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“Cu nesci arrinesci” e restanza

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CIP

di Salvatore Palidda 

L’opera di Vito Teti è indiscutibilmente fondamentale per il patrimonio di conoscenze critiche delle scienze politiche e sociali [1]. Condivido tante sue riflessioni ma sono alquanto scettico per non dire assai poco d’accordo con la sua enfasi sulla restanza che ribadisce ancora di più nel dialogo con La Cecla pubblicato il 21 luglio 2025 da Avvenire con il titolo provocatorio e discutibile “Contro Ernesto de Martino”.

Nella recensione di Pietre di pane. Un’antropologia del restare [2] si scrive che «racconta magistralmente la complessità della “restanza”, facendoci scoprire che “l’essere rimasto, non è atto di debolezza né atto di coraggio, è un dato di fatto, una condizione, ma anche l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre fuori posto”». Ma perché restare sarebbe “una esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre fuori posto”? E perché migrare è stato spesso considerato come anche “essere sempre fuori posto”?, al punto di farne una “tara” o causa di una “patologia” talvolta persino grave tipica dello “spostato” (che non a caso in siciliano si dice di chi è fuori di testa o affetto da disagio psichico, come del resto hanno teorizzato alcuni criminologi e psicologi istituzionali e palesemente reazionari).

img_4135Nell’intervista per questa recensione Teti dice: «L’uomo della società tradizionale è stato descritto da Alvaro come un uomo in fuga. L’ erranza è la condizione dell’uomo della società tradizionale del Sud». Aggiungo: tutta la storia dell’umanità è storia di migrazioni, di spostamenti continui, a breve, media e lunga distanza, dovuti a molteplici cause e ragioni [3]. Ricordiamo le giuste considerazioni di chi già nel XIX e XX sec. scrisse: «Quale sciopero più compatto, più serio, più vittorioso dell’emigrazione!» (Renda, L’emigrazione in Sicilia, Sicilia al lavoro ed., 1963: 69, citando Nitti) [4].  «Al lavoratore italiano non si presentano che tre vie: rassegnarsi alla miseria [e, aggiungo, all’assoggettamento a un potere violento], ribellarsi [quando ancora si ha la possibilità e, quindi, la capacità di farlo] o emigrare» (ivi: 68) [5]. In altre parole, l’emigrazione è aspirazione all’emancipazione che nel detto popolare diventa infatti: cu nesci arrinesci e non l’opposto che denigra il migrante. 

30182306323-1Ma dice bene Teti: «Partire e restare sono, in realtà, due dimensioni, due condizioni, due verbi inseparabili, l’uno presuppone l’altro … forse restare è quasi più faticoso del partire di una volta, perché chi resta sperimenta la condizione della “solitudine”, dell’incomprensione, dello straniero in patria, perché intanto il paese è cambiato».

E sappiamo bene che c’è spesso persino odio fra chi parte e chi resta, i primi pensano che gli altri sono “vigliacchi” o “parassiti”, e chi resta pensa che gli emigrati sono dei “traditori” della comunità. E Teti commenta «l’ambivalenza, sulla sofferenza di chi resta e di chi parte, di chi torna ed è poi costretto a ripartire». È la sofferenza di cui parla anche Sayad in La doppia assenza.

Per Teti la Restanza: «non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. Una novità rispetto al passato, perché una volta si partiva per necessità ma c’era anche una tendenza a fuggire da un ambiente considerato ostile, chiuso, senza opportunità».

Tuttavia sembra arduo pensare che «Oggi i giovani sentono che possano esserci opportunità nuove, altri modelli e stili di vita, e che questi luoghi possono essere vivibili. È finito il mito dell’altrove come paradiso». E Teti arriva a dire: «L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco e ad accogliere chi viene da fuori».

A me pare che l’enfasi di Teti sulla restanza e persino la sua etica rischi di diventare ideologica tanto quanto è stato il credo nel progresso devastante (fra altro ricordo il terribilmente imbarazzante poema scritto da Fortini in omaggio della sopraelevata di Genova del 1964 [6]). È vero che la grande emigrazione è stata fortemente provocata da quella grande distruttiva trasformazione (peraltro analizzata da Schumpeter come da Polany) che è anche tra le righe del dibattito critico di Banfield [7]. Una trasformazione distruttiva sostenuta non solo dall’ideologia del progresso e della modernizzazione (lemma ancora oggi esaltato dal liberismo), ma anche da quella che nel mondo del movimento operaio era l’ideologia lavorista secondo un assai malinteso marxismo (quello che appunto sosteneva la necessità del capitalismo per approdare al socialismo e quindi per superare i residui feudali, gli arcaismi e quel populismo del mondo rurale che in parte c’è anche nel Gramsci della questione meridionale quando considera la cultura popolare come opposizione al capitalismo). Nessuno invece aveva valorizzato le riflessioni proto-ecologiste di Marx e di Engels nella loro critica del capitalismo [8].

