Stampa Articolo

Botanici, erborizzazioni e cospirazione nell’Italia pre-unitaria: la scienza come prodromo dell’Unità

attidellariunion12scie_0015di Gianni Palumbo 

1. Il nodo storiografico: tra agiografia risorgimentale e neutralità scientifica

La questione del rapporto sussistente tra l’attività botanica e l’impegno politico nell’Italia della Restaurazione costituisce un nodo interpretativo complesso e affascinante della storiografia risorgimentale. Questo tema, poco indagato, è oscillato tra due estremi opposti: da un lato, la celebrazione post-unitaria, talvolta retorica e acritica, del “botanico-patriota” diviso tra barricate e raccoglitori d’erbario; dall’altro, la rimozione di matrice positivista che, nel tentativo di salvaguardare l’oggettività della scienza, ha teso a neutralizzare e cancellare ogni dimensione politica o civile dalle biografie degli scienziati, col risultato di un mancato approfondimento nella direzione della comprensione piena di questo interessante tema storico-scientifico. Il presente contributo prova, almeno parzialmente, a porre le basi per una riflessione articolata.

L’analisi scientifica di questo fenomeno richiede oggi un approccio metodologicamente rigoroso, capace di mappare e distinguere con precisione le diverse sfumature del coinvolgimento pubblico dei naturalisti, discernendo tra il coinvolgimento diretto e clandestino in vere e proprie attività cospirative, la partecipazione aperta e militante ai moti insurrezionali del 1848-1849 o alle successive guerre d’indipendenza, l’espressione di orientamenti liberali e progressisti mediata attraverso la stessa attività scientifica e, infine, la costruzione consapevole di reti intellettuali e istituzionali trans-statali che, nella pratica quotidiana, prefiguravano l’unità della penisola. La sfida storiografica consiste nel ricostruire questo affascinante intreccio senza cedere né all’agiografia mitizzante né allo scetticismo radicale, fondando ogni affermazione su documentazione primaria verificabile e rintracciabile nelle fonti dell’epoca.

Bisogna inoltre considerare che, nella prima metà del XIX secolo, la botanica possedeva una caratterizzazione epistemologica ben precisa, essendo una disciplina dal carattere prevalentemente floristico, sistematico e speciografico. Il lavoro dello scienziato era volto, in primo luogo, a classificare nuove specie, a descriverne la morfologia e a definire i complessi aspetti della geografia botanica, ovvero la fitogeografia. Sarà solo nell’ultima parte del secolo che si assisterà a una transizione metodologica radicale, passando dalla botanica sistematica descrittiva alla moderna biologia vegetale e all’ecologia. Eppure, proprio sotto la superficie di questa meticolosa catalogazione basata sul sistema linneano – che Linneo aveva riformulato e rilanciato nella seconda metà del Settecento – o sul sistema di De Jussieu, si muoveva una realtà straordinaria. Ben prima del 1861 e della proclamazione ufficiale del Regno, i botanici dei vari Stati italiani condividevano già intenti comuni, modalità uniformi di raccolta, protocolli rigidi di scambio e metodologie identiche di analisi e organizzazione dei dati scientifici. In questo senso, l’Unità d’Italia fu fatta e vissuta, prima ancora che dalle diplomazie e dagli eserciti, dai botanici che battevano i sentieri della penisola.

