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Casentino, il futuro nasce dalle radici: giovani, mestieri antichi e innovazione sociale

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di Andrea Rossi, Giuseppe Grasso

1. Premessa

Il Casentino, come molte aree interne d’Italia e d’Europa, è interessato da fenomeni di spopolamento, invecchiamento della popolazione, emigrazione giovanile e progressivo declino economico. A queste criticità si aggiungono il rallentamento dell’economia e la progressiva riduzione dei servizi essenziali. Di fronte a queste sfide, cresce l’interesse verso modelli di sviluppo che trovano nelle tradizioni locali e nei saperi tramandati nei secoli una possibile risposta per costruire il futuro. Sono soprattutto i giovani a riscoprire il valore delle proprie radici. Dopo aver sperimentato modelli di vita spesso incapaci di rispondere alle esigenze di benessere, qualità della vita e appartenenza, molti scelgono di tornare ai territori d’origine, recuperando mestieri, conoscenze e pratiche che per generazioni hanno rappresentato il cuore dell’identità delle comunità locali.

Secondo numerosi studi universitari, la valorizzazione delle aree interne passa attraverso un approccio multidisciplinare capace di integrare discipline contemporanee — come le scienze del progetto, dell’educazione, l’economia e le scienze agrarie e ambientali — con il patrimonio di conoscenze custodito dalle comunità locali. L’incontro tra innovazione e tradizione permette di costruire una visione unitaria dello sviluppo, trasformando il patrimonio culturale in una risorsa strategica per il presente e per le generazioni future. Il territorio rappresenta un ecosistema complesso, composto da patrimonio culturale materiale e immateriale, economia locale, capitale umano e capitale sociale. L’insieme di questi elementi costituisce quello che oggi viene definito Paesaggio Culturale [1]. Partendo dalla valorizzazione delle risorse locali è possibile promuovere processi di sviluppo sostenibili sotto il profilo ecologico, sociale ed economico, fondati sulla rigenerazione dei territori e sulla partecipazione attiva delle comunità. In questa prospettiva, il paesaggio non è soltanto uno spazio fisico da tutelare, ma diventa un patrimonio condiviso capace di generare nuove opportunità di crescita. Costruire un modello di sviluppo capace di coniugare tradizione e innovazione significa partire dalla conoscenza dei bisogni, delle aspettative e delle potenzialità delle comunità locali. Solo così è possibile evitare soluzioni standardizzate e valorizzare le specificità di ogni territorio.

Questo percorso si fonda su tre principi strettamente collegati: la conoscenza approfondita dei luoghi e delle persone; il recupero del patrimonio culturale, materiale e immateriale; la sua valorizzazione anche attraverso attività economiche sostenibili, in grado di creare occupazione e garantire condizioni di vita adeguate. Generare valore economico senza consumare le risorse del territorio rappresenta una delle sfide principali delle aree interne. Solo così sarà possibile contrastare lo spopolamento, rafforzare gli equilibri sociali e ambientali e sperimentare nuovi modelli di governance basati sul dialogo tra istituzioni, imprese e comunità locali, chiamate a svolgere un ruolo centrale nella tutela e nella trasmissione del proprio patrimonio culturale.

La Convenzione UNESCO del 2003 definisce il patrimonio culturale immateriale come l’insieme delle “culture vive”, comprendendo tradizioni orali, arti dello spettacolo, pratiche sociali, rituali, feste religiose e popolari, saperi legati alla natura, medicina tradizionale, agricoltura, pratiche alimentari e tutte quelle conoscenze tramandate di generazione in generazione. Per secoli questi saperi hanno costituito la principale risorsa economica e sociale delle comunità rurali, contribuendo alla loro sopravvivenza e alla costruzione di identità culturali differenti. Ancora oggi rappresentano un patrimonio prezioso sul quale fondare nuove strategie di sviluppo sostenibile.

In Casentino il ritorno agli antichi mestieri rappresenta una realtà in continua crescita, guidata da giovani che hanno saputo coniugare innovazione, competenze moderne e tradizione. Artigiani, agricoltori, allevatori e professionisti del territorio, custodi di mestieri tramandati da generazioni, stanno contribuendo a creare nuove opportunità economiche e occupazionali. Grazie alla loro passione, alla capacità di innovare e al forte legame con il territorio, stanno dimostrando che è possibile costruire il proprio futuro senza rinunciare alle proprie radici, contribuendo al tempo stesso alla rinascita del Casentino.

