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Benedetto Pino e le “bambochades tunisiennes”

1000017554di Rosy Candiani [*]

Bambochades tunisiennes è il titolo di una delle raccolte di Benedetto Pino, scrittore siciliano di Tunisia che spesso si firma con lo pseudonimo di Sicca Venier, sottolineando dunque la sua nascita nel 1922 a Le Kef, la città della Venere sensuale vicina al confine con l’Algeria. Le notizie sulla sua origine le apprendiamo da riferimenti sparsi qua e là nella sua fertile produzione in prosa e in versi [1]: la bisnonna arrivata al Kef [2], la famiglia di condizioni modeste, l’infanzia e gli studi in seminario, l’insegnamento, l’adesione al fascismo e la brusca frattura nella sua vita, con il confinamento a sud di Oran prima, e in seguito l’espulsione dal Paese per Palermo, dal ’45 al ’49, voluta dai Francesi, i vincitori del conflitto. Poi il rientro in Tunisia, l’insegnamento dell’italiano tra il Kef, Sousse, Tunisi, e gli studi, dal Bac all’agregation d’italien, che accompagnano la scelta di assumere la nazionalità francese e in seguito il trasferimento in Francia, tra Evian e Thonon les Bains, fino alla morte nel 2005.

Il suo percorso esistenziale e di scrittore si attaglia alla definizione di “scritture migranti”: flussi di temi – immagini – ricordi – stilemi, migranti tra generi diversi e da una lingua all’altra: un segno di pluralità che contraddistingue molti degli scrittori italiani di Tunisia, e che spesso si compone e trova espressività “pacificata” delle diverse anime proprio nella scrittura letteraria.

Per Pino il dissidio non pare risolto, riaffiora nelle scelte di vita e nella pagina letteraria, in una ostinata “costruzione” di una identità, volta a sanare i traumi personali imposti dalla Storia e dalle laceranti vicende della Tunisia degli anni Quaranta: una per tutte la scelta della nazionalità francese in conflitto con l’amara ricostruzione della responsabilità francese nella sua espulsione, ben evidente nel suo tardo scritto Exsul immeritus.

Sovente la sua scrittura si fa dualismo: ne emerge, per esempio, la scelta del francese come lingua prevalente di espressione ma l’insegnamento dell’italiano e la traduzione di scrittori italiani in articoli, interventi a convegni e in antologie da lui curate; oltre che la scelta della naturalizzazione francese, la migrazione dalla Tunisia alla Francia ma la costante presenza nei suoi testi della sua Tunisia e dell’infanzia italiana al Kef: «ma Tunisie natale qui demeure mon terroir, qu’on le veuille ou non» (Nouvelles bambochades tunisiennes – d’ora in poi N.B: 38. –, chiosa alla poesia “Bucolique tunisienne”).

Nella sua scrittura e nelle scelte linguistiche espressive si riflette la questione identitaria in fondo irrisolta e si trasmette il suo dramma interiore. L’italiano non è la lingua familiare e materna: la sua famiglia doveva parlare siciliano con quella ibridazione tra siciliano, italiano (poco), tunisino tipica di quella generazione di immigrati.

El Kef (ph. Rosy Candiani)

El Kef (ph. Rosy Candiani)

Nei suoi lavori emergono tracce della koiné linguistica dell’infanzia: elementi tunisini innestati sul francese o francesizzati, come in “Bucolique tunisienne” dove il pastore “keffois” canta il suo “oued”- ruscello, il suo “bled” – la sua terra e “du bledard la trop dure vie”; termini del siciliano come il “fumazzaro” – i rifiuti fumanti e i “pernacchi” in “Le maboul” – il folle in tunisino; o la “panzaredda bedda”, la litania taumaturgica vermicida, della “Rebouteuse” (N.B.: 188), Donna Maruzza, “sicilienne keffoise”; o ancora il gustoso neologismo del lessico familiare: il “bassinator”, coniato sulla marca Kelvinator dei primi frigoriferi, a indicare il catino con il ghiaccio per tenere in fresco “la pasteque” (N.B.:210).

L’italiano e il francese sono lingue della scolarità, affiancate anche dalle lingue classiche; lingue degli studi e dell’insegnamento, apprese sui testi, sugli autori, sui dizionari, per il latino anche sulle epigrafi dei siti archeologici (si veda “Promenades archeologiques” in “N.B.”: 141-43), più che su una cultura orale o legata alla rapida evoluzione, lessicale soprattutto, trainata dai mezzi di comunicazione.

