Stampa Articolo

Breve guida alla narrativa di Giuseppe Fava

Giuseppe Fava

Giuseppe Fava

di Giuseppe Davide Di Mauro 

La notte del 5 febbraio 1984, Giuseppe Fava viene assassinato dalla mafia. La stampa locale e nazionale riporta la notizia, la matrice mafiosa dell’omicidio appare evidente. Eppure, il sistema di potere allora imperante a Catania avvia un depistaggio talmente efficiente che serviranno oltre dieci anni e le rivelazioni di un pentito per far riconoscere, anche a livello giudiziario, la realtà di quanto avvenuto.

La lunga battaglia per la verità ha reso necessario porre l’attenzione su quanto Pippo Fava ha compiuto come giornalista, su come il disvelamento delle connivenze tra criminalità organizzata, imprenditoria e politica operato sul mensile da lui fondato, “I Siciliani”, costituisca il movente per il quale è stato ucciso. Inevitabilmente – e congiuntamente alla tendenza dell’opinione pubblica ad appiattire la complessità di chi è morto battendosi contro la mafia sulla sagoma dell’eroe – ciò ha comportato che la memoria del Fava giornalista abbia messo in ombra quella del Fava artista. Egli, però, in vita ha dato prova di grandi ed eterogenee doti artistiche che gli sono valse riconoscimenti e notorietà anche al di fuori dell’Italia [1]. Quanto fatto come scrittore, drammaturgo, pittore, sceneggiatore, autore radiofonico e televisivo mostra un estro senza dubbio fuori dal comune al quale ancora oggi, a più di quarant’anni dalla morte, non è stata resa piena giustizia.

Grazie agli sforzi della Fondazione Giuseppe Fava e degli studiosi che nel corso degli anni si sono avvicinati all’opera poliedrica dell’autore palazzolese, si è sempre più vicini a una piena ricostruzione della sua figura intellettuale. Ad oggi, però, se molto si è fatto e si continua a fare per raccontare il pittore e il drammaturgo [2], poco si è prodotto – come segnalava già oltre venti anni fa Nunzio Zago [3] – riguardo al Fava narratore. Ciò appare quasi paradossale a chi si approccia alla sua figura, poiché proprio la scrittura finzionale, di pari passi con il teatro, appare come il contraltare ideologico di quanto realizzato da cronista, lo spazio di riflessione sulla realtà osservata, di traduzione delle verità in essa celate e di sprone per nuove e più approfondite ricognizioni giornalistiche.

Nei prossimi paragrafi si cerca di fornirne una panoramica, insieme ai motivi per i quali è meritevole di riscoperta e necessaria per comprendere pienamente il pensiero e l’operato di quello che va riconosciuto come uno dei più importanti intellettuali e artisti siciliani del Novecento.

1L’opera narrativa di Giuseppe Fava

Che si tratti di articoli di giornale o di testi narrativi o teatrali, l’ampia messe di materiali conservati nell’Archivio della Fondazione Giuseppe Fava [4] mostra la valenza della scrittura come mezzo privilegiato dall’autore per esprimersi e rapportarsi con la realtà, per elaborare quanto osservato intorno a sé. Gli stessi materiali, alcuni dei quali risalgono ai suoi anni scolastici, permettono inoltre di constatare come questo strumento venga praticato già in gioventù, ben prima che sia l’attività professionale a richiederlo. Questa naturale inclinazione, favorita dall’innata sensibilità di Fava nei confronti dei fatti umani e sociali che si evince dai suoi lavori, sembra venire in qualche modo alimentata anche dal contesto in cui lo scrittore trascorre infanzia e giovinezza. Nato il 15 settembre del 1925 a Palazzolo Acreide, infatti, egli cresce in una realtà profondamente legata alla civiltà contadina, che proprio in quegli anni vede accelerare il proprio processo di disfacimento, tra emigrazione e stravolgimenti della struttura economica avvenuti tra il ventennio fascista e il dopoguerra. Pur non direttamente coinvolto nei combattimenti, il giovane Fava è anche testimone delle devastazioni provocate dall’offensiva degli Alleati in Sicilia.

Questi eventi epocali – il tramonto della società contadina, la guerra – segnano l’immaginario dell’autore tanto da trovare eco non solo nelle sue prime prove scrittorie, ma anche lungo tutta la sua produzione. Molti racconti giovanili rimasti inediti mostrano non a caso la commistione di questi elementi.