Guseppe Antonio Pasquale

Giuseppe Antonio Pasquale

2. La frammentazione geopolitica della Restaurazione e i sospetti polizieschi

Il contesto politico dell’Europa post-congressuale creò le condizioni strutturali entro cui si sviluppò il rapporto profondamente ambivalente tra scienza e potere. Dopo il Congresso di Vienna del 1815, la penisola italiana si ritrovò frammentata in Stati che adottarono politiche profondamente differenziate verso le istituzioni universitarie e scientifiche, disegnando una geografia variegata di opportunità di ricerca e vincoli repressivi. Il Regno Lombardo-Veneto, nell’Impero Austriaco, applicò un sistema di controllo burocratico rigido ed efficiente che, sebbene asfissiante nella censura preventiva sulle pubblicazioni, mantenne un pragmatico rispetto per le competenze scientifiche, garantendo un solido sostegno materiale e finanziario a istituzioni di antico prestigio, prima fra tutte l’Università di Padova. Al contrario, lo Stato Pontificio espresse una diffidenza radicale e ideologica verso le innovazioni scientifiche, percepite dagli ambienti più reazionari della Curia come potenzialmente eversive dell’ordine sociale e teologico tradizionale, combinando una severa censura ecclesiastica a un costante controllo poliziesco, pur dovendo preservare l’alto prestigio dell’antica Università bolognese. Il Regno delle Due Sicilie visse invece una parabola oscillante, in cui a parziali aperture e investimenti significativi negli anni Venti seguì una repressione crescente dopo i moti del 1830. La dinastia borbonica continuò a finanziare strutture d’eccellenza, come il Real Orto Botanico di Napoli, per ragioni di prestigio dinastico e proiezione internazionale, ma intensificò parallelamente la vigilanza poliziesca attorno a docenti e studenti dopo ogni sussulto insurrezionale. In questo panorama, il Granducato di Toscana si distinse come il clima relativamente più liberale e tollerante della penisola, forte di una lunghissima tradizione di mecenatismo scientifico che risaliva ai Medici e ai Lorena, facendo di Firenze un polo di attrazione per intellettuali, scienziati ed esuli da altri Stati, e garantendo una zona di relativa tolleranza per le discussioni scientifiche e politiche di orientamento moderato.

In un contesto così capillarmente sorvegliato, la pratica ordinaria dell’erborizzazione sul campo presentava caratteristiche intrinseche tali da generare sospetti negli apparati repressivi dello Stato, indipendentemente dalle reali intenzioni del botanico. La ricerca floristica richiedeva continui spostamenti non legati a motivi commerciali, spingendo i botanici lungo la dorsale appenninica, in zone montane, impervie, periferiche e spesso a ridosso dei confini di Stato, aree notoriamente difficili da controllare e tradizionali rifugi di cospiratori. Per sopravvivere e muoversi in territori così remoti, gli scienziati dovevano necessariamente interagire con le popolazioni locali, assoldare guide, chiedere ospitalità a pastori o proprietari terrieri, costituendo reti di relazioni che agli occhi della gendarmeria potevano configurarsi come coperture per la diffusione di messaggi politici o il reclutamento di affiliati. Non mancano, tuttavia, casi nei quali i botanici hanno partecipato attivamente ad attività rivoluzionarie anche nel cuore delle città; è il caso, ad esempio, di Giuseppe Antonio Pasquale, botanico calabrese (Anoja superiore, 1820-Napoli, 1893) che sarebbe diventato direttore dell’Orto botanico di Napoli, allorquando, nel 1847, quando era assistente di Michele Tenore (Direttore dell’Orto botanico), fornì rifugio a Silvio Spaventa, fratello del filosofo Bertrando, proprio in una stanza dell’orto botanico. A ciò si aggiungeva l’ermetismo del linguaggio scientifico: la nomenclatura latina, le annotazioni tecniche sui taccuini di campagna, i diagrammi floristici e la descrizione dei caratteri specifici delle piante risultavano totalmente incomprensibili ai funzionari di polizia e ai doganieri. Il sospetto che i cataloghi botanici potessero essere messaggi cifrati o codici cospirativi era frequente, e la mancanza di competenze specifiche negli apparati di controllo rendeva difficile censurare efficacemente la corrispondenza tecnica. Infine, l’organizzazione di spedizioni di gruppo, composte da docenti, studenti e appassionati botanofili, unita all’affiliazione a società scientifiche, violava di fatto il principio cardine della Restaurazione, secondo cui ogni aggregazione spontanea non autorizzata dall’alto era intrinsecamente pericolosa e suscettibile di celare finalità eversive.

La reale portata di questo intreccio va cercata non tanto nei complotti clandestini, quanto nella lenta e inesorabile costruzione di una coscienza culturale unitaria.

Campione Erbario centrale italiano

Campione Erbario centrale italiano

3. I Congressi degli Scienziati Italiani: la nascita di una patria intellettuale

Un caso di eccezionale rilevanza documentaria e politica è rappresentato dalle Riunioni o Congressi degli Scienziati Italiani, che si tennero annualmente tra il 1839 e il 1847. Non si trattò di semplici convegni accademici, ma di una clamorosa iniziativa scientifica le cui implicazioni politiche furono immediatamente colte sia dai contemporanei sia dai sovrani della penisola. La prima storica edizione si svolse a Pisa nel 1839, per volere del granduca Leopoldo II, seguita da successivi incontri nelle principali città come Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli nel 1845, fino a Genova nel 1847, creando per la prima volta uno spazio di discussione e di incontro fisico autenticamente trans-statale, dove gli scienziati venivano organizzati in sezioni disciplinari che includevano la chimica, la geologia, la zoologia e, con un ruolo preminente, la botanica.

