di Dal Contado
A 50 anni dal primo convegno nazionale sulla museografia agricola emerge la necessità di una riflessione sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio. Il momento storico di profonda trasformazione dovuta al tracollo della mezzadria che negli anni ‘60 spinse moltissimi ex-contadini a cercare nuovi modelli di cultura urbana per fuggire dalla “schiavitù rurale”, portò al sorgere di numerose iniziative museali, percepite come una reazione sociale e un bisogno di conservare la memoria e la coscienza delle proprie origini.
Fu in questo clima che cinquanta anni fa, nel 1975, Bologna e San Marino di Bentivoglio ospitarono il primo convegno di museografia agricola.
Il convegno mise in luce una grande ricchezza di punti di vista sulla museologia agricola, con pluralità di impostazioni: da un approccio concentrato sugli aspetti preistorico-archeologici, a uno dedicato alla storia della tecnica agraria, passando per le proposte etnografico-folcloristiche e quelle orientate alla lotta di classe e alla documentazione storico-economica.
Nella documentazione emergono interventi dedicati alla storia dell’agricoltura, altri allo studio di specifici musei, alla ricerca su singoli oggetti, agli studi di dialettologia, a fenomeni legati alla cultura popolare, ad aspetti geografici o ambientali.
Un panorama di applicazioni e ambiti estremamente ampio, testimone di un forte fermento.
(Dal fascicolo che raccoglie gli interventi del convegno del 1975 (consultabile presso la biblioteca di Villa Smeraldi a San Marino di Bentivoglio) e dal riassunto di Gaetano Forni, emerge una forte pluralità di impostazioni teoriche e pratiche).
A distanza di cinquant’anni, Istituzione Villa Smeraldi e Regione Emilia Romagna, con il patrocinio di ICOM e SIMBDEA e la collaborazione dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e la Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna, MiC, hanno promosso il convegno “Custodire la terra: musei demoetnoantropologici nel mondo contemporaneo”. Due giornate di lavoro per favorire un ragionamento sul ruolo dei musei demoantropologici nella società contemporanea. Una riflessione critica e interdisciplinare garantita da un Comitato Scientifico eterogeneo: Cristina Ambrosini, Giancarlo Baronti, Giorgia Boldrini, Gian Paolo Borghi, Patrizia Cirino, Pietro Clemente, Francesco Fabbri, Cinzia Marchesini, Mario Turci e Matteo Volta.
Venerdì 24 ottobre 2025 – Bologna, Museo Civico Medievale
In apertura dei lavori della prima giornata l’assessore del Comune di Bologna Daniele Ara ha sottolineato come le esperienze museali legate al mondo contadino negli anni ‘70 rispondevano alla necessità di conservare le memorie in un periodo di grande trasformazione dell’agricoltura. Conservare le memorie oggi non significa solo guardare al passato, ma è un modo per confrontarsi con la complessità del presente. I temi legati al mondo rurale sono ancora attuali: i musei possono essere luoghi di promozione culturale e dibattito sull’economia circolare, sulla salvaguardia della biodiversità agricola, sulla cura del territorio e anche sul tema dell’educazione delle nuove generazioni. L’obiettivo è riprendere il legame tra città e mondo rurale, proiettandolo nel presente per favorire un nuovo sviluppo rurale e agricolo, in collegamento con le scuole e le comunità, in un’ottica di promozione della coesione sociale.
Cristina Ambrosini (Settore Patrimonio Culturale, Regione Emilia-Romagna) ha evidenziato nel suo intervento l’importanza di presidi culturali che come il convegno stesso sono frutto di un processo di elaborazione di una visione comune, molto autentica, che ha visto la collaborazione di numerosi soggetti ed enti che credono nell’intreccio tra dimensione locale e nazionale e nel senso di appartenenza pubblica. Secondo Ambrosini, uno degli obiettivi del convegno è portare chi opera all’interno dei musei a interrogarsi sul proprio ruolo, per giungere a condividere un pacchetto di valori rinfrescati, rinnovati, ma anche fortemente radicati.
