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Bonhoeffer in America

Bonehfeur tra i pastori protsetanti

Bonhoeffer con giovani pastori protestanti

di Andrea Russo 

Mentre si celebra l’ottantesimo anniversario dell’assassinio del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945 – campo di concentramento di Flossenbürg), la sua opera continua ad essere distorta per fini ideologici. Dal dopoguerra ad oggi non è la prima volta che ciò accade. Molteplici sono stati i tentativi di appropriazione della sua figura e della sua eredità. L’uso che infatti è stato fatto della sua opera è quello di un archivio da cui estrarre citazioni e concetti da esibire a conferma delle proprie teorie. Dal dibattito è così emerso il Bonhoeffer cripto socialista, il teologo della «morte di Dio», il pacifista ammiratore di Gandhi, il resistente politico al nazionalsocialismo. Bisogna tuttavia riconoscere che, nonostante gli evidenti limiti, queste interpretazioni unilaterali contengono alcuni elementi di verità, poiché non si sono limitate ad una mera ripetizione, ma hanno individuato questioni del suo pensiero suscettibili di sviluppo. Del resto, come diceva sant’Agostino, «non c’è falsa dottrina che non contenga alcuni elementi di verità» [1]. 

 il campo di concentramento di Flossenbürg.

Il campo di concentramento di Flossenbürg

L’ermeneutica bonhoefferiana novecentesca è però tutt’altra cosa rispetto a quella attuale. Se la prima   ha prodotto un grande pensiero filosofico e teologico, oggi ci tocca la sciagura degli ambienti cristiani trumpiani, che sono soliti riferirsi a Bonhoeffer come a una sorta di testimonial prestigioso dei valori tradizionali del patriottismo, del nazionalismo, del militarismo. Come è noto, figura chiave di questa distorta interpretazione della vita di Bonhoeffer è il giornalista Eric Metaxas, la cui monografia a lui dedicata, pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 2010, ha venduto un milione di copie in tutto il mondo [2]. Divenuto in seguito un entusiasta sostenitore di Trump, il giornalista durante la campagna per le elezioni presidenziali ha più volte paragonato Biden a Hitler e i democratici ai nazisti, rimandando al suo libro su Bonhoeffer per cogliere in profondità i dettagli di tale parallelismo.

C’è inoltre un film uscito negli USA nel 2024, giusto dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali, nella cui locandina il teologo viene raffigurato con una pistola in mano. Insomma, immagine alla James Bond conforme al titolo della pellicola, Bonhoeffer: Pastor. Spy. Assasin, tuttavia molto meno con la reale figura storica di un uomo che ha sì partecipato alla fallita congiura per uccidere Hitler, ma che per questo ha pagato con la propria vita senza versare il sangue altrui. Infine, vorrei richiamare l’attenzione sul documento della fondazione filo-trumpiana Heritage, denominato “Progetto 2025”, nel quale viene ripresa la categoria teologica della «grazia a caro prezzo», che Bonhoeffer utilizzò alla fine degli anni ʼ30 per criticare le posizioni della Chiesa protestante, con l’intento però di screditare la “sinistra”, che avrebbe permesso l’ingresso indiscriminato di immigrati illegali nel Paese. 

3Bonhoeffer è senza dubbio diventato un “classico” e come tutti i classici la sua opera può essere interpretata in molti modi, ma in molti modi non vuol dire in tutti [3]. Il modo in cui lo legge oggi l’ultradestra religiosa e sovranista è certamente ingannevole e infondato. Proprio lui che aveva conosciuto la discriminazione degli afroamericani durante il suo soggiorno a New York e aiutato gli ebrei a fuggire dalla Germania, non si sarebbe mai visto vicino a movimenti neofascisti xenofobi e razzisti, o schierato al fianco di Trump e Netanyahu sostenitori della “guerra preventiva”, ma al contrario, li avrebbe criticati e combattuti. 