Arte fabbrile

Arte fabbrile

2. Esempi virtuosi di rinascita

Tra le esperienze più significative spicca quella dei mulini ad acqua, dove la tradizionale macinazione a pietra continua a vivere grazie all’impegno di nuove generazioni. Ne è esempio l’Antico Molino Grifoni di Castel San Niccolò, dove Andrea e Fabrizio Grifoni proseguono una tradizione secolare mantenendo in funzione il mulino grazie all’energia dell’acqua. Un altro esempio è rappresentato dall’azienda agricola di Luisa e Francesco Ghelli e della figlia Giulia, impegnata nel recupero dei grani antichi toscani e nella produzione del tradizionale pane casentinese, valorizzando la biodiversità agricola e le filiere locali. Le aziende agricole del territorio dimostrano come sia possibile coniugare antiche tecniche produttive con elevati standard qualitativi.

Un esempio significativo nel settore dell’allevamento è offerto dall’esperienza della giovane pastora Beatrice Marcia, di origini sarde ma cresciuta in Casentino, oggi simbolo di una nuova generazione di imprenditori agricoli che interpreta la tradizione con uno sguardo rivolto al futuro. Un ruolo importante è svolto anche dalla Shepherd School, scuola di pastorizia che offre a giovani e persone in cerca di nuove opportunità professionali un percorso formativo dedicato all’allevamento ovino e alla produzione di formaggi a latte crudo, nel pieno rispetto della biodiversità e dell’ambiente. A Stia, infine, la storica tradizione della lavorazione del ferro continua a vivere grazie alla Scuola di Forgiatura e alla prestigiosa Biennale Europea d’Arte Fabbrile. Qui giovani artigiani provenienti dall’Italia e dall’estero imparano le tecniche della forgiatura tradizionale, integrandole con il design contemporaneo e l’innovazione artistica.

Ecomuseo della Castagna. A scuola di mugnai

Ecomuseo della Castagna. A scuola di mugnai

2.1 L’Ecomuseo del Casentino: la comunità patrimoniale dei mulini ad acqua

L’Ecomuseo del Casentino è un progetto promosso dall’Unione dei Comuni Montani del Casentino, in provincia di Arezzo, che interessa tutta la prima valle dell’Arno. Entrato in una fase di gestione coordinata a partire dal 2004, si configura quale un laboratorio permanente di partecipazione, tutela e valorizzazione del patrimonio locale. Attraverso sedici “antenne” diffuse sul territorio, racconta l’identità della prima valle dell’Arno, mettendo in relazione luoghi, comunità e saperi che ne hanno plasmato la storia. L’Ecomuseo promuove il paesaggio, le tradizioni, gli antichi mestieri e la memoria collettiva, trasformandoli in strumenti di sviluppo sostenibile. Le sue attività spaziano dalle Mappe di Comunità ai processi partecipativi, dalla Banca della Memoria ai progetti di valorizzazione del paesaggio premiati a livello nazionale, fino a iniziative innovative come Festasaggia e Stand Up for Africa [2]. Accanto alla ricerca e alla documentazione, l’Ecomuseo svolge un ruolo fondamentale nella formazione e nell’educazione attraverso percorsi didattici, laboratori, progetti di alternanza scuola-lavoro e programmi di aggiornamento destinati ai gestori delle antenne territoriali. È una rete culturale che unisce istituzioni, associazioni e cittadini, offrendo ai visitatori una lettura autentica del territorio e alle comunità locali uno spazio permanente di partecipazione, cura e progettazione del futuro.