A chiusura degli interventi istituzionali è intervenuta Cinzia Marchesini (ICPI) che ha ricordato l’ingresso dell’antropologia culturale nel Ministero della Cultura a partire dalla riforma del 2008 e il ruolo dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, di cui è referente per l’Emilia-Romagna, come organo che sovrintende le questioni relative al patrimonio immateriale e ai beni demoetnoantropologici.
Il ruolo dei musei demoetnoantropologici a 50 anni dal convegno nazionale del 1975: supporto, dialogo ed empowerment
Patrizia Cirino, antropologa del Ministero della Cultura, ha coordinato il dibattito tra Giancarlo Baronti e Pietro Clemente. La sua introduzione si è focalizzata sull’approccio alla celebrazione dei 50 anni dal convegno del 1975 e in particolare sull’importanza di evitare una “nostalgia reazionaria” e lavorare con una prospettiva di “nostalgia del futuro”.
Il dibattito si è aperto con una riflessione sul perché il Museo di San Marino di Bentivoglio sia considerato un luogo fondativo per gli antropologi, per la memoria e per le pratiche museografiche. Quali elementi della sua istituzione e del suo rituale di fondazione sono importanti – nel panorama contemporaneo – per definire il ruolo sociale del museo demoetnoantropologico?
Dall’intervento di Patrizia Cirino emergono alcuni elementi caratteristici che alimentano il dibattito. In primo luogo il Museo della Civiltà Contadina di Bentivoglio non nasce da un collezionista, ma dal basso da un gruppo locale, l’Associazione Gruppo della Stadura, composto da contadini e si fonda su una triangolazione tra gruppi locali, istituzioni locali e il mondo accademico. Nasce quindi come spazio di democrazia e di rappresentanza incarnando il nuovo paradigma museale definito da ICOM (spazio democratizzante, polifonico, inclusivo e accessibile). Secondo Cirino il concetto fondamentale è che il museo non è fatto per le cose, ma per le persone. Gli oggetti sono condensatori di storie, ma richiedono la costruzione di display interpretativi e di una comunicazione che metta in relazione l’autore-curatore e i pubblici.
Giancarlo Baronti ha proposto una riflessione sulla storia della museografia etnografica, nata in concomitanza con il tracollo della cultura contadina tradizionale e della mezzadria. La prima fase, definita “museografia primaria”, raccoglieva i resti del tracollo. Nella coscienza comune di allora, il mondo rurale tradizionale era percepito come il “cattivo passato”, l’idea di creare una museografia su questo tema era quindi politicamente e socialmente inaccettabile e per questo motivo i primi tentativi fallirono. La situazione cambiò solo quando, in seguito alla modernizzazione, il passato rurale divenne il “passato buono da pensare”.
La difficoltà principale emersa dalla sua esperienza di direttore è stata la mancanza di un approccio scientifico da parte della committenza: prevaleva il desiderio di creare un “piccolo presepe” per ricordare acriticamente il passato. Ancora oggi, ha sottolineato Baronti, solo una minoranza di musei adotta una prospettiva che metta in risalto le fatiche e le durezze della condizione rurale. A suo parere il contrasto tra la modernità e la condizione rurale dovrebbe esplodere all’interno delle esposizioni, una sfida che rimane difficile da superare.
Pietro Clemente ha ricordato di essere stato presente al convegno sui musei agrari dell’11 e 12 gennaio 1975, in un periodo di grande fermento politico e culturale. La traccia di quell’evento è rimasta nel libro di Alberto Cirese, Oggetti, segni e musei, che cita le relazioni e il forte nesso tra cultura e società (richiamando Marx e Gramsci). Clemente ha raccontato di essersi dedicato a questi musei, nonostante avesse inizialmente un approccio critico verso le istituzioni museali, in seguito alla scoperta dello straordinario protagonismo del mondo contadino nel Senese. Questo mondo contadino aveva saputo trasformare la propria condizione da subalterna a paritaria, inventando forme di lotta sul territorio. La sconfitta principale di quegli anni è stata la perdita della rappresentazione di questa faccia completamente diversa dell’Italia. Invece di aggiornare i musei che erano diventati vecchi o “mummificati”, si è assistito alla loro chiusura. Molti musei DEA oggi rappresentano “l’idillio e non la lotta”.