Le autorità politiche guardarono a queste assemblee con estrema preoccupazione. Il Congresso, infatti, realizzava nei fatti ciò che i governi cercavano di impedire sulla carta, creando uno spazio pubblico denominato esplicitamente “italiano” che ignorava le frontiere geopolitiche, incentivando la mobilità degli intellettuali da uno Stato all’altro, adottando ufficialmente la lingua italiana come codice di comunicazione scientifica in sostituzione del latino e favorendo la socialità informale e lo scambio di idee tra le élite culturali della nazione. Le reazioni dei singoli sovrani illuminano perfettamente le tensioni dell’epoca: se l’Austria manifestò inizialmente una dura diffidenza per poi scegliere la via della tolleranza controllata, permettendo lo svolgimento del congresso di Padova nel 1842 e di Milano nel 1844, lo Stato Pontificio mantenne un’ostilità intransigente e insuperabile, negando costantemente l’autorizzazione a ospitare l’evento a Bologna [1]. Dal canto suo, il Regno delle Due Sicilie passò dall’iniziale orgoglio dinastico e dal fasto profuso per l’edizione napoletana del 1845 a un irrigidimento reazionario negli anni successivi, intimorito dal fermento politico che precedeva il 1848. Il fatto stesso che la serie dei congressi si sia bruscamente interrotta dopo l’edizione genovese del 1847, e non sia potuta riprendere durante il biennio rivoluzionario, dimostra inequivocabilmente come tali consessi fossero percepiti come la camera d’incubazione culturale della rivoluzione.

I botanici furono tra i protagonisti più attivi di queste sezioni. Gli atti ufficiali stampati rivelano discussioni condotte con un rigore terminologico impeccabile, incentrate su flore regionali, sinonimi tassonomici e fitogeografia. Nelle relazioni ufficiali non si trova alcun riferimento politico esplicito; eppure, l’effetto politico complessivo era formidabile. Attraverso il confronto scientifico si stava codificando l’esistenza di un’unica comunità scientifica italiana, i cui membri si riconoscevano come colleghi e compatrioti pur essendo sudditi di sovrani diversi e spesso rivali. A tal proposito è molto interessante una lettera, scritta dal botanico Vincenzo Tenore (1826-1886), nipote dell’illustre Michele Tenore, al patriota e botanico Giuseppe Antonio Pasquale [2], nella quale si sottolinea «… Che le scienze non abbiano profittato nulla da questo congresso non lo voglio affermare, ma il loro profitto è ben poca cosa a confronto del vantaggio che ne ha tratto il pensiero e la civiltà italiana …».

Antonio Bertoloni

Antonio Bertoloni

4. La cartografia della natura: Bertoloni, Parlatore e l’Italia geografica

Il contributo più profondo e duraturo della botanica alla causa dell’Unità si realizzò attraverso la stesura delle grandi opere floristiche nazionali. In un’epoca in cui la censura vietava di parlare dell’Italia come entità politica, i botanici la descrissero come un’entità biologica e naturale incontestabile.

4. 1 La Flora Italica di Antonio Bertoloni

Il monumento scientifico di questa stagione è senza dubbio la Flora Italica di Antonio Bertoloni, titolare della cattedra di Botanica all’Università di Bologna. Pubblicata in dieci monumentali volumi tra il 1833 e il 1854 con il titolo esteso di Flora italica sistens plantas in Italia et in insulis circumstantibus sponte nascentes, l’opera rispondeva a un’ambizione scientifica e geografica di portata rivoluzionaria: descrivere accuratamente l’intero patrimonio vegetale della penisola e delle isole circostanti. Per portare a termine questa titanica impresa, Bertoloni non lavorò in isolamento, ma tessé una fitta tela di collaborazioni trans-statali, ricevendo migliaia di campioni d’erbario, segnalazioni e note da scienziati, medici e appassionati residenti in ogni angolo d’Italia.

