“Solo dai grandi si impara. Mai pensare di poter imparare dai piccoli”
Sergio Atzeni
Qualche anno fa ho letto per la prima volta Bellas mariposas di Sergio Atzeni. Ne avevo sentito parlare a lungo in Sardegna e moltissimo tra i sardi che dalla Sardegna si sono spostati per ragioni di lavoro e di studio in continente come l’autore del libro in questione. Mi sono avvicinato al libro per rimediare a questa lacuna immaginando anche che parte dell’entusiasmo fosse dovuto all’attaccamento inevitabile che ne deriva, da “esuli”, con tutto ciò che arriva dalla propria terra.
Quella comunità di fuoriusciti arrabbiati e al contempo pervicacemente legati alla proprio luogo d’origine è stata, per lungo tempo, anche la mia e continuando a viaggiare avanti e indietro per nave tra la Sardegna e il continente, in un tempo in cui la continuità territoriale non aveva come oggi accorciato le distanze, la conoscenza di Atzeni mi pareva non più rinviabile, soprattutto perché di questa separazione dolorosa e combattuta egli è stato negli anni uno dei massimi cantori facendola diventare materia stessa di uno dei suoi romanzi più belli: Il quinto passo e l’ addio.
Leggendo Bellas mariposas sono rimasto abbagliato. Tanto dalla trama, lieve e terribile, e dalle modalità con cui essa si dipana, quanto dalla forma, musicale e inusitata, soprattutto nella adozione spregiudicata della lingua del luogo. Nella letteratura isolana, mi pare, mai tanta grazia e tanta leggerezza si erano coniugate ad accadimenti anche drammatici e ogni più piccolo episodio della giornata mirabile di Cate e di Luna anche quando sarebbe passibile, nelle mani di altri, della peggior cronaca, è sempre stemperato da un’ironia sottile e da una capacità di sorridere di se stessi rara nella nostra letteratura e nel nostro vissuto almeno quanto l’intrusione continua della lingua parlata in quella scritta.
In questo Atzeni può essere considerato, a buon diritto, uno degli apripista della nuova letteratura isolana. Eppure qui sta il paradosso, l’errore più grande: quello di trattare Bellas mariposas e Sergio Atzeni solo come una faccenda isolana da dibattere tra conterranei (per sfatare questo basterebbe enucleare le tante traduzioni in diverse lingue). Le “zazies” di Atzeni, che si aggirano nella città di Cagliari come quella di Queneau a Parigi, potrebbero avere ugualmente vita allo Zen di Palermo, a Librino a Catania, a Scampia a Napoli, a Corviale a Roma, nelle favelas di Caracas e di Mumbai, di Rio de Janeiro e di Città del Messico, e chi abbia avuto di recente la casualità di imbattersi in un libro come le Lezioni americane di Calvino non farà difficoltà a trovare proprio nel libro di Atzeni una delle più mirabili applicazioni. Come auspicava Calvino, che forse non avrebbe mai confinato quei suoi principi soltanto alla letteratura, il racconto è, senza che se lo proponga, rapido, leggero, molteplice, esatto e soprattutto universale, e «tra i più belli che la letteratura europea abbia prodotto nell’ultimo scorcio di secolo» assicura Goffredo Fofi che fu tra i primi a riconoscere in Atzeni le qualità dello scrittore di razza. Del resto proprio come egli stesso amava definirsi: «…sono uno scrittore sardo, italiano, europeo…».
Ma non sta a me ricordare chi è stato Sergio Atzeni né quale ruolo abbia avuto nella letteratura sarda contemporanea e quale andasse acquisendo, romanzo dopo romanzo, in quella italiana ed europea se la morte non fosse intervenuta prima, recidendo bruscamente insieme a quell’anelito alla vita, che egli mostra in tutta la sua opera, anche la sua febbrile e voluminosa produzione letteraria. Per chi volesse approfondire è d’obbligo fare riferimento alla copiosa attività critica culminata col convegno di studi svoltosi a Cagliari in occasione del decennale della sua morte a cui ne sono seguiti innumerevoli in tutta l’isola (valgono per tutti gli studi di Giuseppe Marci e la lunga intervista all’autore di Gigliola Sulis oltre al lavoro di recupero dei testi meno noti che Giancarlo Porcu ha fatto per la casa editrice il Maestrale).
Eppure la questione letteraria nel caso specifico di Bellas mariposas rischia di essere soverchiante se la si guarda dall’angolo del cinema. Ad una successiva lettura del libro, alla fascinazione segue poi, inevitabile, lo sgomento man mano che alla curiosità del lettore occasionale si sostituisce l’attitudine non più spensierata di chi è a caccia di una storia da portare sullo schermo. Subito una domanda sorge spontanea: apparterrà soltanto alla letteratura, al dominio della parola scritta? o vi è la possibilità anche remota di travasarlo in qualche modo al cinema, tenuto conto che il soliloquio musicale di Cate inanella, una dopo l’altra, una serie di immagini che per la straordinaria forza icastica ricordano alcune periferie assolate di Pasolini e guadagnano talvolta, in modo inaspettato, la sostanza di alcune apparizioni felliniane come nell’episodio della coga (la maga) che domina tutto il finale del racconto?