Il Museo di San Marino di Bentivoglio si può considerare il primo caso di “museo discorso” o “museo come metalinguaggio” (secondo il modello di Cirese). In questo modello, il museo non rappresenta il mondo vissuto ma il mondo conosciuto, studiato. Bentivoglio è stato realizzato con un’impostazione da mostra (dialogo tra fotografie, didascalie e oggetti), in contrasto con l’accumulo passivo di oggetti che i contadini vedevano come “i gioielli della corona” e non come i loro aratri.
Sarebbe bene ritrovare la fiducia del 1975 nell’idea che oggi i musei possano combattere per le nuove agricolture e per riabitare le zone abbandonate. Il museo dovrebbe diventare un “deposito di saperi” per affrontare problemi attuali, come ad esempio la cura del territorio contro le alluvioni.
Come i musei DEA oggi sono utili per la formazione e per il futuro
In questa sessione Patrizia Cirino ha dialogato con Daniele Parbuono, direttore della Scuola di Specializzazione di Perugia (consociata con Basilicata, Firenze, Siena, Torino e Milano Bicocca) sul ruolo della ricerca e della formazione nel rilancio dei Musei DEA.
La Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici è considerata un perno fondamentale della formazione universitaria di terzo livello in Italia, poiché unisce teoria accademica e pratica professionale. La Scuola di Perugia si è rinnovata per affrontare la museologia contemporanea, basandosi su due direttrici: interdisciplinarietà (ha reso strutturale il dialogo e l’ibridazione con museologi, storici dell’arte, designer, architetti ed esperti di informatica, riconoscendo che l’antropologia non è autosufficiente nella gestione di sistemi museali complessi) e internazionalizzazione (promuove attivamente scambi di studenti – Erasmus – e docenti da tutto il mondo – Cina, Sud America, ecc. – spingendo gli studenti ad andare all’estero per osservare le pratiche museali internazionali).
Dal dibattito è emersa l’importanza di cogliere la polivocalità e la diversità dei punti di vista all’interno dei percorsi formativi per i futuri curatori in modo da creare allestimenti e mostre incentrati sul coinvolgimento dei pubblici. Parbuono ha evidenziato come già dagli anni ‘70, grazie alla svolta della nouvelle muséologie e dell’ecomuseologia francese questo aspetto ha assunto grande importanza. I musei non sono più solo luoghi di conservazione, ma devono diventare spazi per la lettura dei territori, dei patrimoni e delle storie lunghe, operando come uno “specchio senza una quarta parete ben definita”. Questa trasformazione è stata accelerata dall’aumento della classe media nel dopoguerra, che ha portato un vasto pubblico a considerare il patrimonio come un immaginario condivisibile.
Il dialogo si è chiuso con una riflessione sulla Convenzione di Faro (2005) che ha formalizzato la necessità di sostenere i processi con cui le comunità patrimoniali partecipano alla gestione del patrimonio. La decolonizzazione dei musei ha ulteriormente rafforzato l’idea di una nuova etica relazionale degli oggetti per costruire dialoghi. Oggi, come messo in luce da Cirino, il pubblico deve trasformarsi in un “frequentatore consapevole, dialogico” e i professionisti dei musei devono lavorare per la “cessione di un pezzo di sovranità e autorevolezza istituzionale” in favore di un dialogo più orizzontale.
