“Non rimarremo qui senza uno scopo”. Piccoli paesi, tra convegni e sogni

 Museo Guatelli (ph. P. Clemente).

Museo Guatelli (ph. Fondazione Ettore Guatelli)

di Pietro Clemente [*]

Aree interne

Introd, Paraloup, Moggio Udinese, Dordolla, Suvereto, Mammola, Africo, Orani, Armungia (ma anche Flamignano, Padru, Soriano, San Lorenzo, di cui si è parlato nei numeri precedenti di Dialoghi Mediterranei). Così da ovest ad est e da nord a sud, cerco di creare una mappa dei luoghi di cui parlano gli autori dei testi che convergono nel porre ‘Il centro in periferia’. Piccoli paesi che disegnano una Italia inconsueta, centrata sulle aree interne, sulla montagna, sui luoghi dai quali si va via. Inconsueta per le pratiche correnti di larga scala e per essere ancora luogo di fuga di giovani, ma che ormai non è più ignorata. Da qualche anno l’idea di guardare ai luoghi abbandonati, e addirittura di riabitarli, sta crescendo. Quest’anno ci sono almeno tre convegni su questi temi, e qualcuno già alle spalle. Ho partecipato a un seminario che l’editore Donzelli ha promosso per vedere se sul tema delle zone interne e dei piccoli paesi si possa fare qualche pubblicazione sistematica. E testimonio l’attenzione di sociologi, urbanisti, geologi, economisti, con approcci anche di pensiero forte, sulle periferie e sulle montagne, sguardi ‘da lontano’, più che da vicino (o da dentro e quasi da sotto, come quelli che più spesso fanno i protagonisti del ritorno e del fare dei piccoli paesi).

Tutto confluisce, ma non sappiamo verso cosa. Forse al centro di questa periferia neo-centralizzata possiamo collocare una sorta di esperimento sulle zone interne fatto dal Ministero della Coesione territoriale e del Mezzogiorno [1].

Nel sito della Agenzia per la coesione territoriale si dice

«Le Aree Interne rappresentano una parte ampia del Paese – circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione – assai diversificata al proprio interno, distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia dotata di risorse che mancano alle aree centrali, con problemi demografici ma anche fortemente policentrica e con forte potenziale di attrazione».

L’Italia nel Piano Nazionale di Riforma (PNR) ha adottato una Strategia per contrastare la caduta demografica e rilanciare lo sviluppo e i servizi di queste aree attraverso fondi ordinari della Legge di Stabilità e i fondi comunitari…

L’individuazione delle Aree Interne del Paese parte da una lettura policentrica del territorio Italiano, cioè un territorio caratterizzato da una rete di comuni o aggregazioni di comuni (centri di offerta di servizi) attorno ai quali gravitano aree caratterizzate da diversi livelli di perifericità spaziale.
La metodologia proposta si sostanzia in due fasi principali:

  1. Individuazione dei poli, secondo un criterio di capacità di offerta di alcuni servizi essenziali;
  2. Classificazione dei restanti comuni in 4 fasce: aree peri-urbane; aree intermedie; aree periferiche e aree ultra periferiche, in base alle distanze dai poli misurate in tempi di percorrenza.Questa attività di sollecitazione dello sviluppo locale, legata in prima istanza al nome di Fabrizio Barca, già ministro della coesione territoriale, è attiva in molte aree italiane:
«Attualmente le aree progetto selezionate sono 71, interessano il 16,9% del territorio nazionale e il 3,46% della popolazione nazionale (2,1 milioni circa al 2011). Il 62% degli abitanti delle aree progetto vive in aree classificate come “periferiche” o “ultra-periferiche”, ovvero che distano almeno 40 minuti dai propri poli di riferimento. Le aree sono composte in media da 15 comuni, 30 mila abitanti e caratterizzate da una perdita di popolazione tra il 2001 e il 2011 del 4,3%. La dotazione di spesa ha raggiunto 190 milioni di euro, ripartiti come segue: 16 milioni per l’anno 2015, 60 milioni per l’anno 2016, 94 milioni per l’anno 2017, 20 milioni per l’anno 2018. L’effetto leva degli interventi è stimato da 1 a 4, rispetto alle risorse del Patto di Stabilità» (Strategia Nazionale aree interne, SNAI, in Wikipedia).

