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“Bellas mariposas”, storia di una sceneggiatura mai nata

bellasdi Enrico Pau [*]

Riconosco nella scrittura delle Bellas Mariposas atzeniane l’eccitazione nello scoprire una città vergine che aspetta di essere raccontata, con le sue strade, i suoi luoghi, le sue periferie, con una lingua antica eppure dal punto di vista narrativo nuova e inedita, musicalissima, a cui dare dignità di lingua letteraria. 

Il cagliaritano – scrive Atzeni – è mescolanza di sardo, italiano, spagnolo, arabo, siculo, romanesco, zingaresco, gergo di mendicanti e camorristi… giunti grazie agli incontri e traffici del porto, ai vagabondi di ogni sorta che nel loro girovagare non hanno evitato la Sardegna e soprattutto grazie ai galeotti nostrani andati in casanza nella penisola, italiani ospiti del famoso “convitto” di Buoncamino. 

Strade o quartieri che erano sempre esistiti, senza che prima nessun racconto – che avesse la stessa forza – li avesse mai nominati. Per dirla più chiaramente, la città fino ad Atzeni aveva sempre rifiutato di essere raccontata. Fatta eccezione forse per alcune pagine di Salvatore Cambosu, e l’avventura poetica di Aquilino Cannas con la sua poesia civile, la sua capacità ritrattistica di raccontare un mondo in pochi versi. Ma quella appunto era poesia. La città aveva accettato solo di essere ricordata. Solo ricordi un po’ lagrimevoli oppure taglienti, neanche qualcosa che avesse la dignità della memoria viva.

Sì, come ricorda lo stesso Atzeni, c’erano stati i viaggi di Lawrence, e poi l’opera di Romagnino e Alziator. I ricordi comunque si spegnevano nella rievocazione di personaggi, delle strade che non ci sono più, dei portici e dei palazzi che sono finiti sotto le bombe, nella malinconica rievocazione di un mondo scomparso, quello dei bar del centro e dei cafè chantant, delle arene Giardino, delle stradine del centro dove si arrostivano i pesci o la carne di cavallo, un mondo che solo per essere scomparso doveva essere sicuramente migliore perché assomigliava a un’infanzia per dirla con Vittorini.

Eppure la vita della città scorreva nei quartieri popolari, nelle periferie nuove di zecca che avevano sradicato la gente dalle campagne o dai quartieri storici, – Stampace, la Marina, Castello – creando una specie di straordinario “laboratorio resistenziale” pieno di contraddizioni dolorose, grandi come i palazzoni fuori misura appoggiati sul mare di Sant’Elia, o chiusi dentro un muro invisibile come il quartiere del Cep collocato fra Cagliari e il Campidano.

Un mondo popolato da un sottoproletariato che in altre città italiane era definitivamente scomparso inghiottito dall’omologazione televisiva, dai cambiamenti sociali che avevano ormai assorbito definitivamente a Roma le borgate pasoliniane e in città come Milano e Torino i quartieri operai. Abbiamo visto dai suoi scritti giornalistici come Sergio Atzeni si fosse immerso completamente in quella realtà, vi avesse cercato da cronista storie e sentimenti profondi. 

I vecchi quartieri storici sono diventati ammassi di tuguri pericolanti; i nuovi quartieri periferici sacche di emarginazione dove gli inurbati (scacciati a forza dalle campagne) non hanno più né punti di riferimento, né lavoro. 

Per lui le periferie sono “luoghi senza memoria” (così titola il suo struggente reportage letterario scritto per l’Unione Sarda nel giugno del 1986): 

Tutta la città non è che il confine fra l’isola e il mondo, un confine che s’è allargato come un cancro, come una rosa. La città è cresciuta in fretta, senza ordine. 