L’opera utilizzava il latino come codice internazionale per le descrizioni specifiche, ma l’apparato critico, l’indicazione delle località di rinvenimento e la nomenclatura geografica erano strutturati in lingua italiana. Il titolo stesso prescelto, Flora Italica, suonava come una fiera affermazione d’identità culturale. Sfidando la celebre massima geopolitica di Metternich, Bertoloni dimostrava che l’Italia non era affatto una semplice “espressione geografica” inventata dai letterati, bensì una realtà ecologica e naturale unitaria, preesistente ai governi e fondata sull’oggettività scientifica delle piante che ne popolavano il suolo. Il valore aggiunto di questa operazione risiede anche nel contesto in cui nacque: Bertoloni lavorava a Bologna, sotto il governo dello Stato Pontificio, e riuscì a ottenere i necessari visti della censura ecclesiastica, il sostegno accademico dell’Ateneo e la costante collaborazione di botanici operanti in territori asburgici o borbonici. Ciò attesta come la scienza fosse in grado di ritagliarsi uno spazio di autonomia e di franchigia doganale, un canale protetto entro cui l’unità dello spirito e della cultura poté svilupparsi parallelamente alla maturazione dei tempi politici.

Filippo Parlatore

Filippo Parlatore

4. 2 La Flora Italiana di Filippo Parlatore

Sulla stessa scia ideale si colloca l’esperienza scientifica e umana di Filippo Parlatore. Nato a Palermo nel 1816, compì i suoi primi studi nel Regno delle Due Sicilie, lavorando presso l’Orto Botanico palermitano, prima di trasferirsi a Napoli nel 1837. Spinto principalmente da motivazioni professionali e alla ricerca di istituzioni meglio dotate, il suo approdo a Firenze nel 1841 non fu casuale: l’ambiente del Granducato gli garantì quell’autonomia di ricerca e quella vivacità intellettuale che mancavano nei domini borbonici. Nel 1842, a soli ventisei anni, venne nominato direttore del Giardino dei Semplici e professore di Botanica.

Nel clima stimolante di Firenze, Parlatore diede vita a progetti di respiro esplicitamente nazionale: nel 1844 fondò il Giornale botanico italiano e, nel 1845, istituì l’Erbario Centrale Italiano, concepito fin dall’inizio come il grande archivio della nazione, destinato a raccogliere ed esporre in un unico luogo i campioni vegetali provenienti da ogni latitudine dell’Appennino e delle Alpi. Nel 1848, nel pieno della fiammata rivoluzionaria che sconvolgeva l’Europa, Parlatore diede alle stampe il primo volume della sua Flora Italiana, opera che lo avrebbe impegnato fino al 1869. La scelta di scrivere il titolo e le introduzioni direttamente in lingua italiana, abbandonando il latino usato da Bertoloni, rappresentava un ulteriore e consapevole passo in avanti verso la nazionalizzazione del discorso scientifico, traducendo la pratica fitogeografica in un esplicito manifesto di appartenenza patria.

floraeitalicaefr00vivi_0003_medium5. Le Flore regionali e la parabola di Michele Tenore: la scienza sotto lo spettro del 1799

Accanto ai progetti di respiro spiccatamente unitario, la prima metà dell’Ottocento fu caratterizzata da una fioritura di studi floristici a carattere regionale, scientificamente rigorosi, che censivano il territorio con precisione millimetrica, inserendosi in quelle dinamiche che hanno portato i botanici a essere dei veri e propri anticipatori delle sorti politiche di quella che poi sarebbe diventata l’Italia. Se nel nord della penisola Domenico Viviani si dedicò intensamente allo studio delle specie liguri e appenniniche, pubblicando già nel 1808 i suoi importanti Florae Italicae fragmenta come opera pionieristica nel definire i lineamenti vegetazionali della catena montuosa che attraversa l’Italia, nel Mezzogiorno la figura dominante fu quella di Michele Tenore.