Sempre grazie ai materiali conservati in Archivio, è possibile constatare l’incessante labor limae di Fava sui suoi scritti – spesso rimaneggiati quando non totalmente riscritti – animato anche dalla volontà di giungere a pubblicazione. La testimonianza più interessante di tale intenzione è costituita dalle due raccolte che Fava stesso elabora intorno alla metà degli anni Cinquanta per proporle agli editori: Le notti di Giuseppe e Le vergini del Sud. Se la prima, per la presenza di numerosi racconti in comune, sembra quasi il cartone preparatorio del primo volume narrativo pubblicato dal nostro, Pagine [5], la seconda è degna di particolare attenzione per la presenza, tra i quattro racconti lunghi che la compongono, de La ragazza che fu uccisa in luglio, notevole nella produzione di Fava sia per la centralità del tema bellico, inusuale nella sua opera, sia per l’interessante vicenda filologica che lo riguarda. In esso è narrata la tragica vicenda dell’amore tra un giovane anonimo e la sedicenne Itria, spezzato sul nascere dalla morte della ragazza a seguito delle ferite riportate nel bombardamento alleato del luglio 1943 in Sicilia.

Questa prima versione del racconto, pubblicato nell’edizione del 18-19 febbraio 1957 di ‘Espresso Sera’, viene profondamente rimaneggiata e ampliata in una seconda versione in cui il protagonista diventa un giovane radiotelegrafista dell’esercito tedesco, Werner, e la protagonista assume il nome di Elisa. Il passaggio tra la princeps e la seconda versione, pubblicata postuma nel 1993 con il titolo La ragazza di luglio [6], è rappresentativo dell’abilità scrittoria di Fava, che, utilizzando lo stesso spunto narrativo, riesce con disinvoltura a passare da un racconto più intimo e raccolto a uno di più ampio respiro in cui il cast di personaggi e le trame si moltiplicano e dove il tema centrale dell’insensatezza della guerra e la sua valenza universale vengono approfonditi. Inoltre, il confronto tra le due versioni esemplifica l’estro di Fava e la sua abilità nel tenere insieme senza forzature tematiche diverse e linee narrative con pochi punti di tangenza, nonostante anche il volumetto edito dopo la morte sia con tutta evidenza un’opera ancora in fase di bozza.

2Nonostante la già citata volontà di Fava di veder pubblicata la propria produzione narrativa, è solo nel 1969 che arriva in libreria il suo volume intitolato Pagine, una raccolta di brani di diario e racconti apparsi negli anni precedenti in un’omonima rubrica del quotidiano ‘La Sicilia’. I sessantasei testi che compongono la raccolta – accompagnati nella prima edizione da illustrazioni dello stesso Fava o di celebri artisti – ruotano intorno a «tre costanti umane» [7]: l’amore, inteso in tutte le sue accezioni; la paura, prima di tutto quella del dolore e della morte; il grottesco, il quale, più che un tema, risulta la cifra stilistica predominante nel volume. Attraverso queste due macrotematiche e, spesso, utilizzando proprio il filtro del grottesco, Fava scatta un’istantanea fedele, a tratti severa, della società catanese degli anni Sessanta, facendone al tempo stesso il simbolo dell’intera umanità. Raccontando di essa, tra autobiografismo, cronaca e fiction che di frequente sfocia nel simbolico e nel surreale, egli indaga l’animo umano e i fondamenti della società, ponendo a sé stesso e al lettore quesiti esistenziali e filosofici a cui non riesce a dare piena risposta.

 In un modo che caratterizza tutta la prima fase della sua opera – narrativa e non solo – Fava appare infatti animato da quello che Zago individua come uno slancio «antropologico-esistenziale» [8] che lo conduce a restituire dell’uomo un’immagine spesso impietosa, addirittura sconfortante, ma che non assume mai toni paternalistici o intenti moralizzanti – come risulta dal fatto che l’autore pone frequentemente sé stesso come esempio delle fragilità e delle bassezze umane – puntando invece a guardare con obiettività l’essere umano, a stringere un legame solidale con l’umanità tutta, segnata dallo sconcerto di non poter cogliere pienamente il senso della propria esistenza. È proprio questa quete a emergere come elemento di maggior rilevanza della raccolta perché la plasma e le dà sostanza e mostra tangibilmente cosa si agitava nell’animo dell’autore, quale spinta indirizzava le sue scelte professionali e di vita.

