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Da casa a museo: tra memoria familiare e patrimonializzazione

Siddi, Museo della civiltà alimentare

Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna

di Giannetta Murru Corriga 

La casa della memoria

Ho sempre vivo il ricordo della intensa emozione provata la prima volta che nell’inverno del 1998 con Anna Maria Steri visitai la casa avita, un pomeriggio di vento e di pioggia scrosciante: nell’ampio cortile acciottolato, le basse arcate della bianca lolla secentesca mi apparvero sullo sfondo di un cielo plumbeo, solcato da lampi che illuminavano tetti cadenti e oggetti abbandonati alla rinfusa. Un mondo immoto, senza tempo e senza senso, e forse per questo, di un fascino pungente e doloroso [1]. Condotte in seguito alla luce del sole, le esplorazioni della casa avrebbero vieppiù svelato quel mondo dormiente di manufatti e di oggetti e la loro rilevanza per la documentazione e la riflessione antropologica.

Quando «l’interdipendenza di ricordo e trasmissione di una tradizione viva si rompe, anche i luoghi della memoria diventano illeggibili – scrive Aleida Assmann – Proprio questo però favorisce lo sviluppo di metodi di lettura nuovi, alla pietas subentra la curiosità e i luoghi della memoria diventano così una scena archeologica, la cui decifrazione diventa competenza di specialisti» (Assmann 2003: 354). Debitamente interrogata, al di là dei caratteri tipologici, tecnologici ed estetici, ma in connessione con essi, una casa può rivelare il carattere più riposto di contenitore di comportamenti familiari, di ideologie, di sentimenti e aspirazioni soggettivi e collettivi. Delle famiglie che nel tempo l’hanno abitata, dei cambiamenti subiti nel corso del tempo restano negli oggetti tracce non sempre immediatamente leggibili, che però restano talvolta nei documenti scritti, nella iconografia e nei ricordi immateriali di chi di essa ha avuto esperienza, e alla quale la sua identità è profondamente legata.

La casa è un luogo della mente cui si legano sentimenti, sensazioni, ricordi, soggettivi e collettivi. Ricordare e dimenticare sono sempre inestricabilmente implicati l’uno nell’altro, e i luoghi di memoria, ci dice Francesco Remotti, sono anche luoghi di oblio [2]. Nella casa in senso fisico si radica la configurazione sociale, economica e spaziale fatta di uomini, di beni, di diritti, di una reputazione e di un nome (Chiva-Dupost 1990). Possiamo pertanto pensare l’abitazione come oggetto-universo che riflette e riassume livelli e modi dell’organizzazione materiale, sociale e simbolica del vivere in comunità.

Museo dell'alimentazione

Siddi, Museo delle tradizioni alimentari della Sardegna

Nella nostra società, non solo lo stile e le forme architettoniche, anche i modi di abitare la casa, i beni e gli oggetti in essa contenuti, le abitudini di vita quotidiana, i riti che vi si svolgono, i modi della divisione del lavoro, e della divisione sessuale del lavoro consentono di definirla come contadina o pastorale, o come nobile o borghese. La casa Steri, col suo ricco complesso di spazi abitativi, opifici e annessi rustici riflette assai bene i caratteri che gli studi sull’architettura domestica tradizionale della Sardegna attribuiscono alla cosiddetta “casa-azienda”, o “casa-fattoria” campidanese, nella sua espressione economica e sociale più alta, quella che nella stratificazione sociale locale si identifica con la ricca borghesia rurale (Baldacci 1952; Addari Rapallo 1983; Angioni-Sanna 1989).

Scrive A. Assmann, «La memoria culturale ha il suo nocciolo antropologico nella commemorazione di defunti. Con ciò si intende l’obbligo dei congiunti di ricordare il nome dei propri morti e di consegnarlo eventualmente alla posterità» (2003: 35). Alla casa Steri il percorso museale dedica un pannello che a partire da un Simony Estery e dal figlio Pere, nato nel 1637, traccia attraverso nove generazioni la linea genealogica agnatica cui si legano la proprietà della casa e delle relative pertinenze. La casa della memoria, ha intitolato Vladimira Desogus la sua tesi di laurea che ha ricostruito attraverso dati d’archivio, testamenti, testimonianze orali, memorie familiari, fotografie la storia plurisecolare della casa, vicende familiari ed ereditarie della famiglia Steri (Desogus 1999-2000). 

