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Chitarra ed emozioni, soggezione e ribellione nella vita di Rosa e nel film di Paolo

copertina-libro-_1_di Valeria Salanitro 

Tratto dal libro L’amuri ca v’haiu di Luca Torregrossa, la pellicola di Paolo Licata riaccende sen­tori nostalgici e combattivi di quell’epoca trascorsa e di quel senso di rivalsa che ha colpito molte donne del trentennio e degli anni a seguire. Interpretata magistralmente da Lucia Sardo, in “L’amo­re che ho”, Rosa Balistreri è un pastique di arte, espressività, lotta di classe e di genere. Uscita nelle sale lo scorso 8 maggio, l’autobiografia mediale su Rosa è distribuita da Dea Film.

In perenne lotta con la figlia Angela (Tania Bambaci), estremamente viscerale, Rosa viene interpre­tata dalle altrettante bravissime attrici Anita Pomario e Donatella Finocchiaro. Un’artista per molte donne, per una Licata retrograda, maschilista e assoggettata al potere patriarcale e mafioso. Il racconto autobiografico, musicale e audiovisivo, vede come protagonisti un cast d’eccezione: Vin­cenzo Ferrera, Emanuele Del Castillo, Loredana Amarino, Katia Greco, Martina Ziami, Marta Ca­stiglia, Giovanni Carta e Mario Incudine, Maziar Firouzi.

Il cuntu su Rosa è magistralmente incastonato in una macrocornice musicale affidata alle sapienti doti di Carmen Consoli, che nutre da sempre una venerazione per Rosa. Un racconto mediale metalessico, che attraverso l’espediente cinematografico del flashback ci catapulta continuamente in un affondo patemico che governa l’animo di Rosa.

É un bicchiere di liquore, una folla gremita al teatro che urla per Rosa e una donna in carriera che con passi sicuri calca il palco dell’esistenza, a preannunciare i prodromi di questa narrazione cantata e orchestrata. I sandali di Rosa, tracciano questo sentiero tortuoso esistenziale. Per contro, dalla flo­rida carriera mostrataci in prima istanza, passiamo ad un’accozzaglia di sedie allestite sulla piazza del Paese e ai pochissimi spettatori che, al suono delle litane e dei canti di Rosa, abbandonano il centro dell’agorà di provincia.

Il file rouge delle dicotomie narrative antitetiche e anacronistiche, legate però da un unico campo emozionale e narrativo, rappresentano l’apice e il culmine della car­riera di Rosa, che mai si arrese lungo il suo drammatico viatico. Questo dispositivo narrativo guida l’intera produzione cinematografica. Non a caso, l’escalation di ribellione, di rivalsa e di ammirazione nei confronti dei canta­storie siciliani, nasce in Rosa nell’immediato, all’interno di un altro campo, quello agricolo in cui Rosa “picciridda” si affranca dallo stato di minorità, attraverso il furto della carne al pa­drone del fondo. Ed è qui, che Rosa acquisisce consapevolezza e coscienza di classe: “Ma! ‘U patru­ni sa mancia a carni e nuatri muriamu ra fami. Puru a tia ti pari giustu?” È l’esondazione verbale che Rosa elargisce in risposta al rimprovero e ai ceffoni paterni.

carmen-consoli-film-lamore-che-ho-rosa-balistreriÈ sempre in questo momento che nasce lo scontro tra lavoratori e padroni schiavisti, ed è sempre qui che nasce la disobbedienza di Rosa. Un campo narrativo plurale, che si declina come: contadino, sociale, culturale e, soprat­tutto, politico. Ma sono anche i campi esistenziali calpestati da quei piedi calcanti il palcoscenico e altresì i terreni roventi, che le causano le vesciche grondanti di sangue durante le ore in campagna. È una dialettica narrativa continua in cui scontro/incontro, amore/odio, madre/figlia, suc­cesso/fallimento, onestà/disonestà, violenza di genere e violenza di classe si intersecano e si mischiano.

Ma è anche il cuntu di un’esistenza memoriale in cui le foto sono protagoniste in un caleidoscopio narrativo mediale: qui il punctum barthesiano colpisce tutte le volte lo spettatore, persino quando Rosa, da cantastorie esordiente, rievoca la sua famiglia attraverso le immagini fotografiche. Memor­ia del sé e del prolungamento. La narrazione oscilla tra autodiegesi ed eterodiegesi di quella giovane bimba di provincia “ribelle” in quel di Campobello di Licata, che si ritrova a Firenze per dare sfogo a rabbia, riscatto, estro artistico.

L’amore che ho” è il canto della disobbedienza, della ribellione, della povertà, dei soprusi, della violenza e della rivalsa. È un film dal linguaggio comunicativo efficacissimo, in cui l’uso del registro dialettale ne attesta l’estrema valenza in temini semantici e narrativi.

rosa Balestrieri e la figlia Angela Torregrossa

Rosa Balestrieri e la figlia Angela Torregrossa

La voce del dolore, della profondità patemica accompagna le sequenze di litanie e nenie pro­fetiche e annichilenti: abbracci soavi e densi, carezze dell’anima, struggenti verità schiaffeggiate sui volti dei potenti e dei corruttori che, lontano dalla ribalta istituzionale, articolano e governano sistemi pa­ralleli. La voce della denuncia sociale, della giustizia, della lotta alla criminalità organizzata, la testimonianza della disobbedienza civile, del dissenso urlato contro i tanti volti del Padre/Padrone.

Tante voci, tante facce, tre donne. Generazioni a confronto, che rivendi­cano volontà e identità a stare nel mondo. Chitarra ed emozioni, soggezione e ribellione, ordine e sovversione, pianoforti accordati e applausi stridenti, walzer politici e censure giudiziarie. Nel film ritroviamo un coacervo di sentimenti: com­mozione e incomprensione, passione e introspezione, ma anche intelligenza emotiva, scarto esistenziale e maternità conflittuale. Tutto questo è Rosa e il suo “L’amore che ho” di Paolo Licata. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025

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Valeria Salanitro, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica, d’Impresa e Pubblicità (curriculum Comunicazione Sociale e Istituzionale), presso l’Università degli Studi di Palermo; nonché un diploma in Politica In­ternazionale (ISPI) e uno in Studi Europei (I. Me.SI.). Ricercatrice indipendente, redattrice e autrice di molteplici contributi inerenti la Politica estera, le Scienze Umane e i Gender Studies. Ha collaborato con diversi Istituti e testa­te giornalistiche. Il suo ambito di ricerca verte sui Visual and Culture Studies e sulla Sociologia dei fenomeni Politici; si oc­cupa di immagini declinate in senso plurale, nonché dell’uso politico delle medesime nel contesto internazionale. Tra le sue pubblicazioni scientifiche annoveriamo: La rappresentazione mediatica dello Stato Islamico, edito da Aracne 2022 e Immagini di genere. Donne, potere e violenza politica in Afghanistan, Aracne 2023.

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