qualcosa che non è ancora ma potrebbe essere; resistenza agli spiriti selvaggi di un’economia liberista che sta svuotando i luoghi; trasformazione dal basso (con la nascita di comunità inclusive che creino un’agricoltura sostenibile e nuovo lavoro) come scommessa sul futuro. In epoca di crisi climatica e spopolamento, “restare” diventa alla fine l’anticipazione di un mondo più umano e sostenibile. Questo è forse il messaggio più problematico e importante del libro.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026

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Giacomo Vaiarelli, già docente di filosofia e storia presso il liceo scientifico “Galileo Galilei” di Palermo, dal 1981 è redattore della rivista Segno, su cui ha scritto saggi di politica internazionale. Ha pubblicato, tra l’altro, Il potere in discussione. Lineamenti di filosofia della politica (Augustinus, 1992) e Le basi della politica (Eli-La Spiga, Milano, 2012).

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