Uomini e donne di buona volontà 

Bonhoeffer, per esempio, avrebbe guardato con gioia e speranza al grande movimento anti-deportazione, che nel mese di giugno 2025 si è sviluppato nei quartieri di Los Angeles e di molte città americane [4]. In quei giorni le strade sono state attraversate da un’ampia azione solidale che ha messo insieme, a prescindere dall’appartenenza religiosa, uomini e donne di buona volontà, attivisti, avvocati, e che è consistita tanto nell’informare la gente sui propri diritti, quanto nel cercare di bloccare o intralciare l’arresto illegittimo dei migranti. Si è trattato di un movimento popolare che, come quello per l’omicidio di George Floyd [5], non è passato oltre l’abuso di potere. Nei confronti di amici, vicini di casa, colleghi di lavoro raggiunti dalla spietata politica di deportazione di Trump, si è provato indignazione, empatia, compassione, organizzando insieme ad altri un servizio di soccorso da cui è scaturita l’azione. Nonostante la martellante propaganda trumpiana sulla “violenza” dei manifestanti, che è stata poca cosa e per lo più provocata dalla tracotanza della polizia anti-immigrazione durante le retate, l’azione pubblica non è consistita nel restituire violenza a violenza, ma nel mettere radicalmente in discussione le strutture dell’ingiustizia sociale, facendo leva sulla carità organizzata, attiva, operosa: è il «samaritano collettivo» [6], come papa Francesco ci ha insegnato a chiamare la prassi dei movimenti popolari. 

5Bonhoeffer, che non si è mai sottratto alla sua responsabilità di credente di fronte ai «segni dei tempi», non avrebbe potuto non riconoscere che i movimenti popolari attuali che si battono per l’accoglienza e la tutela dei diritti dei migranti o la giustizia climatica, sono il prodotto dell’azione responsabile di un «noi» capace di modificare in direzione messianica l’equilibrio dei rapporti umani. 

A volte commettiamo l’errore di credere che il Regno di Dio sia un luogo distante nel tempo e nello spazio, una sorta di realtà totalmente altra separata dalla storia e dalla terra, ma tutta la predicazione messianica di Gesù afferma esattamente il contrario: «Amen, amen vi dico: viene l’ora ed è adesso» (Gv 16, 32). «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino» (Mc 1, 15).  Dietrich Bonhoeffer ha approfondito questa radicale “terrestrità” del Regno proprio in carcere [7], nei suoi incontri con i compagni di prigionia; è da qui che annota fulmineamente: «L’aldilà non è l’infinitamente lontano, ma ciò che è più vicino […] Il centro di tutto non è la giustizia e il Regno di Dio sulla terra?» [8]. Ed è sempre da qui che scrive: «Fede è partecipare all’essere di Gesù (Incarnazione, croce, risurrezione). Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto “religioso” con un essere, il più alto, il più potente, il migliore che si possa pensare – questa non è autentica trascendenza – bensì è una nuova vita nell’esserci-per-altri, nel partecipare all’essere di Gesù» [9]. Il Verbo si è fatto carne e Gesù è morto e risorto su questa terra: ciò significa che la storia della salvezza è la cifra di questo mondo.

Il cristiano, secondo Bonhoeffer, «non ha sempre a disposizione un’ultima via di fuga dai compiti e dalle difficoltà terrene nell’eterno […], ma deve assaporare sino in fondo la vita terrena come ha fatto Cristo» [10]. Il Regno di Dio non è il fantasmatico palazzo di luce degli gnostici che ci attende nel futuro, ma una possibilità di liberazione che è sempre esperibile «nel pieno-essere-al-di-qua della vita» [11]. Il Regno, per frammenti, è già presente tra noi nella finitudine della nostra vita e i movimenti popolari, la cui fraternità si irradia in ogni sfera della vita umana (esistenziale e politica, sociale e religiosa, economica ed ecologica) ne sono un mirabile segno. Attraverso una nuova vita nell’esserci-per-altri, in maniera consapevole o meno, si partecipa già al Regno di Dio. 

