Stampa Articolo

Breve storia della parola ebraica šāw’ (“inganno”) e del fraintendimento del secondo comandamento

Bibbia araba copta

Bibbia araba copta

di Massimo Jevolella 

Tempo fa su questa rivista (DM 75, settembre-ottobre 2024) tracciai una breve storia delle mutazioni polisemiche che condussero la tēvāt biblica (tēvāt gōme: תבת גמא, ossia la “cesta di papiro” di Esodo 2, 3, e la tēvāt ‘atsē-gōfer: תבת עצי גפר, ossia “l’arca di legno di cipresso” di Genesi 6, 14, a riapparire sorprendentemente, attraverso il tābūt (تابوت) coranico (XX, 39), nel siciliano tabbutu, nel napoletano tavuto, e nello spagnolo ataúd, che dall’arabo appunto derivano. Così, da una cesta e da un’arca si passò a una bara, confermando il simbolismo escatologico, derivato in via diretta dalla mitologia egizia, della funeraria “barca di salvezza” che traghetta le anime dalla sponda terrena a quella celeste in una promessa di resurrezione.

Da questo piccolo esempio si può intuire l’immensa ricchezza di sorprese e di riflessioni che le parole del Tanakh, la Bibbia ebraica, non finiscono mai di offrire a chi le esamini con un minimo di curiosità e di attenzione. Vediamone ora qui soltanto una (mi riprometto di esaminarne altre in futuro): quella che forse può meglio aiutarci a chiarire il significato morale più profondo della fede: è la parola šāw’ (שוא), che nell’ebraico biblico vuol dire essenzialmente “inganno”, “falsità” 1

Concentriamoci su due fondamentali versetti di Deuteronomio 5. La prima parte del versetto 11 – identico a Esodo 20, 3 – recita in ebraico: lō tissā et šem Adonai elōhēkha la-šāw’, ossia: «Non pronunciare il nome del Signore tuo Dio per inganno». Il versetto 20 dice: «Ve-lō taʻaneh ve-reʻakha ʻed šāw’», ossia: «Non dire contro il tuo prossimo testimonianza falsa». Ciò che subito salta all’occhio, nel confronto dei due versetti, è la perfetta concordanza di senso tra “inganno” (v. 11) e “falsità” (v. 20), che nel testo ebraico sono resi infatti con lo stesso termine šāw’ (שוא). Ma ecco che allora sorge immediata la considerazione: perché nelle classiche Bibbie cristiane antiche e moderne 2 (ma con l’importante eccezione di cui dirò alla fine) lo šāw’ del versetto 11 è tradotto come “invano” («Non nominare il nome del Signore tuo Dio invano»), mentre lo šāw’ del versetto 20 è tradotto come “falso”? Perché mai questo fondamentale comandamento divino, così chiaramente espresso nel testo ebraico come condanna dell’uso strumentale e falso del nome di Dio, è stato frainteso, tradito, praticamente svuotato del suo vero significato, e in certo qual modo perfino ridicolizzato nelle traduzioni, fino a ridurlo quasi al capriccio di un Dio permaloso che non sopporterebbe di sentir pronunciare il suo nome in modo vano, ossia frivolo, leggero e privo di scopo?

La Bibbia di Lutero

La Bibbia di Lutero

La differenza tra i due concetti è abissale: il terrorista che grida il nome di Dio prima di compiere un massacro (Allahu Akbar!) non pronuncia quel nome in modo frivolo e leggero, ma con tremenda serietà. E soprattutto non lo grida senza un fine ben preciso: la sua serietà è infatti un inganno ben calcolato, perché l’invocazione di Dio non è dettata da pietà e misericordia, come dovrebbe essere quella di colui che crede veramente nel Dio che è pace e amore, ma è semplicemente utile e indispensabile per commettere un abominio, per giustificare un crimine che serve a realizzare un disegno perverso e disumano. Allo stesso modo, sono šāw’, cioè falsità e inganno, le preghiere e i discorsi dell’ipocrita che si fa scudo del nome di Dio per nascondere i suoi secondi fini e la sua sconcezza morale. Come scriveva Jean de Meung nel Roman de la Rose: «Non sono né religiosi né puri; dichiarano al mondo qualcosa che ha infine del vergognoso: costui porta un abito religioso, e dunque è religioso. Questo ragionamento è troppo fasullo, e non vale una scheggia di legno: l’abito non fa il monaco!» 3. Ed è lo stesso concetto che Erasmo da Rotterdam esprimeva affermando che è meglio un turco sincero che un cristiano ipocrita.

