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“Biddamanna”.Vita di un magistrato sardo

copertina-biddamanna-stampa-7-luglio-1di Mariano Fresta 

La magistratura, prima ancora che Montesquieu l’avesse identificata come potere, è stata uno dei pilastri su cui si è mantenuta la società umana, perché ha sempre rappresentato quella parte del sistema politico che deve garantire l’osservazione delle leggi. Ovviamente, nei sistemi politici antichi, prima che si arrivasse alla concezione dell’autonomia e dell’indipendenza dei tre poteri, legislativo esecutivo e giudiziario, la funzione della magistratura era quella di fornire un supporto a coloro che detenevano il potere più che a garantire una prassi giudiziaria uguale per tutti.

Per questo, come si può vedere nei romanzi francesi dell’Ottocento, ma anche nei nostri Promessi sposi, la magistratura appare come una corporazione chiusa in se stessa, succube se non complice del potere esecutivo. Occorrerà, appunto, la pubblicazione e la diffusione delle idee espresse nello Spirito delle leggi per chiarire che l’arbitrio di azione, insito nei tre poteri, può essere limitato e circoscritto assegnando a loro anche una funzione di contrappeso reciproco; in questo caso il potere giudiziario è chiamato a svolgere una mediazione basata sull’osservanza delle leggi.

Ma la sola pubblicazione di un libro e la sua diffusione non sono sufficienti a cambiare una prassi secolare, occorrono mutamenti politici e sociali, nonché una profonda trasformazione della cultura in cui fondamentale è il concetto di eguaglianza che deve riguardare non solo i rapporti tra le forze sociali ma anche quelli tra le persone.

Anche quando, però, le strutture politiche e sociali sono rinnovate e i rapporti umani si instaurano a prescindere dalla classe sociale da cui si proviene e dal reddito familiare, succede che nel campo giudiziario si continui a valutare il reato nella sua essenza ontologica e non si tenga conto di altri fattori che possano averlo provocato. Ne deriva così una magistratura come corpo estraneo alla stessa società nonostante da essa sia prodotto, sorda agli accadimenti sociali, arida sentinella di valori morali e culturali obsoleti, lontana dai reali bisogni della gente.

Per restare in Italia, pensiamo alle lunghe, e a volte inutili, discussioni che quasi quotidianamente avvengono tra chi ritiene che la famiglia sia quella cosiddetta “naturale”, e coloro che la identificano in una piccola associazione di persone tenute insieme da vincoli affettivi. Le leggi da sole non bastano, occorre un pensiero giuridico superiore che aiuti il giudice a superare eventuali contraddizioni tra quello che prescrive la legge e la sua coscienza di uomo che deve giudicare una persona con la sua storia, con le sue fragilità, con la sua umanità. Punto di riferimento in Italia è la Costituzione del 1948, a cui si deve ispirare il Parlamento per la formulazione di nuove leggi e a cui si devono attenere i giudici nell’interpretazione dei codici.

Ma fino a metà degli anni ‘60, la magistratura, a parte qualche raro straordinario esempio, era adagiata su posizioni che non tenevano conto delle trasformazioni avvenute e delle nuove sensibilità che avevano trovato posto proprio nella Carta costituzionale. In quegli anni, infatti, «la Cassazione era formata da ex gerarchi che avevano fatto carriera sotto il regime e dicevano che la Costituzione non è legge da realizzare subito, è solo un programma, noi dobbiamo applicare le leggi fasciste fino a quando il legislatore non le cambia».

Beniamino Deidda

Beniamino Deidda

Così scrive Maria Pagnini, nel libro Billamanna. Antropologia di un giudice (Edizioni PIAGGE, Firenze 2025, seconda edizione), raccontandoci le vicende umane e professionali del giudice Beniamino Deidda e spiegandoci come è cambiato il processo penale grazie all’arrivo, nella metà del 1960, di giovani magistrati, discendenti non più da avi togati, ma da genitori appartenenti alle classi medio-borghesi o addirittura a quelle proletarie, che hanno avuto il coraggio di togliere ai processi gli aspetti ritualistici più grevi, come quello di fare entrare in aula l’imputato ammanettato. Fu proprio Deidda a scovare tra le leggi fasciste la norma secondo la quale l’imputato doveva presentarsi “libero” davanti al giudice, le manette solo dopo una sentenza di condanna. 