3Dopo anni in cui è il teatro a dare a Fava le maggiori soddisfazioni, nel 1975 Bompiani dà alle stampe Gente di rispetto [9], il primo romanzo dello scrittore palazzolese a venire pubblicato. Il libro ottiene un ottimo risultato di vendite, forte anche della promozione fornita dalla contemporanea trasposizione cinematografica diretta da Luigi Zampa. Proprio essa però, insieme all’apparato paratestuale realizzato dall’editore per il libro, genera un processo di cattiva interpretazione dello stesso [10]. La casa editrice, infatti, impone al romanzo – intitolato da Fava La maestra e il diavolo [11] – il titolo del film, ne mette in copertina un fotogramma e riporta sulla quarta una sinossi che, così come la pellicola, richiama una vicenda di detection a tema mafioso. Se fino a poche pagine dalla conclusione del romanzo l’aspettativa creata dal film e dal paratesto del volume sembra essere pienamente rispettata, le poche pagine dell’enigmatico epilogo la sovvertono. Al contrario di quanto avviene normalmente in un thriller, in Gente di rispetto il mistero non trova soluzione, l’epilogo accoglie una situazione analoga a quella che aveva innescato la narrazione a inizio libro, lasciando nel lettore una sensazione di sospensione e incompiutezza.

In effetti, la trama imbastita da Fava ha tutte le caratteristiche di un thriller di mafia: Elena Vizzini, trentaduenne maestra catanese, prende servizio in uno sperduto paese dell’entroterra siciliano, Montenero Valdemone, nel quale una serie di efferati delitti di chiaro stampo mafioso – che sembrano avere lei come unico fattore comune – la ammantano di un’aura di potere che la maestra tenta di utilizzare per migliorare le condizioni di miseria in cui vivono molti abitanti del paese ma che viene invece sfruttata, attraverso un’occulta macchinazione, per favorire i pochi e ricchi possidenti. Come detto, però, le pagine finali smantellano ciò che il lettore è portato a credere per gran parte del romanzo e specialmente mettono in discussione il ruolo del mefistofelico avvocato Bellocampo, colui che, apparentemente vicino alla protagonista, sembra manipolarla a proprio vantaggio.

11Che significato ha questa vicenda? Perché Fava imbastisce una trama che spunta dritto a un esito per poi disattenderlo e lasciare tutto in sospeso? L’indizio principale per rispondere a questi quesiti si cela nel titolo che lo scrittore aveva scelto per la sua opera, La maestra e il diavolo, il quale a sua volta va ben interpretato. In prima battuta e sul piano letterale, infatti, è lecito individuare in Elena Vizzini la maestra e nel suo falso amico Bellocampo il diavolo, come anche Fava suggerisce con un’attenta costruzione del suo personaggio. Se però, come mostra il finale, Bellocampo non è l’unico ‘diavolo’ in partita, per individuare correttamente i due soggetti del titolo risulta utile passare dal piano letterale a quello simbolico, proprio a partire dalla figura di Bellocampo. Egli, senza dubbio, incarna la cupidigia, l’arroganza del potere, la volontà di sopraffazione, caratteristiche queste che trovano piena espressione se poste in contrapposizione alla remissività, all’inazione, alla sottomissione, spesso generate dall’ignoranza; cercando i personaggi che di volta in volta incarnano queste ultime, è possibile rintracciare i ‘diavoli’ all’opera in questa vicenda. Anche la protagonista assume il valore di un simbolo, quello della conoscenza, unico mezzo secondo Fava per dare agli ultimi della scala sociale consapevolezza di sé e della propria condizione insieme ai mezzi per poterla migliorare.

Persino Montenero Valdemone, il paese di invenzione in cui Fava ambienta la trama, sebbene ricalcato su Palma di Montechiaro [12], sembra assommare in sé le diverse anime storiche e sociali della Sicilia, quasi fungendo da immagine di essa e più in generale del Sud; un Sud anch’esso però simbolo di ogni parte del mondo in cui le condizioni socio-economiche e l’ignoranza dilagante rendono più deleteri e manifesti gli effetti delle disuguaglianze. Che il romanzo possieda questa fitta tessitura simbolica è confermato dallo stesso Fava in diverse circostanze [13]. Non è certo però se un particolare parallelismo sia stato voluto dall’autore o emerga spontaneamente dal testo, quello cioè che si può leggere tra la lotta ingaggiata dalla maestra Elena per migliorare le condizioni di vita degli abitanti più poveri di Montenero, il suo desiderio di comprendere ciò che le accade intorno e di non essere passiva di fronte alle ingiustizie alle quali assiste e la ferma volontà del Fava giornalista di contribuire al miglioramento della società attraverso la ricerca e il racconto della verità. Dalle righe del romanzo si evince infatti come l’autore non venga più agitato dagli interrogativi esistenziali che attraversano Pagine, ma sembra anzi aver trovato il suo scopo proprio nell’inseguire il rinnovamento della società con gli strumenti combinati del giornalismo e dell’arte. Le ultime righe di Gente di rispetto, in cui Elena è indecisa se andare via da Montenero oppure continuare la sua lotta, prefigurano il momento in cui, nel 1980, Fava si trova davanti alla scelta tra assumere la direzione del nascente ‘Giornale del Sud’ – e quindi proseguire con la battaglia per la verità che gli costerà la vita – e rimanere a Roma a raccogliere i frutti della sua gavetta artistica. A sua volta, la scelta compiuta da Fava in quella circostanza sembra sciogliere il dubbio lasciato al lettore riguardo quella della protagonista del suo romanzo.