Scienziato di fama europea, fondatore e direttore per oltre un cinquantennio del Real Orto Botanico di Napoli, Tenore si dedicò alla stesura della Flora Napolitana, un’opera monumentale ed enciclopedica pubblicata in cinque volumi di testo e imponenti atlanti di tavole tra il 1811 e il 1838, censendo in modo esaustivo il patrimonio vegetale dei domini continentali del Regno delle Due Sicilie, costantemente affiancato dal suo allievo più brillante e braccio destro, Giovanni Gussone, autore del Florae Siculae Prodromus e della successiva Flora Sicula, tessere fondamentali per la conoscenza della biodiversità mediterranea. La figura di Michele Tenore, tuttavia, introduce un elemento interpretativo essenziale, ricco di aneddoti di particolare interesse scientifico oltre che storico, che raccontano l’evidenza di dirette influenze della politica sul mondo della scienza: non vi era infatti un’automatica e biunivoca corrispondenza tra l’eccellenza nella ricerca botanica e l’adesione alle idee liberali o unitarie. Tenore scelse deliberatamente una linea di assoluta e formale fedeltà alla dinastia dei Borbone, diventando membro delle accademie reali e medico personale del re Ferdinando II; non prese mai parte a trame anti-governative e continuò a dirigere l’Orto Botanico e a insegnare regolarmente sia durante i moti del 1820 e del 1848, sia nelle successive fasi di dura reazione poliziesca.

floraesiculaesyn01guss_0007_mediumQuesta rigida separazione tra le convinzioni scientifiche e l’attivismo politico non era dettata da semplice indifferenza, ma era una consapevole strategia di sopravvivenza in tempi oscuri. Tenore, infatti, aveva ben impresso nella memoria il tragico destino toccato a uno dei suoi più grandi maestri e mentori, il celebre medico e botanico Domenico Cirillo che, dopo l’esperienza avanzata e straordinaria della Repubblica partenopea del 1799, fu giustiziato al ritorno dei Borbone. Guardandosi bene dal ripercorrere quella terribile sorte, Tenore si mosse con estrema prudenza diplomatica: un esempio lampante risale al decennio francese, quando dedicò un genere floristico a Gioacchino Murat, attribuendogli il nome di Joachima. Tuttavia, con la fine dell’influenza napoleonica e la restaurazione borbonica, si scatenò un grosso dibattito, camuffato anche da questioni scientifiche, che costrinse il botanico a “mutare” il nome di tale genere nella sua monumentale opera sulla flora meridionale per mera opportunità politica evitando di riverberare quel nome che suonava come un’imperdonabile professione di fede giacobina e murattiana. È proprio per questi motivi che nella storia bibliografica inerente a tale enciclopedia risultano edizioni differenti e varianti testuali a seconda degli anni a cavallo tra il decennio francese e la restaurazione borbonica, specchio fedele di un’epoca in cui la scienza doveva piegarsi ai venti della restaurazione per poter sopravvivere.

Nonostante la sua dichiarata fedeltà alla corona, Tenore mantenne per tutta la vita fitti rapporti epistolari e scientifici con botanici di orientamento apertamente liberale o residenti in Stati considerati ostili dal governo di Napoli, dimostrando come la comunità degli studiosi continuasse a funzionare come una rete di solidarietà superiore. 

Nicolaantonio Pedicino

Nicolantonio Pedicino

6. Scienziati in armi: il Risorgimento militante di Bubani, Pasquale e Pedicino

Se Tenore scelse la via della prudenza protettiva, la maggior parte dei botanici della nuova generazione non esitò a schierarsi apertamente con le idee progressiste, democratiche e unitarie, pagando spesso di persona il prezzo dell’impegno politico e partecipando attivamente ai moti risorgimentali. Tra questi scienziati-patrioti, capaci di alternare il tavolo d’erbario alle barricate, spiccano le figure del romagnolo Pietro Bubani – che dedicò la vita allo studio della flora dei Pirenei e fu fervente mazziniano – e del calabrese Giuseppe Antonio Pasquale, del quale abbiamo già detto, che coniugarono il rigore dell’indagine naturale con il fervore del riscatto politico.

In questo panorama di scienza militante, la biografia del molisano Nicolantonio Pedicino assume un valore paradigmatico. Nato a San Giuliano del Sannio (Campobasso) nel 1839, Pedicino visse pienamente l’esperienza dei movimenti insurrezionali che scossero la penisola: nel 1860, a Isernia, prese parte attiva alle lotte civili e ai combattimenti per contrastare la violenta reazione borbonica che tentava di fermare l’avanzata garibaldina, mentre nel 1866, allo scoppio della Terza guerra d’indipendenza, si arruolò nuovamente per battersi contro l’Impero Austriaco, finché, a seguito della battaglia di Bezzecca, venne catturato dalle truppe asburgiche e internato come prigioniero di guerra per diversi mesi in Croazia.

