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Catastrofi e prospettive del mondo contemporaneo: contributi per una puntuale ricognizione

crepuscolo-cover-final_page-0001di Rosario Lentini 

Pressenza – International Press Agency [1], come spiegano i titolari e gestori del sito, «è unʼagenzia stampa internazionale in 7 lingue che pubblica e diffonde notizie, iniziative, proposte che riguardano pace, nonviolenza, disarmo, diritti umani, lotta contro ogni forma di discriminazione. Considera l’Essere Umano come valore centrale ed esalta la diversità. Propone un giornalismo attivo e lucido che punta alla soluzione delle crisi e dei conflitti sociali di ogni latitudine. In questo senso, oltre a pubblicare notizie sullʼattualità, diffonde studi, analisi ed azioni che contribuiscano alla pace mondiale e al superamento della violenza; mette in risalto la necessità e lʼurgenza del disarmo nucleare e convenzionale, la soluzione pacifica dei conflitti, la loro prevenzione, il ritiro dai territori occupati. Al tempo stesso denuncia tutto ciò che provoca dolore e sofferenza ai popoli e cerca di decifrare e trasformare le cause di quegli eventi, essendo molto più di un mero spettatore. L’Agenzia forma studenti, praticanti e volontari che sono d’accordo con queste convinzioni. Lʼagenzia è interamente formata da volontari che offrono gratuitamente i servizi in cui sono specializzati. Le redazioni sono spazi aperti alla collaborazione in équipe, alle nuove proposte, allo sviluppo di iniziative specifiche coerenti con le finalità dell’agenzia (libri, convegni, corsi di formazione ecc.)» [2].

LʼAgenzia è stata fondata nel 2008, in occasione del Simposio Internazionale del Centro Mondiale di Studi Umanisti svoltosi a Punta de Vacas in Argentina, per promuovere e sostenere la Marcia mondiale per la pace e la non violenza. Nel 2009, è stata legalizzata come agenzia internazionale a Quito, Ecuador e dal 2014 è organizzata in redazioni decentrate. Presente in 24 Paesi, pubblica ogni giorno i suoi dispacci in inglese, italiano, spagnolo, francese, portoghese, tedesco, greco, catalano, arabo, russo e malayalam (lingua del Kerala, India) [3].

Dal 2015 la redazione italiana ha avviato la collaborazione con lʼAssociazione Editoriale Multimage, dando vita alla collana «I libri di Pressenza», curata da Toni Casano, dedicata ad approfondimenti giornalistici. In questa collana, nel mese di febbraio scorso è stato pubblicato il quarto “Annale” dal titolo Crepuscolo dellʼordine imperiale e sfide per la pace, curato da Toni Casano, Pina Catalanotto e Daniela Musumeci, articolato in sei sezioni ‒ “Guerre e Pace”, “Ecosistemi e giustizia climatica”, “Mobilità globale”, “Genere e femminismi”, “Politiche e moltitudini”, “Culture altre” ‒ nelle quali sono suddivisi ottanta contributi di giornaliste/i e scrittrici/ori italiani e stranieri[4].

Il volume, nel quale sono raccolti articoli e interviste pubblicati nel corso del 2024, ha, indubbiamente, il pregio di fare accedere il lettore nel vivo delle questioni attuali più delicate e spinose, analizzate da più punti di osservazione e angolazioni. Ancora una volta, è riuscito nellʼintento di proporsi come luogo di approfondimento e di riflessione collettiva. È una finestra sugli orrori contemporanei e, al tempo stesso, sugli antidoti e sulle pratiche di pensiero e di azione per contrastarli. Sottolineo orrori, perché il volume, chiuso in tipografia alla fine dellʼanno scorso, non poteva tenere conto di tutto il peggio al quale abbiamo ancora assistito negli ultimi sei mesi e, tuttavia, i nodi di fondo, le cause e gli effetti rimangono drammaticamente identici. Più che lʼottimismo della ragione credo che, a difenderci da questa valanga di accadimenti negativi, possa servire ‒ come suggerito dalle due curatrici e dal curatore ‒ la ricerca di buone nuove, la ricerca di armonia, armonia tra persone, tra persone e natura, oltre che con noi stessi.