Torniamo dunque a Deuteronomio 5, 11. In che modo poté generarsi quello che potremmo definire un errore di traduzione, se non fosse stato il frutto di una strana distorsione interpretativa? La risposta in realtà non è affatto misteriosa. Basta andare alla fonte. E la fonte sicura di tutte le classiche traduzioni bibliche è come ben si sa una sola: la Septuaginta, la versione greca detta dei Settanta, quella che secondo la leggenda venne eseguita in 72 giorni da 72 sapienti ebrei alessandrini nel III secolo a. C. sull’isola di Faro per volere del re egiziano Tolomeo II. E cosa si legge nella Septuaginta? Ecco la prima parte del versetto: «ου λημψη το ονομα κυριου του θεου σου επι ματαιω», dove la parola chiave è l’ultima, ματαιω, mataio, ossia “vanamente”, “inutilmente”, “senza alcun motivo”, da ματαιος, mátaios, “vano”, “inutile”.

In quanto a Deuteronomio 5, 20, la versione greca è limpida e senza deviazioni ermeneutiche: «ου ψευδομαρτυρησεις κατα του πλησιον σου μαρτυριαν ψευδη», dove lo šāw’ (שוא) ebraico è tradotto giustamente con ψευδη, pseude, falso, e la μαρτυριαν ψευδη è ovviamente la “testimonianza falsa”.

Bibbia ebraica

Bibbia ebraica

Così, il gioco è fatto. Nello stesso capitolo del Deuteronomio la stessa parola ebraica šāw’ (שוא) è tradotta in due modi diversi. E così resterà per sempre, in saecula saeculorum. A ruota (per modo di dire, dal momento che passerà più di mezzo millennio dalla redazione della Septuaginta) seguirà la fondamentale versione latina Vulgata, realizzata da Sofronio Eusebio Girolamo verso la fine del IV secolo. Sui versetti che stiamo esaminando, San Girolamo, nonostante lo sforzo di confrontarsi anche col testo ebraico, rimase totalmente fedele alla versione greca. Così tradusse il versetto 11: «Non usurpabis nomen Domini Dei tui frustra: quia non erit impunitus qui super re vana nomen eius assumpserit». Frustra, ossia “invano”, e re vana, “cosa vana”: perfetto calco della “strana” versione greca. E così invece il versetto 20: «Nec loqueris contra proximum tuum falsum testimonium»: ancora come nel greco, stavolta in piena aderenza al testo ebraico.

Identico è il discorso che riguarda l’antica Bibbia arabo-copta, derivata essenzialmente dal greco della Septuaginta. Qui lo šāw’ ebraico è reso nel versetto 11 con l’avverbio bāṭilan (باطلا, da bāṭil, باطل, “vano”, “inutile”, “senza valore”, “futile”, ma anche con una possibile estensione di senso verso il concetto di “falso”); mentre nel versetto 20 lo šāw’ è tradotto con zūr (زور), che vuol dire solo “falsità” e “menzogna”.