Questa stratificazione degli strumenti espressivi, tra i quali prevale il francese – come lingua di adozione? O come lingua del tracciato biografico? – si nota nel confronto tra i testi nelle due versioni, nella migrazione linguistica del soggetto: come “Ftaïr” / “Il fritellaro”, per esempio. L’italiano nella scrittura è soprattutto legato alla collaborazione assidua con il “Corriere di Tunisi”, perseguita con pertinacia, come un legame con la italianità in Tunisia e come sua personale affermazione e riconoscimento.

El Kef (ph. Rosy Candiani)

El Kef (ph. Rosy Candiani)

Il francese è la lingua corazza, il carapace che protegge e ribadisce la scelta della naturalizzazione: è una lingua padroneggiata, coccolata con scelte lessicali ricercate, da dizionario, con l’accumulo ternario dei termini, come nel récit “Zohra” (N.B.: 304): la folla è “grouillante, gesticulante e braillarde”, l’attrazione per “les badauds, les glandeurs (vagabondi) et chalands de tout acabit”, dove “acabit” è per “tout type / toutes sortes” di uso quotidiano; “bouses, crottes et détritus”, e ancora “un bouhaha, un vacarme assordissant et un tohu-bouhu”. Lontano dalla lingua standard della comunicazione, Pino si rifugia nei termini ricercati: “larcin”, il furto, per “vol”, “jobard” per naif, “canular” per blague, scherzo bufala. Oppure, come in “Scherzando” (“Prelude lent” – d’ora in poi P.L.: 22) – accosta termini ricercati, “matafs” per “marins” –marinai – a termini antiquati, come “cambrousse” per campagna, entroterra; e a termini del linguaggio familiare, “ribambelle” – a frotte, e popolare, come “piaf”, il passero, per “moineau”.

Un plurilinguismo, però, che non costituisce la soluzione appagante o compiaciuta, ma con un fondo di insoddisfazione e un disagio di chi riconosce «j’appartiens à la race des déracinés». 

Un altro elemento del dissidio interiore riguarda quella che possiamo definire la “questione dell’autobiografismo”. Piuttosto riservato e restio a lasciare notizie di sé, Pino lascia filtrare ben poco per quanto riguarda la sua seconda esistenza, quella francese, e la sua famiglia, anche nel pur ricco scambio epistolare con Marinette Pendola. Negli scritti emergono pochi riferimenti a soggiorni termali, fissati in un luogo, una data, una breve nota, il vezzo di legare una ispirazione – “le déclic” – a un tragitto in treno, a un luogo “sfiorato” in percorsi dell’entroterra francese: come, per esempio, “Rimerie badine”, “dans le train”tornando da Dax per cure termali; o “Meditation” “dans le train Bordeaux-Lyon”.

Nel contempo Pino parla molto di sé e in prima persona, ma sempre secondo coordinate ben precise: del resto si sa che non bisogna associare alla spontaneità e alla sincerità le testimonianze in prima persona dei narratori. Tra l’io narrante e l’io narrato c’è sempre un filtro letterario che non deve sfuggire al lettore. E quando si parla di testimonianze legate a eventi traumatici della vicenda esistenziale, come le guerre, le ricostruzioni e i ricordi si gravano dei giochi emotivi della memoria, di avvicinamenti o prese di distanza, di selezioni – enfatizzazioni – rimozioni più o meno consapevoli o ricercate.

davPer Pino, che è molto sorvegliato nella scelta dei suoi soggetti di scrittura, se ne può leggere in controluce dei segnali di coscienza nelle ultime testimonianze poetiche di Prelude lent – Preludio lento, pubblicato nel 1999.

Per esempio, solo attraverso la esacerbata ricostruzione della traumatica espulsione dalla Tunisia, affidata alle pagine della vecchiaia in Exsul immeritus si possono leggere in controluce, sollevando la pesante cortina del pudore e dell’autocensura, cenni all’amore giovanile dolorosamente travolto dagli eventi, per quella giovane del Kef, sorella del graduato di polizia responsabile, ironia della sorte o rivalsa beffarda, del suo arresto e allontanamento: in modo estremamente allusivo in “Les fiancés” (P.L.: 12), dove la coppietta se ne va a braccetto “bras-dessus bras- dessous” – che ricorda il “bradsi- bradsou” tunisino – incurante del mondo circostante, persa nel battito amoroso all’unisono che li isola dal traffico congestionato che ricorda bene quello dell’Avenue in centro a Tunisi: “A tous les carrefours les autos s’embouteillent / et les claxons s’enrouent …/ Eux n’ont pas peur / d’arriver en retard comme ces gens pressés / qui foncent, bousculés, bouscoulant…”. l’allusione si fa ricordo in prima persona in “Pavane pour un amour defunt”, datata Genève 1979 (P.L.: 28), dove l’io del poeta si fa « noi», «nous les amoureux, sans fortune»:

«Nous allions, tous deux, main / dans la main, et comme plumes / légères. Dans la poche rien / pas même un fifrelin. / … / s’étreignaint à tel point / que, dupés, toi et moi, nous crûmes / a des amours sans fin. / …/ Revenus sur terre, nous dûmes / laisser faire le destin. / lors, toi, ma belle brune, / et moi, le brun vilain, / dans un cafard noir nous tombâmes. / Une soir de demi-brume, / nous nous quittâmes, / faisant le deuil de notre amour / -cet amour sans lendemain. / Gorgé d’espoir, puis d’amertume… ». 