Il museo

[...] la vita e la storia di una famiglia, che però contemporaneamente è anche la vita di un paese, probabilmente di un’area. [...] è la storia che cammina, e il museo deve accompagnarla [3]. 
Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna, casa Steri

Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna, casa Steri

In queste parole pronunciate da Alberto M. Cirese nella Sala Consiliare del Comune di Siddi in occasione della inaugurazione del museo nel giugno del 2000, possiamo vedere riflesso il senso profondo della nascita e della vita del museo etnografico di Siddi. Diventando museo la casa Steri diventa ‘monumento’ di sé stessa, e diventa ‘monumento’ di sé come parte simbolica di una comunità e di un’epoca.

I radicali cambiamenti economico-sociali intervenuti nell’isola alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso avevano resa obsoleta l’azienda agraria tradizionale e l’antica casa della famiglia Steri, e il prestigio economico e sociale che nel passato vi erano connessi. Nel giugno del Duemila, sottoposti a restauro conservativo i vecchi edifici e gli oggetti sopravvissuti alla divisione ereditaria, la casa Steri viene aperta al pubblico come Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna. Il museo nasce per la risoluta e appassionata volontà di Anna Maria Steri di salvare l’antica casa di famiglia dalla distruzione, e di proporla come luogo di memoria destinato alla fruizione pubblica, attivando un processo di “patrimonializzazione” della casa e dei suoi beni, di tutela e valorizzazione come “beni culturali”. Processo nel quale secondo Alberto M. Cirese interviene un cambiamento “semiotico”, con l’adozione di «un linguaggio che è un meta-linguaggio in rapporto ai dati empirici [...]. Un linguaggio museografico che non tenta l’impossibile operazione di aderire con realismo ingenuo alla collocazione empirica dei dati, ma aderisce alla realtà tanto più realisticamente quanto più traduce su un altro piano e rende comprensibili i nessi che nel vivo vitale restano celati» (1977: 48-49).

Del recupero dell’edificio rigorosamente conservativo [4], delle sue diverse fasi, delle tecniche e competenze artigianali tradizionali messe in campo da maestranze locali resta testimonianza nei bei filmati realizzati da Felice Tiragallo e da Vladimira Desogus. La collezione museale è costituita prevalentemente da strumenti di lavoro contadino, pastorale e domestico, defunzionalizzati ma in qualche modo ancora legati all’originario contesto, cosa che ha favorito la descrizione dell’azienda familiare e dei suoi cicli agrari, e la ricostruzione per quanto possibile filologica degli ambienti, nella grande cucina, nella dispensa, e nei locali rustici che ospitano il mulino per cereali, il frantoio per le olive e il caseificio. Nell’esposizione degli strumenti del lavoro contadino inevitabilmente sottratti al loro naturale contesto d’uso, i campi, ci si è ispirati piuttosto ad un criterio estetico-scenografico dando nuovo volto al “vuoto” del grande granaio. Al lavoro di ricerca, sul campo e in archivio, hanno partecipato le allora laureande antropologhe Carlotta Arru, Carmen Bilotta e, come già detto, Vladimira Desogus, che non è più con noi, e che ricordiamo con immutato affetto e rimpianto. Del loro lavoro resta testimonianza nei testi contenuti negli album e nei pannelli che corredano il percorso museale, e nelle rispettive Tesi di laurea.

Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna

Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna

Lavoro che abbiamo svolto in collaborazione e confronto costante con i responsabili del progetto di allestimento: Isabella Braga, Paolo Sanjust e Carla Sanjust. Un lavoro in cui a lungo si è riflettuto sulla necessità di preservare, nel restauro dell’edificio e nell’allestimento museale, i caratteri originari dell’architettura e l’atmosfera del passato ancora aleggiante negli spazi domestici. Ci siamo interrogati sulla funzione comunicativa dell’oggetto in quanto “documento”, sulla sua capacità di stimolare la ricerca e di produrre “conoscenza”, sulla sua funzione “estetica ed emozionale” (temi su cui molto hanno riflettuto e dibattuto Alberto M. Cirese e Pietro Clemente che, ci piace ricordare, sono stati entrambi presenti il giorno della inaugurazione del museo). Ci siamo interrogati sulla capacità dell’oggetto di attivare la memoria e suscitare ricordi, di colmare l’oblio che per decenni aveva oscurato la casa e la sua storia, consapevoli che «quando un certo sostrato di conoscenze comuni si perde, si spezza la comunicazione tra epoche e generazioni» (Assmann 2003: 13)

Alcuni nodi cruciali fin dall’inizio si sono imposti alla definizione del progetto scientifico: come dare alla casa – non un asettico contenitore ma casa padronale con la sua articolata struttura abitativa,  con le sue antiche macchine, con la ricchezza dei suoi mezzi e strumenti di lavoro – la capacità di restituire la propria storia e lo stile alimentare di una famiglia e di un ceto sociale, ma anche di una comunità con i suoi complessi rapporti di egemonia e subalternità, di solidarietà e conflittualità. Come mediare fra la costruzione di una memoria intima, familiare e la storia più ampia di una comunità e di una regione.