La Bibbia greca dei Settanta

La Bibbia greca dei Settanta

Potremmo chiudere qui questa breve storia delle versioni cristiane del secondo comandamento. E invece no. Resta da considerare un’importante eccezione. Nella prima metà del XVI secolo Martin Lutero ebbe la buona idea di tradurre l’Antico e il Nuovo Testamento in tedesco, e per l’Antico ebbe l’idea ancor più brillante di basarsi sul testo ebraico, che da poco era stato stampato. Ed ecco quel che ne fu del nostro famoso versetto 11 nella sua versione: «Du sollst den Namen des HERRN, deines Gottes, nicht missbrauchen; denn der HERR wird den nicht ungerstraft lassen, der seinen Namen missbraucht.» Dove le due equivalenti parole chiave sono missbrauchen e missbraucht: giustissima interpretazione dello šāw’ ebraico, perché missbrauchen vuol dire proprio “abusare” (di), “approfittare” (di), “usare malamente” e anche “violentare”. Quindi, utilizzare con inganno e falsità. Lutero rimise perciò al suo vero posto il secondo comandamento, ricordando ai cristiani che, appunto, “l’abito non fa il monaco”. E questo appare perfettamente consequenziale con la teologia del monaco ribelle, che a Roma ne aveva viste di cotte e di crude sotto i sacri paramenti della cattolica fede degenerata in lussi e mercimoni.

Ma per finire, un’ultima sorpresa. Esplorando con pazienza i siti internet, si scopre che esiste una recentissima edizione cattolica della Bibbia in lingua inglese, la New Revised Standard Version Catholic Edition (NRSV-CE), dove troviamo finalmente il versetto 11 così tradotto: «You shall not make wrongful use of the name of the Lord your God, for the Lord will not acquit anyone who misuses his name». Wrongful e misuses… what else? 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note 
[1] E. Jenni – C. Westermann, Dizionario teologico dell’Antico Testamento, Edizione italiana a cura di Gian Luigi Prato, vol. 2, Marietti, Bologna 1982: 796-797
[2] Compresa l’italiana CEI 2008.
[3] Guillaume de Lorris e Jean De Meung, Il Romanzo della Rosa, Milano 2016, vv. 11050-11059: 214-215.

_____________________________________________________________ 

Massimo Jevolella, si laurea in filosofia nel 1974 con Remo Cantoni con una tesi sull’utopia surrealista. Fin dal 1979 si dedica allo studio del pensiero islamico ed ebraico medievale. Negli anni ‘80 collabora con la rivista “Studi cattolici” e con l’Istituto di Storia della Filosofia dell’Università Statale di Milano. Pubblica articoli sulla rivista “Acme” della Facoltà, traduce testi filosofici dall’arabo (come il Libro dei cerchi di Ibn As-Sid al-Batalyawsi, Arché Editore), ed entra in contatto con i professori Giuseppe Sermoneta e Shlomo Pines dell’Università Ebraica di Gerusalemme (dove nel 1985 partecipa a un convegno internazionale su Maimonide, con uno studio sulle fonti arabe della profetologia nella Guida dei perplessi). Negli anni ‘90 dirige la collana di libri “Spazio interiore” della Red di Como. Nel 1991 pubblica il libro di saggistica-narrativa I sogni della storia (Mondadori Oscar). Seguono i saggi: Non nominare il nome di Allah invano (Boroli 2004, con postfazione di Franco Cardini); Le radici islamiche dell’Europa (Boroli 2005); Saladino eroe dell’Islàm (Boroli 2006); Rawà, il racconto che disseta l’anima (Red 2008); la traduzione dall’arabo e curatela del Collare della colomba di Ibn Hazm (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2010); l’antologia coranica Corano, libro di pace (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2013). La traduzione integrale in prosa e curatela del Romanzo della Rosa di J. De Meun e G. De Lorris (Feltrinelli UE 2016). Torna sul tema dell’utopia con uno studio sulla “città ideale” dei filosofi arabi, pubblicato nel 2012 sui “Quaderni di studi Indo-Mediterranei”. Intensa la sua attività di conferenziere, fin dai primi anni ‘80 e in molte città d’Italia, indirizzatasi sempre più sul versante del dialogo interreligioso e interculturale. Di recente, ha fatto dono degli oltre 700 volumi della sua biblioteca di cultura islamica ed ebraica alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Mazara del Vallo (Fondo Jevolella).

______________________________________________________________

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>