9788881010011_0_900_0_0Sappiamo che il Risorgimento fu il trionfo della coalizione del capitalismo del nord e della rendita fondiaria del sud a sprezzo e ferocemente contro le classi subalterne di tutte le regioni [9]. L’emigrazione di massa era cominciata anche prima dell’Unità d’Italia: nel 1830 un intero battaglione della legione straniera francese in Algeria era composto solo da uomini provenienti da diversi Stati italiani e comandato dal napoletano Poerio [10]. Già allora esistevano piccole comunità, per esempio, di originari della Sicilia e della Campania in Tunisia (spesso emigrati con piccole barche), e anche in Algeria e in Marocco. Dal Nord Italia si emigrava a piedi verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi.

Migliaia emigravano per sfuggire al servizio militare (per esempio dalla Liguria a piedi verso la Francia [11]). Tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Dopo ogni grande sconfitta di lotte popolari l’emigrazione diventava anche la necessaria fuga per sfuggire alla repressione feroce (per esempio dopo il massacro che Bava Beccaris riservò ai rivoltosi a Milano nel 1898).

cover-breve-storiaDal 1860 senza interruzione sino a oggi, le migrazioni italiane sono diventate di massa (migrazioni interne dalle campagne verso le città e verso l’estero, il va-e-vieni più che i ritorni definitivi). Come mostrano Prencipe e Sanfilippo nella preziosa Breve storia statistica dell’emigrazione italiana [12], dal 1861 al 2023 il totale degli espatri ammonta a 28.996.958 (di cui il 26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332 mentre i rimpatri ammontano a 11.527.894 e con stime a 11.863.445 (per i rimpatri non si hanno dati sulle donne). A questo si aggiungono cifre altrettanto impressionanti riguardanti gli spostamenti fra i diversi comuni delle diverse regioni. Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei primi Paesi più segnati dalle migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che però è impossibile misurare [13]. Questi numeri hanno una funzione specchio (cfr. Sayad) rivelando uno dei fatti politici totali che caratterizzano la storia italiana [14]. Le cause e ragioni delle migrazioni sono sempre state molteplici anche se si tende a esaltare soprattutto quelle economiche.

Qualche appunto autobiografico

Non c’è dubbio che quasi tutti quelli della generazione nata poco prima e poco dopo la Seconda guerra mondiale siamo stati infettati dall’ideologia del progresso e della modernità e da quella proletaria lavorista. Personalmente sono stato influenzato dall’esperienza di vita di mio padre che, nato nel 1896, dopo la tragedia di Caporetto e la sua terribile prigionia in Austria, scappò negli States. Suo padre, seguendo la diffidenza tradizionale al nuovo, sabotò la sua grande possibilità di crearsi una sua impresa a Ischia [15]. Negli States fu totalmente permeato dall’American dream e non aveva nessuna intenzione di tornare in Italia ma dovette cedere al ricatto morale dei genitori.

Io a 13 anni sognavo la Milano dei grattacieli, le autostrade e i loro svincoli, le grandi opere dei primi anni ‘60 tanto da voler andare a tutti i costi a studiare a Milano riuscendoci. Ma ne fuggii a 16 anni perché ero finito nello squallido Varesotto, a scuola unico terrone del sud fra la maggioranza di terroni del nord.

SAN CONOMio fratello, ingegnere chimico, era pervaso dal mito della chimica e ed ebbe fede nella trasformazione dei minerali delle miniere siciliane in fertilizzanti nel reparto Montedison di Priolo (SR) dove lavorava, ma scoprì già alla fine degli anni ‘60 che nella zona nascevano bambini malformati e il cancro colpiva tutti. Ne rimase devastato e si licenziò ripiegando poi a fare l’insegnante in un istituto tecnico nella periferia milanese.

Sono nato e cresciuto sino alla fine delle elementari in un paesino del centro Sicilia da sempre marchiato da immigrazione ed emigrazione e dalla fortissima aspirazione all’emancipazione (vedi qui San Cono, Migrazioni ed emancipazione [16]. Un paesino di cui si diceva “unni persi ‘i scarpi ‘u Signuri” (“dove Gesù perse le scarpe” per dire un posto sperduto). Il terribile profondo sud: «Non case ma tuguri, non strade ma sentieri pietrosi, pieni in ogni angolo d’immondezzai con milioni di mosche: uno strazio veramente!» (da una testimonianza di mia madre [17]). Quando sono nato (1948) non c’era luce elettrica, non c’era acqua corrente, non c’erano fognature e solo una strada più o meno asfaltata, un solo telefono in tutto il paese, un alto tasso di mortalità infantile; e la situazione era quasi ancora questa sino a poco prima del 1960. L’emigrazione era di massa, ma la maggioranza tornava con qualche risparmio sperando di poter ricominciare.