Fondamentale, nel percorso di recupero e valorizzazione, è stata innanzitutto la collaborazione degli anziani proprietari della casa Steri: Francesco, Tonino, Itala, dai quali siamo stati accolti con cordialità e affetto, dei quali si è potuto raccogliere saperi, ricordi e documentazione fotografica. Molto si deve all’intelligente sostegno quotidiano dato al nostro lavoro dal signor Paolo Pisano e alla collaborazione di donne e uomini che in vario modo nel passato avevano avuto parte nella vita della casa. I racconti sui rapporti di vicinato e di comparaggio dell’amico Giovanni Pau e della figlia Maria, dei rapporti di lavoro di Gaudenzio Murru, sotsi della casa e di sua figlia Zenobia, i ricordi di Giovanni il macellaio sull’annuale rito della uccisione dei maiali nel cortile della casa, di Ottavio e Caterina Floris e delle figlie Chiara, Barbara e Chicca sulla progressiva emancipazione da mezzadri in produttori autonomi, le considerazioni della domestica nonna Laia sulle abitudini alimentari e sullo stile di vita dei ricchi proprietari del paese, di Zenone Garau pastore e di Eraldo Boi minatore che nel paese potevano rientrare solo per le feste, aprono squarci sulla storia della casa e del paese, ci offrono brandelli di vita, delineano tratti psicologici individuali, fanno intravedere rapporti di proprietà, di lavoro, di vicinato. Rievocano la fame degli anni della guerra, lutti familiari, ma anche il rito de sa mandada a parenti e vicini di porzioni delle carni di maiale macellate, le feste di Sant’Antonio da Padova e de Sa Gloriosa, il carnevale e i balli nel grande cortile. Momenti che vedevano la casa Steri diventare spazio fisico e microcosmo in cui il mondo sociale del paese si rifletteva. Un raccontare che fa intravedere il paese attraverso la casa e la famiglia Steri, ma anche la casa e la famiglia Steri attraverso gli occhi del paese. Su ciò che le persone hanno scelto di ricordare, o non ricordare, abbiamo in buona misura ricostruito, evocando, più che documentando, la fisionomia sociale della casa e del paese, le attività e i rapporti produttivi e i modi tradizionali locali di produrre e consumare il cibo. 

Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna

Siddi, Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna

Quale futuro?

Come dice il suo nome, il Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna non è un museo etnografico generico ma un museo tematico, i cui contenuti travalicano l’ambito delle tradizioni alimentari familiari e locali; pertanto la narrazione testuale che accompagna gli oggetti nel percorso museale fa anche costantemente riferimento ad analogie e differenze all’interno di un più ampio quadro regionale. Al contributo di studiosi di vari ambiti disciplinari: archeologi, storici, demologi, antropologi, nutrizionisti [5], è stato affidato il compito di dare alla narrazione una solida base documentale delineando una storia dell’alimentazione dei Sardi nelle varie epoche storiche. Ad essa abbiamo riservato un apposito spazio che, con qualche enfasi, abbiamo chiamato ‘sala di lettura’. Gli interventi che qui seguiranno, di M. Gabriella Da Re, di Gianni Pes, di Emily Holt, di Felice Tiragallo vogliono essere un richiamo ideale a quegli studi che hanno accompagnato la nascita del museo, e un esempio della possibilità di arricchimento che alla funzione culturale del Museo, alla sua vitalità, possono costantemente venire dal progredire della letteratura scientifica e divulgativa prodotta in Sardegna, e altrove.