4Nel 1976, sull’onda del successo di Gente di rispetto, Bompiani pubblica Prima che vi uccidano [14], romanzo che il palazzolese aveva già ultimato alla fine degli anni Cinquanta [15]. In una sorta di introduzione al testo, espunta da quello pubblicato ma conservata in Archivio [16], lo scrittore afferma che nella storia che si accinge a narrare «L’odio e l’amore, i sentimenti eterni dell’uomo, erano come ai principi del mondo». Nelle prime stesure, il titolo del romanzo è proprio Il principio del mondo e in effetti, sebbene la vicenda sia ambientata in Sicilia nell’immediato secondo dopoguerra e le vicende dei vari personaggi siano coerenti al setting, il tono della narrazione possiede un afflato quasi biblico che porta il lettore a riconoscere in essa qualcosa di emblematico e universale.

Con una sintesi efficace, Giuseppe Dolei definisce questo «un romanzo di vasto respiro epico, nel quale la violenza è innervata nel flusso di varie storie convergenti» [17]. Alla vicenda del travagliato amore tra la giovanissima Stellina e Michele, giovane cavatore che si fa bandito per cercare di tenere sé e la compagna fuori dalla miseria, sono intrecciate numerose altre storie, tra le quali spiccano quelle dell’avvocato Giuseppe Ieli, modello esemplare di latifondista dal potere assoluto, pronto a riciclarsi in politica, e del predicatore Rossano, che gira la Sicilia paventando un’imminente e sanguinosa rivolta dei ceti più svantaggiati e invitando i potenti a scongiurarla attraverso un profondo rinnovamento della società in senso egualitario. Come ne La ragazza di luglio, ma in modo ben più disteso, Fava tiene magistralmente le fila delle numerose linee narrative, intrecciandole in un unicum reso compatto dal racconto delle varie dinamiche prodotte dalle disuguaglianze socio-economiche. Più che in Gente di rispetto, dove i personaggi sono o votati all’azione o spenti nell’inedia, in questo romanzo sono diversi i caratteri che si dibattono nel limbo tra i due estremi, agitati dalle stesse ansie esistenziali del primo Fava narratore. Esemplare in tal senso è il personaggio di Matteo Ieli, figlio dell’avvocato, che – disgustato dai metodi mafiosi del padre e dalla propria incapacità di opporvisi – finisce con il suicidarsi, ma anche il protagonista Michele, che alterna a fasi di disperata inattività eccessi di azione che ne compromettono la vita.

In modo più esplicito che nel resto della sua opera, in questo romanzo Fava mostra come una società fondata sulla disuguaglianza possa generare soltanto vinti, siano essi palesemente tali o apparenti vincitori. Significativo è, poi, che in un’opera dall’atmosfera antidiluviana o postapocalittica, Rossano, da tutti ritenuto un pazzo o una sorta di messia, sia il portatore della verità, colui che in qualche modo svolge, con i modi e il registro adatti al tono della narrazione, il ruolo svolto da un bravo giornalista nel mondo reale: raccontarlo in modo esaustivo e veritiero. Ricco di riferimenti alla letteratura siciliana, in special modo a Verga [18], il romanzo si muove tra verismo e neorealismo, ma il sapiente e suggestivo utilizzo di un tono epico, la diffusa presenza di sezioni quasi documentaristiche e la pervasiva ma mai eccessiva riflessione esistenziale e sociologica lo rendono un’opera originale e meritevole d’interesse, che meglio di tutte, tra quelle di Fava, racconta il traumatico epilogo della civiltà contadina. Inoltre, seppure non trattati nel pieno della maturità artistica e intellettuale di Fava, contiene sostanzialmente tutti i temi cari all’autore di Palazzolo, costituendo un validissimo compendio della sua poetica.

Nel 1979, nella coda degli anni trascorsi a Roma, Giuseppe Fava conosce il regista tedesco Werner Schroeter, intenzionato a realizzare un film a partire dal caso di cronaca di un emigrato siciliano arrestato in Germania per omicidio. A partire da questo spunto, Fava scrive la sceneggiatura del film Palermo oder Wolfsburg, che nel 1980 viene premiato come miglior film al Festival del cinema di Berlino.