La Chiesa è chiesa soltanto se esiste per altri 

Il tema teologico della vita di Bonhoeffer è rimasto sempre lo stesso: si tratta di Cristo e della sua Chiesa. Come Gesù è stato l’uomo per altri, così il singolo cristiano e la Chiesa devono assumere l’esserci-per-altri quale criterio di fondo del loro esistere. 

«La Chiesa – scrive Bonhoeffer – è chiesa soltanto se esiste per altri. La Chiesa deve partecipare agli impegni mondani della vita della comunità umana, non dominando, ma aiutando e servendo. Essa deve dire a tutti gli uomini e le donne che cosa sia una vita con Cristo, che cosa significa “esserci per altri”. Specialmente la nostra chiesa dovrà opporsi ai vizi dell’hybris, dell’adorazione della forza, dell’invidia e dell’illusionismo, quali radici di tutti i mali. Essa dovrà parlare di misura, autenticità, fiducia, fedeltà, costanza, pazienza, disciplina, umiltà, sobrietà, modestia. Essa non dovrà sottovalutare l’importanza dell’esempio umano (la cui origine è nell’umanità di Gesù e che è tanto importante per Paolo!); la sua parola riceve rilievo e forza non dai concetti, ma dall’esempio. […] Tutto questo è detto in modo molto rozzo e sommario. Ma per me è importante compiere una buona volta il tentativo di esprimere in modo semplice e chiaro certe cose che solitamente noi evitiamo volentieri di affrontare. […] Io spero con questo di poter rendere un servizio al futuro della Chiesa» [12]. 

7Lo sfondo storico di questo testo è lo scontro che avvenne all’interno della Chiesa protestante tra i “cristiano-tedeschi”, convinti assertori della conciliabilità tra la dottrina cristiana e la dottrina nazista, e la Chiesa confessante che la negava. La spia rivelatrice del carattere anticristiano del nazismo, per Bonhoeffer, è stata la guerra agli ebrei e a tutto ciò che di ebraico c’è nel cristianesimo, a cominciare da Gesù e i suoi discepoli. Infatti, i teorici del nazionalsocialismo come Alfred Rosenberg parlavano di un Cristo ariano ed eroico, modello di tutte le virtù. Il nazionalsocialismo mirava alla conversione del popolo tedesco dal cristianesimo al paganesimo hitleriano. Bonhoeffer però, al contrario della Chiesa confessante che conduceva una pur necessaria battaglia contro la dottrina dei cristiano-tedeschi [13], si schierò apertamente contro il regime hitleriano. Cosa che fece prima di tutto con la sua immediata opposizione al “paragrafo ariano”, un decreto che imponeva alla Chiesa di licenziare tutti i pastori ebrei che erano diventati cristiani o che avessero qualche ascendenza ebraica anche lontana. Bonhoeffer non esitò a dichiarare che se avesse accettato il codice ariano la Chiesa avrebbe rinnegato la sua missione. Una Chiesa che infatti accetti di introdurre una discriminante razzista tra i suoi fedeli e i suoi ministri non è più una Chiesa cristiana, poiché tradisce il Vangelo. 

La speranza di Bonhoeffer per il futuro della Chiesa è che essa possa finalmente trovare nell’esserci-per-altri la ragione profonda della sua missione. E bisogna riconoscere che le tappe del cammino della Chiesa negli ultimi ottant’anni – dal Concilio Vaticano II alla Teologia della Liberazione, passando per il magistero di Francesco e il Sinodo universale – non hanno disatteso la sua speranza. 