Però, piuttosto che abbandonarsi all’autobiografia, Pino sceglie la dimensione del racconto breve, del bozzetto, del flashback aneddotico legato ad abitanti, animali, oggetti, persone del suo vissuto lontano.

E con questa caratteristica ci colleghiamo al titolo del mio intervento, dove ho ritenuto di accostare e tradurre il titolo Bambochades tunisiennes con l’italiano “bambocciate” perché insieme mi sembrano esprimere un valore polisemico che riflette diverse caratteristiche degli scritti di Benedetto Pino: “cose infantili”, legate all’infanzia, molto presente nei suoi testi; cose minori, di poco conto, in bilico tra i generi della memoria – cronaca – aforisma; e bozzetti, quadri di genere –secondo l’accezione del termine francese riferito alla pittura – probabile richiamo agli “Idilli” di Teocrito e alle “Egloghe” virgiliane, care a Pino, motivo di citazione oltre che di accostamenti ai loro temi a sfondo moralistico; e di passaggio osserviamo come quadri di genere e citazioni da autori “classici” si pongano tra quegli strumenti del mestiere cui ricorre l’autore per ricostruire e al contempo prendere le distanze dal passato narrato.

autografo sul frontespizio

autografo sul frontespizio

In queste evocazioni, Pino si muove tra l’istinto a “padroneggiare” il passato e la costruzione di “mitologie” della sua infanzia: ne risulta una morfologia di oggetti e un bestiario di animali e figure popolari, una zoologia umana descritta con attenzione ma senza che ne traspaiano sentimenti, se non la geografia economica delle passioni: il “maboul”, la guaritrice, il “marechaire” – il verduraio, “les neguels” – gli acquaioli nel dialetto del Kef, la bedouine, il promesso sposo. E parallelamente: gli asini “keffois”, grilli e cavallette con la loro ripugnante e devastante invasione, le mosche, passeri e piccioni, vittime di battute di caccia infantili e protagonisti indisturbati dell’Avenue a Tunisi.

E ancora oggetti ricorrenti, come “el ftaïr”, la frittella, l’anguria e il flauto; o, nelle prose, i tanti volti sui fichi d’India, osservati, amati, assunti a simbolo di stoicismo, vettori di ricordi, descritti minuziosamente nella polpa, nella pelle e nelle spine; e protagonisti anche negli effetti intestinali devastanti, conseguenza di una abbuffata pantagruelica (“Le figuier de Sousse”, N.B. : 57-61).

Per tracciare un bilancio, possiamo ritornare ancora sul dissidio tra l’autobiografismo come scrittura di memoria, e la reticenza all’espressione di emozioni e sentimenti, che frappone barriere stilistiche lessicali e narrative costruite attraverso filtri più o meno consapevoli: la ricercatezza lessicale, il ricorso all’accumulo di citazioni e riferimenti artistico letterari, come strumenti distanziatori, dal punto di vista delle tecniche di scrittura. Per quanto riguarda la costruzione del racconto, Pino è un osservatore minuzioso e attento ai minimi dettagli, ma distaccato, spesso non coinvolto emotivamente e non partecipe; ama proporsi come “spettatore” della vita, sottolinea e quasi si compiace spesso di inserirsi nel racconto con la presenza “alla finestra”: “un jour que j’etais à la fenêtre de ma maison” avvia il ricordo di “Maboul” (N.B.: 93), e di “Transhumanant”, dove l’osservazione di una carovana di nomadi dalla finestra sollecita “mes yeux avides de nouveauté folklorique et de couleur locale”, il ricordo e il rincorrersi di riferimenti letterari.

Spettatore della vita anche nella rievocazione delle scorribande infantili ai tempi delle scuole elementari: in “Priapée” a caccia di uccelli con la cerbottana – “je participais en spectateur à leur exploits … mais jamais acteur” ; in “Chasse aux lèzards” compagno e complice per la presenza, ma con disgusto e rimorso. Protagonista involontario, in quanto proprietario del magnifico pallone gonfiabile, dell’episodio di “L’Erinye à cheval”, il passante colpito involontariamente durante una accesa partita.