5Parallelamente alla realizzazione della pellicola, l’autore palazzolese trae dalla sceneggiatura un romanzo che intitola Passione di Michele, pubblicato nello stesso anno dall’editore Cappelli [19], che ne riprende lo svolgimento e ne approfondisce la psicologia dei personaggi, specialmente del giovane protagonista. Michele è un diciottenne di Palma di Montechiaro che emigra a Wolfsburg per aiutare il padre a ripagare il prestito da lui richiesto per acquistare la terra lavorata da mezzadro. In Germania, il ragazzo trova impiego in una fabbrica automobilistica e, sotto lo sguardo protettivo della locandiera ed ex prostituta siciliana Giovanna, incontra e si innamora, ricambiato, di una ragazza tedesca di nome Gabrielle. L’amore per la ragazza assume una forte centralità nella vita del giovane, che soffre lo sradicamento dal paese natio ed è a volte quasi stordito dalle enormi differenze tra questo e la Germania. A turbare il rapporto con la fidanzata sono Hans e Gustav, due superiori del siciliano che sembrano avere un legame con Gabrielle e che iniziano a prendere di mira lo straniero. Quando la ragazza, irretita dai due tedeschi, lascia Michele per abbandonarsi alle loro attenzioni, la tensione fra i ragazzi sfocia in una colluttazione nella quale Michele pugnala a morte i rivali. Il processo viene celebrato per direttissima, l’accusa punta al massimo della pena. Mentre si alternano le varie testimonianze, compresa quella accorata di Giovanna che fa appello all’amaro destino di chi nasce in luoghi come Palma di Montechiaro o la sua Licata, Michele si perde in visioni della sua vita in Germania e del suo paese d’origine. Il padre, dopo aver venduto la terra per pagare le spese legali del figlio, giunge stremato al processo, del quale però lo scrittore non rivela l’esito.

In quello che è l’ultimo romanzo edito di Fava e che Riccardo Orioles indica come il suo capolavoro [20], l’intento dell’autore di scrivere un’opera dal valore emblematico è ancora più evidente che nei romanzi precedenti. Già il titolo rende manifesta questa volontà, fondendo il movente del delitto compiuto dal protagonista con un palese richiamo cristologico che rimanda alla sua dolorosa parabola. Inoltre, se in Prima che vi uccidano e in Gente di rispetto la costruzione simbolica del racconto era prevalentemente allusiva e giocata sulle atmosfere e le descrizioni, in questa sua terza prova romanzesca Fava, nel corso del processo che vede imputato il protagonista, esplicita il significato dei simboli incarnati dai vari personaggi attraverso le parole di uno di loro, l’avvocato Cesare Geraci, che assume quasi un ruolo metanarrativo, incarnando una sorta di alter ego dell’autore stesso. Quello che però colpisce ancora di più del romanzo è il legame strettissimo di esso non solo con quelli precedenti, specialmente Prima che vi uccidano, ma anche con i reportage giornalistici, soprattutto quello dedicato a Licata [21] e quello già citato su Palma di Montechiaro contenuti in Processo alla Sicilia. Giusto per citare qualche esempio, il protagonista ha lo stesso nome di quello del romanzo pubblicato nel 1976 e per cognome Calafiore, come uno degli alunni più poveri di Elena di Gente di rispetto che, non a caso, proviene dal quartiere Fiumara, la cui descrizione è modellata su quella di Palma – paese natio del Michele di Passione – fatta dal Fava giornalista; il padre del ragazzo, Salvatore, è costretto a vendere la terra acquistata per pagare le spese processuali del figlio, così come accade a Turi, genitore di Stellina di Prima che vi uccidano, la cui vicenda romanzesca si conclude anch’essa in un tribunale; il discorso che Giovanna pronuncia in favore di Michele durante il processo sembra ricalcato su quello fatto da un giovane intellettuale nel reportage su Licata.

71yo65umbmlIl riutilizzo massiccio che Fava fa del suo stesso materiale narrativo e giornalistico non è sintomo di una mancanza di creatività, ma è ricercato: il suo intento è quello di elaborare quasi una sintesi di quanto scritto in precedenza non solo per renderne esplicito il messaggio, ma per rimarcarne l’universalità. Ciò che Fava vuole comunicare è che le vicende drammatiche dei suoi romanzi – specchio di quelle che avvengono nel mondo reale – originano dall’organizzazione diseguale della società; trasferire le stesse dinamiche di violenza dalla Sicilia alla Germania, facendo collidere la realtà di un giovane emigrato con quella tecnocratica e industriale tedesca, è funzionale a comunicare che esse non sono prerogative siciliane o del Sud, ma possono appartenere all’umanità intera. Per questo, con ogni probabilità, Fava non parla mai esplicitamente di mafia nella sua narrativa: essa non è che un sintomo locale di una malattia sistemica ed è a questa che è interessato prima di tutto l’autore palazzolese.