Una delle considerazioni introduttive pone subito in evidenza il nucleo centrale del problema: «Ma una cosa di cui siamo abbastanza certi è che le democrazie liberali sviluppatesi dall’inizio dello scorso secolo, quale forma più evoluta del moderno Stato-nazione (e delle quali già alle porte del terzo millennio si certificava la crisi), oggi siano giunte effettivamente al capolinea della storia, avendo più che maturato la loro fine destinale».

È una valutazione che non consente appello e che spiega la stretta correlazione che i temi trattati nel volume hanno tra loro e che hanno contribuito a determinare questo epilogo «destinale» ma che, specularmente, da questo esito sono condizionati: crisi della politica, distribuzione della ricchezza globale, svalutazione del lavoro, conflitti, migrazioni, rivoluzione femminista, ecosistema.

Una prova del declino delle democrazie liberali non è forse la proliferazione nel mondo di autocrati e di “democrature”? LʼOccidente, al di qua e al di là dellʼAtlantico, si è progressivamente consegnato allʼaristocrazia della finanza internazionale e allʼindustria degli armamenti e rischia ancor più di essere travolto dai gestori delle cripto valute nelle quali si convertono ingenti quantitativi di denaro sporco delle mafie. Le premesse di questo tramonto cʼerano tutte e il prototipo berlusconiano di imprenditore-governante aveva fatto breccia (e scuola) nel mondo, già 30 anni fa. Sembrava, tuttavia, impensabile che alla presidenza degli Stati Uniti potesse essere eletto un magliaro con alle spalle una lunga serie di società fallite e con una montagna di debiti; un affarista, condannato per stupro, eversore e produttore di moneta digitale; in una parola, un gangster che sta risanando e moltiplicando le sue finanze e che specula in Borsa determinando le oscillazioni giornaliere a suo piacimento. Grazie alla vittoria elettorale, regalatagli in un piatto dʼargento dal partito democratico, il neopresidente alla Casa Bianca si è circondato di razzisti, suprematisti e ultranazionalisti fanatici. Al confronto, il leggendario Al Capone oggi sarebbe un dilettante.

Forse lʼunico dato positivo di questo nuovo capitolo della storia politica americana, che dispiega i suoi effetti sullʼintero mondo, è che la connessione governo-affari-finanza-industria delle armi è senza infingimenti; è palese e manifesta, priva di quella dose di ipocrisia con la quale i democratici americani conciliavano le guerre “giuste” per esportare la democrazia, con il sostegno finanziario alle organizzazioni umanitarie. Lʼaggravante contemporanea dei trumpiani, infatti, è lʼassalto ai diritti civili, alla libertà di stampa, alle università, alla sanità pubblica; è la spettacolarizzazione della caccia agli immigrati, lʼazzeramento dei fondi ai Paesi colpiti da carestie e devastazioni, la teorizzazione delle deportazioni di massa.

12Un altro aspetto del declino è leggibile nel dato dei parlamenti che contano sempre meno e nel trend dellʼastensionismo elettorale in caduta libera in tutta Europa e ‒ soprattutto in Italia ‒ in costante calo dalla fine degli anni Ottanta, che appare strettamente correlato alla perdurante regressione delle condizioni economiche di larga parte della popolazione, cui nessuna coalizione di governo ha saputo far fronte. Ma se delle democrazie liberali si parla sempre più usando lʼimperfetto indicativo delle fiabe, sullo stato di salute delle sinistre in Europa o nel resto del mondo non cʼè da festeggiare. Entrambe sono vittime della crisi globale della politica e della cosiddetta «terza rivoluzione industriale» i cui effetti attuali sono solo unʼanteprima di ciò che si dispiegherà prossimamente.