Nel suo lavoro giornalistico ci sono già tutti i prototipi umani che abitano Bellas mariposas, le tante città dentro la città che formano Cagliari, la lontananza anche poetica di uno slang che ha un suono diverso in ogni quartiere, i tanti personaggi di una realtà piena di vitalità, quella delle periferie che Atzeni guarda come alternativa politica alla città morta, quella abitata da una borghesia palazzinara e arrogante, incapace di avere un’identità, disinteressata alla cultura. Un ritratto spietato, lucido e impietoso, purtroppo ancora drammaticamente attualissimo; a volte pronto a trasformarsi in tragedia, altre volte ironico come certe descrizioni – che troviamo nel reportage pubblicato da “Rinascita Sarda” –   tanto vivide da sembrare autentici bozzetti preparatori.

Ci trasferiamo al caffè Roma. Ad un tavolino, un giovane che conosciamo di vista, conversa con due cultori di “amicizie particolari”. Ci avviciniamo, anche a loro la domanda sulla violenza. Risponde l’uomo della compagnia: 

 “in parte lo fanno perché non c’è lavoro, in parte perché non hanno voglia di fare niente”. 

RS- E i giovani che stanno abitualmente seduti nei bar di via Roma? 

“Sono ladri, manutengoli, fanno imbrogli, e tutto per le donne”. 

RS- Come ti chiami? 

“Metti M T” 

RS- E tu cosa fai? 

“Studio” 

Grassa risata dell’intero gruppetto.

atzeniL’avventura narrativa di Bellas mariposas dopo il primo approccio de Il quinto passo è l’addio segna la scoperta della città, e di questa città l’anima più profonda e più viva: quella popolare. Ed è questo l’elemento che personalmente mi ha colpito di più alla prima lettura del racconto di Atzeni. L’attenzione non solo ai luoghi ma anche alle persone e alle loro vite, la capacità mimetica di esaltare la forza espressiva di una variante del sardo quale è il cagliaritano con le sue allitterazioni, con le sue accelerazioni cantilenanti, con la sua volgarità esplicita, con i suoni a volte melodiosi dei cognomi spagnoleggianti, con l’ironia esplosiva, e impietosa che si nasconde dentro i soprannomi – qui assurti al rango di cognomi portatori forse di qualità particolari del destinatario – Conkebagna, Crocorigas, Caddaioni, Boccomero, Bobboi.

Atzeni ha scoperto il segreto per uscire dal particolare localistico per approdare a un universale musicale, ritmico, che una volta tanto ha portato il cagliaritano alle latitudini del napoletano storicamente una delle lingue più sdoganate nei tanti contesti culturali (cinema, teatro, melodramma) del nostro Paese. E poi la mancanza totale di qualsiasi rigurgito nostalgico che di solito si accompagna alle rimembranze dei memorialisti cagliaritani. L’idea, per una volta, di raccontare una materia viva, senza pudori, senza autocensure, senza pietismi, una realtà che è raccontata con lo sguardo di una sociologia minacciata dall’improvvisazione jazzistica, deflagrata in una sintassi sregolata, privata di ogni pausa se non del bianco fra i piccoli nuclei narrativi che si richiamano attraverso gli spazi grafici come tenuti insieme da una misteriosa forza di gravità narrativa che li attrae a sé. 

a2xzag0dzf22op5wfn2zzs0wobu1. Storia di una sceneggiatura mai nata

Nel 1996 avevo girato il mio primo cortometraggio dal titolo esopico “La Volpe e l’Ape”. La vita di un sottoproletario cagliaritano, cantante di strada, esperto di serrande metalliche. Avevo una storia e dovevo trovare i luoghi dove girarla. Dovevo resistere al richiamo della città come Ulisse al canto delle Sirene. Ogni luogo mi gridava: “inquadrami!!”. Piccole piazzette del centro, stradine di Castello, la Casbah della Marina dietro il porto, dove ero cresciuto, i palazzoni o le case dei pescatori di Sant’Elia (dove mi ero anche sognato che Pasolini avesse girato un episodio inedito di “Uccellacci e Uccellini” con frate Ciccillo che veniva a Cagliari ad addomesticare un pescecane che non faceva più pescare nessuno nel mare di Sant’Elia). Tutti luoghi che mille volte nelle mie passeggiate cagliaritane avevo immaginato come sfondo di mille storie. Storie che esistevano solo dentro la mia testa.