Significativamente, benché come detto molti personaggi e situazioni narrative di Passione di Michele siano ripresi da Prima che vi uccidano, l’ultimo romanzo appare una continuazione più che una rielaborazione del precedente. Questo infatti si concludeva con la partenza di Alfio, fratello di Stellina, pronto a lasciare la Sicilia da emigrante, mentre Passione si apre con quella di Michele verso la Germania. Per il primo, le tragedie erano alle spalle e l’emigrazione rappresenta la speranza di una vita migliore mentre per il secondo è proprio l’emigrare a infrangere ogni speranza e a tradursi in tragedia. Con la parabola di Michele, dunque, Fava chiude idealmente la trattazione di quelle che sono le possibilità di chi nasce al Sud espresse da un altro Michele, il maestro Belcore, amante della protagonista di Gente di rispetto: l’emigrazione, la conquista – anche per mezzo della violenza – di una posizione di potere, la passiva e omertosa accettazione dello status quo [22]. Se, come visto, la seconda e la terza possibilità sono considerate ‘diaboliche’ da Fava, Passione di Michele dimostra quanto tragica possa essere la prima, demolendo l’idea parzialmente positiva nei riguardi dell’emigrazione nutrita dai personaggi di Prima che vi uccidano. L’unica possibilità percorribile per l’autore risulta quella scelta da Elena Vizzini: fare ciò che è in proprio potere per cercare di migliorare il mondo intorno a sé.

La coincidenza, nel 1980, della pubblicazione dell’ultimo romanzo e dell’inizio dell’avventura del ‘Giornale del Sud’ – che proseguirà con la fondazione del mensile ‘I Siciliani’ – pare suggerire che Fava avesse dato fondo allo strumento narrativo, ne avesse cavato la verità che cercava e che non gli restasse che applicare nelle vesti di giornalista quanto appreso, e compreso, insieme ai suoi personaggi.    

2561892364093_0_0_536_0_75Caratteristiche del Fava narratore e sua collocazione nel contesto letterario

Senza tener conto dei racconti giovanili inediti e di quelli pubblicati su riviste e giornali locali a partire già dagli anni Quaranta, l’arco cronologico dell’attività narrativa di Fava si estende, come visto, dalla pubblicazione di Pagine, nel 1969, a quella di Passione di Michele, nel 1980, e racchiude una produzione edita che consta di una raccolta di racconti e di tre romanzi. Pur nella sua esiguità, vi si riconosce un’ampia eterogeneità di tipi di narrazione sperimentati, ancora più vasta se si considerano anche gli inediti. Essa manifesta una straordinaria duttilità narrativa di Fava concretizzata per mezzo di una grande inventiva e della capacità di padroneggiare toni e registri differenti, di creare atmosfere antitetiche tra loro ma parimenti immersive e di variare il ritmo della narrazione in base alle esigenze di trama. È possibile però rintracciare dei tratti distintivi dell’autore comuni a tutta la sua opera, specialmente – per quanto riguarda il piano stilistico e linguistico – nell’attenzione alla descrizione dei personaggi e alla resa espressiva del loro linguaggio. Fava infatti costruisce frequentemente i suoi caratteri a partire da poche ma efficaci battute in cui spesso tratti dell’aspetto vengono accostati a caratteristiche morali, restituendo al lettore immagini nitide e riconoscibili. A partire da questa base, li sviluppa costruendone la gestualità e, soprattutto, conferendo a ognuno una voce propria grazie all’utilizzo sapiente dei dialoghi, con i quali ottiene una più che credibile resa del parlato senza scadere in effetti posticci di mimetismo.