Nella varietà di queste attività sperimentali c’è forse un nucleo di risposte ai problemi delle aree emarginate e abbandonate e dei piccoli paesi cui guardare con attenzione, ad esempio nella loro definizione come zone in cui c’è un difetto di cittadinanza:

«A questa parte di popolazione occorre garantire innanzitutto la piena “cittadinanza”, intesa prioritariamente come diritto all’Istruzione, alla Salute e alla Mobilità.  Contestualmente occorre proporre progetti di rilancio delle opportunità economiche incentrati sulla valorizzazione e riqualificazione delle risorse esistenti, e su dinamiche di scambio più virtuose che in passato con i territori più dinamici e densamente popolati» [2].

1Forse nessuno dei ‘nostri’ piccoli paesi è in queste aree scelte per la sperimentazione dello sviluppo locale. Ma intanto il progetto delle aree interne è un luogo dove guardare, anche criticamente, per identificare processi, cercando di riempire un vuoto di riferimenti che c’è nella terra di mezzo, landa desolata, tra piccoli paesi e mercato, Europa, nazione.

Un altro riferimento sono gli studi. Così non è privo di significato segnalare alcuni convegni in via di realizzazione. Il primo sarà a Siena:

Territori spezzati. Cause e conseguenze della decrescita demografica e dell’abbandono nelle aree interne in Italia dall’Unità ad oggi, 24-26 maggio 2018.

Ha come obiettivo:

«Il convegno si propone di creare un’occasione di conoscenza e di riflessione interdisciplinare in grado di elaborare contenuti e strumenti di ricerca utili ad analizzare alcuni dei principali temi collegati al fenomeno dello spopolamento e degli abbandoni delle aree rurali e montane, in una prospettiva geo-storica aperta al contributo delle altre discipline interessate, con finalità, per quanto possibile, applicative. Scopo del convegno è dunque quello di dar vita ad un incontro tra studiosi e ricercatori appartenenti alla geografia storica e a tutte quelle discipline che studiano il territorio in un’ottica storica volta all’utilizzazione politico-sociale dei risultati della ricerca, con lo scopo specifico di comprendere cause e conseguenze della frequenza e dell’intensità di questo processo. La decrescita e l’abbandono delle aree interne sembrano suggerire un futuro compromesso per l’economia e le comunità dei luoghi interessati se non si attivano progetti concreti di “riterritorializzazione”, sulla base di nuove dinamiche che prevedano utilizzi alternativi delle risorse» [3].

Un secondo convegno si svolgerà invece a Pistoia :

Da borghi abbandonati a borghi ritrovati, 26 e 27 ottobre 2018, è promosso dalla Associazione ‘9cento, che si occupa di territorio e di memoria storica [4]; il principale promotore Luca Bertinotti (un suo testo è in Dialoghi Mediterranei di gennaio e può essere considerato come l’indicatore degli obiettivi del Convegno) è anche un fotografo e analista locale di paesi abbandonati in tutta Italia.

Un terzo convegno infine è :

Un paese ci vuole. Studi e prospettive sui centri abbandonati e in via di spopolamento, Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria 7-9 novembre 2018 [5].