 “La Volpe e l’Ape” l’avevo immaginata un po’ on the road, così come era la vita di Franco Becini, il protagonista che è nello stesso tempo il personaggio principale della storia. Bastava ricordarsi dove l’avevo visto sempre cantare, quali erano i luoghi dove lui si esibiva per strada il suo repertorio di canzoni napoletane. Protagonista del film non sarebbe stata solo la città ma Franco e Claudio (la Volpe) che alla fine del film gli ruba la sua preziosa Ape Piaggio. Finzione e realtà nella mia mente erano volutamente confuse in un linguaggio a metà strada fra il documentario e la favola amara, con uno strano equilibrio che nel mio immaginario di autore alla prima opera doveva condurre a quella atemporalità che Italo Calvino riconosce come qualità fondamentale delle favole. Alla fine i venti minuti de “La Volpe e l’Ape” erano pronti e la città era lì sullo sfondo in un certo equilibrio. 

Subito dopo il cortometraggio infatti, che è del 1996, avevo pensato di passare al lungometraggio e mi sembrò quasi naturale pensare a Bellas mariposas come mia opera d’esordio nel lungometraggio. Il libro era stato pubblicato pochi mesi dopo l’uscita de “La Volpe e l’Ape” e mi sembrò quasi incredibile trovare pronta una storia che riusciva a immergersi completamente in quel mondo delle periferie che tanto mi affascinava. C’era un po’ tutto quello che mi piaceva in “Mariposas”: la favola urbana amara e spietata, caratteri umani che sembrano eccessivi, se non si sono mai frequentati certi quartieri cagliaritani, la virata improvvisa del racconto verso un realismo magico onirico che avevo già sperimentato nel mio primo cortometraggio, una struttura narrativa che sembrava fatta apposta per il cinema.

Una sorta di scaletta, come la chiamiamo noi, già pronta, un ritmo narrativo incalzante, esplosivo, l’ironia che non guasta, e insieme il tono drammatico, la bellezza dei due personaggi principali, la loro purezza capace di attraversare l’inferno senza macchiarsi, conservando la speranza in un mondo migliore, insomma dentro il piccolo romanzo atzeniano, c’era il cinema. Non voglio raccontare perché non ho mai fatto questo film, perché ancora oggi, a quasi dieci anni di distanza, è per me un episodio doloroso che preferisco dimenticare, legato a storie di diritti d’autore concessi e poi improvvisamente negati, preferisco invece tornare con la memoria alle ragioni artistiche che mi hanno fatto pensare al racconto di Atzeni come un possibile film.

Cagliari, quartiere Is Mirrionis

Cagliari, quartiere Is Mirrionis

Lo sguardo cinematografico

Lo sguardo dello scrittore cagliaritano è già di per sé cinematografico perché colloca sempre i personaggi dentro uno spazio urbano che possiamo sempre riconoscere, seppure celato dietro il suono di nomi che musicalmente rimandano ai nomi veri dei nostri quartieri popolari. Santa Lamenera come Is Mirrionis o come Tuvumannu, Mulinu Becciu, piazze e vie che rimandano poeticamente alle toponomastiche di certi nostri cognomi riletti in chiave alimentare, Cotzas o Corduleris, oppure ironicamente a misteriosi animali che vivono solo a Cagliari tipo Gorbaglius o Merdoneddas. Sullo sfondo sempre i palazzoni come quelli del Cep o di Sant’Elia, gli stessi dentro i quali ogni giorno si vivono storie e vite come quelle della Signora Sias. Gli stessi attraversati dalle marmitte dei motorini preparati dei tanti Malcolm Puddu che li percorrono senza il casco a tutte le ore, eredi di quel piccolo eroe sottoproletario degli anni settanta che fu Wilson Spiga, morto nel 1975 alla fine di un lungo inseguimento da parte di una macchina della polizia che terminò drammaticamente con un colpo di pistola.