Lʼidolatria del progresso economico e della crescita del PIL come obiettivo vitale dei governi, avulso dal dovere morale di attuare politiche fiscali e redistributive rigorose, lʼinnovazione tecnologica digitale e della robotica, hanno creato lʼillusione di un benessere dietro lʼangolo. Ma non ha precedenti la concentrazione di una ricchezza immensa nelle mani di un manipolo di miliardari che ha acquisito un enorme potere dʼinfluenza nei confronti dei rispettivi governi. Nei decenni passati la pressione delle lobbies è riuscita a scarnificare il patrimonio pubblico e a procedere sulla strada della privatizzazione di beni e servizi. Oggi, tutto deve essere vendibile, tutto deve avere ritorno economico ed essere messo a reddito e la gestione pubblica si è ristretta notevolmente, anche quando abbia dimostrato di essere più efficiente e conveniente di quella privata. Il rapporto annuale di Oxfam è impietoso riguardo al crescente divario sociale: il 50% della popolazione mondiale detiene solo il 2% della ricchezza totale, mentre il 10% della popolazione composto dai più ricchi del pianeta ne detiene il 76%.

Questa disuguaglianza scandalosa, non è frutto del caso. È stata determinata da politiche liberiste e dal convergere di interessi tra finanza, imprese e governi; ma in passato, per lo meno, erano contrastate da forte opposizione sociale e operaia, che ha consentito in parte di costruire un sistema di welfare che ‒ nel caso dellʼItalia ‒ fino agli anni sessanta del Novecento non esisteva.

Oggi, invece, il rapporto si è invertito; sono i governi che traggono legittimità dal club dei miliardari e questa disuguaglianza planetaria riesce persino a trovare sostegno nella subcultura di vasti strati della società. Grazie alla diffusione capillare dei social ‒ che non vanno affatto demonizzati, ma che hanno modificato la natura e la qualità della comunicazione e delle relazioni interpersonali ‒ esperti manipolatori potenziano il qualunquismo, producono informazioni prive di fondamento, fabbricano odiatori seriali e alimentano il consenso passivo della stragrande maggioranza di soggetti privi di solide basi culturali e di spirito critico e, soprattutto, degli analfabeti funzionali (in Italia, per esempio, sono circa 10 milioni quelli che non capiscono ciò che leggono). Il club dei super-ricchi del pianeta, che detiene e controlla i media e i social è, quindi, in grado di orientare e pilotare il comportamento e le decisioni degli utenti.

Riduzione del lessico, riduzione del pensiero; questo è il vero golpe globale del XXI secolo, che non ha precedenti nella storia dellʼumanità. Rispetto alla prima rivoluzione industriale settecentesca, oggi non assistiamo a manifestazioni di luddismo (peraltro inutili ieri come lo sarebbero oggi) per contrastare l’azzeramento del lavoro umano da parte delle linee di produzione interamente automatizzate. Al contrario, nel settore manifatturiero nazionale ancora superstite si verificano occupazioni di fabbriche da parte delle maestranze, per impedire che vengano trasferiti gli impianti in Paesi dove il costo del lavoro è infimo rispetto ai salari italiani, già molto bassi.

Si sta avverando la previsione di Jeremy Rifkin sulla fine del lavoro, previsione che risale ormai a 30 anni fa, quando non si profilava allʼorizzonte lʼutilizzo dellʼIA nei processi produttivi. Se i vantaggi dellʼautomazione, cui stiamo già assistendo, non avranno una ricaduta sul piano sociale in termini di ricollocazione, protezione e tutela dei lavoratori espulsi dal sistema industriale o dalle amministrazioni pubbliche, cosa ne sarà di questo esercito di disoccupati? È pensabile che il terzo settore possa assorbirli tutti e dove si canalizzerà la rabbia sociale degli emarginati ai quali era stato promesso un futuro radioso, di minor lavoro e sudore e di più tempo libero da dedicare a sé stessi. Le multinazionali e le tecnocrazie contemporanee non hanno bisogno di forza-lavoro, ma di una élite di specialisti.

