di Pietro Clemente
La parte sbagliata
Quando il 23 maggio Netanyahu ha accusato Francia, Regno Unito e Canada di «essere dalla parte sbagliata della storia» mi è tornata in mente L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Quell’opera teatrale era una dura denuncia contro i sopraffattori di ogni genere e soprattutto contro quelli che si spacciano per persone perbene. «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Questa frase di Brecht ci aiuta a capire che le forze della scena internazionale ritengono di essere dalla parte del giusto, e così facendo hanno riempito tutto lo spazio. Quando tutti i Paesi europei hanno condiviso l’attacco di Israele all’Iran, ho capito che per me non restava che la parte del torto. E lì mi sono assestato, ma so di non essere solo, visto che esiste una rivista cartacea molto critica e vivace che porta proprio il titolo “Dalla parte del torto”. Ho scoperto poi solo oggi navigando sul web, che Claudio Lolli (2000) Vinicio Capossela (2023), e Fiorella Mannoia (2024) hanno scritto e cantato canzoni con testi intensi e critici titolati ‘dalla parte del torto’. E che tanti come me stanno seduti da questa parte.
Mi sento dunque in buona compagnia nello stare dalla parte del torto. E da questa posizione considero terrorista il governo di Israele, Stato amico dell’Italia, che ammazza i capi dei movimenti ostili (pratica l’assassinio politico) e minaccia, senza che nessuno si scandalizzi, di uccidere il capo spirituale di un Paese contiguo. E terrorista considero il fatto di avere ucciso di notte e d’improvviso sei scienziati e sei capi militari iraniani. Se questo modo di agire è considerato il giusto rimango volentieri dalla parte del torto. Spero solo che con me ci siano molti cittadini israeliani, in attesa della fine dell’ipocrisia.
Fascisti dell’Apocalisse è un testo che Noemi Klein e Astra Taylor hanno pubblicato sul Guardian (ora anche su Internazionale del 9 maggio 2025 Numero 1613) dove parlano della mutazione millenaristica ‘al rovescio’ delle politiche dei miliardari americani.
Scrivono. «Nella destra statunitense si sta facendo strada un’ideologia che intreccia distopie tecnologiche e fondamentalismo religioso. I suoi leader si costruiscono dei bunker, in attesa del collasso del pianeta che loro stessi stanno provocando».
Alla luce di questi pronostici, quali prospettive possono aprirsi per chi, come noi, ne Il centro in periferia si occupa di mondi marginalizzati e/o in rigenerazione. La speranza è che i vari tycoon non scavino bunker nell’Appennino o sulle Alpi. Del resto, la tendenza ad avere un rifugio era già emersa durante l’epidemia di Covid. Chi poteva permetterselo ha acquistato una seconda casa in montagna con l’idea di premunirsi da eventuali futuri disastri: ‘non si sa mai’. In caso di catastrofe, penso però che gli urbanizzati e i ricconi non sappiano cavarsela nelle zone dell’autoconsumo, del bosco, delle piccole agricolture e del pascolo. Forse solo gli Elfi del Gran Burrone che sono vissuti nell’Appennino pistoiese per 45 anni senza tecnologie, saprebbero sopravvivere all’apocalisse che può derivare dalle guerre o dal disastro ambientale.
Piccole tracce
Il CIP di questo numero dà prevalentemente voce a recensioni che spaziano in diverse temporalità. Nella sua recensione Aldo Aledda ricapitola in maniera molto ampia e dettagliata la storia della Sardegna del dopoguerra e del piano di Rinascita, Vincenzo Coli recensisce un romanzo fortemente ispirato alla strenua battaglia di un piccolo paese toscano per costruire la sua casa del popolo, negli anni 50 del Novecento. È un tema che torna nel presente, come possibilità di un impegno sociale per la creazione di alternative al mondo dominante. Mi riferisco all’esperienza degli operai della ex GKN di Campi Bisenzio la cui parola d’ordine è ‘insorgiamo’. Mariano Fresta ripercorre un testo che raccoglie articoli di divulgazione, ma anche di dubbi teorici, di Roberto Ferretti, protagonista della ricerca sulla cultura popolare in Maremma, apparsi sul quotidiano La Nazione tra gli anni 60 e 70. Nicola Grato recensisce “Cosa ci racconta un paese?”, un interessante lavoro didattico nella scuola del paese di Villafrati con un testo che è insieme descrittivo e poetico, Claudio Rosati introduce alla lettura di un libro in cui la cucina è parte della vita sociale e familiare, e racconta – attraverso le ricette – il saper fare.
Si tratta di piccole tracce. Una sorta di patchwork di testi e riflessioni dei recensori pieno di sollecitazioni collocate in uno scenario complesso ma un po’ casuale. Siamo in una fase di riflessione del CIP, in cui al centro non vi sono le azioni ma le ‘riserve’ che servono a chiarire le idee e riprendere fiato.
Segnalo ancora nell’indice due scritti museografici, un po’ speciali, perché coinvolgono la sfera dei sentimenti. Anna Rita Severini propone delle lettere d’amore rivolte al museo. Si può amare un Museo tanto da farlo diventare parte se non centro della propria vita? È un esercizio o una possibilità? Massimo Pirovano, direttore del Museo dell’Alta Brianza di Galbiate, forse risponde, quando propone un discorso di addio a Romeo Riva, protagonista stimato ed amato della storia del museo. Un discorso fatto col cuore, col sentimento, col senso di perdita di una memoria attiva che collegava il museo alla vita del territorio. Romeo Riva aveva, come ho scritto di lui, ‘il museo nel corpo’.
I musei restano una grande risorsa per lo sviluppo delle zone marginali. Il CIP può essere un luogo per dimostrarlo.