Proletari come i tanti ragazzini pasoliniani che vivono nelle strade sotto i palazzoni, cresciuti con le regole di un mondo dentro il quale intanto, lontano dai tempi di Pasolini, è arrivata la droga a far deflagrare valori, a creare una “ingiustizia sommaria” che a volte porta all’uso delle armi da fuoco, alla minaccia, come bene descrive Atzeni con la storia di “Tonio che vuole sparare a Gigi”, che assomiglia a certe storie di bande terminate con ammazzamenti e vendette trasversali nel quartiere de Is Mirrionis negli anni ottanta, storie e quartiere che Atzeni conosceva benissimo per averci abitato. 

Il quartiere di Is Mirrionis conta oggi quarantamila abitanti, e si estende dalla sommità di Piazza d’Armi fino alle estreme pendici del Colle di San Michele. Più volte questa zona della città è stata presa a simbolo della disgregazione e dell’abbandono. Quando a Cagliari si parla di furti d’auto, di prostituzione, di corruzione, di fame, di miseria nera, ecco che spunta sempre Is Mirrionis. 

Un lungo articolo dal titolo “La realtà de Is Mirrionis” dove Atzeni sull’Unità difende il quartiere (contro una scellerata indagine di Tutto Quotidiano) mettendo insieme elementi capaci di andare oltre le semplificazioni giornalistiche, cercando le cause vere di un disagio, creando un filo diretto con la gente del quartiere chiamata in causa direttamente con uno stile che cinematograficamente, e con qualche semplificazione, potremmo definire documentaristico. 

Nel nostro quartiere esistono nuclei familiari profondamente disgregati – precisano i nostri interlocutori – ma è necessario individuarne con attenzione le cause che stanno in una società che emargina il “diverso”, escludendolo, spingendolo verso la delinquenza se non ha le difese economiche con cui cercare di valorizzare la propria “diversità”. Una scuola che non educa, con insegnanti che spesso giungono convinti che qualunque cosa tu faccia tanto sarà sempre inutile […] abbiamo visto la realtà vera di Is Mirrionis e via Podgora. Non sono la Casbah. Siamo in un quartiere popolare come tanti ce n’è a Cagliari e in Italia, dove i lavoratori, i giovani, le donne vengono tenuti in uno stato di emarginazione sociale da cui vogliono uscire. 

Atzeni usa anche in questo articolo il suo sguardo empatico, la sua vicinanza morale a questo mondo che se vive un disagio, una disperazione, una disgregazione è perché, come scrive lui, “ciò torna utile a qualcuno”. 

Nella passeggiata delle due mariposas per la città, Atzeni usa cinematograficamente l’espediente della carrellata, segue incessantemente le sue due protagoniste con una tecnica che Zavattini avrebbe definito del pedinamento. Pone il narratore in una posizione che è quella della macchina da presa che a volte ci regala primi piani fulminanti, altre volte ha l’attenzione di un regista che abbia la passione per il dettaglio 

In pullman c’era un grezzo avrà avuto venticinque o ventisei anni capelli neri lisci a forza di gommina e coda lunga venti centimetri tatuaggio di nave sul bicipite destro guardava fisso negli occhi di Luna 

ha fatto il buffone mettendosi con un braccio in verticale nel poggiamano che serve ai vecchi per non cadere quando scendono 

una signora di quaranta quarantacinque grassa de doji fillus gli ha detto Immoi arruis e ti segasa sa skina

e lui è scivolato con le mani ha fatto un volo è riuscito a cadere in piedi senza scempiarsi neanche un dito ha fatto le corna davanti agli occhi della signora e ha detto Né stria malaritta 

o ancora a proposito di dettagli 

aveva occhi verdi come l’acqua marina davanti al capo e sorridenti 

denti bianchi e scintillanti 

canini più lunghi del normale 

cropped-viasergioatzeni41Oppure l’uso del campo lungo, paesaggistico. Campetti di calcio abbandonati e esseri umani immersi, quasi sospesi nei loro gesti in un ambiente naturale degradato, dominato sullo sfondo dai palazzoni di un quartiere popolare attraversato da uno stradone, la poesia tutta pasoliniana dell’inquadratura frontale che pittoricamente rivela un paesaggio che non è sereno semmai è inquieto, scosso da un erotismo primitivo, naturale… 

e siamo passate dal campo non so perché nessuno ha detto Passiamo di qua o di là 

non c’eravamo mai passate sempre passate dallo stradone 

non ci passeremo più 

c’era un pusher bastardo tre tossici con aghi nel braccio un barbone addormentato sull’erba due albanesi per conto loro che giocavano a dadi circondati da bottiglie di birra vuote e piene babbo seduto sulla panchina dell’allenatore in attesa e Gigi appoggiato al palo della porta che si faceva fare una folaga da Samantha Corduleris. 