11Tuttavia, non occorrono poteri divinatori per prevedere e individuare il punto di rottura di questo squilibrio insostenibile, che è rappresentato dal processo di degrado dellʼecosistema e dal rapido esaurimento delle risorse disponibili nel pianeta per la sopravvivenza degli umani, come avvertono da tempo ecologi e climatologi. Così, per esempio, se dal generale passiamo al particolare, i due articoli di Laura Ercoli e di Toni Casano, focalizzano i paradossi della siccità siciliana, che sarà ulteriormente aggravata non solo dai periodici incendi dolosi ma anche dallʼavvio dei cantieri per la costruzione del ponte sullo Stretto, cui dovrebbero destinarsi decine di milioni di metri cubi di acqua che non ci sono, a meno che non si vogliano chiudere i rubinetti delle abitazioni. È sconfortante la considerazione della Ercoli a proposito del documento prodotto dalla giunta Schifani sui rimedi proposti per contrastare la siccità: «Da una prima velocissima lettura mi pare che si ignori del tutto, in questo programma, il ruolo fondamentale delle coperture boschive sulla piovosità locale e sulla necessità di rivegetare prima che la desertificazione renda vano ogni tentativo di rimboschimento».

Non meno allarmanti le considerazioni di Mario Pizzola sul misterioso Piano Mattei, contrabbandato dal governo come una grande operazione di sostegno allo sviluppo dei Paesi africani e dietro cui si cela, invece, la prosecuzione degli accordi per continuare a importare metano, in palese contrasto con le politiche green: «Il Piano Mattei, imperniato sulla maggiore estrazione di combustibili fossili dall’Africa, produrrà con ogni probabilità effetti opposti a quelli sperati dal governo italiano. Infatti, l’ulteriore sviluppo delle fonti fossili non farà altro che accentuare il cambiamento climatico, le cui conseguenze colpiscono soprattutto i Paesi più fragili e quindi più vulnerabili come quelli del continente africano». Disconoscere la crisi climatica prodotta dallo sfruttamento di energia fossile, quale una delle cause principali della migrazione di milioni di esseri umani, è pura miopia, oltre che cinismo politico.

E, paradossalmente, mentre occorrerebbero cospicui investimenti e politiche di drastico abbattimento delle fonti energetiche fossili e nucleari (si veda lʼarticolo di Cristof Leisinger), si stanno, invece, incrementando le spese in tecnologia militare sofisticatissima e in riarmo. La spesa militare mondiale nel 2023 ha raggiunto la cifra di circa 2.500 miliardi di dollari, (secondo i calcoli del Centro di Ateneo dellʼUniversità di Padova). Si tratta di un calcolo per difetto che non tiene conto delle spese di intelligence e della privatizzazione di quei servizi un tempo svolti esclusivamente dagli Stati e oggi appaltati a società private. A ciò si aggiunga lo sviluppo esponenziale degli investimenti in IA anche per scopi militari, per il cui funzionamento occorrono enormi quantitativi di acqua di raffreddamento dei server, mentre 2 miliardi di persone nel pianeta non dispongono ancora di acqua potabile.

Anche il nostro Paese, mentre si prosegue nello sbaraccamento della sanità e dellʼistruzione pubbliche, accelera il potenziamento dellʼindustria degli armamenti. Come ben rileva Renato Franzitta:

«Un grande piano di riarmo sta avvenendo in Germania, e in Italia Leonardo spa e Fincantieri sono all’avanguardia nella produzione di mezzi per la guerra e sono le industrie punta dell’economia del Paese.[…] La battaglia per la riconversione dell’industria bellica italiana (Leonardo spa, FINCANTIERI, Beretta, Fiocchi, IVECO), che è notevolmente cresciuta nell’ultimo biennio, oggi acquista una valenza di estrema importanza strategica per tutto il movimento contro la guerra e la militarizzazione».

