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Cantando il Sabir e i suoni delle città di frontiera

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2018 @ 00:41 In Cultura,Società | No Comments

SONY DSCdi Stefano Saletti

All’inizio il Sabir è stato un concetto, l’idea del dialogo possibile all’interno del Mediterraneo. La testimonianza che oltre a melodie, tradizioni, strumenti perfino scale musicali, esistesse anche una parola comune, nata dall’incontro delle persone e non codificata a freddo.

Così ho pensato che se la lingua era parlata, forse era anche cantata. Partendo da qui ho cominciato più di vent’anni fa una ricerca che mi ha fatto incontrare parole, modi di dire, frasi, poesie, preghiere in Sabir. Un grande patrimonio comune: là dove sono nate le tre grandi religioni monoteistiche del mondo, dove ancora ci si divide in nome di Dio, c’era una lingua che invece faceva parlare e incontrare marinai, pirati, pescatori, commercianti, chiunque amasse e vivesse il Mediterraneo. Così è nato “Soundcity – Suoni dalle città di frontiera”, il mio ultimo Cd realizzato con la Banda Ikona pubblicato nel 2016 da Finisterre, cantato in Sabir.

Come scrive Jean-Claude Izzo su Marinai perduti: «Il Mediterraneo… sono delle strade. Strade per mare e per terra. Collegate. Strade e città. Grandi, piccole. Si tengono tutte per mano. Il Cairo e Marsiglia, Genova e Beirut, Istanbul e Tangeri, Tunisi e Napoli, Barcellona e Alessandria, Palermo e… ».

Seguendo questa idea sono partito dalle registrazioni che in questi anni ho fatto in giro nelle tante città di frontiera del Mediterraneo alla ricerca di un linguaggio comune che unisse i popoli del Mediterraneo: a Lampedusa, Istanbul, Tangeri, Lisbona, Jaffa, Sarajevo, Ventotene… Suoni, rumori, radio, voci, spazi sonori, cantanti di strada che mi hanno ispirato melodie, testi, ritmi. Ho usato il Sabir per raccontare la ricchezza, le speranze, il dolore che attraversano le “strade” del Mediterraneo.

Ho trovato diversi testi, sia in rete sia nei miei viaggi nel Mediterraneo, tra i quali un libro La lingua franca barbaresca di Guido Cifoletti, che è stato determinante anche perché contiene Le dictionnaire de la Langue Franque ou petit mauresque pubblicato a Marsiglia nel 1830, un dizionario franco-sabir dal quale attingere per trasformare le miei idee e i pensieri nella lingua che si parlava ai tempi dei crociati, che univa italiano, francese, spagnolo e arabo, ma anche catalano, greco, occitano, siciliano e turco.

Una lingua bella da mettere in musica, dolce e semplice, con i verbi all’infinito, una grammatica essenziale e tante parole che alla fine non appartengono a nessuna lingua, ma sono la sintesi di tutte.

Ho proceduto in diversi modi: ho musicato testi esistenti, ho preso frasi e le ho inserite in strutture armoniche e melodiche che avevo composto (o che appartenevano alla tradizione), ho scritto dei testi, li ho tradotti in francese e poi in sabir tramite il dizionario del 1830. Sulla pronuncia sono andato per ipotesi, immaginando il possibile suono delle sillabe, ma sempre cercando una musicalità.

Stefano Saletti e Banda Ikona (ph. Roberto Saletti).j

Stefano Saletti e Banda Ikona (ph. Roberto Saletti)

Il primo brano di “Soundcity” al quale ho lavorato è stato “Padri di noi”, un Padre nostro in Sabir che ancora riecheggia nei ricordi di qualche pescatore. Ho immaginato un andamento popolare, una tammurriata, perché in chi recitava questa preghiera c’era la speranza di chi affidava la propria vita al mare e aveva voglia di stordirsi con il ritmo e con la musica.

