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Crispi tra ricordi, revisioni e rievocazioni. Un secolo fa

 

copertina-crispidi Salvatore Costanza

Poteva, Crispi, con la sua loquacità tribunizia, rappresentare i Siciliani che «parlano poco e non si agitano, che si rodono dentro e soffrono»? Al garibaldino Nievo della metafora narrativa del Quarantotto di Leonardo Sciascia, non piacevano i Siciliani «come Crispi»1. Così, nel lessico letterario dello scrittore di Racalmuto, il personaggio Crispi pagava il suo tributo al revisionismo storiografico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, che aveva espresso un giudizio negativo sullo statista riberese per il rigore repressivo usato contro i Fasci siciliani, e per le sue velleità colonialistiche.

Eppure, nonostante lo svolgersi nel Parlamento italiano di alterne fasi politiche, e le diverse opzioni della Sinistra (estrema e moderata), la vocazione riformatrice di Crispi fu ben presente, sia nel settore istituzionale dell’assetto statuale, sia in quello economico e sociale del riformismo agrario, dove però di fronte alle resistenze dei grandi proprietari terrieri non si poté avere alcun effetto innovativo. Il declino politico di Crispi, dopo la sconfitta di Adua (1896) nella guerra di Abissinia, avrebbe segnato la fine stessa del Risorgimento, più o meno eroico.

Per ricostruirne la complessa personalità, un corposo volume pubblica ora gli Atti dei Convegni storici organizzati, dal maggio all’ottobre del 2018, tra Roma, Messina, Palermo e Agrigento (Rileggiamo Crispi a 200 anni dalla sua nascita. 1818-2018, a cura di Marcello Saija)2. Il contributo dei relatori (storici e giuristi, economisti e scrittori di “varia umanità”) ne hanno configurato il profilo di statista ripercorrendo il suo lungo itinerario politico, dalla formazione mazziniana del suo pensiero agli atti del governo dittatoriale garibaldino e al consolidamento dell’amministrazione unitaria dello Stato, fino al travagliato periodo di fine secolo Ottocento. «Crispi resta un enigma storico», sostiene Giuseppe Barone:

«La pur vasta bibliografia che lo riguarda è talvolta di scarso valore, viziata dalle polemiche coeve, da pregiudizi ideologici, da interpretazioni parziali. Santificato come eroe del Risorgimento, accusato di tradimento quando opta per l’Unità d’Italia sotto la monarchia sabauda, esaltato per le riforme sociali e istituzionali del suo primo governo, ma poi bollato come reazionario e megalomane per la repressione dei Fasci siciliani e per la sconfitta di Adua. Crispi perciò attende ancora un equilibrato e condiviso giudizio storico»3.

Da qui l’esigenza di “rileggere” Crispi con diversa, e più equilibrata, prospettiva di quanto non si sia fatto in passato, fuori dalle strette ideologiche, nazionaliste o gramsciane. Per questo, l’elenco delle tematiche affrontate dai singoli autori ci offre aspetti inediti, revisioni e riflessioni di vario genere, tutti elementi utili ad una auspicabile restaurazione biografica. Crispi esule a Malta e a Parigi, giornalista, avvocato, massone, deputato e ministro; ma pure un episodio relativo alla sua “doppia” famiglia, che lo coinvolse in un’accusa di bigamia. Il processo lo mandò assolto. Ma il dubbio è rimasto; e il recupero della documentazione nell’Archivio arcivescovile di Malta ha provato la piena legalità del matrimonio di Crispi con Rosalie Montmasson4.

C’è da dire che la “lettura” di Crispi, così articolata e documentata, apre altri orizzonti di ricerca, che restano tuttora inesplorati, dal momento che egli dovette misurarsi con gli eventi eccezionali della formazione dell’Unità d’Italia. Che non furono soltanto di eroico protagonismo guerriero, ma soprattutto di formazione dell’assetto civile del Paese. Le ragioni della politica dovevano, perciò, stemperare e sciogliere i suoi ardori mazziniani, e portarlo sulle sponde del colonialismo, in una impresa che di “risorgimentale” aveva ben poco.