In questo nostro tempo profondamente segnato da guerre e distruzioni, il ruolo della Chiesa non è più quello di una legittimazione incondizionata del potere politico, bensì quello di partecipare alle tribolazioni quotidiane della comunità umana aiutando e servendo. In questi mesi estivi in cui le città degli Stati Uniti sono teatro di arresti e deportazioni di massa di immigrati irregolari, la Chiesa cattolica e quella protestante hanno data vita a una fraternità che è autentica testimonianza della radicalità evangelica. Vescovi, preti, diaconi, pastore e pastori si recano quotidianamente presso le corti federali a portare solidarietà ai migranti che devono comparire davanti ai giudici e anche a quelli che, per paura, si sono sottratti agli arresti dandosi alla fuga. È il modo originario in cui i cristiani agiscono nella sfera delle relazioni mondane che i fratelli e le sorelle stanno mettendo in pratica: «in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle angustie, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni […] Siamo ritenuti mentitori, eppure siamo veritieri; […]; moribondi, ed ecco viviamo; castigati, ma non messi a morte; afflitti, eppure sempre lieti» (2 Cor 6, 4-10). Vi è davvero tanto da imparare e meditare in queste esperienze. 

hq720Bonhoeffer moment 

Contro l’appropriazione della vita e dell’opera teologica di Bonhoeffer da parte della destra religiosa trumpiana, la ricerca accademica e gli stessi discendenti del teologo luterano sono scesi in campo per dimostrare, tramite la testimonianza e la filologia testuale, che una tale interpretazione non contiene alcun elemento di verità storica [14]. Hanno ragione! Però bisogna riconoscere che la filologia e il sapere storico non sono sufficienti ad arginare il fenomeno, in quanto il “Bonhoeffer trumpiano” trasmette una rappresentazione mitologica del teologo tedesco, cioè: la sua eroica e solitaria resistenza (armata) contro il nazismo. Nella costruzione del mito Bonhoeffer, la problematicità e tragicità della sua parabola teologica ed esistenziale, con i suoi elementi di continuità e svolte, viene esclusa. Al centro della narrazione mitica appare solo la cospirazione contro il regime nazista, tralasciando, però che quest’ultima non è comprensibile senza quanto la precede. Ma appunto: le mitologie, come le ideologie, sono tali perché non intendono accettare la complessità della storia, né nel caso di Bonhoeffer la complessità di una vicenda di fede. 

Il mito Bonhoeffer ha una funzione mobilitante: alludendo alla sua resistenza contro il nazismo, gli ideologi trumpiani hanno introdotto il termine Bonhoeffer Moment, per indicare una forma di azione politica che va contro l’establishment, le élite liberali, la cultura dominante. La potenza di ogni autentico mito sta infatti nella sua capacità di consolidare un rapporto di imitazione tra l’azione politica e una serie di “tipi”, “modelli”, “forme”. La funzione specifica del mito, secondo Philippe Lacoue-Labarthe e Jean-Luc Nancy, è l’esemplarità nel significato attivo di plasmare, scolpire. La funzione mitica consiste nel proporre modelli e tipi nella cui imitazione un individuo – o una città o un popolo nella sua interezza – può cogliere sé stesso e identificarsi [15]. Che il mito Bonhoeffer sia vero o falso non importa: conta che funzioni, cioè che sia funzionale a fare presa sull’inconscio simbolico collettivo: paure arcaiche, paranoie, desideri di riscatto, bisogni di appartenenza. 

La figura del leader alla Trump, che tramite i miti costruisce il suo programma politico, non è nuova nella storia. Anche Hitler ha consolidato il suo potere in questo modo. E Bonhoeffer l’ha immediatamente intuito. Il primo febbraio 1933, pochi giorni dopo che Hitler ha ottenuto l’incarico di formare il nuovo governo, il teologo tiene una conferenza radiofonica dal titolo il Führer e il singolo nella nuova generazione. Il suo intervento, senza riferirsi neppure indirettamente a Hitler, ruota attorno a due parole-chiave di quel momento storico: führer (guida, duce) e verführer (seduttore). Il führer esercita il comando, che è una funzione legittima della leadership. Ma il führer corre il rischio di diventare verführer (seduttore) quando interpreta il suo ruolo come quello di un Messia inviato da Dio per la salvezza del popolo. Quando il führer diventa una figura messianica, secondo Bonhoeffer diventa un seduttore, un mago incantatore che travia il popolo. Infine, non si può ritenere essere un caso l’uso del termine verführer, considerato che nella Seconda lettera di Giovanni il termine compare come uno degli attributi dell’anticristo. 