Ecco le sue ragioni:

«Il convegno intende analizzare gli effetti dei processi di abbandono dei piccoli centri europei sul patrimonio culturale materiale e immateriale e individuare possibili strategie per il loro rilancio sociale e economico. Oggi il fenomeno sta emergendo diffusamente in tutta la sua gravità, nonostante la crescente sensibilità verso temi legati alla salvaguardia del patrimonio culturale e a una maggiore propensione verso stili di vita partecipi alle problematiche ecologiche e sociali connesse ai grandi centri urbani. In effetti, quella dei piccoli centri, spesso situati in aree marginali, interne e montane, è quasi sempre una storia fatta di partenze e di abbandoni ma solo raramente di ritorni. Emigrazione economica, denatalità, catastrofi naturali, epidemie, eventi bellici, cambiamenti climatici, nuove reti infrastrutturali, mutamenti socio-culturali sono solo alcuni dei fattori che nel corso dei secoli, in maniera congiunta o singolarmente, in modo repentino o graduale, hanno spinto e, specie in Italia, continuano a spingere le popolazioni ad abbandonare i loro luoghi di origine.
In quest’ottica, il convegno intende proporsi come un’occasione di approfondimento delle cause che hanno portato a processi di spopolamento dei piccoli insediamenti urbani e avviare una riflessione sugli effetti – reversibili o permanenti – che quei processi hanno generato sul territorio e sulle comunità. Perdendo abitanti, le comunità locali rischiano di smarrire la propria identità culturale, il patrimonio architettonico si degrada più rapidamente, le attività economiche vengono abbandonate, tradizioni millenarie rischiano di essere dimenticate. A ciò si aggiunga il considerevole aumento del rischio di dissesto idrogeologico, connesso alla mancata cura del territorio, mentre parallelamente, cresce la congestione nei centri urbani.
Il convegno intende quindi avviare un’ampia riflessione sulle strategie atte a contrastare il fenomeno di spopolamento e individuare alcune tra le possibili modalità per la valorizzazione anche economica dei piccoli centri. A tal fine si pone in una prospettiva transdisciplinare, entro cui i settori che per tradizione si occupano dei fenomeni di trasformazione del territorio e del patrimonio costruito (il restauro, la storia dell’architettura, la storia della città e del territorio, l’urbanistica), si possano confrontare proficuamente con approcci metodologici diversi, quali quelli della sociologia, antropologia, storia economica, geografia urbana e territoriale».

Interdisciplinarità, necessità di connettere conoscenze con pratiche di rinascita dei luoghi sembrano accomunare queste occasioni. Sarà l’anno dei piccoli paesi? Sul piano dell’attenzione sembra che ci sia un certo risalto del tema. Su altri piani è difficile prevederlo.

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Spopolamento delle aree interne (Dati SNAI, Graf. Alessandro Naldi)

Molise

I piccoli paesi delle nostre pagine non sono Comuni, per lo più sono associazioni o cooperative che operano in territori circoscritti, che fanno riferimento a spazi comunali, a località, e noi tendiamo ad essere in consonanza con queste vive realtà che però sono statisticamente minoranze di minoranze di minoranze. I lavori del progetto ministeriale Aree interne, richiamano al concetto di ‘aree’. E lo fanno giustamente. In queste pagine un testo a due, scritto in dialogo tra Sardegna e Val d’Aosta, ci ricorda che i piccoli paesi hanno le ‘regioni’ intorno. E sono queste forse il principale ‘soggetto’ di chiamata sui temi dello sviluppo locale. Sono quelle che dovrebbero misurare il gap di cittadinanza che hanno i piccoli paesi montani, rurali e marginali, senza servizi. Per la Sardegna si parla da anni di ‘continuità territoriale’ come una forma di uguaglianza nazionale dei sardi da raggiungere superando la insularità con facilitazioni di viaggio. Un abitante di un piccolo paese sardo ha due difficoltà: distanza e assenza di servizi rispetto ai centri e insularità.