Solo dopo il compimento dell’unificazione e la pacificazione del Paese, Pedicino poté dedicarsi interamente alla sua straordinaria vocazione accademica e scientifica. Laureatosi originariamente in medicina, professione che non esercitò mai per non sottrarre tempo prezioso alla botanica, insegnò presso vari istituti tecnici e licei napoletani, tra cui il prestigioso Liceo Vittorio Emanuele e l’Istituto Tecnico “G. B. Della Porta”. In tutte le scuole in cui operò, Pedicino rivoluzionò la didattica delle scienze naturali, introducendo come strumenti pedagogici fondamentali le escursioni botaniche di gruppo lungo la dorsale appenninica – prediligendo i massicci della Majella, del Gran Sasso, del Matese e del Gargano – e organizzando laboratori in cui gli studenti imparavano a disporre gli erbari e a catalogare collezioni di minerali, alghe e muschi, formando menti d’eccezione quali Giuseppe Camillo Giordano e Antonio Jatta.

Nel 1872, lo Stato italiano chiamò Pedicino a insegnare presso la neonata Scuola Superiore Agraria di Portici, dove fu ordinario di Botanica fino al 1877. In questo quinquennio straordinariamente fecondo egli concretizzò il sogno di creare una scuola scientifica d’avanguardia, capace di abbracciare tutti i rami della botanica moderna, dall’istologia all’anatomia vegetale, dall’impollinazione all’algologia. A Portici fondò nel 1873 l’Orto Botanico, assumendone la direzione e trasformando radicalmente i giardini storici del Sito Reale, nati con una struttura puramente ornamentale e aristocratica, per conferire loro una rigorosa organizzazione didattica. Avviò la prima raccolta dei semi, istituì un moderno Laboratorio di botanica, una ricca xiloteca e fece progettare e costruire una serra in ferro e vetri di straordinaria eleganza architettonica che ancora oggi porta il suo nome. Nel 1877, vincitore del concorso per la Cattedra di Botanica all’Università di Roma, si trasferì nella Capitale, lasciando la cattedra porticese al suo allievo più brillante, Orazio Comes, e donando alla sua morte, avvenuta improvvisamente nel 1883, il suo prezioso erbario personale al Laboratorio botanico romano, lasciando inoltre la traduzione della celebre Botanica di Joseph Dalton Hooker come testamento scientifico per le future generazioni. 

Giuseppe Camillo Giordano

Giuseppe Camillo Giordano

7. La materialità degli scambi epistolari e la costruzione dell’unità vegetazionale

Mentre i singoli destini dei botanici oscillavano tra la prudenza politica e l’audacia militare, la trama delle corrispondenze epistolari costituiva la vera struttura connettiva della nazione in formazione. Gli epistolari tra scienziati, oggi conservati negli archivi degli orti botanici e delle università, rivelano l’esistenza di un vero e proprio mercato di scambio intellettuale che ignorava deliberatamente i confini statali e i dazi doganali, svolgendo funzioni scientifiche nella validazione delle scoperte, funzioni sociali nel cementare una comunità professionale coesa e funzioni identitarie attraverso l’uso costante della lingua italiana per la stesura delle lettere private e scientifiche. Lo status di scienziato e il carattere apparentemente “neutro” delle lettere offrivano un canale di comunicazione parzialmente protetto, una zona franca che riduceva l’efficacia delle ispezioni della polizia.

La materialità di questi scambi era tangibile: i plichi non contenevano solo fogli scritti, ma un flusso continuo di semi, bulbi, talee e preziosi campioni d’erbario essiccati, oggetti naturali che materializzavano fisicamente l’Unità del Paese prima che questa venisse proclamata in Parlamento. Un campione raccolto in Basilicata da Giuseppe Camillo Giordano veniva inviato a Napoli, studiato a Firenze da Parlatore e inserito da Bertoloni nella sua opera bolognese; in questo modo, la flora dell’intera penisola veniva riunita, catalogata e consultata in un unico luogo virtuale e ideale, anticipando simbolicamente la nascita dello Stato unitario.