Pino Benedetto

Benedetto Pino

La dimensione della memoria – “e m’efforce … d’arracher à l’oubli total des bribes ou des pans de mon passé keffois” (“Offre maraïchère”, N.B.: 53) – è percorsa da un filo continuo di pessimismo che si accentua negli ultimi scritti, in particolare quelli composti nel 1993, che si propone come un anno chiave o di svolta esistenziale. Si va dal malinconico bilancio di “Espoir” (Dax, 5-11-1993, P.L. : 73) sul ritmo della citazione della canzone del 1942 di Charles Trenet “Que rest-t-il de nos amours”: “Que reste-t-il de tous mes jours, / partis au fil des heures? / … Ce m’est vraiment un crève-cœur / que ma vie gaspillée: / … cette vie, je l’ai raté” ; al rancore non sopito per quell’ “Exil malgré lui “, quello di espulsi, esiliati, rifugiati, come pezzi da galera da internare per imparare a vivere democraticamente , buttati fuori dalla “notre Tunisie natale” con disprezzo e accanimento. E non manca, in “Spes ultima” (P.L. : 76) anche una riflessione e un ripensamento “à rebours” sul proprio lavoro, venata di pessimismo e disillusione, di una insoddisfazione che Pino non vuole nemmeno più velare: “Mes travaux et mes jours ne sont que plate prose / je suis si peu que rien… Me voilà presqu’au bout / d’une vie … ou j’ai pas mal raté: / nombre de mes écrits demeurent dans les limbes. / C’est galère pour moi ».

Fantasticherie dell’infanzia, “ruminazioni cerebrali” come le definisce in “Croque chameau”: Pino ci lascia il ritratto di un uomo tormentato, di uno scrittore in continuo lavorio e ripensamento, e, come sottolinea nella introduzione a Prelude lent (ivi: 39), di un îartisan cherchant à devenir à tout prix un artiste». 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025.
Note
[1] Particolarmente accorato il ricordo del nonno : « Tu me donnais les vings sous pour le sucre d’orge, / Pour le beignet au miel, ou pour les cacahuètes / … Ô grand-père chéri» (N.B. : 20-21).
[2] I ricordi della bisnonna e della nonna Rosina in “Noeud gordien”, “Lady Godiva” “rediviva” (N.B.). 
Riferimenti bibliografici
BANNOUR Abderrazak 2014: «Italiens francophones de Tunisie»: 70-72 : https://www.openstarts.units.it/server/api/core/bitstreams/7e9c3d5f-23e3-4e89-9f44-30d09a8d4176/content
BEN OUANES Kamel:  «Glanures de B. F. Pino: les vertus de la métaphore», s.l., s.d., A.M.I.T. Tunisi, faldone Italiani di Tunisia 3.
GRAVIER Oliviero Ciro 2007: «Benedetto Felice Pino, alias Sicca Venier», in Poeti e scrittori italiani di Tunisia – Poètes et écrivains italiens de Tunisie, a cura di Danielle Laguillon Hentati e Silvia Finzi, Tunisi, Edizioni Finzi: 95-105.
PINO Benedetto 1976-1996: raccolta di articoli pubblicati su “Le temps” e “le Messager”, in A.M.I.T. Tunisi, faldone Italiani di Tunisia 3.
PINO Benedetto 1984: Bambochades tunisiennes, Tunisi, MTE, I edizione
PINO Benedetto 1993-2004: “Exsul immeritus ou pages d’un exile malgré lui”,
http://camillemi1.free.fr/Exsul%20immeritus.htm .
PINO Benedetto 1999: Prelude lent, edité par l’auteur.
PINO Benedetto 2002: Nouvelles Bambochades tunisiennes, Tunisi, Media Com, II edizione.
RADHOUANE Nebil 2009:  Tunisie: Figures phares – Benedetto Felix Pino – Tunisien quand même, «La Presse», 23 décembre 2009
Pino Sicca Venier https://fr.wikipedia.org/wiki/SiccaVenier
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Rosy Candiani, studiosa del teatro e del melodramma, ha pubblicato lavori su Gluck, Mozart e i loro librettisti, su Goldoni, Verdi, la Scapigliatura, sul teatro sacro e la commedia musicale napoletana. Da anni si dedica inoltre a lavori sui legami culturali tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sulle affinità e sulle identità peculiari delle forme artistiche performative. I suoi ultimi contributi riguardano i percorsi del mito, della musica e dei concetti di maternità e identità lungo i secoli e lungo le rotte tra la riva Sud del Mediterraneo e l’Occidente.

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