Da alcuni mesi l’Ecomuseo ha avviato un percorso specifico dedicato alla valorizzazione mulini ad acqua. Per secoli questi opifici hanno rappresentato molto più di semplici impianti per la produzione della farina. Erano luoghi di incontro, di scambio economico e sociale, punti di riferimento per la vita delle comunità rurali e veri motori dello sviluppo locale. Attorno ai mulini si intrecciavano relazioni umane, attività produttive e decisioni che coinvolgevano l’intera collettività, dal mondo agricolo fino alla vita amministrativa dei piccoli borghi. Oggi il Casentino è protagonista di importanti iniziative finalizzate a salvaguardare questo patrimonio storico, con l’intento di trasformare gli antichi mulini in presìdi di filiera corta, turismo lento ed economia sostenibile. A questo scopo, l’Ecomuseo del Casentino ha promosso la nascita della Comunità Patrimoniale dei Mulini, un progetto che punta a restituire ai mulini una centralità non solo culturale-educativa anche economica quali centri strategici di trasformazione e chiusura di filiere locali legate alla cerealicoltura (grani autoctoni) e alla castanicoltura. La nascita di questa iniziativa, direttamente ispirata al concetto di “comunità di eredità” contenuto nella Carta di Faro, ha preso un più deciso impulso in seguito al corso “Patrimoni in Comune” (progetto SCIRE – Biblioteca di Arezzo) finanziamento del Fondo Sociale Europeo + della Regione Toscana che ha visto la consulenza scientifica di SIMDEA (Società italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici) [3]. Gli incontri hanno consentito di creare un gruppo di interesse motivato e trasversale che rappresenterà la base per andare a definire una serie di attività e misure di salvaguardia. La sottoscrizione formale è avvenuta a Mulin di Bucchio, il primo mulino sull’Arno, il 13 giugno in occasione di un incontro dedicato al tema della panificazione.

Tra le iniziative attivate nell’ambito della comunità patrimoniale: il corso “A scuola di Mugnai”, realizzato dall’Ecomuseo del Casentino in collaborazione con la Regione Toscana e il Fondo Sociale Europeo, per offrire nuove sensibilità ai cosiddetti “mugnai 4.0”, capaci di coniugare il sapere tradizionale con le moderne esigenze di sostenibilità; le Giornate Europee dei Mulini Storici, appuntamento annuale durante il quale i mulini aprono le proprie porte con visite guidate, escursioni e laboratori dedicati al rapporto tra acqua, energia pulita e territorio, una sorta di “Festival dei Mulini Casentinesi”, che attraverso convegni, mostre, degustazioni e incontri coinvolge attivamente le comunità locali e l’Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici [4].

Mulino Grifoni

Mulino Grifoni

Tra le testimonianze più significative della tradizione molitoria casentinese, merita un’attenzione particolare l’Antico Molino Grifoni [5], situato nella località Pagliericcio, nel comune di Castel San Niccolò, alle pendici del Pratomagno. Le acque del torrente Solano alimentano ancora oggi le grandi ruote idrauliche in quercia che da secoli mettono in movimento il mulino. Gestito dalla famiglia Grifoni già dal XVII secolo, l’edificio sembra risalire al XIV secolo. Il contratto di acquisizione comprendeva anche l’antico lanificio del paese, anch’esso alimentato dalla stessa forza idraulica. La famiglia Grifoni custodisce da generazioni l’arte del mugnaio, tramandando competenze che vanno ben oltre la macinazione dei cereali. La conoscenza delle varietà di grano, la manutenzione dei complessi meccanismi del mulino, la manutenzione del canale per la derivazione delle acque, la costruzione delle pale in legno di quercia ricavato dalle foreste del territorio e la tradizionale tecnica della rabbigliatura delle macine costituiscono un patrimonio di conoscenze unico, conservato fino ai giorni nostri.

Il mulino è tuttora in attività durante tutto l’anno, utilizza tre coppie di macine francesi in pietra “La Ferté” e lavora esclusivamente cereali e castagne provenienti da aziende agricole del Casentino, contribuendo a mantenere viva una filiera agricola locale di qualità.