Ma le aree significano anche eredità del passato, conformazioni, stili di un territorio, identità? Il dialogo tra l’urbanista Magnaghi e l’economista Becattini [6], che pone le basi dell’approccio ‘territorialista’ contemporaneo, considera le dimensioni geografico-culturali (distretti, aree di varia scala e dimensione, regioni) come delle complesse risorse di esperienza storica che hanno definito nel tempo anche vocazioni, saperi, predisposizioni. È un tema da approfondire perché un malinteso senso dell’uguaglianza, alimentato in parte da una ideologia dell’industria e del soggetto storico ‘proletariato’, ha fatto perdere il senso della diversità locale, considerata sovente come ‘essenzialismo’, fino a dannare il concetto di ‘identità’. Invece è sempre da questi temi che occorre interrogare i territori: la memoria profonda non è solo narrazione o costume, è anche competenza e disposizione. Forse anche le Regioni dovrebbero ricordarsene, perché in linea di massima sono state anch’esse trascinate dall’idea di una modernità centralizzatrice e hanno in qualche modo ‘industrializzato’ il principale servizio che erogano, quello sanitario, spesso facendo perdere qualità di cittadinanza alle zone interne. Le proteste contro la chiusura di presidi medico-sanitari sarebbero un argomento a sé della storia del Novecento e del 2000. Le Regioni sono ora misurabili dopo un ciclo di quasi cinquanta anni. Personalmente ho una misura più profonda visto che in Sardegna la Regione a statuto speciale è assai precedente. Il mio regionalismo nato dopo gli anni ’70, disponibile anche al federalismo, nei tempi lunghi è stato fortemente deluso. Il disinteresse ai profili culturali delle regioni, alla ricerca qualitativa degli antropologi, al ruolo delle culture popolari, l’incapacità di costruire legislazione efficace su temi come i musei, anche a partire da leggi nazionali, il prevalere costante di corporativismi e lobbismi anche in campo culturale non mi hanno portato all’antiregionalismo [7] –  per me la forma di una Europa delle Regioni è sempre una idea importante – ma forse a domande più radicali.

dialoghi-alto-molise-spopolato-cb13aMi sembra che queste domande siano poste in Questione regionale, un volume della rivista Glocale [8] dedicato a una riflessione sul Molise-regione. Anche qui vengono rilanciati i temi delle arealità, quelli delle politiche e delle economie, la crisi demografica drammatica. Leggendo queste pagine ho cercato di vedere le regioni dal punto di vista dei piccoli paesi, e il risultato non è incoraggiante, perché non si vedono politiche che vadano oltre una modernizzazione urbanocentrica e una tendenziale coincidenza tra cittadinanza e urbanità.

Vedere le regioni dai piccoli paesi aiuta in un cambio di prospettiva, perché si parte da bisogni territoriali elementari. Si vede meglio quel che oggi le Regioni non riescono ad essere, quasi per loro statuto, essendo condizionate dai grandi processi urbani, e dal turismo di massa, dalla competizione. Verso i piccoli paesi arriva qualche rivolo, mai un progetto di inversione della tendenza. Nel volume sul Molise – in vari saggi di vari autori (in particolare G. Massullo, N. Lombardi, L. Bindi) si vede l’utilità di uno sguardo sui tempi lunghi di un’area, ma anche sui suoi modi geomorfologici di esistere, e di produrre anche interne lontananze e esterne vicinanze, sulla storia della modernità, e sul bisogno di non dare per scontata una identità territoriale, sul rapporto municipalismo-regionalismo e sul tema delle province, sul ‘Mezzogiorno senza città’. Da queste pagine viene un consistente incremento a vedere in modo inedito, da diverse angolature, i problemi dell’identità-arealità, i modelli di sviluppo, la possibilità che i patrimoni immateriali siano una risorsa per essere regione con un progetto culturale e non solo come una ‘azienda’.

SALONE 49

Museo Guatelli (ph. Fondazione Ettore Guatelli)

Meditativo

Tutta la mia ricerca è stata segnata da uno sguardo alle macerie del passato per trasformarle in memoria, forse in museo. Un Angelus Novus ignaro, che non metteva in discussione il futuro, ma cercava solo di portarci dentro la pluralità del passato. È recente per me vedere il passato come una risorsa del futuro, più che come macerie da ricomporre idealmente in figure, per produrre una ‘onorata sepoltura’.

