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Ciò che resta del “ri-”: antropologia critica della rigenerazione

aree-internedi Michela Buonvino e Daria De Grazia [*]

Attraversamenti

Nel panorama dell’antropologia italiana contemporanea dedicata allo studio delle aree interne e delle trasformazioni dei territori cosiddetti “fragili” e “marginali”, Territori in movimento. Ri-gener-azioni in aree fragili (Donzelli, 2025) di Letizia Bindi si configura come un contributo di particolare rilievo teorico ed etnografico. Nel dibattito sulle politiche territoriali e culturali, le aree interne e rurali sono ormai divenute un campo privilegiato di sperimentazione discorsiva e progettuale (De Rossi, 2018; Bindi, 2022; De Rossi, Mascino 2022; cfr. Egusquiza et al., 2021) spesso attraversato da un lessico tanto ridondante quanto, per l’appunto, ormai “fragile”. Il volume in questione si colloca con decisione dentro questo scenario, sottraendosi alle semplificazioni retoriche che frequentemente accompagnano la narrazione delle zone marginali, non limitandosi a descrivere processi, pratiche o strategie, ma scegliendo di intervenire criticamente sulle categorie che orientano tali operazioni, interrogandone le implicazioni politiche, sociali e simboliche.

Uno dei nuclei più fecondi dell’opera è l’attenzione riservata alla dimensione della mobilità intesa come tratto strutturale dell’esperienza delle aree interne. In contrasto con l’immaginario dominante che tende a rappresentare questi luoghi come statici e isolati, il testo evidenzia la complessità dei movimenti che li attraversano: i percorsi lunghi della formazione, le traiettorie lavorative discontinue, le scelte di ritorno, le permanenze temporanee, ecc. In filigrana, queste traiettorie rendono evidente come il ritorno non coincida mai con un rientro, ma con una pratica che contribuisce a ridefinire i luoghi di origine come campi relazionali che vengono risignificati per mezzo di attraversamenti, scarti e riposizionamenti (Levitt, 2009). Ne deriva un abitare intermittente, in cui “qui” e “altrove” si sovrappongono, producendo posture in-between e pratiche di place-making che complicano la grammatica binaria del partire/restare: l’abitare non coincide più con la stanzialità, ma si configura come un processo vivo (Ingold, 2001, 2011), fatto di partenze e “restanze” (Teti, 2017, 2022), appartenenze e attraversamenti, che non dissolvono i legami territoriali ma li ricompongono e li riterritorializzano secondo forme nuove, più elastiche, plurali.

In tale prospettiva, assume particolare rilievo il tema del cammino, da Bindi inteso come dispositivo culturale e simbolico capace di tradurre in pratica una diversa relazione con lo spazio; i sentieri della transumanza, ma anche i percorsi turistici, sono interpretati come trame materiali di una geografia vissuta: luoghi di passaggio, ma anche di sedimentazione narrativa, di valorizzazione e riconoscimento. Il camminare diventa così al contempo possibilità generativa di dialogo e contaminazione e gesto di riappropriazione lenta, capace di connettere dimensione fisica e dimensione interiore, paesaggio e memoria, esperienza individuale e costruzione collettiva di senso.

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Il volume, pertanto, assume una postura critica rispetto tanto alle narrazioni nostalgiche del declino quanto alle retoriche salvifiche della rigenerazione, proponendo una lettura che individua nel movimento una categoria analitica capace di interrogare processi di produzione di località, dinamiche di trasformazione e valorizzazione delle risorse bioculturali, politiche di sviluppo e regimi di governance che attraversano le ruralità contemporanee (cfr. Woods, 2007, 2010; del Mármol, 2015; Lusini, Meloni, 2024; Della Costa, 2025).

Nella riflessione dell’autrice le aree interne costituiscono luoghi epistemologici a partire dai quali problematizzare categorie oggi centrali nel lessico delle politiche pubbliche – “sviluppo”, “sostenibilità”, “innovazione”, “partecipazione”, “rigenerazione” – mostrando come tali nozioni operino in senso performativo. L’analisi non si sofferma tanto sulla diffusione di tali categorie, quanto sulla loro capacità di mettere a punto e “ridistribuire”, socializzandolo, un vero e proprio regime di intelligibilità – nonché determinate ideologie e infra-ideologie dello sviluppo (Olivier de Sardan, 1995; Abram, Waldren, 1998) – delle aree interne. In questa cornice, i territori marginalizzati tendono a essere costruiti come spazi di deficit – pieni di potenzialità ma privi di agency – da rimettere in moto attraverso dispositivi di policy che promettono attivazione, partecipazione e rilancio (Broccolini, 2020; Parbuono, Rondini, 2024; Santoro, 2022). Anche quando l’approccio place-based dichiara di correggere le politiche spatially blind, resta visibile la tensione tra messa in valore delle specificità territoriali e persistenza di modelli sviluppisti sovralocali che orientano, selezionano e rendono misurabile ciò che viene riconosciuto come valore territoriale (cfr. Petrangeli, 2023; Escobar, 1995, 2018; Ferguson, 1994).