Padri di noi, ki star in syelo,
noi voliri ki nomi di ti star saluti.
Noi volir ki il paisi di ti star kon noi,
i ki ti lasar ki tuto il populo fazer volo di ti
na tera, syemi syemi ki nel syelo.
Dar noi sempri pani di noi
di cada jorno,
i skuzar per noi li kulpa di noi,
syemi syemi ki noi skuzar kwesto populo ki fazer kulpa a noi.
Non lasar noi tenir katibo pensyeri,
ma tradir per noi di malu.
Amen.

Il brano “Berkin ‘e bak” (in turco Guarda Berkin) nasce da una registrazione che feci a Istanbul alla fine di aprile del 2013. C’era una donna che cantava, a un certo punto nella registrazione (casualmente) si sente una voce di un americano che dice: “Ci sarà del caos il 1 di maggio”. Così è stato. A Gezi Park dopo gli scontri con la polizia morirà un ragazzo di 14 anni, Berkin Elvan. A lui ho dedicato queste parole scritte in Sabir e in turco.

Berkin’e bak mi non volir mirar
Berkin’e bak chiéco non volir sabir
Melior tazir que sentar a mirar
Mi andar fougir que sagiar de piangir
 Aell’ombra de Gezi la manou se tendir
para serrar l’odor de siklâmen
 Nos star Akdeniz la marè du metzo
que va separar el ioum et el roudoua
Berkin’e bak la gratzia e la tristetza
Berkin’e bak umut ve gelecek
Oh Elvan
Guarda Berkin, non voglio vedere
non voglio sapere meglio tacere che restare a guardare
meglio fuggire che provare a capire
all’ombra di Gezi la mano si allunga
a bloccare l’odore di ciclamino
siamo il Mediterraneo il mare di mezzo
che divide l’oggi e il domani
Guarda Berkin la grazie e la tristezza
Guarda Berkin la speranza e il futuro
Oh Elvan.
banda-ikona

Banda Ikona

Nel brano “Sbendout”, che in Sabir significa bandito (ed è derivato dalla parola turca izbandid) il Sabir si alterna al francese. È forse il brano più “politico” del disco: «Sono migrante, sono bandito, sono la paura del tuo passato, sono bianco, sono nero, non ho alcun colore». Il Sabir ci ricorda che nasciamo esseri umani e solo la fortuna, o la sfortuna, di trovarsi nel posto giusto o sbagliato della storia determina il nostro destino.

Refugiado, clandestino, nacido,
sbendout, enfermo et plaignais
e l’ombre m’a frappé
et l’homme m’a sauvé
la marè fazir du malé
la mer aki m’a attaqué
Je suis migrant
Je suis voleur
Je suis la peur de ton passé
Je suis blanc
Je suis noir
Je n’ai aucune de couleur
 Mi star sbendout
mi star ladron
mi star paura du passar
mi star blanco
mi star negro
mi star sentza coloré
Rifugiato, clandestino, sopportato ed ammalato
compatito
l’uomo mi ha colpito
l’uomo mi ha salvato
il mare mi ha ferito
il mare qui mi ha portato
Sono migrante
sono brigante
sono la paura del tuo passato
sono bianco
sono nero
non ho alcun colore.
Stefano Saletti & BANDA IKONA quartetto (ph. Anna Maria Savarese).

Stefano Saletti & Banda Ikona quartetto (ph. Anna Maria Savarese)

Ma, appunto la mia è una ricerca che parte da lontano. Già in un precedente lavoro discografico con la Banda Ikona, “Marea cu sarea” (uscito nel 2008 sempre per Finisterre), c’erano molti brani in Sabir. Ad esempio, nel brano “Benda benda” ho preso una “villancico”, una canzone spagnola scritta nel XVI secolo in Sabir e l’ho messa in musica. La benda era l’offerta che chiedevano i pellegrini nel Medioevo quando andavano in pellegrinaggio a Santiago di Compostela o al santuario di Montserrat. Ecco il testo (di forte ispirazione spagnola):