Nel pomeriggio di venerdì 24 ottobre 2025 i partecipanti al Convegno si sono spostati a Palazzo Malvezzi de’ Medici, sede della Città Metropolitana di Bologna e sono proseguiti i lavori suddivisi in quattro tavoli tematici:
Conservare la memoria: come e con chi agire. Nuove sfide e soluzioni
Coordinato da Cristina Ambrosini e Giorgia Bonesso. Il Tavolo si è concentrato sul tema del Futuro dei Musei nell’ambito della transizione generazionale. Un tema centrale emerso è la fragilità del Patrimonio e la necessità di interrogarsi sulla distanza antropologica e sociologica che intercorre tra gli oggetti del museo e le nuove generazioni.
Paesaggi in cambiamento, partecipazione e cittadinanza attiva
Coordinato da Cinzia Marchesini con Massimo Carosi (Presidente Danza Urbana Bologna), Patrizia Cirino (Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna, MiC), Filippo Porro (AZIONI fuori POSTO), Franca Zuccoli (Università degli Studi di Milano-Bicocca) pone al centro della riflessione il concetto di trasformazione come parola chiave e sfida cruciale per i musei e il patrimonio culturale. La riflessione sul paesaggio è stata condotta su due livelli: la terra coltivata e la Terra intesa in una dimensione globale. I musei hanno un ruolo attivo nel dialogare con il clima e nel dare concretezza a concetti come la biodiversità.
I musei per la valorizzazione del patrimonio Demoetnoantropologico. Pratiche espositive e progetti partecipativi
Coordinato da Mario Turci propone una riflessione critica sul ruolo e sulla funzione espositiva dei musei demoetnoantropologici. Il principio che guida la riflessione è l’idea che “il museo deve essere al servizio del patrimonio, non il patrimonio al servizio del museo”.
Musei e coscienza di luogo
Matteo Volta – in dialogo con Pietro Clemente (Presidente onorario SIMBDEA), Marco Bussone (UNCEM), Rossano Pazzagli (Direttore della Scuola di paesaggio “Emilio Sereni” Istituto Alcide Cervi e docente dell’Università degli Studi del Molise), Filippo Tantillo (Riabitare l’Italia) – ha curato l’ultimo tavolo tematico, focalizzato sui rapporti, relazioni e pratiche tra i musei, i patrimoni e il territorio.
Tema centrale è il ruolo Sociale e Politico del Museo: il tavolo ha discusso sul museo inteso come luogo di interrogazione, istruzione e anche di analisi delle criticità. Il Museo può essere uno spazio in cui è possibile immaginare e sognare un futuro e rappresentare un importante presidio territoriale.
Sabato 25 ottobre 2025 – San Marino di Bentivoglio, Villa Smeraldi
La seconda giornata è stata dedicata a laboratori ed esperienze pratiche:
Fare paesaggio
Laboratorio di fotografia curato dalla fotografa Silvia Camporesi, che ha invitato i partecipanti a riflettere sulla differenza tra “territorio” e “paesaggio”.
Fra antico mestiere e nuova conservazione: casi studio
Esperienza che ha affrontato il tema della conservazione del patrimonio DEA attraverso casi pratici con le restauratrici Chiara Carcano e Isabella Rimondi.
Ri-abitare i paesaggi: immaginari, utopie e pratiche in trasformazione a cura di LAPP – Laboratorio Permanente sul Paesaggio e di AZIONI FUORI POSTO.
Dalla battaglia concettuale sulla civiltà contadina del 1975 alla sfida della “bionostalgia” e della sostenibilità del 2025
Il Convegno ha confermato l’importanza della ricchezza di esperienze e la pluralità di vedute nella museologia demoetnoantropologica, che convergono verso la soddisfazione di esigenze molteplici. I musei di questo settore sono spesso fragili, ma si configurano come centri di dibattito e di interazione, essenziali per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale.
Il Museo di Villa Smeraldi ha così rilanciato la sua missione: essere un centro di interazione e scambio per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, proiettato verso il futuro.
Gli interventi integrali e gli esiti dei Tavoli di lavoro saranno resi disponibili in future pubblicazioni.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Redazione Dal Contado, rivista dell’Istituzione Villa Smeraldi- Museo della Civiltà Contadina
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