Altra caratteristica peculiare del nostro è la tendenza a creare personaggi quasi archetipici ma mai stereotipati, riconoscibili anche grazie al riutilizzo dei loro nomi o cognomi in opere diverse, quasi fossero delle maschere fisse. C’è ad esempio il tipo dell’uomo scisso e disilluso che ha per cognome Belcore sia ne La ragazza di luglio che in Gente di rispetto, quello della prostituta dal cuore d’oro che prende il nome di Giovanna sempre nel racconto postumo e in Passione di Michele, oppure ancora l’avvocato diabolico Bellocampo, presente nei tre romanzi con l’unica variante del cognome Ieli adottato in Prima che vi uccidano. Il riutilizzo di determinati caratteri fa il paio con quello di intere situazioni narrative. Questa caratteristica dell’autore deriva dalla carica simbolica ed esemplare che vuole conferire alle vicende da lui imbastite ed è funzionale alla costruzione e alla comunicazione di un preciso messaggio. Analogamente, sul piano stilistico, Fava appare più concentrato alla selezione della parola più indicata alla resa appunto del messaggio che non alla variatio lessicale per abbellire la prosa. Non a caso, quest’ultima risulta sempre strettamente aderente al tono della narrazione.

Forti elementi di coesione dell’opera narrativa del palazzolese si ravvisano poi, soprattutto, sul piano tematico. Se i tre romanzi, infatti, hanno nelle dinamiche legate alle disuguaglianze socio-economiche il motore che muove la narrazione, tutte le opere sono innervate da temi quali la ricerca del senso della vita, l’amore – spesso nella dialettica che instaura con la paura, il dolore e la morte – e la giustizia. 

61am8ytm6xl-_uf10001000_ql80_Quello che però costituisce l’unicità di Fava come narratore è il modo in cui intreccia gli scritti di finzione ai suoi lavori giornalistici. Se in Pagine la sovrapposizione delle due forme di scrittura è quasi inevitabile per la natura stessa dei testi, in Prima che vi uccidano lunghe sequenze documentaristiche dedicate alla descrizione delle condizioni di lavoro nelle cave e nelle miniere si alternano alle vicende dei personaggi, dando loro contesto e spessore. Gente di rispetto e Passione di Michele, poi, attingono ampiamente ai reportage di Processo alla Sicilia, nella costruzione sia dei luoghi e degli eventi che addirittura dei discorsi dei personaggi, come quello di Giovanna durante il processo in Passione di Michele. Proprio quei reportage o, meglio, quanto osservato nel corso della loro realizzazione sembra segnare lo spartiacque tra due momenti dell’opera narrativa faviana: il primo, in cui predominano gli interrogativi antropologico-esistenziali, e il secondo, in cui la riflessione si concentra sulle disuguaglianze. L’indagine nei panni di giornalista, dunque, sembra fornire a Fava quegli spunti che, rielaborati con lo strumento narrativo, si traducono a loro volta in motivazione per procedere con profondo senso etico nel lavoro giornalistico, in quello che è a tutti gli effetti un circolo virtuoso.

Con il suo ricondurre i problemi della Sicilia a dinamiche sociali e umane replicabili ovunque e la sua fede incrollabile sulle possibilità del cambiamento positivo della situazione isolana e, in generale, della società, Fava si colloca in una posizione singolare nella cultura siciliana, specialmente di quella a lui coeva [23]. Altrettanto, per motivi diversi, si può dire per quanto riguarda il suo posto nel contesto letterario italiano. Fava, infatti, è sostanzialmente estraneo al dibattito teorico-letterario; il particolare intreccio di fiction e cronaca da lui realizzata non è la sperimentazione di un’elaborazione teorica, ma nasce dall’esigenza, come visto, di trasmettere nel modo più efficace il proprio messaggio. Senza dubbio influenzato per formazione personale dalla tradizione del realismo ottocentesco, anche nella sua declinazione verista, Fava la innova proprio grazie alla commistione, per lui naturale, tra le forme letterarie e quelle giornalistiche. Ciò che sorprende è non solo che la sua peculiare forma scrittoria raggiunge risultati qualitativi paragonabili e spesso superiori ai tentativi di analoga ibridazione realizzati da scrittori ben più addentrati nei discorsi sulla letteratura, ma anche che sembra anticipare le riflessioni elaborate oltreoceano dai teorici del New Journalism.

Pur in questa sua posizione singolare e forse proprio in virtù di essa, a cento anni dalla nascita è giunto il momento che al Fava narratore venga riconosciuto il proprio posto tra i grandi del Novecento.

