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Confini e frontiere a Lampedusa

copertina immagine lampaduza     di Antonino Cusumano

Nel trionfo della globalizzazione contemporanea abbiamo assistito al processo di delocalizzazione e di indistinzione dei luoghi, di messa in crisi delle relazioni tra territorio e sovranità statale, di scompaginamento delle coordinate geografiche e delle categorie tradizionali di centro e periferia. Tuttavia a questo generale movimento di destrutturazione e decostruzione che ci fa abitare in un mondo che somiglia sempre più ad una città globale, una città-mondo, si è contestualmente accompagnata una riproduzione, riarticolazione e moltiplicazione di frontiere e confini, che si spostano e si rimodulano ma non collassano né si dissolvono.

Pur distinguibili solo sul piano analitico, in intellectu e non in obiecto, i confini separano gli spazi con una linea, un muro, una barriera che divide ed esclude; la frontiera, invece, crea uno spazio nuovo, una soglia mobile, una area in cui sono possibili l’interazione, la negoziazione e l’inclusione.  Il confine è costruito per delimitare e segnare i limiti di un territorio, i cippi delle appartenenze. La frontiera esiste per essere attraversata, varcata, scavalcata. In astratto i confini sono rigidi, solidi e refrattari, le frontiere sono porose, duttili e perfino liquide. Confini e frontiere, siano essi materiali o simbolici, geopolitici o antropologici, sono comunque orizzonti incrociati: costitutivamente convivono, più spesso collidono, dialetticamente si intersecano, si compenetrano vicendevolmente, si sfidano in un corpo a corpo, in una tensione continua e dinamica tra spinte e traiettorie contrapposte, tra  il disgiungere e il connettere, tra il discriminare e l’integrare, tra l’isolare e l’ibridare.

Su questa faglia che descrive un crinale incerto e ambiguo sembra prodursi e dispiegarsi un luogo cruciale del nostro tempo, una vera fabrica mundi, per usare la felice espressione rinascimentale di Sandro Mezzadra. Qui si consuma la violenza del potere ma anche la resistenza al potere, la capacità creativa di tradurre regole, diritti, sovranità, l’adozione di prospettive che tracimano il modello euclideo dello spazio e la dimensione dicotomica dell’organizzazione sociale e mentale. Nulla è più artificiale di un confine e nulla è più mobile della frontiera, dal momento che non siamo noi ad attraversarli ma   a guardar bene   sono loro che ci attraversano, essendo non soltanto sugli atlanti ma anche dentro le nostre stesse vite, nelle mappe che elaboriamo per orientarci e riconoscerci, paradigmi dell’oltranza, metafore dell’orizzonte che si sposta insieme a chi lo guarda.

Contrariamente a quanto si possa pensare, nei paesaggi contemporanei della globalizzazione lo spazio rimodellato e ripensato su scale di grandezza e latitudini cognitive profondamente diverse rispetto al passato continua a contare moltissimo, ad avere un valore ponderale determinante nell’equilibrio politico ed economico del potere e nella divisione internazionale del lavoro. Le stesse migrazioni, assimilabili per la loro dimensione transnazionale a una sorta di “deriva dei continenti” tale da investire alle radici confini e frontiere, hanno la potenza epifanica di disvelare le dinamiche complesse tra sociale e spaziale, tra locale e globale. In questo contesto geografico che eccede le storiche partizioni di Oriente e Occidente, il Mediterraneo è tornato ad essere epicentro gravitazionale dei sommovimenti planetari, crocevia dove tutto confluisce, si complica e si dipana, laboratorio a partire dal quale è possibile tentare di capire il presente e di immaginare il futuro.

Del Mediterraneo Lampedusa è qualcosa di più di un’isola, di un piccolo frammento di terra in mezzo al mare, ai margini di più continenti. È qualcosa di più di un luogo reale, di un atollo più vicino all’Africa che all’Europa,  una meta turistica per bellezze naturali e insieme fata morgana per disperati migranti, un porto che è oggi una porta ma anche un avamposto militare, un mitico approdo che può trasformarsi in un severo centro di detenzione e di smistamento, un ponte che salva e accoglie ma anche una prigione che controlla e rinchiude. Un luogo per eccellenza ibrido, dunque, una realtà liminare, uno spazio  simbolico e cruciale del nostro tempo, delle contraddizioni e virtualità della nostra contemporaneità.

La piccola isola frontiera del Mediterraneo è di questo universo icona esemplare, dal momento che qui convivono, senza conoscersi e senza riconoscersi, senza neppure guardarsi in faccia, il “turista” e il “vagabondo”, quelle due figure che Zygmunt Bauman considera «metafore della vita postmoderna». L’opposizione tra queste due immagini fisiche, l’una alter ego dell’altra, nel segno del viaggio da un lato e della fuga dall’altro, identifica la cifra antropologica più significativa dei percorsi umani che attraversano e segnano la società contemporanea. Turisti e migranti, le cui storie dissimili e pur complementari si sovrappongono senza intrecciarsi,