Il libro nasce da una serie di interviste, o meglio di chiacchierate, svolte in un lungo arco di tempo ed offerte dal protagonista con la riservatezza e il pudore che gli sono propri. La stessa riservatezza con la quale Deidda ha esercitato la sua attività di magistrato, da pretore a Procuratore generale, affrontando questioni di grande impatto sociale, ma senza grandi clamori giornalistici e mediatici e senza mai apparire sulla scena nelle vesti di protagonista. Anche quando il suo operato disturbava il mondo dei colletti bianchi per molto tempo   intoccabili, dagli industriali alle autorità politiche degli Enti Locali, rei di non aver eliminato le barriere architettoniche come previsto dalla legge, il suo nome rimaneva sempre in ombra.

img_4320Eppure, si trattava di indagini che colpivano anche strutture industriali ed economiche di interesse nazionali, come quelle sull’uso dell’amianto in cui furono coinvolte le Ferrovie dello Stato e le ditte appaltatrici che dovevano ripulire le carrozze dal metallo con cui erano state ricoperte (fu lo scandalo definito delle “lenzuola d’oro”); indagine che si ripeté molti anni dopo quando Deidda, diventato Presidente del tribunale di Mestre, si trovò di fronte alla Fincantieri, altra grande impresa dello Stato, che continuava imperterrita a lavorare l’amianto. Sembra che in ogni sede in cui Deidda arrivasse come capo del Tribunale, o per fatalità o per l’occhio attento del giudice, ci fosse da rimediare a una situazione divenuta esplosiva per la miopia e l’indifferenza degli organi di controllo e per l’illegalità a scopo di lucro di alcuni imprenditori.

La sua azione di magistrato fu diretta sempre a salvaguardare tutti i principi democratici individuati dalla Costituzione: dall’apertura delle scuole ai bambini disabili, agli infortuni sul lavoro, per arrivare fino ai casi più clamorosi, divenuti argomenti notevoli per le cronache giornalistiche, come quello di  “Unabomber”, rimasto irrisolto, oppure quello di Eluana Englaro, la giovane donna ridotta in stato vegetativo dopo un incidente e il cui padre chiedeva di poter porre fine a quella crudele “non-esistenza”: 

«Io dal punto di vista personale non so cosa avrei fatto, ma lì c’era una sentenza da eseguire … non eseguire una sentenza in democrazia è la fine dell’ordinamento giuridico che ti sei dato, è la fine» (ivi: 157).  

PADOVA 03 SETTEMBRE 2006 ©MICHELA GOBBI LA FORBICE DI UNABOMBERE così, lui da solo, contro forze politiche di tutte le ideologie, contro il Parlamento, contro un grosso pezzo del mondo cattolico, fa applicare la legge, fa eseguire la sentenza.

E proprio a conclusione della carriera, ancora due episodi che hanno segnato la cronaca nera del primo decennio del 2000: come Procuratore generale presso la Corte d’appello di Firenze, si è dovuto occupare del naufragio della Costa Concordia e della tragedia di Viareggio: la carrozza cisterna, che trasportava gas, prende fuoco causando una strage. Anche qui, tra i responsabili, dirigenti nazionali delle Ferrovie dello Stato: la sentenza di condanna si è avuta parecchi mesi dopo che Deidda era andato in pensione, ma si deve a lui l’impianto accusatorio del processo (ivi:119).

Insomma la sua presenza nella magistratura ha segnato momenti importanti in cui si è stabilito che le leggi scritte nei codici vanno applicate secondo i principi sanciti dalla Costituzione. Da questi principi derivano anche le procedure, come quella di spiegare le motivazioni delle sentenze con parole e concetti comprensibili a tutti. O come quella di discutere i processi, cosa che alcuni ritengono inconciliabile con l’esercizio di giudice; ma dice Deidda: 

«Chiunque eserciti un potere in un regime di democrazia deve rendere conto … ancora oggi si dice che durante un processo non si deve parlare … certo durante  … ma non dopo. Dopo devi spiegare perché hai deciso di far così, perché devi rendere conto. Tutti dobbiamo rendere conto, non è concepibile il terzo potere che non renda conto, perché farebbe parte di uno Stato assoluto, non della democrazia» (ivi: 92). 