Nonostante le gloriose lotte contadine (era un paese rosso in una zona bianca), la condizione sanitaria, economica e sociale non poteva che costringere a emigrare. Anche la mia sorella più grande vinse il concorso e andò a insegnare nella provincia di Milano a Morimondo (allora di nome e di fatto), tanto che mio padre le disse “e sei andata lì che non è meglio che da noi”. Ma a Milano c’era il “profumo del progresso” (quello delle ciminiere e il puzzo terribile dello smog, in particolare della nafta che sentivo forte quando andavo a scuola nel Varesotto). Ricordo di aver incontrato una volta (nel 1964) un compaesano che al paese camminava a testa alta e qui invece a testa bassa e “radeva i muri” (come racconta anche Sayad per gli algerini a Parigi ancora negli anni ‘60, per questo quando ci siamo conosciuti abbiamo subito fatto amicizia riconoscendoci nel racconto delle nostre esperienze di vita).

mobilita-umane-1184Ma, per tutti “cu nesci arrinesci” era ed è ancora valido.

Più volte ho cambiato esperienze di vita e sono sempre legato un po’ a tutte e in particolare ai miei quasi 8 anni a Palermo (dal 1969 al 1977, tranne due anni prima all’estero a occuparmi di emigrati italiani e poi al “servizio militare”), 15 anni a Parigi (dal 1978 al 1992), 10 anni a Milano (da fine 1993 al 2003) e poi a Genova (dal 1995 come docente universitario pendolare e dal 2003 come residente stabile), e per qualche anno anche come operaio in fabbrica e nei cantieri a Parigi. Di queste città mi sono appassionato ad accumulare conoscenze di ogni sorta e anche a fare ricerca per rovesciarne la storia economica, sociale e politica ufficiale. E lo stesso ho poi fatto per la storia sociale di alcuni gruppi immigrati che ho conosciuto [18] e infine per quella del mio paese e dei miei genitori.

A 77 anni sono rimasto sempre legato alle mie origini e ci vado appena posso; i miei ricordi, i legami e le amicizie sono in parte anche rinnovati. Sono appassionato di cucina e cerco di innovare pietanze siciliane anche in senso ecologico. Resto sempre legato (sebbene agnostico e persino sbattezzato) al Santo del mio paese perché, come per quasi tutti i miei compaesani, l’invocazione al nostro Santo Cono è in realtà la molla fondamentale per sollecitare le risorse recondite che ciascuno di noi ha. E lo si fa difronte a ogni sorta di difficoltà in qualsiasi campo perché “lui” (Santo Cono) può tutto dappertutto, ti dà sempre la forza di resistere e magari riuscire nelle sfide più difficili. Tantissimi emigrati tornano al paese almeno un anno si e uno no per la festa del Santo, una festa “pagana” ricca delle donazioni di tutti anche rilevanti mandate da emigrati da ogni parte del mondo.

Ma non soffro di “malassediri” (di star male di qua e di là). Da pensionato ho anche pensato di tornare a vivere stabilmente al paese e persino mia moglie sarebbe disponibile quando andrà in pensione. Ma non nascondo che non ne sono molto convinto perché, a parte gli amici meravigliosi, il paese è diventato non solo sempre più brutto, ma ormai dominato da una piccola minoranza di imprenditori agricoli che hanno accumulato anche grandi proprietà e, peggio, abusano di pesticidi e chimica avvelenando tutti (totalmente indisturbati nonostante l’alto tasso di morti di cancro). Non a caso, da comune rosso il paese è passato in mano a una specie di ex-sinistra e ora a destra. I compagni o discendenti di comunisti sono ormai pochi e la stragrande maggioranza della popolazione non sa nulla di chi fu Totò Rindone, il leader delle lotte contadine e deputato comunista in diverse legislature.