9791281546370_0_0_536_0_75Altre pagine del volume offrono spunti di riflessione e dibattito. Le incisive parole di Moni Ovadia, intervistato da Veronica Tarozzi nellʼestate dello scorso anno, segnano una strada, lʼunica possibile, per fermare il conflitto israelo-palestinese: «Una vera pace, non può che fondarsi sul concetto di giustizia e di pari dignità degli interlocutori, altrimenti non si può fare la pace». In questa stessa sezione del volume si ritrova inoltre la recensione di Daniela Musumeci allʼinstant book Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per una liberazione collettiva, curato da Daniela Bezzi e pubblicato da Multimage, nel quale sono raccolte testimonianze delle attiviste che dal 2006, hanno dato vita a «una organizzazione non violenta e di co-resistenza alla guerra e all’occupazione, di perdono e riconciliazione israelo-palestinese, sulle orme di quanto accaduto in Sudafrica e Irlanda».

Illuminante lʼintervista di Cristiana Cella a Shakiba, una militante dell’Associazione rivoluzionaria delle donne afghane (Rawa), movimento clandestino che dal 1977 si batte per i diritti delle donne, la giustizia sociale e la democrazia, contro il brutale regime dei Talebani. Alla domanda se i Talebani hanno paura delle donne, così risponde: «Sì, certo, molta, della loro resistenza, perché sanno di non riuscire a controllarle. Pensano che se le donne fossero istruite toglierebbero loro il potere o parte di esso. Sanno che se le donne decidono di fare qualcosa non si fermano davanti a niente. E possono cambiare tutto. Si sentono minacciati e le schiacciano».

Ed ancora, sulla “Rete degli ambulatori popolari” palermitani gratuiti, che ha visto protagonisti «una formidabile équipe sanitaria della campagna vaccinale antiCovid nel capoluogo siciliano» si sofferma Toni Casano per dare voce al grido di allarme lanciato dal presidente Renato Costa nel corso di una conferenza stampa, a fine novembre del 2024, sul grave fenomeno della «rinuncia alla cura» da parte di larghe fasce della popolazione priva di reddito o ‒ se ne ha ‒ insufficiente a sostenerne i costi. La missione di questa associazione di medici e di volontari «è quella di ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla salute, offrendo un’alternativa concreta e gratuita alle visite specialistiche e alle consulenze mediche. Quindi un diverso approccio umano e professionale, come uno degli obiettivi metodologici da raggiungere».

Tra i tanti contributi selezionati, merita di essere segnalata anche la lettera aperta dellʼarchitetta messinese Venera Leto, che ha stigmatizzato la presa di posizione del responsabile dellʼordine professionale della città sul faraonico e devastante progetto del ponte sullo Stretto: 

«Dopo le dichiarazioni del Presidente dell’ordine degli Architetti in nome della categoria a proposito del ponte sullo Stretto mi sono profondamente interrogata sul mio essere architetto ed esserlo qui in questa città. “Le proteste le lasciamo agli altri” esordisce il Presidente, sottolineando il ruolo istituzionale: ma agli altri chi? Chi se non gli architetti dovrebbero protestare contro un’opera così fuori contesto rispetto al nostro territorio, un’opera così devastante rispetto al paesaggio e così distratta rispetto ai già fragili equilibri ambientali e sociali? Io sono un architetto e le proteste non le lascio agli altri proprio perché ho la sensibilità, la cultura e le competenze per comprendere l’entità dello scempio che si sta perpetrando ai danni della città. Della mia città. Non è forse il ruolo dell’architetto quello di ascoltare i bisogni di una comunità e farsene portavoce trasformandoli in realtà?». 