Mulino di Falciano- Subbiano. A scuola di Mugnai

Mulino di Falciano- Subbiano. A scuola di Mugnai

2.3 Giovani agricoltori e nuove imprese rurali

La rinascita del territorio passa anche attraverso le scelte coraggiose di giovani famiglie che hanno deciso di investire nell’agricoltura. È il caso di Luisa e Francesco, fondatori dell’azienda agricola L’Orto di Mary Poppins [6]. La loro storia nasce da una scelta di vita maturata all’interno della famiglia. Dopo anni di lavoro lontano da casa, Luisa ha deciso di cambiare radicalmente percorso quando i figli le hanno espresso il desiderio di averla più vicina. I terreni di famiglia, ormai incolti, e le vecchie attrezzature agricole sono diventati il punto di partenza di un progetto imprenditoriale fondato sulla coltivazione biologica e sul rispetto della natura. Il nome dell’azienda richiama la celebre tata capace di trovare soluzioni creative a ogni problema e rappresenta la filosofia che guida il lavoro quotidiano: utilizzare con intelligenza ciò che la terra offre, nel rispetto dell’ambiente e della sostenibilità. Nonostante le difficoltà iniziali, l’azienda è diventata una realtà apprezzata dalla comunità locale, capace di trasmettere valori di autenticità, impegno e amore per il territorio.  

Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione e un master in editoria, Giulia ha scelto una strada diversa da quella che sembrava già tracciata. Ha lasciato la città per tornare nel Casentino, convinta che il legame con la propria terra e con la natura rappresentasse il luogo ideale in cui costruire il proprio futuro. L’azienda agricola fondata dai genitori, è diventata il punto di partenza di un percorso imprenditoriale innovativo. Attraverso anni di ricerca e sperimentazione, Giulia ha contribuito alla specializzazione dell’azienda di San Piero in Frassino nella coltivazione biologica dei cereali e nel recupero delle antiche varietà di grano. Grazie alla collaborazione con il laboratorio dell’Associazione Produttori Valteggina, la famiglia ha completato la filiera produttiva, trasformando direttamente il raccolto in pane e distribuendolo ai consumatori senza intermediari. Un modello che valorizza la qualità delle materie prime, rafforza il rapporto diretto con il territorio e restituisce dignità economica al lavoro agricolo. Oggi Giulia rappresenta una nuova generazione di imprenditori rurali che coniugano competenze moderne, sostenibilità e rispetto della tradizione, contribuendo concretamente alla rinascita agricola del Casentino.

Pastours

Pastours

2.4 Pastorizia e biodiversità: la formazione delle nuove generazioni

Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è attiva la ShepherdSchool, nata nell’ambito del progetto europeo LIFE ShepForBio (LIFE20 NAT/IT/001076) [7]. Si tratta di una scuola gratuita dedicata alla formazione di nuovi pastori e allevatori, con l’obiettivo di favorire il ricambio generazionale in un settore fondamentale per la tutela degli ecosistemi montani. Il progetto si ispira alle migliori esperienze europee e intende contrastare il progressivo abbandono della pastorizia nelle aree rurali del Casentino. Il percorso formativo, articolato in quattro edizioni tra il 2023 e il 2027, richiama candidati provenienti da tutta Italia, comprese le isole, grazie anche alla collaborazione con il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

La pastorizia rappresenta ancora oggi uno strumento essenziale per la conservazione degli ambienti naturali. Il pascolo contribuisce infatti a contenere la vegetazione spontanea, creando una naturale barriera contro gli incendi boschivi; il letame fertilizza il terreno, favorendo la biodiversità vegetale e la presenza di insetti impollinatori e avifauna. Allo stesso tempo, la presenza costante degli allevatori garantisce il presidio delle aree montane, contribuendo a contrastarne l’abbandono. Anche l’edizione 2026 conferma il crescente interesse verso questa professione. Il corso registra un’elevata partecipazione di giovani laureati provenienti da Toscana, Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Sicilia. Particolarmente significativo è il dato relativo alla presenza femminile: 33 donne e 17 uomini, un segnale evidente di come la pastorizia stia diventando una professione sempre più aperta e inclusiva.

Il programma formativo affronta tutti gli aspetti della gestione aziendale: alimentazione e benessere animale, sanità veterinaria, caseificazione, filiere produttive, diversificazione delle attività agricole e gestione economica dell’impresa. Un’attenzione particolare è dedicata anche alla convivenza con i grandi predatori dell’Appennino, attraverso moduli dedicati alla protezione delle greggi mediante recinzioni elettrificate, cani da guardiania e altre tecniche di prevenzione. Le lezioni si svolgono presso il Centro di Formazione Officine Capodarno di Pratovecchio Stia e coinvolgono docenti universitari, ricercatori, agronomi, allevatori e pastori del territorio. Il percorso si completa con uno stage di trenta giorni nelle aziende agricole del Parco e dei Comuni aderenti, oltre a specifiche masterclass organizzate in collaborazione con la Scuola di Pastorizia di Calascio, in Abruzzo.