Dialoghi Mediterranei. n. 76, novembre 2025
Note
[1] Basti pensare, ad esempio, al premio IDI vinto nel 1970 per il dramma La violenza, ai posti alti delle classifiche di vendita raggiunti con i suoi romanzi, all’Orso d’Oro per il miglior film assegnato nel 1980 a Palermo oder Wolfsburg, pellicola di cui Fava ha firmato la sceneggiatura.
[2] Sul Fava drammaturgo si segnala in particolare l’edizione di tutto il teatro avviata nel 2014 dall’editore Bietti e curata da Massimiliano Scuriatti, che si concluderà a breve con la pubblicazione del terzo volume.
[3] cfr. N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo. Atti della giornata di studi dedicata a Giuseppe Fava, a cura di M. Finocchiaro, Agorà Edizioni, La spezia 2002: 33-34.
[4] Allestito e organizzato da Elena Fava e Giuseppe Maria Andreozzi, che lo cura ancora oggi, è stato dichiarato di interesse culturale  con decreto n. 71 del 27.06.2018, dalla Soprintendenza Archivistica della Sicilia – Archivio di Stato di Palermo (MiBACT). È tuttora oggetto di un processo di riorganizzazione e risegnatura dei materiali raccolti.
[5] G. Fava, Pagine, ITES, Catania 1969.
[6] Id., La ragazza di luglio, Il Girasole, Valverde 1993.
[7] Id., Prefazione, in Pagine, cit.: V.
[8] N. Zago, Sui romanzi di Giuseppe Fava, in La maestra e il diavolo, cit.: 37.
[9] G. Fava, Gente di rispetto, Bompiani, Milano 1975.
[10] Per approfondire la questione: G.D. Di Mauro, Il titolo come chiave ermeneutica: La maestra e il diavolo di Giuseppe Fava, in «il Pequod», a. 5, n. 9, giugno 2024 e G. M. Andreozzi e G. D. Di Mauro, Il romanzo “recuperato”di Pippo Fava e quel diavolo che non è solo la mafia, 14 giugno 2024, https://www.liberainformazione.org/2024/06/14/il-romanzo-recuperato-di-pippo-fava-e-quel-diavolo-che-non-e-solo-la-mafia/ (ultima consultazione: 17 ottobre 2025).
[11] Titolo con cui è stato ripubblicato nel 2024 da Navarra Editore, con un’introduzione e un apparato di materiali a cura di G. M. Andreozzi.
[12] Cfr. G. Fava, La vergogna, in Id., Processo alla Sicilia, ITES, Catania 1967.
[13] Ad esempio in una lettera indirizzata probabilmente al suo editor in Bompiani e conservata nell’Archivio con segnatura RNS 24 e in un’intervista rilasciata in occasione dell’uscita del film Gente di rispetto, cfr. M. Palumbo, Una maestra contro i padrini, in «Il Corriere di Informazione», 27 ottobre 1975.
[14] G. Fava, Prima che vi uccidano, Bompiani, Milano 1976.
[15] Secondo Rosalba Cannavò, il romanzo era valso a Fava la vittoria del Premio Verga nel 1967 e del Premio Pirandello nel 1968, cfr. R. Cannavò, Pippo Fava: cronaca di un uomo libero, CUECM, Catania 1990: 90 e 35, nota 15. La Fondazione corregge la data del Premio Verga al 1960, cfr. www.fondazionefava.it/narrativa/prima-che-vi-uccidano/ (ultima consultazione: 17 ottobre 2025).
[16] Nel documento segnato RNS 03.
[17] Giuseppe Dolei, Il caso Fava tra poesia e verità, Editoriale Artemide, Roma 2010: 53.
[18] Cfr. M. Finocchiaro, L’orizzonte narrativo siciliano in «Prima che vi uccidano», in La maestra e il diavolo, cit.
[19] G. Fava, Passione di Michele, Cappelli, Bologna 1980.
[20] R. Orioles, Cinque Gennaio, 5 aprile 2006, https://www.girodivite.it/Cinque-Gennaio.html (ultima consultazione: 17 ottobre 2025).
[21] Cfr. G. Fava, Le anime morte, in Id., Processo alla Sicilia, cit.
[22] Cfr. Id., Gente di rispetto, cit.: 213-214.
[23] Cfr. G. D. Di Mauro, La lotta per il cambiamento: la sicilitudine nella narrativa di Giuseppe Fava, 25 febbraio 2025, 
https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Fava/T_Fava4.html (ultima consultazione: 17 ottobre 2025).

________________________________________________________ 

Giuseppe Davide Di Mauro, laureato in Lettere moderne con una tesi intitolata Giuseppe Fava, narratore. ha scritto sulla narrativa di Fava per ‘Il Pequod’, ‘Libera Informazione’, il magazine di lingua italiana di Treccani e per il catalogo della mostra La cultura e il diavolo. L’arte di Giuseppe Fava – Tra impegno civile, politico e intellettuale – a cura di Vittorio Ugo Vicari. È al lavoro sull’ideazione di un progetto di digitalizzazione dell’Archivio contenente l’opera dell’autore.

______________________________________________________________

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>