Era stato lo stesso Crispi, nel 1899, a chiarire il suo pensiero sul percorso che la Sicilia aveva compiuto verso l’Unità. «Fedele alle sue tradizioni, il popolo siciliano si teneva nel campo chiuso della sua politica locale»; ma dopo la rivoluzione del ’48 l’esulato dei “migliori cittadini” aveva costituito «mente e braccio nell’azione suprema». Ora, il successo di quell’evento avrebbe avuto in sé le ragioni di una politica estera fondata sul ruolo dell’Italia nel contesto delle grandi Nazioni:

«Malauguratamente, l’unità della patria è insidiata, così dai micromani che vogliono rinchiudere l’Italia nel suo guscio, appartandola dalle grandi Nazioni, inibendole tutte quelle iniziative operose, dal cui sviluppo dipenderà un giorno il conseguimento dei destini suoi gloriosi, come dagli anarchici e dai clericali, sovversivi entrambi, entrambi negatori della patria <…> Vigiliamo, dunque: gli uomini di buona volontà, i patrioti sinceri si uniscano e concordi attendano a prevenire i pericoli che minacciano l’unità della patria, mettendo in guardia le plebi contro le vane lusinghe e le grossolane seduzioni, ed avviando l’Italia nostra a quella grandezza senza la quale essa non ha ragione di essere, anzi non può essere»5.

Vi erano, perciò, esplicite nell’ultimo suo messaggio agli Italiani le ragioni perché la figura di Crispi entrasse nel sacrario nazionalista, in anni in cui crescevano le rivalse intellettuali per un Risorgimento “incompiuto”.  Più duro si ebbe, allora, lo scontro tra i sostenitori dello statista, fino a onorarne il suo ottantesimo genetliaco, e gli avversari politici, convinti pure del divario con le posizioni da lui espresse sulla questione sociale. Salvo di Pietraganzili gli rimproverò che, durante i suoi governi, non si fosse impegnato per il progresso della Sicilia:

«Oh quanto avrebbe potuto fare il Crispi, per la Sicilia, per la sua terra sempre negletta! Egli, che concentrò più volte nella sua persona tutto il potere, avrebbe potuto, anzi dovuto, renderle quella giustizia che meritava. Non vi pensò mai!… Mai!… Pensò invece a non essere staccato dalla scranna del comando; per cui larghi benefici a coloro del Parlamento che lo sostenevano. Oggi si è costretti ad insistere perché ci siano concesse quelle ferrovie che da tanti anni ci si sono negate, e la mancanza delle quali non fa rannodare le popolazioni interne con quelle delle grandi città sulla marina, con gran detrimento d’interessi reciproci e di commercio. E pensare intanto che i milioni delle disciolte corporazioni religiose se li metteva in tasca il governo, avido com’era di danaro in quel primo periodo del Risorgimento, e avrebbe dovuto mostrarsi grato ricompensandoci con quello che ci mancava, ma Nulla!… Nulla!»6.
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Nunzio Nasi

Banchetto a Crispi

Al Comitato costituitosi a Palermo, nel 1899, per le onoranze a Crispi, si ritrovarono, amici e non dello statista, in un momento d’incertezza del quadro politico, con la crisi sociale di fine secolo e la transizione verso i governi liberali. Il Comitato raccoglieva le adesioni delle varie espressioni della deputazione siciliana (dal marchese di San Giuliano a Palizzolo, dal marchese di Rudinì a Orlando e Saporito)7.

Ne aveva ben compreso le intenzioni di saldatura politica conservatrice Nunzio Nasi, che non volle aderire al Comitato. A Carlo Albanese spiegò il motivo del suo rifiuto, «come atto di coerenza verso tutti i miei precedenti»: «Io non ho alcun rapporto sia politico che personale con Crispi fin dall’ottobre 1889. L’atto a cui amichevolmente m’invita, io lo feci già spontaneamente, in occasione memorabile alla Camera, quando gli amici tacevano, sfidando le ire degli accusatori di ogni specie e parte politica»8. Concordava col rifiuto ad aderire al Comitato il Gran Maestro Ernesto Nathan, comunicando al “fratello” Nasi la sua decisione:

«Volevano la mia adesione nella mia qualifica, alle onoranze a Palermo: rifiutai. Dissi che ogni individuo poteva agire secondo i dettati della propria coscienza, l’Ordine non poteva, nella propria rappresentanza, partecipare in un movimento che ha impronta personale politica, forse a parecchi simpatica, certo non a tutti. Sei tutto di un pezzo, quindi non mi meraviglio, conoscendoti, se hai resistito; comprendo peraltro quale noia ti deve avere recato. Non ti spingeranno certo a motivare il tuo rifiuto; se non l’adesione, si contenteranno col silenzio: alcune adesioni che ho lette fanno venire la nausea»9.