Le antropologhe collaborano all'allestimento del Museo

Le antropologhe collaborano all’allestimento del Museo

Negli ultimi decenni, si sa, il ruolo culturale dei musei etnografici, divenuti socialmente “inclusivi” e “partecipativi”, si è fortemente rinnovato aprendosi a nuovi obiettivi e a nuove forme di fruizione collettiva e sociale, di attivazione del dibattito, di promozione culturale e dello sviluppo economico e turistico del territorio. Restare vitale oggi per il museo etnografico di Siddi comporta arricchire ed elaborare il discorso museale, superando la visione statica di un “mondo tradizionale” in qualche modo concluso. Ampliandone l’orizzonte narrativo senza, io credo, rinunciare a sé stesso, senza stravolgere l’idea performativa e la coerenza narrativa che ne ha caratterizzato la nascita. Utilizzando le possibilità che il procedere della ricerca e la disponibilità di sempre più raffinate tecniche comunicative offrono di andare oltre quella sorta di faglia che nella metà del secolo scorso si è aperta nel sistema politico, economico e produttivo isolano, nel suo sistema di valori, nel suo mondo sociale e simbolico. Al museo, di cui oggi festeggiamo i primi 25 anni di vita, il compito di misurarsi con la riflessione sul mutare della organizzazione produttiva del territorio e delle sue risorse paesaggistiche, umane e sociali. Di aprirsi alla comprensione del cambiamento nel continuo presente. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] Per quanto difficilmente fra loro commensurabili le due situazioni, il pensiero corre alle parole con cui l’etnologo francese Marc Augé descrive la fascinazione e il turbamento provati davanti alle rovine di un’antica città maya: «A quale passato mi rinviavano quelle rovine? [] Il sito che mi affascinava [] non mi restituiva alcun passato. Contemplare rovine non equivale a fare un viaggio nella storia, ma a fare esperienza del tempo, del tempo puro. Riguardo al passato, la storia è troppo ricca, troppo molteplice e troppo profonda per ridursi al segno di pietra che ne è emerso []. Riguardo al presente l’emozione è di ordine estetico, ma lo spettacolo della natura vi si combina con quello delle vestigia. Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa» (Augé 2004: 37).
[2] Bello e fortemente suggestivo il suo riferimento ai baNande dello Zaire, che nel rapporto culturale istituito fra uso del bananeto (luogo di sepoltura ma anche luogo in cui si produce) e ricordo degli antenati ci insegnano l’importanza dell’oblio, ma non ignorano la «cultura del ricordo» (Remotti 2003: 5-6).
[3] Parole riportate da Vladimira Desogus in esergo alla sua tesi di laurea.
[4] Eseguito sotto l’attenta direzione dell’ingegner Giorgio Ibba.
[5] Hanno gentilmente collaborato con i loro scritti: Caterina Lilliu, Ornella Fonzo, Marcella Bonello, Barbara Fois, M. Concetta Dentoni, Alberto M. Cirese, Enrica Delitala, Chiarella Addari Rapallo, Anna Lecca, Pietro Clemente, Giulio Angioni, M. Gabriella Da Re, Alessandra Guigoni, Anna Peretti, Franco Lai, Benedetto Caltagirone. 
Riferimenti bibliografici 
Addari Rapallo C., 1983, “La casa tradizionale”, in F. Manconi (a cura di), Il lavoro dei sardi, Gallizzi, Sassari.
Angioni G.- Sanna A., 1988, L’architettura popolare in Italia. Sardegna, Laterza, Bari-Roma.
Assmann A., 2003, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, Il Mulino, Bologna.
Augé M., 2004, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, Torino.
Baldacci O., 1952, La casa rurale in Sardegna, Olschki, Firenze.
Chiva I.- Dupost F., 1990, “L’architecture sans architecte: une esthétique involontaire?”, Études rurales, n.117, janvier-mars.
Cirese A.M., 1977, Oggetti, Segni, Musei. Sulle tradizioni contadine, Einaudi, Torino.
Clemente P., 1996, Graffiti di museografia antropologica italiana, Protagon Editori toscani, Siena.
Desogus V., a.a.1999-2000, La casa della memoria. Contributo alla documentazione del museo ‘Casa Steri’ di Siddi, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Cagliari.
Remotti F. (2003), “Luoghi di memoria, luoghi di oblio”, Antropologia museale, 5. 
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Giannetta Murru Corriga, già professore associato di Etnologia e Antropologia culturale presso l’Università di Cagliari, ha svolto ricerca e curato pubblicazioni su etnicismi e cultura popolare e su aspetti della vita tradizionale dei sardi (caccia, lavoro contadino, pastoralismo, forme di famiglia e parentela, ruoli e attività delle donne). Ha curato il progetto e il coordinamento per l’allestimento di musei etnografici (Museo delle Tradizioni agropastorali di Siddi, Museo della cultura pastorale di Fonni), e di mostre tra cui Grani e pani della Sardegna. Dai pani gioiello ai gioielli di pane di Pistoia.

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