Accanto ai percorsi di formazione professionale, il Casentino ospita anche il progetto Pasturs [8], un’esperienza che invita i partecipanti a “vivere, condividere e ascoltare” il mondo della pastorizia. Pasturs è un network attivo in numerose regioni italiane e all’estero, rivolto a giovani volontari e volontarie tra i 18 e i 45 anni che scelgono di trascorrere alcune settimane in alpeggio, affiancando pastori e allevatori nelle attività quotidiane. L’esperienza consente di conoscere da vicino una realtà spesso raccontata soltanto attraverso stereotipi, condividendo il lavoro con gli animali, la gestione dei pascoli e le attività di prevenzione nei confronti dei predatori, come lupi e orsi. Nato tra Toscana ed Emilia-Romagna, il progetto si è progressivamente esteso ad altre aree montane italiane: dalla Valle d’Aosta, nel Parco Naturale del Mont Avic, al Piemonte, tra il Parco Nazionale della Val Grande e le Aree Protette dell’Ossola; dal Trentino, nelle valli di Tovel, Non, Fassa e Sole, fino al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Un’iniziativa che contribuisce a creare un dialogo diretto tra cittadini e comunità pastorali, favorendo una maggiore conoscenza del ruolo sociale e ambientale della pastorizia.

screenshot_20260611_101818_com_instagram_android_instagrammainactivity2.5 Beatrice Marcia: la giovane pastora che racconta il mondo rurale

A soli ventitré anni, Beatrice Marcia [9] è diventata uno dei volti più rappresentativi della nuova imprenditoria agricola italiana. Vive in Casentino ed è profondamente legata alle proprie origini: la madre è nata e cresciuta in Sardegna, mentre il padre appartiene a una famiglia di emigrati sardi trasferitasi in Toscana negli anni Sessanta. La passione per la pastorizia si manifesta fin dall’adolescenza. Dopo aver iniziato un percorso di studi come segretaria d’azienda, a sedici anni decide di lasciare la scuola per dedicarsi completamente all’azienda agricola di famiglia, trasformando quella che era una passione nella propria professione. Oggi guarda al futuro con entusiasmo. Pur consapevole delle difficoltà del settore, continua a investire nella crescita dell’azienda, con l’obiettivo di valorizzare il lavoro agricolo e custodire una tradizione che considera parte integrante della propria identità. L’impegno di Beatrice è stato riconosciuto anche a livello istituzionale con il Premio per l’Imprenditoria Femminile, conferito dalla Camera di Commercio di Arezzo-Siena, per la capacità di coniugare innovazione, valorizzazione delle tradizioni e comunicazione del mondo agricolo attraverso i social network.

Quella di Beatrice è anche una storia di comunicazione. Ha aperto i propri profili social quasi per gioco, prima su TikTok e successivamente su Instagram, con l’intenzione di raccontare la quotidianità della vita da pastora. Attraverso video e fotografie ha mostrato senza filtri il lavoro in stalla, la gestione del gregge, la produzione dei formaggi e il rapporto quotidiano con la natura. Il pubblico ha risposto con entusiasmo: oggi supera i 560.000 follower su TikTok e i 94.000 su Instagram, diventando uno dei principali punti di riferimento italiani nella divulgazione del mondo agricolo. La sua missione è raccontare la bellezza e la complessità della vita rurale, contribuendo a superare gli stereotipi che per lungo tempo hanno identificato la pastorizia come una professione esclusivamente maschile. «Sono contenta che oggi siano sempre di più le ragazze che scelgono questo mestiere. Significa che la pastorizia ha un futuro. Da quando ho iniziato a raccontare la mia quotidianità sui social, molte giovani hanno trovato il coraggio di mostrarsi per quello che sono, senza paura dei pregiudizi. Sapere che siamo in tante mi riempie di gioia».