Se il nazismo e il fascismo sono stati eventi così dirompenti è soprattutto perché la loro retorica messianica è stata massimamente potenziata dai dispositivi di comunicazione di massa degli anni ʼ40: cinema e radio. Sono stati, infatti, Hitler e Mussolini i primi ad impadronirsi di queste nuove tecnologie e a utilizzarle per fini di propaganda politica. Con la ripresa delle immagini (cinema) e la riproduzione della voce (radio), si è fatto in modo che i dittatori raggiungessero un grandissimo numero di spettatori e ascoltatori. In più, rendendo indistinguibili le figure del leader politico, del Salvatore, dell’attore, il dispositivo massmediatico ha performato la percezione del pubblico, tanto da sostituirsi alla coscienza religiosa e alla coscienza di classe. I regimi totalitari non si sono affermati soltanto con la violenza fisica, ma anche per la loro straordinaria capacità di fare breccia nell’immaginario collettivo. La loro ideologia è riuscita ad usare la parola simbolica come dispositivo di fascinazione e di domino delle masse.

41jhvyju8l-_uf10001000_ql80_Non è una forzatura affermare che Hitler e Mussolini hanno inaugurato l’epoca della politica spettacolo. Tutto è già presente lì, nero su bianco, anche se tutto oggi si presenta in modo diverso, poiché nel mondo occidentale contemporaneo il modello mitico – messia, santo o eroe – si banalizza, perdendo la sua aura tragica e demoniaca. Oggi abbiamo a che fare con una figura mitica che si presenta soprattutto come la perfetta fusione tra l’uomo qualunque e il superuomo. Il nuovo leader è un messia che ha tutto il fascino e il carisma della banalità del male. Un messia risorto in un qualunque centro commerciale, come dice James G. Ballard in Regno a venire. 

Padre Antonio Spadaro, in un recente articolo, pone in rilievo che il discorso pubblico di Trump può essere interpretato alla luce di tre modelli di mitologie politiche: 

«il mito della cospirazione, dell’età dell’oro e del salvatore. Trump mobilita questi miti proponendosi come leader provvidenziale (il salvatore), evocando il “make America great again”, cioè un passato glorioso da riconquistare (l’età dell’oro) e individuando nemici esterni e interni (la cospirazione): gli immigrati, le élite accademiche, l’Europa, le istituzioni multilaterali. Tutti presentati come parte di un grande complotto ai danni del “vero popolo americano”»  [16]. 

E in un altro articolo, sempre Spadaro: 

«Donald Trump ci mostra, con brutale chiarezza, che la politica contemporanea non può più essere interpretata soltanto attraverso le categorie della razionalità illuminista, della competenza amministrativa o della prassi istituzionale. Il suo successo – che ha resistito a scandali, accuse, processi e sconfitte – dimostra che oggi il potere si esercita innanzitutto sul piano dell’immaginario. E che chi sa dominarlo, chi sa narrarlo con forza mitica e con un’estetica seducente, conquista consensi più duraturi e profondi di chi si limita ad “avere ragione”» [17]. 

dietrich-bonhoeffer-2564Tornando più direttamente a Bonhoeffer ecco il punto: se l’interpretazione trumpiana del teologo è così irresistibile è perché viene narrata con forza mitica e con un’estetica seducente. Limitarsi a sostenere che non è un mito e che la strumentalizzazione reazionaria delle sue idee può essere puntualmente smentita citando direttamente la sua opera è corretto, ma non sufficiente [18]. È per questo che è altrettanto importante capire quali sono le metafore, gli archetipi, gli esistenziali in cui viene calato il teologo tedesco. La battaglia decisiva intorno a Bonhoeffer non si gioca sul piano delle interpretazioni, ma su quello degli immaginari simbolici. Ignorare l’immaginario significa lasciare campo libero a chi lo domina. In questo nostro nichilistico tempo c’è bisogno di immaginari diversi da quelli della guerra preventiva, della sopraffazione, della messianizzazione del politico. 

