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Breve memoria in forma di monologo della prima volta che ho letto un libro di Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Gianni Tetti

Quando è morto Sergio Atzeni avevo quindici anni, ricordo un servizio abbastanza veloce del telegiornale sardo, e lo ricordo perché mio padre aveva detto, “poverino, deve aver trovato mare brutto”. Non avevo letto niente di lui, mi avvicinavo, da liceale, ad un’idea di ricerca intellettuale, ma senza averla iniziata per davvero, il suo nome era riecheggiato più volte alle mie orecchie, ma ho dovuto aspettare prima di trovarmi un suo libro in mano. Erano quei tempi bellissimi in cui i libri si compravano solo in libreria, le ricerche si facevano in biblioteca, di un buon autore sentivi parlare dai tuoi amici o dai tuoi compagni di scuola.

Devo ammetterlo, ancora oggi non so come siamo arrivati ad Atzeni, di preciso intendo, anzi se ci penso mi pare un miracolo che abbiamo potuto leggerlo noi, ragazzi della terza ginnasiale, a Sassari, all’Azuni, una mattina d’autunno dell’anno 1996, c’era l’autogestione, i professori ci guardavano, chi arrabbiato, chi benevolo, chi semplicemente disinteressato, e noi ci sentivamo talmente oh yeah da fargli grandi sorrisi e accenderci una sigaretta.

Noi, che a quindici anni ci vantavamo di leggere i greci, ma in realtà scoprivamo di nascosto gli americani, che gli italiani li ignoravamo, così, per sentirci più colti, a parte Benni naturalmente, Eco, o meglio Il nome della rosa, che ognuno di noi si vantava di aver letto due o tre volte, bugia, noi, che invece omettevamo con cura di aver letto Brizzi, o Branchie di Ammaniti, per poi scoprire, noi, che tutti i nostri compagni di scuola li avevano letti, ma senza dirlo a nessuno, proprio come noi che figurarsi leggere i sardi. Figurarsi, ma non scherziamo. Avevamo pregiudizi sui sardi, da bravi sardi. Ci avevano propinato, senza neppure crederci troppo, alcune righe dei principali romanzi della nostra (e tuttavia non ancora nostra) letteratura (anche se, senza Mannuzzu non si può mai dire che siano i principali romanzi, e guarda caso in quelle selezioni Mannuzzu non c’era mai). E se ora posso persino ringraziare che siano esistiti quei principali romanzi sardi (e soprattutto Toti Mannuzzu), non mi vergogno affatto nell’ammettere che quando avevo quattordici anni quei testi non ci parlavano, a nessuno di noi, erano distanti, anni luce di freddo e silenzio, li sentivamo finti, sembrava tutto finto (a parte Mannuzzu, che nessuno aveva pensato di farci leggere).

apologo-del-giudice-bandito-sergio-atzeni-sellerio-1986Che miracolo Atzeni, sarà stato il 1985 (o 84), ha scritto un racconto lungo, lo ha ricopiato tutto in bella copia con la macchina da scrivere, tasto dopo tasto, tac tac tac, e con i suoi fogli sotto braccio è andato in una copisteria. Le copisterie nel 1985 erano sempre al lavoro, i nuovi amanuensi. Sergio ha chiesto una copia. Gliel’hanno consegnata ancora calda, le macchine per fotocopie erano roventi e l’inchiostro odorava di industria. La bella copia l’ha spedita a Sellerio, la fotocopia l’ha mandata a Bompiani. Per sé non ne ha tenuto neppure una. Vai a capire perché, niente. Poteva finire tutto lì, con quelle speranze spedite per posta. E invece, dopo tre giorni, chiama la signora Sellerio “caro Atzeni, abbiamo letto, ci è piaciuto, vorremmo pubblicarlo”. Se non è questo un miracolo. Bompiani ha risposto dopo due anni, “ci dispiace, non ci interessa”, ma ormai il libro, era Apologo del giudice bandito, era già sugli scaffali delle librerie. Perché noi, quello abbiamo letto, nel 1996, una mattina d’autunno, autogestione, tutti innamorati, tutti.

Era passato un anno dalla morte di Atzeni, stavamo facendo una lettura collettiva in classe, l’ultimo giorno di autogestione, la polizia pronta a prenderci a calci nel sedere. Era un momento in cui non cercavamo ancora genealogie, né mappe della Sardegna letteraria, non facevamo classifiche, o studiavamo correnti. Nessuno di noi. Eravamo puri. Le storie per le storie, stare insieme per stare insieme. L’età in cui quello che stai cercando non lo sai tu e non può dirtelo nessuno.

Immaginavo un pomposo e solenne affresco storico. Invece mi sono trovato di fronte a Lilliccu. Lo sguardo intontito dalla fatica, abbastanza dolorante, in quel podere a Sarasgiu. È mattina, i nobilastri spagnoli stanno ancora dormendo, lui no, lui è sardo, e in quella Sardegna, a Sarasgiu, la maggior parte dei sardi doveva zappare “dalla prima luce” o comunque servire fino a sfiancarsi. Lilliccu cerca riposo nell’orizzonte. E vede una nuvola gialla che si addensa lontana, “dove la pianura si mescola col cielo”. È il 1492, l’inizio dell’età moderna, ma a Sarasgiu di moderno non c’è niente, e mentre Colombo si imbatte nelle Americhe, Lilliccu ha visto le locuste. Piaga, dannazione, fame, morte.