Campione Erbario Bertoloni

Campione Erbario Bertoloni

8. Conclusioni

In definitiva, la ricognizione storica del rapporto tra attività botanica e dinamiche risorgimentali restituisce un quadro assai più ricco, mosso e articolato rispetto alla rigida dicotomia tra il silenzio accademico e la cospirazione politica. Sebbene la dipendenza economica dalle casse dei sovrani assoluti abbia imposto a molti scienziati una formale e prudente separazione tra scienza e politica, la comunità dei botanici italiani ha svolto un ruolo politico di primo ordine proprio attraverso la natura apparentemente neutrale delle sue ricerche.

Diversità e similitudini hanno navigato e si sono incrociate per decenni lungo l’intera dorsale appenninica, nel mare tempestoso della politica del tempo, permettendo ai botanici di fare l’Italia Unita prima ancora che la politica ne disegnasse i confini con i trattati internazionali. Essi vi sono riusciti operando una sistematica, concorde e scientifica lettura vegetazionale del territorio, dove la normalizzazione di un lessico geografico che parlava correntemente di “Italia settentrionale, centrale e meridionale” anziché di territori pontifici o borbonici, la fondazione anticipata di sodalizi nazionali come la Società Crittogamologica Italiana nel 1858 e l’edificazione dell’Erbario Centrale Italiano hanno dimostrato l’esistenza di un’Unità organica e profonda. È stata l’unità d’intenti e di metodi di una comunità scientifica che ha saputo imporre l’evidenza di un’Italia unita nella natura, una sintesi superiore che solo la forza eloquente, rigorosa e suggestiva delle grandi rappresentazioni floristiche ha potuto determinare e consegnare alla storia del nostro Paese. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] cfr. Pancaldi, Giuliano. I congressi degli scienziati italiani nell’età del Risorgimento. Bologna: Il Mulino, 1983; Caporilli, Pietro. I congressi degli scienziati italiani (1839-1847). Roma: Volpe, 1979; Gigli, Giuseppe. La reazione nello Stato Pontificio sotto il pontificato di Gregorio XVI. Imola: Galeati, 1904.
[2] «Carissimo Peppino…
Oh quanto mi son consolato a sentire che tu abbi pienamente ricuperata la sanità! Questa nuova mi toglie dall’animo una spina, che prima assai mi affliggeva, e mi fa vivere più lieto e tranquillo […] Mi domandi qualche notizia del Congresso e degli scienziati: or sappi che tu m’inviti a nozze, che tanto son io voglioso di raccontare in questa materia, quanto tu di sapere, e solo m’incresce di non aver parole convenienti a descriverti le stupende cose da me vedute ed intese in questi passati giorni. Eh mio Peppino bisognava starci a vedere tanti uomini illustri stringersi la destra ed abbracciarsi come fratelli, tanti, chiari italiani tutti infiammati di carità di patria non altro volere che fratellanza ed amore, non altro pretendere che il bene di questa patria comune. Libero il parlare, libero l’arringare, non simulazioni, non sospetti. Che meraviglia, che strana cosa fu per noi a sentire la proposta di un sistema metrico italiano; a sentire la gara che s’accese nel giorno della nomina della città pel 9° Congresso, tra siciliani e veneziani, il primo volendolo a Palermo, i secondi a Venezia; a fremere insieme e rallegrarci alla pubblica ostentazione delle sventure e delle glorie d’Italia! Il Re, nella prima adunanza generale, rispose pubblicamente alle lodi del Presidente generale, che lui amava le scienze, e le avrebbe sempre protette. Fu fuoco all’incendio. Tutti ravvivarono le speranze, in tutti si accrebbe l’ardire, sì che si giunse fino a pretendere, sempre in pubblico, che agli italiani degli altri stati d’Italia non fosse dato in Napoli il nome di forestieri, essendo essi in casa propria; e questo odioso nome fu subito sbandito dal comune parlare e dagli scritti; onde distinguere i napoletani dagli altri italiani si appellarono regnicoli. Che le scienze non abbiano profittato nulla da questo congresso non lo voglio affermare, ma il loro profitto è ben poca cosa a confronto del vantaggio che ne ha tratto il pensiero e la civiltà italiana. Dippiù i congressi scientifici son come la pietra di paragone; essi mostrano il valore di ognuno che vi accede, ed abbassano l’orgoglio di quelli che poco sanno e vogliono essere tenuti sapienti, mentre innalzano il merito modesto d’un ingegno bennato. Certo chi dice male dei congressi italiani, o non v’è mai stato, o è cieco della mente e non vede lume. Tenendo ora a qualche particolare ti dirò che vi furono 9 sezioni, cioè Medicina, presidente Lanza, Agronomia e Tecnologia Presidente il Conte Freschi; Chirurgia pres. Santoro; Fisica e matematica pres. Orioli, Chimica pres. Principe di Canino, Botanica pres. Cav. Tenore, Mineralogia e Geologia pres. Pasini. I soci effettivi superarono il numero di 1600; ed in questo veramente si trascorse un poco che vi si ammise molta plebe. Ma tutti ambivano di essere ascritti, e molti col gridare col mentire coll’impegnare vi arrivavano …» (Quaranta G., 2012). 
Riferimenti bibliografici 
BERTOLONI Antonio, Flora Italica sistens plantas in Italia et in insulis circumstantibus sponte nascentes, 10 voll., ex Typographaeo Richardi Masii, Bologna, 1833-1854. 
PALUMBO Gianni, La vicenda di Giuseppe Camillo Giordano. Frammenti d’erbario di un botanico romantico, Adda Edizioni, Bari 2014. 
PALUMBO Gianni, Botanica e Appennino. L’Italia unita in “verticale” prima del 1860, www.civiltaappennino.it (ultima consultazione 20/06/2026)
PARLATORE Filippo, Flora Italiana ossia descrizione delle piante che crescono spontanee o vegetano come tali in Italia e nelle isole ad essa aggiacenti, Le Monnier, Firenze, 1848-1896 (opera incompiuta, continuata dopo la morte dell’autore). 
QUARANTA Giovanni, Giuseppe Antonio Pasquale. Patriota calabrese e Direttore del Real Orto Botanico di Napoli. Associazione Culturale “L’Alba” edizioni, Maropati (RC), 2012. 
TENORE Michele, Flora Napolitana, ossia descrizione delle piante indigene del Regno di Napoli, 5 voll., Stamperia Reale, Napoli, 1811-1838. 
Atti del Congresso degli Scienziati Italiani, edizioni varie per le diverse città ospitanti (Pisa 1839, Torino 1840, Firenze 1841, Padova 1842, Lucca 1843, Milano 1844, Napoli 1845, Genova 1846, Venezia 1847). 
Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, 1960-oggi. [Voci consultate: Antonio Bertoloni, Filippo Parlatore, Michele Tenore, Roberto de Visiani e altri botanici del periodo indagato] 
Enciclopedia Treccani, voci relative ai botanici italiani dell’Ottocento e alle istituzioni scientifiche del periodo.