Beatrice, tuttavia, non nasconde le difficoltà del settore: la crescente pressione economica, gli effetti del cambiamento climatico, gli attacchi dei lupi alle greggi e una burocrazia spesso complessa rappresentano ostacoli quotidiani per chi sceglie di vivere di allevamento. La sua riflessione si allarga anche alle politiche agricole nazionali. «Bisognerebbe valorizzare maggiormente il latte italiano e sostenere le piccole aziende che trasformano direttamente i propri prodotti. Il nostro non è soltanto un mestiere: è uno stile di vita. La libertà che offre questo lavoro ripaga ogni sacrificio. Forse non vivo come molti ragazzi della mia età, ma è questa la vita che ho scelto: fatta di valori, responsabilità e obiettivi da costruire giorno dopo giorno.»

Uno degli incontri nell'ambito del corso A scuola di mugnai

Uno degli incontri nell’ambito del corso A scuola di mugnai

2.6 S.T.I.A.: il ferro come identità, arte e futuro

A Stia, nel cuore del Casentino, da oltre cinquant’anni il ferro diventa materia creativa, memoria e futuro [10]. Immersa nella bellezza del paesaggio toscano, questa realtà rappresenta un punto di riferimento internazionale per la formazione e la valorizzazione dell’antica arte della forgiatura. Qui giovani della vallata e allievi provenienti da tutto il mondo imparano a trasformare il metallo attraverso tecniche tradizionali, dando vita a sculture, gioielli, oggetti d’uso quotidiano e persino opere di grande complessità come le spade. Nel borgo di Pratovecchio Stia, conosciuto per il suo patrimonio storico e per l’architettura medievale ben conservata, il progetto nasce negli anni Settanta con i primi corsi di forgiatura, organizzati secondo il modello della bottega artigiana. Gli aspiranti fabbri imparavano direttamente sul campo, attraverso l’utilizzo degli strumenti tradizionali e il rapporto quotidiano con i maestri del mestiere.

Un passaggio fondamentale arriva nel 2019, quando il Comune di Pratovecchio Stia ottiene un finanziamento della Regione Toscana per la realizzazione di un Laboratorio di Arti e Mestieri. La struttura viene ricavata all’interno di un edificio ferroviario recuperato e trasformato in un moderno spazio dedicato alla formazione, con aule, forge e tutte le attrezzature necessarie per un’autentica officina artigiana. I maestri del laboratorio provengono principalmente dal territorio e custodiscono conoscenze tramandate attraverso generazioni di fabbri, ma accolgono anche esperienze provenienti da altre regioni e da diverse tradizioni artigiane. Un patrimonio di tecniche antiche, conservato per passione e per eredità di bottega, che continua oggi a essere trasmesso alle nuove generazioni. L’obiettivo dell’associazione è offrire una formazione professionale completa, progressiva e multidisciplinare, capace di unire l’apprendimento delle tecniche tradizionali con la ricerca contemporanea e l’innovazione artistica. Il percorso formativo comprende diversi livelli, dal corso base fino alla specializzazione avanzata: dalla forgiatura tradizionale alle tecniche di assemblaggio, dal disegno alla costruzione di attrezzi rurali, dalla realizzazione di spade alla scultura contemporanea, fino alla progettazione di opere su commissione. Ogni due anni, dal 1976, Stia ospita la Biennale Europea d’Arte Fabbrile, nata da un’idea di Pier Luigi della Bordella e Ivan Bruschi con il sostegno dell’amministrazione comunale dell’epoca. La manifestazione riunisce grandi maestri della forgiatura e giovani fabbri provenienti da tutto il mondo, celebrando il talento, la creatività e la capacità dell’artigiano di trasformare una materia antica in espressione artistica contemporanea.

In oltre cinquant’anni di storia, la Biennale ha contribuito a mantenere viva la figura del “fabbro d.o.c.”, preservando l’autenticità del mestiere e valorizzandone il rapporto con la manualità, la conoscenza della materia e la creatività, senza rinunciare alla capacità di guardare al futuro. Durante la manifestazione le piazze di Stia si trasformano in una grande officina a cielo aperto: il suono dei martelli sul ferro accompagna dimostrazioni dal vivo, incontri tra artigiani e pubblico, esposizioni di opere in ferro battuto, conferenze, laboratori per bambini, mercatini e spettacoli. La Biennale non è soltanto una celebrazione della tradizione, ma un progetto culturale che promuove un nuovo modo di interpretare l’artigianato, dimostrando come un mestiere antico possa continuare a evolversi e trovare spazio nella società contemporanea. Grazie alla sua storia e alla qualità delle attività formative, Stia è oggi riconosciuta come centro d’eccellenza internazionale nella lavorazione del ferro. Il paese è membro attivo del Ring of the European Cities of Iron Works, la rete europea che dal 2003 riunisce le città più significative nella tradizione del ferro battuto, promuovendo scambi culturali, collaborazione e progetti comuni per la tutela di questo patrimonio.