61xdtycq5ilE non ultimo, anche il testo dellʼintervento, presso la Biblioteca delle Donne di Palermo, della redattrice dellʼAgenzia e scrittrice Ketty Giannilivigni alla presentazione del romanzo postumo di Giulia Mafai, Agenda Rossa: «una storia partigiana e di militanza, giustizia, libertà, emancipazione e femminismo». La Mafai (Roma 1930-2011), costumista e scenografa, è stata autrice di una pregevole monografia sulla Storia del costume dallʼetà romana al Settecento (Skira, Milano 2011). «Il lavoro di costumista ‒ scrive Giannilivigni ‒ ha consentito a Giulia Mafai di mettere assieme le conoscenze sartoriali, tradizionalmente femminili, con la ricerca e lo studio “su un territorio per così dire onnivoro” che induce a prendere in mano libri di storia, volumi dʼarte, biografie, romanzi ma anche a consultare “studi archeologici” e “atti legislativi e notarili”».

Nonostante in questo gigantesco affresco del mondo contemporaneo prevalgano le tinte fosche e uno scenario per molti versi catastrofico, la sequenza di orrori non deve terrorizzare fino a ridurci in una condizione di angoscia paralizzante, tuttʼaltro! Lʼanalisi va sviluppata con lucidità e tenacia per individuare tutti i punti di debolezza di un sistema malato di strapotere e di pulsioni autodistruttive (come interpretare diversamente la graduale soppressione di foresta amazzonica per fare spazio alle piantagioni di soia?).

imagesAbbiamo il dovere di andare controcorrente e di promuovere e sostenere tutte le iniziative che si sviluppano dal basso, di fare rete e di intensificare la controinformazione perché il re è certamente miliardario, ma è più nudo e illuso di quanto si possa immaginare. Il lavoro meritevole delle redazioni di Pressenza va nella giusta direzione e offre un panorama aggiornato del “controcanto” globale e della non acquiescenza dei tanti ‒ sempre più numerosi ‒ che hanno una visione del mondo e che antepongono al profitto ‒ costi quel che costi ‒, la giustizia sociale, la convivenza in pace tra i popoli e la cura del pianeta. Ci ricorda Lorenzo Poli, riprendendo le riflessioni e il messaggio radicale di Terziano Terzani «contro la guerra, ma soprattutto contro la guerra alla Natura e alla nostra stessa Natura di esseri umani, [che] è rimasto inascoltato, perché partiva da un profondo ripensamento di quello che siamo diventati». 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Note
[1] https://www.pressenza.com/it/partners/
[2] https://www.agoravox.it/Pressenza-International-Press
[3] https://www.pressenza.com/it/informazioni/
[4] Crepuscolo dellʼordine imperiale e sfide per la pace, Annale Pressenza 2024, a cura di Toni Casano, Pina Catalanotto, Daniela Musumeci, Multimage, Reggiolo (Reggio Emilia) 2024: 338.

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Rosario Lentini, studioso di storia economica siciliana dell’età moderna e contemporanea. I suoi interessi di ricerca riguardano diverse aree tematiche: le attività imprenditoriali della famiglia Florio e dei mercanti-banchieri stranieri; problemi creditizi e finanziari; viticoltura ed enologia, in particolare, nell’area di produzione del marsala; pesca e tonnare; commercio e dogane. Ha presentato relazioni a convegni in Italia e all’estero e ha curato e organizzato alcune mostre documentarie per conto di istituzioni culturali e Fondazioni. È autore di numerosi saggi pubblicati anche su riviste straniere. Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano: La rivoluzione di latta. Breve storia della pesca e dell’industria del tonno nella Favignana dei Florio (Torri del vento 2013); L’invasione silenziosa. Storia della Fillossera nella Sicilia dell’800 (Torri del vento 2015); Typis regiis. La Reale Stamperia di Palermo tra privativa e mercato (1779-1851) Palermo University Press 2017); Sicilie del vino nell’800 (Palermo University Press 2019).

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