 Non si tratta, tuttavia, solo di discutere i processi e di spiegare le sentenze: durante alcune indagini è necessario che il magistrato sia fisicamente presente là dove si conduce l’inchiesta, per 

«l’importanza del nostro esserci sui luoghi dell’infortunio, che poi è doppia: guardare con i nostri occhi ma anche per dimostrare che il giudice è lì. Questo è importante per gli imputati, i testimoni, le vittime. Insomma, deve arrivargli il messaggio che la giustizia c’è e la nostra presenza è lì a rappresentarlo» (ivi: 109). 

All’amico e collega Ramat che lo rimproverava di essere poco attivo nelle iniziative di Magistratura Democratica, di cui faceva parte e di cui era stato uno dei fondatori, rispondeva che preferiva praticare i principi dell’associazione anziché discutere nelle sue assemblee “di noccioline”: 

«Io vorrei farti provare almeno una volta l’unica soddisfazione che mi viene da questo mio impegno. Quella di vedere i licenziati, gli sfrattati, che non sanno nulla di MD venire in Pretura a trovare un giudice che difende gli “sfruttati”, solo perché un giorno mi hanno sentito spiegare la Costituzione o lo statuto [dei lavoratori] e dar loro la sensazione di una nuova dignità dei lavoratori. In quei momenti, ti assicuro ‘il corpo separato’ non c’è più» (ivi: 89). 

La figura di magistrato di Deidda è emblematica di un preciso periodo storico, ma in lui c’era in nuce un qualcosa che si sarebbe manifestato, quando ragazzo, per curiosità entrò in un’aula di tribunale e assistette ad un processo: 

«Era la Corte d’Assise, nella gabbia c’era un imputato, i giudici della corte popolare erano immobili, parlava l’imputato e a un certo punto disse: ho scavalcato la finestra. Intervenne il pubblico ministero: quale finestra? L’imputato rimase zitto. Si era sbugiardato. Un silenzio tombale. Quanta impressione!… sembrava il giudizio di Dio… l’intuizione: quale finestra? L’aveva beccato in fallo. Questo gioco logico, questa sacralità… mi toccò così… che mi dissi: voglio fare il giudice» (ivi: 58). 

352317219_1384365162296285_5864160304271451219_nDopo questo momento epifanico ci sono gli studi di giurisprudenza, la laurea, la vittoria di un concorso in magistratura, la partenza dalla natia Sardegna, l’arrivo a Firenze e, dopo l’alluvione del ‘66, il fenomeno del Sessantotto, con la messa in discussione di valori tradizionali ritenuti eterni, la ricerca della libertà per sé e per gli altri, la sorpresa di trovare nella Carta costituzionale le risposte a quelle domande che si affollavano nelle menti dei giovani. Era un mondo in ebollizione in cui il giovane magistrato si butta a capofitto, ma sempre con grande lucidità mentale, senza farsi travolgere e con l’occhio rivolto ai codici e alla Costituzione. Il mondo sembra volersi trasformare ed anche Deidda e i suoi amici vogliono che l’amministrazione della giustizia cambi: «Volevano smascherare i legami nascosti fra potere politico e magistratura, non volevano processare soltanto i ladri di polli» (ivi: 71). 

diaAvevano letto il libro di Dante Troisi Diario di un giudice, opera censurata dalle associazioni dei togati e dallo stesso ministro, che era Aldo Moro; ora si trovavano per le mani un altro testo esplosivo, la Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani. Non solo il mondo laico era in subbuglio, ma anche quello cattolico, con un prete di campagna che reclamava una scuola per tutti e non per pochi, con i preti operai che al posto della Messa organizzavano scioperi come Bruno Borghi, con parroci che, non potendo più entrare in chiesa per il divieto vescovile, dicevano messa nel prato antistante, come don Mazzi all’Isolotto.