La memoria come patrimonio [9] era un tema che sentivo confusamente e che cresceva man mano che vedevo come i mezzadri toscani delle mie ricerche anni Settanta, avessero demonizzato la loro esperienza storica, avessero buttato via nei traslochi verso la modernità i loro quaderni di canzoni, dei conti, dei libri colonici. Avevo alle spalle l’esperienza dell’insegnamento nelle scuole secondarie ad Iglesias, città per me epica per lotte dei minatori, e per i miei allievi marginale periferia di una modernità che aveva come gradi Cagliari, Roma, Londra, New York. I loro genitori non dicevano ai figli di essere stati minatori come i figli dei mezzadri urbanizzati preferivano dimenticare i padri e la terra. Per tutti gli anni Settanta ho visto nascere musei in cui pochissime persone salvavano dalla trasformazione in macerie gli oggetti abbandonati nella fuga di massa dalla montagna e delle periferie rurali.

Ho seguito per anni il museo Guatelli di Ozzano Taro [10]. Il grande collezionista e creativo ex contadino Ettore Guatelli raccoglieva oggetti fino a riempire tutto nella ex casa colonica di famiglia, il suo campo di azione era il fall out della esplosione delle civiltà locali dei piccoli paesi di montagna e del mondo mezzadrile più marginale. Negli anni sessanta e settanta bastava entrare nelle case abbandonate dell’Appennino per prelevare a piene mani strumenti di lavoro, indumenti, lampade, ancora adesso ci sono luoghi abbandonati dove la pietas dei visitatori ha lasciato tracce del momento dell’abbandono: un fiasco, una scatola di latta aperta, un falcetto… L’abbandono fu una Ercolano-Pompei di un mondo complesso e lungamente elaborato. Guatelli ha interrogato per anni chi raccoglieva erbe sui bordi del Taro, chi ammaestrava scimmie sull’Appennino ai confini tra Emilia e Liguria, chi girovagava per le case coloniche chiedendo cibo in cambio di racconti, chi aveva l’esperienza di transitare nella spessa nebbia della pianura con codici sonori di riferimento. Il suo museo ha trasformato quella disgregazione ricca di saperi in un presidio spazio-temporale dove riapprenderli. Come si legge nell’esergo del sito della Fondazione Museo Guatelli:

Tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle, più difficile è crearne uno bello con le cose umili come le mie (Ettore Guatelli)

Quando parliamo oggi di sviluppo locale è sempre da lì che dobbiamo partire: dalla violenza di quella fuga dalla terra che ha prodotto anche violenza nella memoria. I lineamenti di quel passato rifiutato oggi riemergono, qualche volta nella forma del mito, per lo più ancora nella forma della paura di ricaderci, ma guardando alle potenze ancora ricche di futuro di quelle esperienze dobbiamo trovare la via giusta per renderle produttive ricollocandole in quel moto di ‘salvaguardia’, o di retro-innovazione, che le ri-appaesi nella società modernizzata, compatibile con le idee di nuove generazioni, concordate con nuove tecnologie e comunicazioni. Questo non era visibile agli inizi della mia ricerca sul passato, condividevo l’evidenza del rifiuto contadino del passato, ma cercavo di salvarne la dignità del vissuto, la pienezza del ricordo, oltre la rimozione. Solo negli anni Novanta mi è stato chiaro che la memoria raccolta non era solo storia delle classi subalterne, ma esperienza di civiltà ancora spendibile per potenziare nuove possibili vite dei luoghi abbandonati.