Del resto, lo stesso «culto delle idealità patriottiche», aveva osservato Nasi, ricordando la rivoluzione del ’48, non trovava più risonanza nel paese, tra «l’impressione di distanza» dagli eventi del Risorgimento, e «la freddezza scettica, con cui le nuove generazioni sogliono considerare le conquiste della libertà». Se non esplicito, il riferimento a Crispi era tuttavia ben chiaro nella condanna delle «oscillazioni autoritarie», destinate a perturbare tutte le funzioni dell’organismo politico, senza risolvere alcun vitale conflitto, senza attuare alcuna grande riforma:

«Questi uomini che furono capaci di dare la libertà ad un paese, hanno spesso dimenticato che, più grande è la propria benemerenza, più fatali riescono i loro errori, più dannosi i loro esempi, più sconfortante la loro caduta. Sorpassati dalla evoluzione dei tempi, non compresero che il sacrificio antico non era più capace di destare l’ammirazione dei giovani, senza essere seguìto dalla virtù del sacrificio nuovo»10.
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Giovanni Giolitti

Crispi rivisitato

Quindici anni dopo, commemorando Crispi a Palermo, Nasi cercherà di darne un giudizio più equilibrato. Egli stesso ha dovuto subire l’onta di un processo per corruzione, e scontrarsi col blocco di potere formato attorno a Giolitti, cioè all’uomo che aveva osteggiato lo statista riberese. Crispi, secondo Nasi, rappresentava l’antitesi a chi era preoccupato di promuovere clientele elettorali e attuare maneggi parlamentari:

«Gli mancò l’abilità di fabbricare candidati, di creare proseliti, di propiziarsi voti e regioni. Non formò un partito. Ma negli uomini come Crispi non sono le abilità che mancano, è la volontà che sdegna e ripudia alcune arti, alcuni mezzi, alcuni fini. Il difetto sarebbe una lode; non piccola lode in tempi in così evidente povertà del carattere politico».

Ebbe, invece, la capacità di legiferare per un profondo rinnovamento degli ordini dello Stato, fino a quando gli eventi drammatici di fine secolo non lo spinsero a un difficile confronto con la realtà sociale del Paese:

«Volle il caso, e fu per Lui grande sventura, che il suo ultimo avvento al potere gli recasse in eredità i moti insurrezionali all’interno e la guerra in Africa <…> La Sicilia in fiamme esasperava il senso delle sue responsabilità, ed evocava tristi ricordi. Dire che Crispi fu difensore delle libertà individuali, contro nuove forme di tirannide collettiva, è riconoscergli la chiara visione della vita contemporanea. Opporsi alla lotta di classe non significa negare i dritti del proletariato; molti dovrebbero ricordare essere stato Egli il primo a lanciare un progetto contro il latifondo, che è il problema più urgente dei lavoratori meridionali. La conquista baronale creò il latifondo, come lo Stato accentratore ha creato le iniquità fiscali, le disuguaglianze economiche con le nuove baronie politiche ed amministrative».

Crispi venne pure rappresentato, quale difensore dell’unità nazionale, come un nemico delle tendenze regionali, «accusate di separatismo». Che era una falsa rappresentazione delle richieste di decentramento amministrativo per riequilibrare i rapporti tra le due Italie:

 «Chi sono e dove sono i separatisti? L’equivoco consiste nel confondere le quistioni amministrative con le politiche <…> Palermo non può dimenticare che Crispi, parlando qui dei rimedi contro le ingiustizie e la corruzione, disse che la prima legge reclamata dal pubblico interesse era quella del decentramento amministrativo. La Sicilia non ebbe quasi mai autonomia politica <…>. Se si parla, ed oggi più di prima, dell’esistenza di due Italie, la colpa non è certo di coloro che hanno combattuto e combattono per le autonomie locali, contro le tendenze dello Stato accentratore»11.

Impegnato in quegli anni nella sfida sicilianista con Giolitti e il suo gruppo di potere, dove gran parte vi aveva il “blocco agrario”, Nasi voleva recuperare del retaggio crispino quegli elementi che, al concetto di “nazione”, univano quelli del riconoscimento delle esigenze di sviluppo civile ed economico della Sicilia12.