Fellini e Pasolini, due maestri a cui guardare a modello e a cui avviarsi con tutta la cautela che deve contraddistinguere i principianti se ci si vuole avventurare nella trasposizione cinematografica e riuscire auspicabilmente nel proprio intento. Ma verrebbe da dire anche Kusturica (soprattutto quello iniziale, più sobrio, meno fracassone, delle collaborazioni con lo scrittore Abdullah Sidran) e Almodovar per la capacità forse tutta gitana di entrambi di far convivere, in modo a volte anche ardito, stravaganza e dato realistico. E ancora, cercando spudoratamente di farli coabitare (perché no?), Loach e i fratelli Dardenne, e Mike Leigh, per quell’attitudine comune a tutti e quattro a tratteggiare in modo rapido e diretto, senza eccedere mai in fronzoli, le periferie degradate e il mondo dei reietti, senza mai intaccare la loro dignità.
Nel racconto di Atzeni realismo disperato e magia si combinano come in una pala d’altare, in una comunicazione continua e in uno scambio di ruoli non inferiore a quello che avviene con la lingua che si nutre continuamente degli idiomi del luogo e li promuove a nuova forma scritta attraverso il ricorso ininterrotto ad una voce narrante (in questo caso di chiara derivazione cinematografica come l’uso ricorrente dei continui sguardi in macchina) che nel film che vado immaginando dovrebbe diventare forma stessa del racconto attraverso la quale, la protagonista, come in una sorta di documentario su di sé racconta la sua esistenza e il suo mondo, costantemente minacciato dalle sopraffazioni degli adulti. Proprio a proposito della lingua, parlando degli scrittori della sua generazione e facendo un riferimento non tanto velato al suo lavoro Atzeni ci dice:
«…I giovani scrittori d’oggi hanno fatto una vera e propria rivoluzione linguistica, usano un parlato spontaneo, immediato, emotivo. Ed è la prima volta. Prima il parlato era solo quello dialettale. La lingua italiana è una lingua da laboratorio. E i giovani scrittori cercano di arricchirla, rendendola più vicina al modo di parlare reale. Che i dialetti siano importanti lo dimostra il fatto che le migliori espressioni della letteratura italiana nel dopoguerra hanno tentato questa via. Pensi al milanese di Gadda, al romanesco di Pasolini. E per il sardo vale lo stesso discorso. La lingua si mescola al dialetto ed è un arricchimento indispensabile…».
Il dibattito è tuttora aperto e oggi è tenuto più desto che mai dall’apparizione sulla scena nazionale di un film come “Baaria” di Giuseppe Tornatore, anche se molto lavoro è stato fatto in questa direzione anche da alcuni nostri giovani registi.
Quest’estate finito il lavoro di promozione sul film precedente, Sonetaula, figlio anch’esso di un adattamento da un testo letterario che ha tradito volutamente la lingua scritta del romanzo per riguadagnare quella parlata del mondo evocato dallo scrittore (i tempi in cui scriveva Fiori non erano ancora maturi per questa commistione), sono tornato a leggere per la terza volta Bellas mariposas con l’idea finalmente di provarlo a tradurre in immagini. L’ho letto ripetutamente, per misurane la tenuta, e per vedere, come si dice in gergo, se “arrivava” ancora, cercando di isolare, tra le tante monadi che Atzeni apre, un possibile traliccio su cui poi andare a edificare la sceneggiatura. Il miracolo si è ripetuto sempre, ad ogni lettura, come per incanto, senza però mai dissolvere fino in fondo il dubbio che il racconto potesse rimanere pertinenza esclusiva della letteratura e non solo per l’uso quasi sperimentale della lingua.
La sua audace forma narrativa, che rinuncia alla punteggiatura e si dipana attraverso una serie di schegge dalla cui somma si ricava la giornata particolare di Cate e Luna, si sviluppa in orizzontale senza evidenti rapporti di causa ed effetto tra gli avvenimenti lasciando l’obbligatorietà dell’azione allo semplice scorrere delle ore del giorno fino a all’epifania finale della maga e al colpo d’ali che ne segue in cui Cate e Luna, le due mariposas (le due farfalline), prendono pian piano coscienza della propria condizione e scoprono in ultimo se stesse. Un atto unico dunque, più che una ripartizione nei classici tre atti su cui si costruisce tanta narrativa cinematografica, che, col suo deambulare senza apparente sviluppo, pare rimandare alla drammaturgia di Cechov. Una bella sfida, vinta molte volte dal cinema con film dall’apparenza orizzontale, ma di grande impatto espressivo, come il recente Entre le murs (La classe) di Laurent Cantet che è spesso alla base di tanto cinema di Kiarostami, e che si fa notare in un film dall’andatura mirabile come Le acrobate di Silvio Soldini.