Una poesia dei luoghi che improvvisamente lascia lo spazio a accelerazioni che fanno virare il racconto verso i territori del film di genere. 

Alle otto e dieci Tonio è uscito dal portone aveva l’Uzi sotto braccio non nascosta. Metti la sicura gli ho detto potresti fare del male a un innocente perché vuoi sparare a mitraglia vuoi fare un massacro? Se lo uccidi ti denuncio mancai sias frari miu. 

Bellas Mariposas è come un vortice, alterna cinematograficamente il montaggio rapido a una narrazione più distesa. 

Scena 86 EXT. – SPIAGGIA DEL POETTO – GIORNO

In mezzo a un mare trasparente la nostra protagonista nuota come sospesa nel vuoto, leggera, ogni tanto il suo corpo è scosso da un’onda che dolcemente la travolge 

                         CATE

                                         (voce off) 

Dovevo nascere pesce, mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso 

un’onda ora scuote il mare improvvisa, avvolge il corpo della ragazza che comincia girare su se stessa dolcemente abbandonandosi a quella corrente 

                                               CATE

                                         (voce off) 

mi piace giocare con le onde allungarmi perché mi portino in alto e mi buttino in un gorgo, scivolargli sotto combattendo il risucchio 

ora il corpo della ragazza è completamente sommerso, il suo volto è disteso, esprime beatitudine, è compenetrato con l’immensa profondità di quello spazio trasparente. 

Potremmo continuare a lungo con questi esempi cinematografici citare il finale felliniano, metafisico, con ballerina, gatti, e nane, Aleni, la Coga. 

Resta solo il tempo di lamentarci con il destino che ci ha privato di uno scrittore che sicuramente avrebbe dato ancora molto al cinema. Rimane il mistero di una morte che ha qualcosa di mitologico. È come se il vortice dell’onda partita da lontano, dalla città che non era mai stata raccontata, si fosse ripresa in un ventoso giorno di settembre il suo primo cantore. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
[*] Scrissi questa testimonianza in occasione di un convegno organizzato dall’ Università di Cagliari, faccio fatica a ricordare l’anno, certamente molto prima dell’uscita del film “Bellas Mariposas” diretto da Salvatore Mereu. Rispetto a quello che scrissi allora nella forma di questo piccolo saggio non avrei molto da aggiungere, per cui lo ripropongo nella sua forma originale. Sergio Atzeni fu molto importante nella mia scelta di fare cinema. Realizzai il mio primo cortometraggio nel 1996 solo dopo avere letto Il quinto passo è l’addio, quel romanzo mi diede il coraggio di osare. Ancora prima, alla fine degli anni 70, recitai in “Quel maggio 1906”, uno spettacolo scritto e diretto da Sergio Atzeni che provammo nella sede Centro del PCI in piazza Costituzione che fu rappresentato al Bastione, da poco ho ritrovato il copione, inutile dire che quei fogli sono una delle cose più preziose che conservo insieme ai ricordi di quelle giornate di comune lavoro teatrale.
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Enrico Pau, Regista nato a Cagliari nel 1956. Ha iniziato la sua carriera artistica con il teatro e la radio, lavorando con la Rai di Cagliari. Nel 1996 ha diretto il suo primo cortometraggio, La volpe e l’Ape.  Il suo primo lungometraggio è Pesi leggeri (2001), seguito da Jimmy della collina (2006) e da L’accabadora (2015).  Del 2023 è il documentario L’ombra del fuoco. Ha sceneggiato programmi radiofonici, collaborato come critico teatrale con il quotidiano La Nuova Sardegna e diretto l’operetta musicale Il brutto anatroccolo con musiche di Giorgio Gaslini. 

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