Bonhoeffer si oppose frontalmente al nazionalsocialismo, non solo partecipando all’attività cospirativa per eliminare Hitler, ma anche scegliendo di essere un pacifista radicale proprio negli anni in cui in Germania si imponeva una corsa forsennata agli armamenti. Nel contesto attuale in cui guerra e spese militari tornano pesantemente a condizionare le scelte politiche nel mondo, raccontare la vita di Bonhoeffer dal punto di vista della responsabilità per la pace può essere dirimente per creare un immaginario che sia in grado di sostenere, nelle coscienze, la vita comune futura in cui sia riconosciuta la dignità di tutti. 

Pace e sicurezza 

La teologia della pace di Bonhoeffer prende forma nelle conferenze e nei testi della prima metà degli anni ʼ30. Si tratta di discorsi memorabili. C’è in particolare un passaggio del discorso sulla pace, tenuto da Bonhoeffer durante la Conferenza ecumenica giovanile in Danimarca (agosto 1934), che mi ha molto impressionato perché coglie l’impasse della situazione attuale. Scrive Bonhoeffer: 

«Non c’è via per la pace sulla via della sicurezza. La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza. Esigere sicurezza significa essere diffidenti e a sua volta tale diffidenza genera la guerra. Cercare delle sicurezze significa volersi proteggere. Pace significa abbandonarsi completamente al comandamento di Dio, non volere sicurezza, ma, nella fede e nell’obbedienza, mettere nelle mani di Dio la storia dei popoli e non volerne disporre egoisticamente» [19]. 

Gli anni Dieci e Venti del XXI secolo sono stati fortemente contrassegnati da una inedita tecnica di governo: il paradigma securitario. Dalla strada al quartiere, dalla città alle relazioni internazionali, la generalizzazione della sicurezza si è imposta come imperativo assoluto della regolazione della convivenza sociale, alimentata e giustificata a sua volta da quella che Michel Foucault chiamava la “cultura del pericolo”. 

«Quello che lo Stato propone come patto alla popolazione è: “Sarete protetti”. Protetti da tutto ciò che può essere incertezza, danno, rischio. […] Lo Stato che garantisce la sicurezza è uno Stato obbligato a intervenire in ogni occasione in cui la trama della vita quotidiana è lacerata da un evento singolare, eccezionale. Perciò la legge non è più adatta; perciò, sono necessari questi tipi di interventi, il cui carattere eccezionale, extra-legale, non dovrà più apparire come segno di qualcosa di arbitrario né di un eccesso di potere, ma al contrario come un’attenzione premurosa» [20]. 

0Il nuovo potere si presenta come un genitore onnipresente, pronto a proteggerci dagli imprevisti della vita; un padre premuroso che sa intervenire al momento giusto e con i mezzi più efficaci, perché non tiene conto di quelle vecchie abitudini che sono le leggi e le giurisprudenze. E che, beninteso, fa tutto questo solo per il nostro bene. Il nuovo potere è quello che dice: “Niente paura, risolviamo noi il problema, gestiamo noi la situazione, costi quel che costi, compreso lo sterminio”. Nel momento in cui la sicurezza diventa “totalitaria”, nel senso che tende a imporsi sia come paradigma fondamentale dell’azione di governo degli Stati che come desiderio sociale scatenato dalla paura dell’altro, tutti i principi basilari dello Stato di diritto – libertà, democrazia, diritti dell’uomo, tolleranza religiosa – vengono disattivati. L’intesa mondiale per la sicurezza è fondata sulla diffidenza e, come diceva Bonhoeffer, dalla diffidenza può generarsi solo la guerra. E così il circolo si chiude e, oggi come ieri, si ripete all’infinito, lasciando solo macerie e sangue da tutte le parti. 