Deidda è pronto a cogliere la novità di questi fermenti, collabora con questi preti mettendo a disposizione le sue competenze giuridiche: imita don Milani tenendo un doposcuola che comincia alle 15 e finisce alle 20 di ogni giorno, lo fa coincidere con le 150 ore operaie, corre sulla Lambretta di Borghi o mettendo a disposizione la sua 500, da un’assemblea all’altra, da una manifestazione all’altra, rischiando sempre, partecipa alle assemblee studentesche e a quelle operaie parlando di Costituzione e degli aspetti negativi della Legge Reale, uno strumento creato, inutilmente, per contrastare i movimenti che quasi giornalmente si creavano nella società. 

Il suo modo di intendere l’esercizio della magistratura intrecciandolo con le mille attività culturali e sociali forse gli dava la possibilità di trovare il tempo per tutto; la sua calma saggezza, la sua capacità di giudicare sempre con grande equilibrio, la sua propensione a capire l’altro erano tutte doti che aveva acquisito durante l’infanzia e la fanciullezza, vissute in Sardegna, in una famiglia piuttosto complessa, in cui le varie personalità riuscivano a trovare sempre un accordo, una serena ed invidiabile convivenza. Erano quelli gli anni di una Sardegna ancora chiusa in se stessa, con i servi pastori da una parte e dall’altra giovani che tendevano alla modernità anche se a quel tempo questa si identificava con l’introduzione delle macchine nei campi voluta dal Duce. Era una società teoricamente molto conflittuale, ma che la saggezza dei vecchi trasformava in una convivenza possibile. In casa Deidda, per esempio, era la nonna cagliaritana, borghese di famiglia, che prendeva le difese di chi usava il codice barbaricino:  

«I pastori – diceva – fanno una vita da bestie, dormono vestiti, hanno il sonno continuamente spezzato dal pensiero che gli rubino le pecore. È da mille anni che vivono nell’incubo del furto, sono paure tramandate da generazione in generazione, fin dai tempi di Gesù, gli sono entrate nel sangue. Restare senza pecore vuol dire morire di fame, potrebbe essergli successo questo. Che ne sappiamo? Noi abbiamo la vita agiata» (ivi: 47). 

il-codice-barbaricino-le-23-leggi-di-banditi-e-pastoriIn questo spirito di tolleranza e di comprensione cresceva il giovane Beniamino, che ascoltava ed assimilava: intorno a lui la madre dallo spirito indipendente e libertario, il nonno, buon padre di famiglia, l’affettuosa zia Antonietta, il padre che non cede alle minacce di alcuni pastori, avversi alle norme dettate dalla Forestale, e poi tutto il mondo dei centri in cui andavano ad abitare: Lanusei, Billamanna (Villagrande), Cagliari. Al centro Beniamino, ma invisibile, perché invece di parlare di lui, l’autrice della biografia ci illustra, con l’aiuto dell’antropologo Bachisio Bandinu, la cultura dei Sardi di allora che è stata cruciale per la formazione umana del futuro giudice. Forse queste sono tra le pagine più belle del libro, che comunque contiene le vicende umane e professionali di una persona che ha contribuito a fare dell’Italia un Paese più civile. Per rendersi conto di ciò, basta leggere le seguenti due considerazioni, una relativa ai rapporti giudice/imputato, l’altra sulla necessità di un’etica che riguarda il rapporto cittadino/Stato: 

«Due omicidi non sono mai uguali, bisogna guardare i motivi, le attenuanti: in un caso c’è la provocazione, in un altro la crudeltà, in un altro la debolezza … in un altro c’è l’inferiorità. Io non potrò mai giudicare un uomo, posso al massimo giudicare il fatto che ha commesso. Il giudice non c’è mai quando quello delinque, ricostruisce sempre dopo, è un’azione di ricostruzione. E vuoi che, sul più o meno, possa giudicare un uomo?» (ivi: 127). 
«… è importante sapere al servizio di chi viene esercitato questo potere. È nella Costituzione che c’è la risposta. Questo è il compito principale del giudice, se non saprà essere garanzia dei più deboli, la nostra funzione sarà inutile» (ivi: 171). 
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadinoLo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.

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