Ho raccolto in una breve scaltetta tutte le suggestioni che il testo man mano mi forniva, nel tentativo vano e ingenuo di ridurre in una formula l’emozione finale che il testo mi ha sempre consegnato anche dopo ripetute letture. Il carattere interlocutorio, talvolta contraddittorio, entusiastico e poi sconfortato, può dare la misura di quale corpo a corpo si ingaggi con un testo scritto da altri che si cerca disperatamente di abitare senza essere mai abbandonati dalla consapevolezza e dal timore di rimanere schiacciati per troppo ossequio.
A questa prima versione della sceneggiatura che oggi sottopongo all’attenzione di questa commissione dovrà seguirne necessariamente un’altra da scrivere dopo un lungo soggiorno tra i luoghi e le persone che hanno ispirato il racconto. A questa attitudine mi sono obbligato fin dal primo film per togliere il testo letterario da quella dimensione inevitabilmente virtuale che è propria di un testo scritto. Trovare alla sceneggiatura un abito sicuro nella realtà che si vuole rappresentare, quand’anche essa dovesse risultare dalla pagina la più fantasiosa possibile, è il primo passo per arrivare a una messa in scena leale, veritiera, che non tradisca mai le legittime attese dello spettatore e non getti nello sconforto il regista, gli attori, e la troupe, durante la fase faticosa della realizzazione del film che sempre di più finisce per assomigliare a una battuta di caccia a cui ci si consegna con mezzi sempre più esigui e con l’obbligo però inalterato di riportare la preda nel sacco.
Proprio come i cacciatori, prima ancora dell’arrivo del giorno della battuta, del can can della muta e della gazzarra dei battitori, da tempo vado anch’io alla ricerca delle tracce. È un modo di appaesarsi col campo, di entrare dentro il suo tessuto, perché il film non debba risultare un corpo estraneo agli occhi di chi ne dovrà essere accolto. Ed è in questa prospettiva che ho pensato di procedere ad una nuova stesura della sceneggiatura iniziando anche un’esperienza didattica in quelle scuole di quei quartieri della città di Cagliari che hanno ispirato il racconto di Atzeni. Lì ho la speranza (come altre volte è avvenuto in passato) di trovare Cate, Luna, Gigi, Tonio, Samantha, Fisino insieme a loro vissuto e a tutte quelle altre storie che si portano inevitabilmente con sé e che Atzeni non ha potuto rivelarci.
Cagliari è lontana dalla mia esistenza, dalla mia formazione. Per noi sardi dell’interno è già confine, come diceva Atzeni, col resto del mondo. Eppure vi è un’esperienza a cui guardare più di tutte in questo cammino difficile, con conforto (almeno per me che sono sardo): quella di Vittorio De Seta, nobile cineasta siciliano catapultato nell’aspra e durissima e ostile Barbagia degli anni della guerra ai banditi, divenuto indigeno tra gli indigeni grazie a questa attitudine ad annusare il terreno e a guardare negli occhi gli uomini e le cose che è propria dei grandi cacciatori. A lui dobbiamo le immagini più veritiere della nostra terra, le più pregnanti. A lui dobbiamo continuare a guardare.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
[*] Pubblichiamo la relazione artistica, sinora inedita, presentata da Salvatore Mereu alla giuria della sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia del 2012, sezione nella quale venne selezionato e proposto al pubblico il film Bellas mariposas, che Mereu ha tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni.
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Salvatore Mereu, nato a Dorgali (Nuoro) nel 1965, si è laureato al Dams di Bologna e si è poi diplomato in regia al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Negli anni Novanta ha realizzato i cortometraggi Notte rumena (1996), Prima della fucilazione (1997) e Miguel (1998). Già in questi primi lavori la specificità storica e antropologica della Sardegna fa da sfondo alla narrazione, in un contesto a metà strada tra l’ambiente urbano e quello agropastorale. Ballo a tre passi, lungometraggio d’esordio del 2003, ha confermato questa linea di ricerca. Il film è stato premiato alla Settimana della critica della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e ha consentito a Mereu di vincere il David di Donatello come miglior regista emergente. Dopo aver presentato i lungometraggi Sonetàula al Festival di Berlino del 2008 e Tajabone alla Mostra di Venezia del 2010, Mereu nel 2012 ha concorso nella sezione Orizzonti della kermesse veneziana con Bellas mariposas, tratto dal racconto di Sergio Atzeni. Tra i suoi lavori successivi, il corto Futuro prossimo (2017) e Assandira (2020).
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