È per questo che Bonhoeffer, in un’altra conferenza degli anni Trenta, ricorre all’espressione: «osare la pace per fede» [21]. Dal momento che le autorità umane, che hanno cercato di stabilire la pace su una base politica, continuano a fallire; dal momento che non ci sono possibilità umane di stabilire la pace, di organizzarla, allora il cristiano può perseguire la pace solo con un atto di fede, che è un atto di obbedienza ai comandamenti di Dio. La pace, quindi, è un fatto spirituale prima che politico. La pace nasce da Dio, l’animo del lavoro della pace è la preghiera, che fa spazio nei cuori all’azione di Dio [22].

«Per Cristo – scrive Bonhoeffer – ciò che importa non è cambiare le condizioni di questo mondo per amore della sicurezza e della tranquillità. Ancora di meno dobbiamo credere di poter eliminare con dei trattati politici quel peccato pubblico che sono gli orrori della guerra. Finché il mondo farà a meno di Dio, le guerre ci saranno. Per Cristo è molto più importante che noi amiamo Dio, che noi ci poniamo a quella sequela di Gesù alla quale siamo chiamati con la promessa delle beatitudini (Mt 5,3-12), e che, così facendo, siamo testimoni della pace» [23].

dietrich-bonhoeffer-1906-1945Cristo, in realtà, non ha dato delle regole di condotta per tutte le singole complicate situazioni che si presentano nella vita delle persone, sul piano politico, economico o quant’altro. Ma ciò non significa che il suo insegnamento non dica niente di chiaro sui problemi che stanno davanti a noi. In fondo, il suo monito sui temi in questione è lo stesso da duemila anni. «Quando si dirà: “pace e sicurezza”, allora d’improvviso lì colpirà la rovina […] e non scamperanno» (1Ts, 5,3). 

Negli anni Trenta, Bonhoeffer, come teologo della pace, era in minoranza e si trovava ad avere a che fare con una teologia che aveva nazionalizzato Dio, riducendolo ad un idolo tribale che legittimava la guerra etnica. E venendo all’oggi non si può non riconoscere che il binomio religione-nazione continua a produrre catastrofi. Tuttavia, è altrettanto vero che l’appello di Bonhoeffer non è rimasto inascoltato poiché pace e disarmo sono stati punti imprescindibili del magistero di papa Francesco, come del resto sono state le prime parole del pontificato di papa Leone XIV: «la pace sia con voi, una pace disarmata e disarmante. Vogliamo essere una Chiesa che cerca sempre la pace». 