Totò con alcuni compagni in piazza a San Cono

Totò Rindone con alcuni compagni in piazza a San Cono

Uno dei paradossi del paese è che da decenni c’è una nuova forte emigrazione, ovviamente soprattutto di giovani che magari vanno a fare lavori pesanti e poco remunerati o al nero al nord o all’estero. Ma constato che sono sempre meno quelli che tornano. Nel frattempo, anche a San Cono c’è da almeno trent’anni una immigrazione straniera, sia di “badanti” che si occupano dei vecchietti rimasti al paese, sia di braccianti; per fortuna sono “protetti” da una coppia di bravi sindacalisti che riescono a garantire la loro regolarità nel lavoro, per il permesso di soggiorno e anche per l’alloggio, cosa che invece manca per quelli che sembra siano numerosi nelle campagne vicine. In questi ultimi anni la squadra di calcio del paese riesce a fare faville e ha un forte sostegno popolare. La sede del club è diventato un luogo di incontro e di passatempo. Nella squadra giocano anche alcuni braccianti africani molto apprezzati.

La sensibilità ecologista è alquanto rara, ma qualcuno ci prova. Purtroppo, in un universo in cui prevale la riuscita attraverso il profitto a tutti i costi e quindi anche a sprezzo di tutti, sfidare – come dice Teti – il liberismo imperante è difficile; mancano le cerchie sociali e di riconoscimento morale a sostegno di tale sfida, insomma quella “densità dinamica” che era la forza delle lotte contadine del dopo 1945.

9782140261817_internet_h1400Certo, non si può dire che tutto sia perduto per sempre; forse ci sarà ancora qualche singulto di resistenza della restanza e rari tornati al paese. Un mio vecchio amico di gioventù è emigrato in Australia 40 anni fa; lì è riuscito ad affermarsi come operaio qualificato, a farsi una bella casa con anche un orticello in cui coltiva tutto. È diventato anche uno dei principali animatori dell’associazione degli italiani. Da qualche anno si gode la pensione e si cura dei suoi nipoti; viaggia anche in Vietnam (da dove è originaria sua moglie) e in Cina di cui lui è entusiasta. Torna raramente al paese. Mia sorella, la più grande, che è sempre rimasta molto legata alle origini, non ha mai pensato di tornarvi stabilmente. Lo stesso dicasi per le altre mie sorelle e mio fratello (ormai tutti pensionati da un bel po’). Nessuno dei miei nipoti intravede la possibilità in futuro di andare a stare al paese anche se restano quasi tutti legati alla campagna che i genitori ci hanno lasciato come proprietà indivisa. Lì ogni anno facciamo l’olio biologico vero ma grazie a dei giovani a cui lasciamo la metà oltre all’uso del resto del terreno e del raccolto unitamente ai costi delle lavorazioni extra che il terreno necessita.

Un mio amico, bravissimo capocantiere in giro nel Nord Italia, alla pensione è tornato al paese dove era sempre rimasta la moglie e il figlio grande che ora fa l’agricoltore in parte di prodotti biologici oltre a fare consulenze tecniche da geometra. Ma dopo neanche un anno da pensionato non ce l’ha fatta più a riadattarsi e ha ricominciato a lavorare per una grande impresa nel milanese; torna spesso a casa ma sin quando riuscirà a essere attivo non ha alcuna intenzione di tornare stabilmente.

In altre parole, come suggeriva Maurizio Catani [19], molti migranti riescono a praticare la «bilateralità dei riferimenti e la reversibilità delle scelte». E non mancano i pensionati che stanno un po’ nel luogo di emigrazione e un po’ al paese. C’è persino un autobus che dalla zona del paese fa il giro per raccogliere passeggeri e li porta nei comuni di emigrazione con scatoloni di cibarie e prodotti di casa. Questi sono spediti anche con un camion che fa lo stesso giro e va a lasciarli in un magazzino a Cinisello Balsamo.

Un nostro carissimo vecchio amico, ex-operaio a Milano, da pensionato diventò l’anima della sinistra, esperto sindacalista oltre che il più colto di conoscenze agricole e creatore della coltivazione assai delicata dei funghi. Ma il cambiamento socio-economico del paese indebolì a tal punto la base popolare di sinistra sino a inquinarla e lui non poté impedire questa deriva. Ma anche lui è morto di cancro. I pochi compagni rimasti, dopo il fallimento di Rifondazione Comunista, hanno creato un circolo del PD che porta il suo nome.

Apprezzo chi resta e i giovani che vogliono innovare … ma non credo alla restanza. Forse ci vorrebbe una strategia di resistenza che sia anche mediterranea e che trovi le risorse per capire e costruire una prospettiva effettivamente praticabile, cosa che nell’attuale congiuntura sembra impossibile. Occorre pensare una utopia che sia utile a costruire il futuro sostenibile dal punto di vista ecologico olistico.