 _____________________________________________________________

Gianni Palumbo, scrittore per vocazione, saggista per rigore e voce di Wikiradio su Radio3 RAI, dove narra le vite degli altri con la complicità di chi le ha studiate troppo a lungo. Naviga da anni tra la storia della fauna e la botanica poetica, presiedendo BioPhilia Group – probabilmente per giustificare formalmente il proprio amore viscerale per tutto ciò che respira – e l’Associazione «Giuseppe Camillo Giordano». Ha passato oltre dieci anni a setacciare gli archivi di mezza Europa per ricostruire il tragico naufragio del piroscafo Utopia del 1891, trasformando un cumulo di documenti dispersi in un saggio storico fondamentale. Alternando la scrittura per l’etere alla rigorosità della saggistica, ha esercitato le funzioni di Ispettore archivistico onorario, dimostrando che si può essere riconosciuti dal Ministero anche mentre si insegue un artista eremita come Charles Lucien Moulin tra le rocce delle Mainarde. Membro del CISAV e della Società Italiana per la Storia della Fauna, ha dedicato libri a falchi, santi e botanici romantici, convinto che la verità si nasconda sempre nell’ultima cartella in fondo allo scaffale. Oggi continua a promuovere la cultura degli archivi con la stessa ostinazione del suo eremita preferito: con un occhio rivolto alle vette e l’altro immerso nelle carte, per salvare dall’oblio le utopie che ancora attendono di essere raccontate.

_____________________________________________________________


Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>