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Nivola, opera in via Roma a Cagliari (ph. Clemente)

Tracce di un sistema

Cosa connette questi cinque testi che cercano di ‘porre il centro in periferia’? Sicuramente la volontà dello sguardo in direzione ostinata e contraria rispetto ai luoghi consueti degli eventi: inaugurazioni, comizi, manifestazioni, assembramenti che si collocano nelle varie città. Ma pur simili nello sguardo sono diversi per tanti altri aspetti. Suvereto, Africo e Orani sono grossi paesi rispetto ad Armungia o Introd. Anche se fanno parte della grande famiglia dei piccoli comuni di cui alla legge 158 del 2017 [11], che identifica quelli con meno di 5 mila abitanti. Suvereto ed Africo sono in una fase di complessa riscossa demografica, mentre Orani resta nella tendenza al calo. Ma Africo viene vista da Milano nel testo di Vito Teti sull’artista Domenico Fazzari, ed è a Milano in una chiesa abbandonata che si insedia la sua memoria pittorica. Un modo col quale l’arte e l’artista trasformano la marginalità in centralità. Porre il centro in periferia è anche dipingere una chiesa di Africo in una chiesa di Milano. Quasi letterale riferimento a quanti calabresi e meridionali hanno fatto questa città, e vi hanno portato tracce di memorie altre, percorsi di ritorno che hanno reso Milano una città pluriregionale.

Invece Orani nella cronaca di Giacomo Mameli vive l’aver portato il centro in periferia proprio creando qui, nel mondo locale barbaricino , una serata letteraria che riassume tutta la storia di cui il luogo, il paese, è ricco. Con il passo indietro del torero [12] Mameli racconta l’intensità di storia e di cultura di cui Orani è plasmato, e racconta la serata di pochi giorni fa, cui ha partecipato, come la continuazione di una vita locale che non cessa per un momento di essere ‘centro’, che, nei momenti felici, continua a vivere come una sorta di anti-mondo rispetto a quello delle pagine dei giornali e delle televisioni. Anche per me visitare Orani è stato così, perché vedevo questo paese vivacissimo nella sua storia culturale con gli occhi della storia artistica e letteraria sarda da Deledda a Niffoi, con al cuore lo scultore Costantino Nivola che connetteva Barbagia e New York in modo non subalterno, ma quasi antiegemonico. Ma ciò succede anche perchè da qualche anno il paese sa rendere visibili queste tracce, altrimenti segrete, di storie. Costantino Nivola è anche quello delle statue che in via Roma a Cagliari vado a visitare ogni anno e fotografo per tenere con me quella statuaria potenza arcaica femminile che evoca la nascita della vita. Uno dei modi con cui la campagna conquista la città e il mondo.

In buona parte valorizzare i mondi locali è un modo di rendere visibile l’invisibile: nel paesaggio, nella vita. La memoria, suggerisce Antonella Tarpino, è questo effetto, proprio dei tempi lunghi della vita umana, di vedere il presente anche con gli occhi del passato. È quel che ci aiuta a fare Nuto Revelli con le sue storie della campagna piemontese, quel che racconta il Teatro Povero di Monticchiello quando mette in scena il ricordo di una trebbiatura o di una veglia, o nel suo museo racconta una vita del mondo intorno che non si vede più, ma che si immagina con la memoria di chi la ha vissuta. E questo è anche il focus del film di Christopher Thomson The new Wild. Vita nelle terre abbandonate di cui ci racconta Costanza Travaglini per parlare di Dordolla, piccola frazione di Moggio Udinese, anche qui un artista che dal mondo globale sa riconoscere la centralità dei mondi locali, per produrre una riflessione di carattere generale.

Sono tracce di arte e di creatività che connettono i paesi al mondo, in queste pagine, ma sono anche segni di un radicamento e di un saper fare che vi si innestano creando nuovo abitare locale, economia produttiva. Il ruolo della viticultura nella ripresa demografica e nell’equilibrio abitativo tra turismo e vita locale di Suvereto e quello dell’artigianato nelle esperienze di Introd e di Armungia, unito a quello del Museo, sono le vere condizioni dei processi di rinascita, sui quali forse è interessante che si focalizzino iniziative future anche di tipo convegnistico. Volgendo l’attenzione alle incerte gemmazioni di nuova vita locale più che alle pesanti vicende dell’abbandono. Il duo di scrittura Introd-Armungia, mostra che le strade da percorrere non sono solo quelle prevedibili. Indica una imprevista configurazione geografica basata sulla solidarietà anziché sulla contiguità, ed è un segnale anche per gli altri piccoli paesi. Se essi potranno essere un movimento imprevisto forse potranno saltare alcune delle regole del gioco che li esclude.