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] La lista quasi esaustiva delle sue opere è anche qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Vito_Teti ; oltre ai suoi numerosi saggi antropologici collegati alla sua terra, ricordo in particolare La razza maledetta, 1993.
[2] La Restanza. Intervista all’antropologo Vito Teti – R. Anselmi, Quodlibet, 4 dicembre 2024.
[3] È per questo che ho intitolato il mio libro Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaele Cortina ed., 2008
[4] Come ricorda F. Brancato (L’emigrazione siciliana negli ultimi cento anni, Pellegrini ed., 1995: 33), tale visione è condivisa da Raja, Nitti e altri celebri meridionalisti (R. Villari, N. Colajanni, G. Salvemini e G. Fortunato). Ma è Enrico Ciccotti a scrivere (nel 1911, sul numero 11 della Voce): «L’emigrazione funziona come uno sciopero immenso, colossale».
[5] Mobilità umane, op. cit.: 35
[6] https://www.youtube.com/watch?v=27pMvgOkOKI
[7] Cfr. Le basi morali di una società arretrata / E.C. Banfield, Nuova ed. di Una comunità del Mezzogiorno / a cura di Domenico De Masi, Bologna: Il Mulino, 1976 (con interventi di tanti fra i quali Pizzorno che ricordava l’importanza decisiva della “marginalità storica” del mondo mediterraneo e quindi del meridione d’Italia che va fatta risalire al dopo la scoperta delle Americhe e la configurazione dell’“economia-mondo” analizzata da Wallerstein, 1974 e 1980 New York/London: Academic Press in il Mulino 1982).
[8] Fra altri cfr. https://www.frammentirivista.it/marx-ecologia/; https://blogs.mediapart.fr/christophe-patillon/blog/260924/marx-ecologiste;https://effimera.org/marxismo-ed-ecologia-analisi-di-un-dibattito-internazionale-di-francesco-barbetta/
[9] vedi Italian Security governance: A Critical Historical Sociology, Routledge, in stampa
[10] Vedi J.B. Duroselle, E. Serra (a cura di) L’emigrazione italiana in Francia prima del 1914, F. Angeli, 1978
[11] cfr. P. Del Negro, Esercito, Stato, società: saggi di storia militare. Bologna: Cappelli, 1979.
[12] Scaricabile gratuitamente qui: https://www.cser.it/breve-storia-statistica-dellemigrazione-italiana/ (ne farò una recensione nel prossimo numero di Dialoghi Mediterranei).
[13] Inoltre, come suggerisce A. Sayad (2002) non esiste immigrazione senza tener conto dell’emigrazione e spesso – aggiungo – si tratta di “va-e-vieni”.
[14] Da tempo propongo di riformulare la celebre formula di “fatto sociale totale” suggerita da Marcel Mauss (che, in questo modo, superava il determinismo del “fatto sociale” coniato dallo zio Durkheim) con fatto politico totale. In effetti, ogni fatto sociale è allo stesso tempo non solo sociale, ma anche economico, culturale e quindi politico. Mauss evidenzia questa pluralità di caratteristiche, ma si limita al sociale perché, all’epoca, la sfida era far riconoscere le scienze sociali. Ne ho scritto sin dal 2012 e in particolare in Sociologia e antisociologia. La sperimentazione continua della vita associata degli esseri umani.
[15] Vedi qui le sue memorie: https://www.meltemieditore.it/catalogo/san-cono/
[16] Cfr. recensione ​di Annamaria Clemente: Memorie di famiglia, storie di vita di una comunità, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 55, maggio 2022   https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/memorie-di-famiglia-storie-di-vita-di-una-comunita/
[17] in San Cono. Migrazioni ed emancipazione, cit.: 95.
[18] Vedi in particolare Les Scaldini. Ces Ritals qui ont chauffé Paris penant un siècle e altri citati in Mobilità umane. 
[19] Catani (1986), Emigrazione, individualizzazione e reversibilità orientata delle referenze: le relazioni fra genitori e figli, in I luoghi dell’identità. Dinamiche culturali nell’esperienza di emigrazione, a cura di Angelo e Serena Di Carlo, Milano, Angeli: 139-162.

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Salvatore Palidda, già docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Genova, per più di tredici anni presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e il Cnrs francese e poi in Italia dal 1993. È stato esperto presso l’Ocse, ricercatore per la Fondation pour les Études de Défense Nationale, per l’Institut des Hautes Études pour la Sécurité Intérieure, per il Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, è autore di oltre 90 pubblicazioni in lingue straniere e oltre 90 in italiano. Tra le altre in italiano si segnalano: Polizie, sicurezza e insicurezze (2021), Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo (2018); Razzismo democratico. La persecuzione degli stranieri in Europa (2009); Mobilità umane (2008), Polizia postmoderna (2000).

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