Quando abbiamo finito il libro, dopo qualche ora di lettura assorta e febbrile come può succederti solo a quell’età, ero sicuro che, qualsiasi cosa stessi cercando in quel momento, l’avevo trovata. Avevo ancora nel respiro l’affanno di Juanica, e non se ne andava. La immaginavo, dopo aver infilato il coltello nelle carni marce di Don Rodrigo Curraz, “orso peloso” e ogni bruttezza appiccicata addosso. Corri Juanica, spinta dalla terra, dal vento, dagli spiriti, da noi, corri, corri Juanica, fuggi lontano, tutti noi, a parlare nel libro, protagonisti della storia, a spingerla, trascinarla, temere per lei.

La prima cosa che mi aveva colpito erano quelle parole che giravano attorno ad un potere, gli spagnoli, ridicolizzato e che continuava a recitare il proprio ruolo come se niente fosse. Quelle parole agili, veloci, come una mosca, come una zanzara, volteggiavano attorno alle cose, svelavano segreti, segni sulla pelle, ci facevano sentire i sussurri, quelle parole che risuonavano nelle nostre orecchie, come se stessero uscendo dalla bocca di qualcuno, di chi? Itzoccor? Chi.

Cagliari, La Giuderia

Cagliari, La Giuderia

L’insulso processo non era divertente, era angosciante, “ma come, noi eravamo sotto il dominio di questi personaggetti da operetta? Mostri, diavoli.” Che rabbia provavamo, ragazzi e ragazze della terza ginnasiale, nello scoprire fuori dalle forme neutre dei libri di storia la reale portata del nostro passato. Non conoscevamo ancora le pagine degli antropologi che parlano della sopravvivenza delle forme, non avevo letto Angioni, non sapevo che quella scena del 1492  (il processo alle locuste) fosse realmente accaduta, tantomeno potevo sapere che, nel 1492, iniziava l’inquisizione a Cagliari, con l’arrivo del primo inquisitore, Sancho Marín, inviato dalla Corona, un periodo terribile che fece precipitare la città nel terrore. Non lo sapevo, non lo sapevamo, ma stavamo piangendo, perché quel terrore era ormai parte di noi.

Mi ero ritrovato a percepire la storia come qualcosa di assolutamente vicino. Non stavo leggendo un libro, avevo quasi la certezza di essere di fronte a un testo sacro. La sacralità della determinazione di sé, la sacralità della propria epica, dei propri eroi, del proprio riscatto.

“Anche noi possiamo raccontare le nostre storie” ebbe a dire Atzeni nel 1994 a Gigliola Sulis. E noi, di quella terza ginnasiale volevamo tanto sentirle quelle storie, anche se non ne avevamo contezza stavamo soltanto aspettando qualcuno che venisse a raccontarcele, non le potevamo sapere certe cose, non potevamo sapere che proprio in quel momento, mentre leggevamo quel testo, un pezzetto a testa, a piacere, stavamo diventando parte del tutto, rami dello stesso albero, foglie che cadono e sbocciano, eravamo tutti dentro quel pozzo nero, a sussurrare parole arcane, a proteggerci a vicenda, a giocare con i topi. Provate a immaginarlo, ora, chiudiamo gli occhi e pensiamoci, anche solo per un attimo: che rivelazione, un miracolo.

Se noi di quella terza ginnasiale sassarese abbiamo una coscienza come sardi, in parte, in massima parte, lo dobbiamo alla lettura di Atzeni, di certo non alle maglie da calcio rossoblù o alle politiche regionali. E molti di noi, che siamo la generazione che ha scoperto Atzeni solo dopo che è morto, deve a quelle letture più che a ogni altro avvenimento se ha avuto il coraggio di prendere parte, di ribellarsi contro qualcosa, di iniziare a pensare “ma perché non parlo il sardo? Io voglio parlare il sardo”. Perché conoscere aiuta, è importante sì, ma è il cuore che deve muoversi per sentire, capire, per partecipare, per volere qualcosa, è il cuore che ci spinge.

Atzeni, lavorando sulla lingua, sulle immagini, sulla storia, vera, presunta, sbagliata, sulla memoria, collettiva, privata, lavorando sui nostri orgogli che non vedevano l’ora di essere orgogliosi, Atzeni imparando, traducendo, nel senso più ampio del termine, non solo per mestiere ma per vocazione, lui, Sergio Atzeni, ha smosso i nostri cuori. E sarà pure arrivata l’ora di scriverlo.

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Gianni Tetti, nato a Sassari, si occupa di cinema e letteratura. Ha scritto e diretto il documentario Un passo dietro l’altro, è sceneggiatore del film SaGràscia e ha collaborato alla sceneggiatura di Perfidia (due film diretti da Bonifacio Angius). Suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste (Frigidaire, Il Male, Atti impuri) e in diverse antologie. Per Neo Edizioni ha pubblicato I cani là fuori (2009), Mette pioggia (2014) e Grande Nudo (2017) candidato al Premio Strega 2017. Ha vinto il “Premio Franco Solinas 2018 e il Premio Franco Solinas Italia-Spagna 2019 per la sceneggiatura.

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