Benda ti istran plegrin: benda, marqueta, maidin.
Benda, benda stringa da da agugeta colorada.
Dali moro namorada y ala ti da bon matin.
Por ala te rrecomenda dar maidin marqueta benda
con bestio tuto lespenda xomaro estar bon rroçin.
Fai un’offerta fresco pellegrino
un’offerta, un marco o un mu’ayyidi
Per un’offerta ti do un nastro
Un ago filettato di rosso
Regalalo a una amica araba
E Dio vi dà una buona giornata
Io ti raccomando a Dio
Dammi un mu’ayyidi, un marco, o un’offerta
E ottieni un animale pieno di energia
un asino è un buon aiuto.
Saletti ed Eramo Rivera

Saletti ed Eramo Rivera

E il tema del viaggio, della speranza l’avevamo raccontato anche nel brano “Anpalagan” che parla di Anpalagan Ganeshu, 17 anni, tamil, partito dalla sua terra per una nuova terra dove sperava di trovare una vita migliore. Affondò nel canale di Sicilia, la notte di Natale del 1996, insieme ad altri 282 compagni. La più grande tragedia di migranti, prima di quella terribile di Lampedusa del 3 ottobre 2013, in una triste coazione a ripetere che non sembra fermarsi mai.

La maré star
Nos embrachiar
Ounatra cinis pronta a getar
Notra terra aki adesso star
Notra paizé star esta lanchia
Noi star en viagio
Cascar agoua
Anpalagan mas non tournar
Noi sabir que star solamenté andar
Noi sabir que noi mas non retournar
Il mare ci abbraccia
altra cenere da gettare
Questa è adesso la nostra terra
La nostra patria è questa barca
Siamo in viaggio
Ci piove addosso
Anpalagan non tornerà
Sappiamo che è solo andata
Sappiamo che non torneremo.

In un altro caso, nel brano che si chiamava appunto “Sabir”, ho adattato le parole a una melodia sefardita, un tema tradizionale ebraico yemenita del XVII secolo.

Mi star ellou tempo perdir a la ricerka
D’ouna lounga strada de pietà e de savietza
Mi star ellou amour bruchato nellou vento
Si andar siémé siémé oundé ti venir?
Aki… venir aki… aki star ellou sabir
Io sono il tempo perduto alla ricerca
Di una lunga strada di pietà e saggezza
Sono l’amore bruciato nel vento
Se andiamo insieme tu da dove vieni?
Qui… vieni qui. Qui c’è il sapere.

Il Mediterraneo è la nostra anima. Come dice la scrittrice tunisina Emna Belhaj Yania: «La parola viene pronunciata ed ecco che in ognuna delle sue sillabe si annida una scena, un ricordo, un timore, una speranza. E acqua, all’infinito, e una terra riscaldata dal sole di mezzogiorno».

La lingua del mare, il Sabir, ha un patrimonio infinito di storie da raccontare e cantare. E farlo mi fa sentire parte di una vicenda millenaria ancora tutta da scrivere.

Dialoghi Mediterranei, n. 34, novembre 2018
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Stefano Saletti, musicista e compositore, suona strumenti della tradizione musicale mediterranea (bouzuki, oud, saz baglama, lauta), oltre a chitarra elettrica, acustica e classica, pianoforte, percussioni. Attivo da anni sulla scena artistica italiana, già fondatore dei Novalia, è il direttore della Banda Ikona gruppo che canta in Sabir l’antica lingua del Mediterraneo. Con Banda Ikona ha pubblicato i cd: Stari Most (2005), Marea cu sarea (2008), Folkpolitik (2012), Soundcity (2016). Ha effettuato studi, ricerche e scritto articoli sulla musica popolare, le avanguardie musicali del Novecento, le contaminazioni tra le esperienze legate alle tradizioni musicali del mondo mediterraneo e non solo. Dal 2015 è direttore del Festival Popolare italiano, che ha visto la partecipazione di alcuni tra i più importanti artisti della musica tradizionale, folk, world italiani. Il festival è stato premiato al MEI 2015 di Faenza per l’originalità e la qualità della proposta. Ha collaborato con il poeta tunisino Monchef Ghachem e con numerosi artisti.
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