Ho proceduto in direzione inversa nel presentare l’indice del CIP 74, ecco il primo testo: è una dichiarazione di impegno e di lavoro del nuovo Presidente dell’Associazione Riabitare l’Italia, Domenico Cersosimo, che succede a Carmine Donzelli. Cersosimo è chiamato a presiedere una delle principali comunità attive per lo sviluppo locale. Nelle parole del nuovo Presidente vediamo il progetto, ascoltiamo indirettamente la voce dell’assemblea che lo ha eletto e riconosciamo l’impegno forte e attivo per trasformare in centro le periferie. Auguri, Presidente.
Dall’associazione dei musei SIMBDEA (Società Italiana di Museografia e Beni Demo-Etno-Antropologici), impegnata nel suo convegno annuale, a Firenze il 12 e 13 giugno, ho capito che i temi del patrimonio culturale e dei musei possono avere un ruolo rilevante nel ‘riabitare l’Italia’, anche se molti compagni di strada non ne sono convinti. Il Museo, grazie anche alle definizioni scaturite dai due congressi di Praga e di Kyoto, ha visto nascere forti dibattiti sul suo ruolo, dibattiti che riguardano l’intervento di azione, di lavoro comunitario, tra accoglienza e progetto sociale. Al convegno SIMBDEA ho avuto la sorpresa di vedere impegnati molti giovani che presentavano lavori su tematiche socialmente significative, che riflettevano sul patrimonio materiale e immateriale, sulla realtà attuale della museografia demoetnoantropologica (DEA), fatta prevalentemente di volontariato, di memorie dei luoghi, e di abbandono da parte dei comuni e degli enti pubblici. I musei DEA che in Italia muoiono e rinascono, sono a livello mondiale istituzioni necessarie, il museo nato in Occidente è diventata parte del vissuto e della memoria storica di tutti i Paesi del mondo (K. Pomian). I musei hanno favorito battaglie culturali importanti, sono stati tutt’altro che luoghi vecchi pieni di muffa e di polvere, come qualcuno ama ancora immaginarli, sono piuttosto zone di frontiera aperte e attive nella visione di un futuro più democratico.
Nel convegno di Firenze alcuni interventi hanno riguardato i musei nel quadro dello sviluppo locale. Temi centrali del nostro CIP e che potrebbero diventare più rilevanti nei progetti di SIMBDEA per favorire un processo che trasformi i musei, nati per fare memoria del passato scomparso ma latente, in presidi di un futuro consapevole e ricco di coscienza di luogo. Mi sono fatto l’idea che per Simbdea, associazione nata sulla spinta delle innovazioni del mondo museografico, legata alla decolonizzazione, e a dare valore ai protagonisti dal basso, ai costruttori della memoria sociale e collettiva, è assai più congeniale fornire idee guida ed essere a fianco di movimenti, che non dedicarsi a una idea di museo professionale, fatto di profili specializzati, che non sono presenti nel 99% dei musei del settore.
Così ho pensato che SIMBDEA potrebbe avere la chance, diversamente da altre associazioni che sono un po’ lobby e un po’ istituzioni formalizzate, di dare vita a un fenomeno di ‘museografia dai piedi scalzi’. Un movimento sul territorio in cui il museografo diventa parte, entra in sintonia, in dialogo o in conflitto con le realtà locali, si dedica alla formazione dei volontari, in modo che essi siano protagonisti dell’indagine sui territori, colleghino ricerca e museo, e non si riducano al solo vanto identitario. È una dimensione congeniale alle Regioni. Alcune Regioni sono già in rete in specie con gli ecomusei. Ma rafforzare la componente specificamente antropologico-culturale, etnografica, attraverso la cultura del dialogo e delle differenze arricchirebbe molto anche il mondo degli ecomusei. Una componente, quella DEA, che compete a noi diffondere e rendere comune nelle culture e nell’intellettualità locale. Ma che può anche essere posta all’attenzione nazionale visto che ormai il settore DEA ha i suoi funzionari attivi nel Ministero, funzionari le cui relazioni, esperienze, idee, ricerche sono state vivacemente presenti nel convegno fiorentino.
Di fronte a questo scenario, ho pensato “allora c’è speranza”. E mi è tornato in mente che il logo di Simbdea è un disegno che viene dai Presepi [1] di Maria Lai. Sono brevi segni che rappresentano donne in cammino i cui ampi mantelli si ispirano ai costumi sardi. Il presepio è in effetti un mondo in cammino. All’epoca dell’attribuzione del logo per SIMBDEA la scelta cadde su quel disegno perché rappresentava insieme il dinamismo e l’accoglienza, il museo come luogo mobile rivolto al futuro.
Brecht
Bertolt Brecht è un autore che ho molto amato negli anni della mia giovinezza e dei movimenti. Era uno scrittore che mi aiutava a pensare che «Di tutte le cose sicure la più certa è il dubbio», espressione che allora era certamente poco condivisa. Brecht non seguiva una verità sociale predefinita, non condivideva gli slogan, ma nelle sue opere svelava contraddizioni e creava diversi fronti di visione. Vorrei imparare qualcosa anche da questa sua espressione: «Per essere creativi non bisogna partire dalle buone vecchie cose, bensì dalle cattive nuove cose» [2].
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Maria Lai, Fuori era notte. I presepi, collaborazioni di Pietro Clemente, Gianni Murtas, Cagliari, Duchampo, 2004
[2] Ho letto sul web che anche Giorgia Meloni in polemica con governo Draghi ha usato l’espressione ‘essere dalla parte del torto’. Non so bene cosa pensarne. Certo ora non ci sta più.
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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