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Giovanni Gentile

 «Solo a credere in un’Italia grande»

La consacrazione della figura di Crispi, come «simbolo della coscienza nazionale, e delle fortune della nuova Italia», verrà con le onoranze per il centenario della sua nascita. Il generale Antonino Di Giorgio, nel discorso celebrativo, ricordò i momenti più significativi della sua vicenda patriottica, dal ’48 al ’60, e della sua attività di governo, fino all’episodio di Adua; ma volle pure accennare all’aspetto più controverso della politica crispina, quello della questione sociale, che le condizioni del Paese non avrebbero reso «propizie ad un’azione riformatrice politicamente più liberale e socialmente più ardita di quella che egli seguì».

Chiudeva con l’appello a «rimettere in onore, adattandolo ai tempi, il programma di Crispi di uno Stato monarchico liberale e laico», ordinato e sicuro nelle sue istituzioni, perché dal disordine politico e sociale si creava «ciò che fu, sempre dovunque, la indeprecabile conseguenza, la dittatura rossa, o nera»13. Auspici che lo stesso Di Giorgio avrebbe contraddetto, entrando a far parte, nel 1924, come ministro della Guerra, nel Governo Mussolini.

Dalla consacrazione politica di «simbolo della coscienza nazionale» ad eroe misconosciuto della nuova Italia, protesa ai suoi destini di grande potenza. Giovanni Gentile, nel suo discorso del ’24 al Politeama di Palermo, lo avrebbe così ricordato segnando le tracce ideologiche del fascismo:

«O Siciliani, ricordate il vostro Crispi. Io lo ricordo quale lo vidi nel mio pensiero  giovanile e con l’anima in tumulto pel dolore dell’onta patita il 1° Marzo del ’96, e per lo sdegno e la nausea per l’Italia vile, rappresentata dai demagoghi di Montecitorio maledicenti alla megalomania crispina, come la chiamavano, e dalle donne che, gettate attraverso i binari  delle strade ferrate, impedivano la partenza delle truppe inviate alla riscossa e alla vendetta dell’onore nazionale; lo ricordo e rivedo, il Crispi, solo, torreggiante in alto al di sopra di tutta la mediocrità vigliacca dei piccoli italiani; solo a credere in un’Italia grande, ad affermarne i doveri e i diritti; grande anche nella avversità per propositi magnanimi e degni di un popolo che abbia coscienza di sé» 14.

Mutato, poi, il contesto politico nell’Italia repubblicana e antifascista, il giudizio su Crispi doveva rientrare nel revisionismo storiografico, convinto a spezzare i miti risorgimentali. Ora l’attenzione degli storici era rivolta, oltre che al mancato impegno dello Stato nella questione meridionale, anche a formazione e sviluppo del movimento operaio e, per la Sicilia, alle spinte autonomistiche e del decentramento amministrativo. Cioè, a quei nodi storici che Crispi aveva ignorato, o contrastato per gl’imperativi del suo programma di unità nazionale.

Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019
 Note
[1] L. Sciascia, Il Quarantotto, in Gli zii di Sicilia, Torino, Einaudi, 1960: 189-190.
[2] Rileggiamo Crispi a 200 anni dalla nascita (1818-2018), Atti delle giornate di Studio organizzate nel 2018, a cura di Marcello Saija, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.
[3] G. Barone, Francesco Crispi nel giudizio della storiografia italiana, ivi: 17-33.
[4] M. Attanasio, Cercando Rosalie, ivi, pp. 357-371. Crispi aveva conosciuto Rosalie nel 1849, durante il suo esilio in Piemonte, e l’aveva sposata nel 1854. Unione affettiva saldamente ancorata agli ideali patriottici (e mazziniani), che Rosalie, unica donna tra i garibaldini dei Mille, sostenne con esemplare dedizione e coraggio. Poi il matrimonio con la giovanissima Lina Barbagallo, nel 1878, da cui era nata (cinque anni prima) Giuseppina. Un intreccio affettivo che ci consegna, nella ricostruzione contenuta nel volume, un ritratto dell’uomo Crispi poco conosciuto nei risvolti morali della sua turbinosa esistenza.
[5] F. Crispi, La Sicilia e la Rivoluzione. Conferenza tenuta nella Sala di Luca Giordano in Firenze il 17 Aprile 1899, Firenze, R. Bemporad & Figlio, 1899: 29-30.
[6] R. Salvo di Pietraganzili, Francesco P. Perez e Francesco Crispi. Rivelazioni, Palermo, Tip. S. Pizzarrilli, 2006: 49. Cfr. pure la sua lettera al Duca della Verdura (Palermo, 12 agosto 1899) con la quale rifiuta di aderire al Comitato per le onoranze a Crispi: «Un forte culto io lo sentiva un giorno entro l’anima anche per Crispi, che io conosco sin dal 1848, e voi lo sapete; in più occasioni io gli dava prove del mio grande affetto, ma ne era ricambiato con l’ingratitudine, ciò che mi faceva ingoiare forti amarezze. Il torto di quest’uomo è di non avere più, né mente, né cuore, quando i serpi che coltiva ai fianchi gli fan bere il loro veleno a rovesciarlo sugli altri» (ivi: 48-49).
[7] Nell’elenco dei Deputati e Senatori siciliani che avevano aderito alle onoranze a Crispi c’erano Avellone, Bonanno, Cianciolo, Cirmeni, Contarini, Di Michele, Filì-Astolfone, Finocchiaro-Aprile, Floreno, Fulci N., Fulci L., Gallo, Grassi-Pasini, Lampiasi, Maniscalco-Gravina, Mirto Leggio, Nocito, Orlando, Palizzolo, Piccolo-Cupani, Reale, Rossi Figlia, Rudinì A., Sant’Onofrio, Sanfilippo, Sciacca della Scala, Tasca Lanza, Testasecca, Turrisi, Scalea Pietro, Picardi, Vagliasindi, Saporito, Sangiuliano, Arcoleo, Ciaceri. Cfr. STSP, Fondo Nasi, b. 7, fasc. 7; Comitato per le onoranze a Francesco Crispi in occasione del suo 80° genetliaco.
[8] Nasi ad Albanese, 29 agosto 1899. “Mi ribellai – scriverà nei suoi Appunti – alla esagerazione nel denigrarlo nel tentativo di infliggerle la morte civile senza regolare giudizio – quindi nemici, sfruttatori e adulatori tacciano. Ciò mi dà il dritto di ribellarmi alla glorificazione che ora <fanno> le stesse persone – anche quelle che votarono e vollero la sua caduta”. Cfr. ivi, fasc. Banchetto a Crispi nel 1899.     
[9] Ivi, Nathan a Nasi, 22 agosto 1899. A Nathan, Nasi aveva scritto (18 agosto 1899): “Ora a Palermo sono tutti dediti a gonfiare le onoranze a Crispi; a cui hanno aderito i suoi peggiori nemici. Convinti forse di promuovere il risorgimento morale del Paese?”.
[10] N. Nasi, Feste ed evoluzioni del patriottismo; estr. dalla “Nuova Antologia”, Firenze, 16 febbraio 1898: 3, 6.
[11] STSP, Fondo Nasi, b. 7, fasc. 7. Dattiloscritto del discorso pronunziato da Nunzio Nasi nel Ricordo della solenne commemorazione popolare di Francesco Crispi, fatta il 10 maggio 1914 in Palermo, pp. 1-12.  
[12] Si vedano pure L’on Nunzio Nasi a Palermo. Discorso del 7 Aprile 1913, Napoli, F.co Lubrano. 1913; e Nunzio Nasi a Noto, La questione meridionale e altri discorsi tenuti al popolo il 7 Settembre 1913, Noto, Tip. Zammit, 1913.
[13] A. Di Giorgio, Crispi. Discorso pronunziato nel Pantheon di S. Domenico, a Palermo, il 12 gennaio 1920, per la celebrazione del centenario della nascita, Palermo, A. Trimarchi, 1920: 32.
[14] G. Gentile, Il Fascismo e la Sicilia. Discorso tenuto nel Teatro Massimo di Palermo il 31 Marzo 1924, Roma, C. De Alberti, 1924: 13-14.
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Salvatore Costanza, già docente di storia e di ecostoria negli istituti superiori e universitari, ha svolto attività di ricerca presso l’Istituto “G.G. Feltrinelli” di Milano, collaborando con la rivista “Movimento Operaio”. Ha dedicato alla Sicilia moderna e contemporanea il suo maggiore impegno di studioso con i libri sulla marginalità sociale (La Patria armata, 1989), sul Risorgimento (La libertà e la roba, 1998), sui Fasci siciliani e il movimento contadino (L’utopia militante, 1996). Ha ricostruito la storia urbanistica, sociale e culturale di Trapani in Tra Sicilia e Africa. Storia di una città mediterranea (2005). Nel 2000 ha ricevuto il Premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Di recente ha pubblicato un profilo attento e inedito di Giovanni Gentile negli anni giovanili. Ha recentemente pubblicato per i tipi di Torre del Vento il volume Si agitano bandiere, su Leonardo Sciascia e il Risorgimento.

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