Lo scritto di Rossano Pazzagli su Suvereto è anche una testimonianza vissuta, perché lo studioso è stato anche sindaco della comunità che racconta, un caso quasi unico di esperienze complementari. In vari interventi anche sul web, Pazzagli ha criticato le fusioni di comuni, a favore di condizioni migliori per la vita partecipativa primaria delle comunità, è un tema che mi serve da spunto per chiudere questo quadro. Infatti sia nella progettualità della Società dei territorialisti [13] che nella idea guida della Summer School dell’Istituto Cervi/Biblioteca-Archivio Emilio Sereni [14] ho trovato in evidenza un tema importante nell’orizzonte dei piccoli paesi, quello di una descrizione e riflessione delle forme di una democrazia delle comunità locali. Credo sia un tema di grande interesse. Lo sguardo alle piccole comunità e alla rinascita delle zone interne – mi sembra –  cambia fortemente il modello di pensabilità di tanti concetti, impostosi sugli scenari nazionali e mondiali, e spinge a innovare soprattutto quelle forme di pensiero della sinistra progressista che appaiono oggi più conservatrici perché legate a modelli ormai inadeguati. Chissà che la democrazia delle comunità locali non ci porti qualche descrizione di pratiche e qualche scenario del fare imprevisto, che aiuti a innovare una idea della vita democratica in un momento assai grigio della storia mutevole e grandiosa di questo concetto.

Anche se non vivo nei piccoli paesi, lì i miei pensieri si sono in buona parte attestati, e non rimarranno qui senza uno scopo.

Dialoghi Mediterranei, n.30, marzo 2018
[*] Nel titolo i versi di una poesia di Cappello Pierluigi, Autostrada in Mandate a dire all’imperatore. Milano, Crocetti Editore, 2013,  citata qui da Costanza Travaglini, vedi oltre.
Note
[1]  http://www.agenziacoesione.gov.it/it/arint/Cosa_sono/index.html
[2]  http://community-pon.dps.gov.it/areeinterne/
[3]  https://sites.google.com/view/territorispezzati
[4]  https://associazione9cento.com/contatti/
[5]  http://pkp.unirc.it/ocs/index.php/cross/unpaesecivuole
[6] G. Becattini, La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, con alcuni testi di Alberto Magnaghi, Roma, Donzelli, 2015
[7] Vedi P. Clemente, Le culture popolari e l’impatto delle regioni, in L’Italia e le sue regioni , voll I-IV , a cura di Mariuccia Salvati e Loredana Sciolla, vol.III , Le culture, Roma, Treccani, 2014
[8] Glocale. Rivista molisana di storia e di scienze sociali , n.11-12, 2016
[9] È il tema in queste pagine del testo di Antonella Tarpino
[10] http://www.museoguatelli.it/
[11] Legge 6 ottobre 2017, n. 158, per la Gazzetta Ufficiale: Misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi comuni. (GU n.256 del 2-11-2017 ) entrata in vigore il 17 novembre 2017
[12] Immagine cara a Ernesto De Martino
[13] http://www.societadeiterritorialisti.it/
[14] http://www.istitutocervi.it/, Paesaggio e democrazia . Partecipazione e governo del territorio nell’età della rete X^ Edizione della SUMMER SCHOOL EMILIO SERENI , Storia del paesaggio agrario italiano, 28 agosto-2 settembre 2018. Gattatico (Re) – Caldarola (Mc)

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Pietro Clemente, professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); direttore della rivista LARES, membro della redazione di Antropologia Museale, collabora con la  Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014).

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