La dimensione internazionale della Biennale si rafforza ulteriormente attraverso la partecipazione al progetto europeo Iron Notes, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Europa Creativa. Il progetto coinvolge importanti realtà europee nel campo della formazione artistica e della sperimentazione sulla materia, tra cui la LAB University of Applied Sciences in Finlandia, coordinatrice dell’iniziativa, l’Estonian Academy of Arts in Estonia, la Oslo National Academy of the Arts in Norvegia, l’Università di Göteborg in Svezia e l’azienda finlandese di forgiatura ME-talli Oy, insieme alla Biennale di Stia quale rappresentante italiano.

L’esperienza di Stia dimostra come un antico mestiere possa trasformarsi in una risorsa contemporanea: un luogo dove memoria, formazione, creatività e innovazione si incontrano, offrendo ai giovani una possibilità concreta di costruire il proprio futuro attraverso un sapere nato dalla storia del territorio.

Dialoghi Mediterranei, n. 8, settembre 2026 
Note
[1]  https://www.react-casentino.unifi.it/vp-379-premessa-e-guida-alla-lettura.html
[2] Per approfondimenti sull’Ecomuseo del Casentino e sulle progettualità portate avanti: https://ecomuseo.casentino.toscana.it
[3] Il corso, nello specifico, è stato condotto da Valentina Zingari, facilitatrice Unesco e da Alessandra Broccolini, presidente di SIMDEA e docente di antropologia culturale presso l’Università la Sapienza di Roma.
[4] https://aiams.eu/associazione/
[5] https://www.molinogrifoni.it/index.php
[6] Fondazione Campagna Amica, https://www.campagnamica.it/la-nostra-rete/fattorie/lorto-di-mary-poppins/
[7]https://dream-italia-euprj.eu/life/lifeshepforbio/sheperdschool/https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/scuola-pastori-e-allevatori https://www.slowfood.it/scuolapastoriziacalascio/calendario-masterclass/
[8] https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/attivita/il-progetto-pasturs
 https://pasturs.org 
[9] di Federica Cabras, https://www.tottusinpari.it/2024/11/19/figlia-di-genitori-sardi-vive-in-toscana-ma-ha-lisola-nel-sangue-e-ama-tutto-cio-che-la-riguardi-la-pastora-23enne-beatrice-marcia/;Casentino 2000, Redazione, https://www.casentino2000.it/beatrice-marcia-23-anni-pastora-agri-influencer/  https://www.instagram.com/_beatrice.marcia01_/#
[10] https://biennaleartefabbrile.it/; https://arte.it/calendario-arte/arezzo/mostra-biennale-europea-d-arte-fabbrile-xxvi-edizione-102186#
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Andrea Rossi, laureato in architettura, è coordinatore della rete dell’Ecomuseo del Casentino per conto dell’Unione di Comuni Montani del Casentino. In questo ambito ha curato pubblicazioni e numerosi progetti dedicati allo sviluppo locale e alla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale previlegiando la pratica partecipativa. Ha promosso la costituzione del Sistema Musei ed Ecomusei del Casentino (M.E.C.) e del Sistema degli Ecomusei Toscani (S.E.T.)  È stato tra i fondatori di MONDI LOCALI, la comunità di pratica degli ecomusei italiani e di EMI (Ecomusei italiani).
Giuseppe Grasso, Imprenditore con radici tra Sicilia e Toscana, da sempre legato alla ristorazione tradizionale e alla valorizzazione dei territori attraverso la cultura del cibo e delle comunità. Negli ultimi anni ha approfondito i temi della progettazione europea, con particolare attenzione alla rigenerazione territoriale per questo, recentemente ha seguito, con l’Ecomuseo del Casentino, un percorso dedicato alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale, consolidando un percorso professionale che unisce impresa, territorio, cultura e sviluppo locale.

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