Uno dei contributi più vibranti del volume risiede nella decostruzione del concetto di “rigenerazione”, oggi ampiamente diffuso e spesso abusato nelle politiche di sviluppo territoriale. Bindi ne mette in luce anzitutto la funzione ideologica: la rigenerazione, infatti, tende a presentarsi come soluzione universale a crisi ambientali e sociali, senza tuttavia metterne realmente in questione i presupposti strutturali. In questo senso, si rivela un concetto in parte depoliticizzante, che rischia di legittimare interventi e strategie verticali di riposizionamento territoriale e pratiche escludenti. È interessante, a questo proposito, richiamare il significato biologico della rigenerazione: la capacità di un organismo di riparare parti danneggiate, talvolta di ricostruirsi a partire da frammenti, distinguendo tra processi fisiologici e processi patologici. Trasposta nello spazio delle politiche pubbliche, questa metafora rende evidente l’ambivalenza dell’utilizzo del concetto sopra descritto: ciò che in natura è un processo situato, non garantito, viene qui assunto come promessa generalizzata e come orizzonte tecnico di riparazione, oscurando la dimensione storica e strutturale delle fratture territoriali.

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A ben vedere, anche la struttura del libro riflette una precisa scelta epistemologica: evitare una narrazione lineare e teleologica del cambiamento territoriale per restituire, invece, la natura stratificata, discontinua, talvolta conflittuale dei processi osservati. Le diverse sezioni non convergono verso una sintesi pacificata, ma mantengono aperte le tensioni tra pratiche locali, modelli sovralocali di sviluppo e dispositivi istituzionali. Un passaggio cruciale di Territori in movimento riguarda l’analisi critica di ciò che l’autrice definisce, con efficace sintesi concettuale, il “mantra del ri-”: una grammatica discorsiva che attraversa trasversalmente le politiche contemporanee per le aree interne e che si manifesta nella proliferazione di prefissi (“ri-generare”, “ri-abitare”, “ri-attivare”, “ri-qualificare”, ecc.). Il prefisso “ri-” opera, infatti, come dispositivo semantico potente, capace di produrre l’illusione di una reversibilità intrinseca dei processi di spopolamento, marginalizzazione e declino. Attraverso questa grammatica, il cambiamento viene, per prima cosa, inserito entro un orizzonte di recupero e di ritorno, che presuppone l’esistenza di uno stato originario – un “prima” del territorio – potenzialmente ricomponibile mediante interventi mirati. In tal modo, la complessità storica delle traiettorie territoriali viene compressa in una dimensione temporale semplificata, che tende a leggere il passato come riserva di autenticità e il futuro come ripristino, invece che come campo aperto di conflitti, discontinuità e possibilità non garantite. Il “mantra del ri-”, inoltre, rende politicamente desiderabile la rigenerazione presentandola come processo intrinsecamente positivo, difficilmente contestabile sul piano morale. In questa prospettiva, il “ri-” produce consenso e contribuisce in una certa misura a neutralizzare il conflitto, poiché ciò che viene “ri-attivato” o “ri-valorizzato” appare, per definizione, come qualcosa che non può essere messo in discussione senza essere immediatamente associato a resistenza al cambiamento o a nostalgie improduttive.

