di Vito Biolchini
Stanotte ho sognato Sergio Atzeni. Aveva la pelle del viso bianca come cera, e gli occhi spalancati, o forse un po’ tristi… Io l’ho riconosciuto subito e pure lui ha riconosciuto me, anche se in realtà non ci siamo mai incontrati. Ma nei sogni, come nei romanzi, tutto può succedere. “I miei libri li leggono ancora?” mi chiede subito. E io gli dico di sì, che li leggono, che li leggiamo: che li leggo sempre. “Tutti mi hanno dimenticato, anche gli amici, anche le donne”. Scuoto la testa ma lui si volta e fa per andarsene. “Trent’anni…” mi dice. Poi, scompare.
Cosa resta, dunque, di Sergio Atzeni? Molto, tutto, quasi nulla. Tutto, perché i lettori non hanno smesso di leggerlo; molto, perché la critica ha continuato a studiarlo; quasi nulla, perché il mondo è cambiato e i riferimenti culturali che sostengono la sua opera ormai sono quasi incomprensibili a un lettore comune. Atzeni è un autore che affonda le sue radici nella consapevolezza tutta politica che si può (e si deve) provare a cambiare il mondo attraverso l’impegno della scrittura.
Ma è forse questo l’approccio che anima i tanti pubblicatori di romanzi operanti oggi in Italia e Sardegna? Non si è mai scritto così tanto (e questo è un bene) e mai come adesso i nostri autori e le nostre autrici scalano le classifiche di vendita (idem). Ma tutto ciò cosa porta all’isola? Cosa resta in termini di idee, di sguardo, di profezia?
Si sente la mancanza di un vaglio critico che faccia emergere i meritevoli, perché la pubblicazione presso case editrici anche molto rinomate non equivale più a una consacrazione, così come invece avveniva ai tempi di Atzeni. Resta dunque solo la quantità come criterio di valutazione. Ma non basta, non può bastare. Anche perché scintille atzeniane brillano qua e là (in Gianni Usai, ad esempio), laddove altrove si stagliano epigoni che hanno equivocato Passavamo sulla terra leggeri (che non è una saga fantasy) o la scrittura atzeniana (che non è una vuota cantilena casteddaia).
Ma mettere diversi autori a confronto in realtà, a cosa serve? Il mondo dell’editoria è cambiato in maniera strutturale. Guardare ad Atzeni come a uno scrittore di oggi non ha senso, così come non lo ha valutare gli autori del 2025 con i criteri di una stagione ormai passata. C’è un corto circuito in corso, non c’è che dire (o forse è solo nella mia testa, chissà). Però Atzeni sembra restare sospeso in un limbo: troppo importante per essere dimenticato, troppo lontano per essere pienamente comprensibile. E diversi autori (soprattutto giovanissimi) raccontano oggi Cagliari in un modo che tradisce il fatto che loro Atzeni proprio non lo hanno mai letto. Incredibile.
Il nostro è dunque sempre più solo, sempre più unico, come il percorso politico e culturale che lo ha portato all’impegno della scrittura. Non ha eredi, se non in coloro che in ogni contesto scrivono per cambiare il mondo e non buttano parole a caso nella pagina bianca.
Tuttavia, il trentennale non è passato invano. Gli omaggi sono stati tanti e tutti molto sinceri. Perché c’è qualcosa che ci attira ancora nei personaggi atzeniani. Innanzitutto, il loro istinto alla ribellione e la loro corsa verso la sconfitta. Non è un vincente Tullio Saba, non lo è Ruggero Gunale, non lo sono Cate e Luna. Eppure si rivoltano lo stesso, senza fare calcoli. E perdono, perdono tutti. Vincendo solo nell’amore.
Poi c’è la profezia. Quella realtà meticcia e mediterranea descritta da Atzeni nei suoi racconti era una proiezione fantastica, non certo la quotidianità di una Cagliari che negli anni 70 e 80 era ancora rinchiusa in se stessa. Oggi invece i racconti atzeniani si rispecchiano in una città realmente multiculturale (e basta salire su un autobus per rendersene conto) e dunque sono più attuali che mai.
Poi c’è la libertà. Atzeni è scrittore politico che si allontana dalla sua appartenenza, che la rovescia e che va alla ricerca di nuovi percorsi, ideali e spirituali. È una parte ancora troppo poco scandagliata questa: forse affermare che l’autore aveva abbandonato quella sinistra in cui era cresciuto e nella quale aveva creduto è una verità troppo dolorosa da accettare. Atzeni e il potere: una storia ancora da scrivere.
Ma molto c’è ancora da leggere e rileggere, da approfondire e studiare. Con occhi magari diversi, abbandonando un cliché che negli anni giocoforza si è cristallizzato. Prendendo in considerazione tutta l’opera atzeniana nella sua interezza. Non solo racconti e romanzi, ma anche la copiosa produzione giornalistica, quella poetica, quella teatrale e quella di traduttore. Incrociandola magari con una biografia maggiormente definita, capace di aiutarci a comprendere le svolte, le connessioni, i tragitti inesplorati.
In questa molteplicità di piani d’azione si intravvede un messaggio atzeniano più ricco di significati e di sfaccettature. Emergerebbe non solo più lo scrittore post coloniale ma un intellettuale più vivace e complesso.
E così, nella necessità di inquadrare un uomo, uno scrittore e un intellettuale che ancora oggi per la sua originalità non trova una precisa collocazione nella storia della Sardegna del secondo Novecento, per comprenderlo meglio mi sono ritrovato ad avvicinarlo a Pier Paolo Pasolini. Come lui anima tormentata, come lui attratto dalla spiritualità, dalla poesia, dall’impegno civile, dalla parola mai oscura. Come Pasolini anche Atzeni è figlio di un Pci che poi lo abbandona al suo destino. Come Pasolini, anche Atzeni diventa un osservatore lucidissimo della realtà isolana, scrivendo sulle colonne dell’Unione Sarda articoli che ancora oggi valgono per comprendere il nostro destino di sardi.
Ed entrambi, morti in maniera tragica. Con tante zone d’ombra per Pasolini, con il peso di una terribile fatalità per Atzeni. Un lutto che pesa ancora. E che solo uno sguardo nuovo sulla sua opera ci può aiutare, forse, a superare.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
______________________________________________________________
Vito Biolchini, giornalista professionista, autore teatrale e autore e conduttore radiofonico, lavora come programmista presso la sede Rai di Cagliari ed è tra i conduttori della trasmissione “Mediterradio”. È direttore artistico del Propagazioni Festival di Oristano. Laureato in Scienze della comunicazione all’Università di Cagliari, ha sempre affiancato alla sua attività professionale quella di operatore culturale. Da oltre dieci anni racconta la politica e la cultura sarda nel suo blog www.vitobiolchini.it
______________________________________________________________