Se le chiese in passato non sono state fino in fondo costruttrici di pace, perché hanno sempre predicato la pace ma non l’hanno mai fatta, oggi le vhiese stanno cominciando a trasformarsi, per così dire, in palestre della pace, dove, come nel caso del movimento popolare anti-deportazione, si imparano anche tecniche di lotta non violenta. La Chiesa ha tempi lunghi, ma anche i catechismi dovrebbero essere rinnovati in questo senso. Tutto questo, molto probabilmente, è la cospicua riprova che non si sta percorrendo una strada diversa da quella di Bonhoeffer. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note
[1] Mi sono imbattuto in questa citazione di Sant’Agostino leggendo alcune pagine autobiografiche di Dorothy Day, dedicate alla sua conversione dal comunismo politico al cattolicesimo. Lei dice: «Ecco il mio odierno atteggiamento, dopo tanti anni, nei confronti del comunismo. Innanzitutto lo considero un’eresia, una falsa dottrina, ma, come dice sant’Agostino, non c’è falsa dottrina che non contenga alcuni elementi di verità. Credo che a questa eresia ci abbia condotti il fallimento dei cristiani e che dovremmo renderne conto» (D. Day, Ho trovato Dio attraverso i suoi poveri, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2023: 195).
[2] In Italia, il libro di Metaxas è stato pubblicato nel 2012 da Fazi Editore, con il titolo: Bonhoeffer. La vita del teologo che sfidò Hitler.
[3] Cfr. F. Ferrario, A chi appartiene Bonhoeffer?, La voce evangelica, 8 aprile 2020.
[4] Cfr. M. Tarì, La caccia ai migranti tra le tante “periferie” della guerra, Settimana news, 20 giugno 2025.
[5] Il 25 maggio 2020 l’afroamericano George Floyd è stato assassinato da un agente di polizia bianco a Minneapolis durante un arresto. I can’t breathe sono state le sue ultime parole mentre l’agente continuava a soffocarlo. E così queste parole sono diventate lo slogan di quel movimento per rivendicare il diritto di respirare, il diritto di esistere, poiché nessuna vita è indegna di essere vissuta.
[6] Nel 2021, in un incontro con i Movimenti popolari, papa Francesco ha esposto un’esegesi attualizzante della parabola del Buon Samaritano. Ecco ciò che dice: «Mi diceva un amico che la figura del Buon Samaritano viene associata da una certa industria culturale a un personaggio mezzo tonto. È la distorsione che provoca l’edonismo depressivo con cui s’intende neutralizzare la forza trasformatrice dei popoli, e specialmente della gioventù. Sapete che cosa mi viene in mente adesso, insieme ai movimenti popolari, quando penso al Buon Samaritano? Sapete che cosa mi viene in mente? Le proteste per la morte di George Floyd. È chiaro che questo tipo di reazione contro l’ingiustizia sociale, razziale o maschilista può essere manipolato o strumentalizzato da macchinazioni politiche o cose del genere; ma l’essenziale è che lì, in quella manifestazione contro quella morte, c’era il “samaritano collettivo” (che non era per niente scemo!). Quel movimento non passò oltre, quando vide la ferita della dignità umana colpita da un simile abuso di potere. I movimenti popolari sono, oltre che poeti sociali, “samaritani collettivi”»,
https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211016-videomessaggio-movimentipopolari.html  
[7] Cfr., L. Monti, Dietrich Bonhoeffer, Feltrinelli, Milano 2024: 132-133.
[8] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Queriniana, Brescia 2002: 513 e 387.
[9] Ivi: 521.
[10] Ivi: 468.
[11]Ivi: 225.
[12] Ivi: 522-523.
[13] In un appunto, Bonhoeffer scrive a proposito della chiesa confessante: «impegno per la “causa” della chiesa ecc., ma poca fede personale in Cristo. “Gesù” scompare dalla visuale. Dal punto di vista sociologico: nessun affetto sulle grandi masse: affare di piccoli e grandi borghesi. Forte oppressione provocata da idee pesanti, tradizionali. Decisivo: chiesa in autodifesa; nessuna capacità di rischiare per altri» (Ivi: 518).
[14] Lettera aperta dei familiari di Dietrich Bonhoeffer, Evangelicali-Trump: Bonhoeffer non è dei vostri, Settimana news, 18 ottobre 2024.
[15] Cfr.  Ph. Lacoue-Labarthe, J.L. Nancy, Il mito nazi, il melangolo, Genova 1994.
[16] A. Spadaro, La retorica del potere e la nuova responsabilità della Chiesa, Avvenire, 7 luglio, 2025.   
[17] A. Spadaro, Nel teatro di Donald Trump, dove la politica è performance, Avvenire, 28 giugno 2025.
[18] Cfr. F. Ferrario, A chi appartiene Dietrich Bonhoeffer, Riforma.it, 4 novembre 2024.
[19] D. Bonhoeffer, Scritti scelti (1933-1945), Queriniana, Brescia 2009: 64.
[20] M. Foucault, La sicurezza e lo Stato, in Id, La strategia dell’accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984, :due punti edizioni, Palermo 2009: 71-72.
[21] D. Bonhoeffer, Cristo e la pace (1932). Il testo della conferenza è consultabile qui https://www.queriniana.it/blog/cristo-e-la-pace-510
[22] Cfr., P. Ricca, Dietrich Bonhoeffer. Responsabilità della pace, in «Il Margine, Mensile dell’Associazione culturale Oscar Romero», 16 gennaio 1996: 22-25. 

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Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Ha tra l’altro curato (con O. Marzocca) la riedizione di N.M. de Feo, Analitica e dialettica in Nietzsche, (Efesto 2022).

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