Uno degli effetti più significativi di questa narrazione riguarda la ridefinizione della respons-abilità, intesa come capacità di risposta e di iniziativa: non tanto come “obbligo morale”, ma come possibilità concreta di agire, prendere parola e farsi carico di un problema entro specifiche condizioni materiali e politiche. Il “mantra del ri-” tende infatti a spostare l’attenzione dalle cause strutturali della marginalizzazione – politiche infrastrutturali selettive, modelli di sviluppo urbano-centrici, disuguaglianze territoriali cumulative (Barbera et al., 2022; Clemente, 2018) – verso una retorica dell’attivazione locale. La promessa del “ri-” si accompagna, in questo senso, a una forma di responsabilizzazione differenziale che rischia di occultare le responsabilità istituzionali del “declino”. A questa critica si affianca quella rivolta al concetto di “resilienza”, frequentemente impiegato per descrivere la capacità dei territori e delle comunità di adattarsi a condizioni avverse. Il testo ne evidenzia le ambivalenze: certi usi del concetto rischiano di alimentare retoriche che individualizzano tanto le cause e le responsabilità politiche e istituzionali connesse alla marginalizzazione (cfr. Das, Poole, 2004; Pozzi, 2019), quanto le risposte alle criticità, che vengono riconnesse alla presunta “duttilità” dei soggetti, alla capacità dei singoli, delle comunità, o dei territori di “adattarsi”, “reinventarsi” o “fare di più con meno”.

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Tuttavia, l’operazione di Territori in movimento non si esaurisce nella critica. In queste pagine Bindi propone di ragionare sulla possibilità di un ripensamento radicale delle categorie. Il termine “rigenerazione”, ad esempio, viene reinterpretato facendo emergere rimandi semantici che aprono nuove traiettorie analitiche: il legame con la parola “genere”, che impone di interrogare in modo più netto il ruolo delle donne nei contesti fragili, non come semplici “risorse” informali vincolate alla dimensione locale del welfare e dell’abitare, ma come soggetti politici e sociali, spesso centrali nei processi di cura, resistenza e riconnessione dei legami comunitari ma anche nella produzione di nuove economie locali, nella sperimentazione di forme di mutualismo e nell’apertura verso l’esterno di reti di opportunità, mobilità e imprenditorialità.

Altra associazione semantica evidenziata da Bindi è quella con la parola “generazioni”; qui si sposta l’attenzione sul tema del futuro, della possibilità di restare, tornare, delle condizioni materiali e simboliche che rendono desiderabile la permanenza e delle fratture intergenerazionali che attraversano i territori marginali. Non a caso, il termine viene anche reso esplicitamente plurale e scomposto come “ri-gener-azioni”, sottolineandone la natura processuale e non lineare: non intervento puntuale, né semplice “ritorno” a una condizione precedente, ma insieme di azioni plurime, spesso frammentarie e distribuite nel tempo, che coinvolgono attori diversificati e producono effetti differenziati. In questa scomposizione, la rigenerazione perde il carattere rassicurante di parola-obiettivo e diventa una categoria critica, capace di nominare la dimensione politica del cambiamento. “Ri-gener-azioni” rimanda a un campo di forze in cui si ridefiniscono non solo spazi e funzioni, ma anche appartenenze, possibilità di vita e forme di riconoscimento sociale.

Questo libro si presenta dunque come un contributo assai rilevante per chi studia e opera nelle aree interne, giacché ci consente di riaprire il campo delle domande, sottolineando la necessità di operare una revisione del linguaggio e dello sguardo; in un’epoca in cui la crisi dei territori rischia di essere addomesticata dalla retorica, l’opera invita a restituire al discorso il suo carattere politico e a riconoscere la complessità di luoghi troppo spesso ridotti a mito. A questo riguardo, particolarmente efficace è la problematizzazione della lentezza come categoria discorsiva. Bindi mostra come lo “slow” sia divenuto un dispositivo narrativo dominante per le aree interne, capace di produrre valore simbolico e turistico, ma anche di trasformarsi in estetizzazione della marginalità: la lentezza può essere scelta, ma anche condanna mascherata, se finisce per occultare deficit strutturali nei servizi, nella mobilità, nel welfare. Anche in questo senso, la riflessione si colloca in modo critico rispetto alle retoriche consolatorie della rinascita territoriale.

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In Territori in movimento, la riflessione sulla rigenerazione territoriale si ricompone in una posizione teorica ed epistemologica chiara, che eccede il caso delle aree interne per interrogare più in generale il ruolo dell’antropologia nei contesti contemporanei di policy. In questa ottica, la rigenerazione non viene assunta come obiettivo normativo da perseguire né come esito realmente valutabile secondo metriche standardizzate, ma come processo intrinsecamente aperto, attraversato da disallineamenti, frizioni e “non finiti” che costituiscono parte integrante e non patologica della trasformazione sociale.

All’interno di questa cornice, il volume giunge a una presa di posizione netta rispetto alla crescente richiesta rivolta alle scienze sociali di produrre saperi immediatamente utilizzabili, trasferibili e “spendibili” nei dispositivi di intervento pubblico. Da questo punto di vista, Bindi non nega la possibilità di un coinvolgimento diretto dell’antropologia nei processi di rigenerazione. Tuttavia, ciò che viene rivendicato è la necessità di preservare uno spazio di autonomia analitica, senza il quale l’antropologia rischia di ridursi a sapere ancillare, funzionale alla legittimazione di categorie e obiettivi già definiti altrove.

È proprio a partire da questa prospettiva che il contributo specifico delle discipline antropologiche, così come emerge con forza dalle conclusioni del libro, risiede nella capacità di abitare la tensione tra sapere critico e intervento, senza risolverla prematuramente. In altri termini, l’etnografia non è chiamata a certificare la “riuscita” dei processi di rigenerazione, né a fornire modelli replicabili, ma a rendere visibili le condizioni sociali, simboliche e affettive entro cui tali processi prendono forma. In questo quadro, l’attenzione al non-realizzato, all’incompiuto e al disallineato diventa non un limite, ma una risorsa epistemologica fondamentale. Ne consegue che Territori in movimento suggerisce una concezione dell’antropologia come pratica di conoscenza capace di rallentare i dispositivi dell’urgenza progettuale, di complicare le narrazioni performative dello sviluppo e di restituire densità a ciò che le politiche tendono a semplificare. 

A rafforzare ulteriormente questa postura critica è il riferimento, tutt’altro che decorativo, a Legarsi alla montagna di Maria Lai, che Bindi assume come chiave interpretativa del lavoro territoriale. La metafora della tessitura consente di leggere la rigenerazione come un intreccio di relazioni, pratiche e appartenenze che non preesistono all’intervento, ma si producono e si trasformano nel corso stesso del processo. Tuttavia, in questa immagine si annida anche un’intuizione, inquietante e feconda: i legami che tengono insieme una “comunità” non sono mai dati una volta per tutte e i nodi che promettono coesione possono anche stringere fino a produrre una trama che trattiene più di quanto non sostenga.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
[*] Il contributo è frutto del comune lavoro delle autrici; tuttavia, per questioni formali, si attribuisce il paragrafo 1 e il paragrafo 2 a Daria De Grazia e i paragrafi 3, 4 e 5 a Michela Buonvino
Riferimenti bibliografici
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Michela Buonvino, antropologa culturale, dottoressa di ricerca (M-DEA/01, Sapienza Università di Roma), è attualmente assegnista presso l’Università degli Studi del Molise. Si occupa di rigenerazione territoriale delle aree interne a partire dal lavoro a base culturale, nonché di processi di valorizzazione e patrimonializzazione della cultura. È docente a contratto di Antropologia Culturale presso l’Università Sapienza di Roma e di Antropologia Visuale presso l’Università degli Studi Roma Tre. Insegna inoltre Antropologia del Patrimonio e Antropologia del Turismo presso l’Università degli Studi del Molise e Antropologia della Danza presso l’Accademia Nazionale di Danza. Dal 2018 conduce un lavoro etnografico a Sefrou e a Fez (Marocco) relativo ai rapporti tra performance culturali, politiche dell’identità e processi di trasformazione della sfera pubblica islamica nel Marocco contemporaneo. 
Daria De Grazia, è dottoranda in S-DEA/01a nel Dottorato di Storia e Culture dell’Europa di Sapienza Università di Roma, specializzata presso la Scuola di specializzazione in beni DEA di Sapienza Università di Roma. Dal 2018 conduce una ricerca etnografica con la comunità peruviana di Roma intorno alle relazioni tra esperienze di fede, esperienze migratorie, pratiche festive e poetiche dell’identità, con un approccio anche visuale. Attualmente è ricercatrice nell’ambito di due PRIN (2020 -‘Abitare i margini oggi. Etnografie di paesi in Italia’, 2022 -‘Musei locali ed ecomusei. Spazi patrimoniali di partecipazione attiva’), collabora con la redazione della rivista Antropologia Museale ed è nel consiglio direttivo dell’Associazione SIMBDEA. Si occupa di patrimonio culturale immateriale, fenomeni migratori e politiche dell’identità, ecomusei e musei etnografici, pratiche dell’abitare e processi di placemaking.

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