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Battaglia contro la guerra. Anche i cardinali profetizzano

Mons Battaglia, arcivescovo di Napoli

Mons Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli

di Leo Di Simone 

Sembra quasi coniare un ossimoro titolare “Battaglia contro la guerra”. In realtà si tratta della lettera aperta che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ha scritto l’8 luglio scorso contro gli artefici delle guerre, delle troppe guerre che come un virus letale stanno ammorbando la vita del nostro pianeta. E lo ha fatto non usando blande affermazioni moraleggianti che di solito gli uomini delle istituzioni usano per non compromettersi troppo con equilibri diplomatici e politici, denunciando tutto sommato il nulla, non identificando in concreto i responsabili delle situazioni che fanno finta di denunciare. Il cardinale Battaglia invece, lo ha fatto in maniera circostanziata, non solo rilevando la gravità dell’epidemia bellica, ma indicandone decisamente la causa, con il dito puntato contro i potenti di questo mondo, che da anni non fanno che riunirsi in inconcludenti circoli chiusi, blaterando di pace con la retorica del non senso dalla quale sono incapaci di uscire perché incapaci di vedere oltre i loro biechi interessi corporativi e la loro oscena brama di potere.

Una lettera aperta coraggiosa e carica di accenti di una ormai rara e svanita umanità; una lettera che non ha avuto adeguata diffusione mediatica, perché incandescente, scottante, imbarazzante per gli attori del potere che dettano temi e calendari agli scribacchini che tengono al guinzaglio nei recinti dei loro organi di stampa, preoccupati di far vedere il mondo dall’unica prospettiva che vale la pena di mostrare; la loro.

La Lettera del cardinale Domenico Battaglia, perciò, non meritava di essere pubblicata per intero, né si è osato accendere polemiche mediatiche che avrebbero potuto suscitare curiosità nei lettori ripescandone i temi inquietanti messi in primo piano in maniera impietosa; solo qualcuno ne ha citato brevi stralci, censurando i passaggi più duri; poi la notizia è stata silenziata d’imperio e il messaggio messo a tacere. Per questo vale la pena pubblicarla qui per intero e poi offrire qualche spunto di riflessione sul tema della profezia cristiana:

Il pianeta risuona tamburi di guerra da ogni direzione dell’orizzonte. In Ucraina tredicimila civili cancellati dal fuoco; a Gaza cinquantasette mila vite spente come candele nella corrente in ventuno mesi d’assedio; dal Sudan quattro milioni di corpi in marcia alla ricerca di un fazzoletto d’ombra; in Myanmar tre milioni e mezzo di volti dispersi fra cenere e giungla; e, sopra tutti, una città invisibile che non smette di crescere: centoventidue milioni di profughi lanciati nel vento come semi. Questi numeri – li sentite pulsare? – dovrebbero gelare il sangue, ma sfumeranno come bruma se non accostiamo l’orecchio al battito che custodiscono. Ogni cifra è una fronte che scotta, una fotografia sbiadita stretta in un pugno, una voce che domanda solo un minuto senza sirene.
A voi che impugnate le leve del potere – governi in doppiopetto, consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, alleanze militari dalla voce di metallo – dico che il Vangelo non fa sconti né ammorbidisce la verità. Non domanda tessere, non pretende incenso: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto» non è un soprammobile pio: è norma primaria scritta con il polso di Dio. Non esistono clausole, non c’è piè di pagina abbastanza piccolo per nascondere l’egoismo.
Se volete essere guida e non timone allo sbaraglio, fermate i convogli carichi di morte prima che varchino l’ultima dogana; smontate i macchinari che colano piombo e forgiatene aratri, tubature, banchi di scuola. Portate i bilanci di guerra sulla cattedra di un maestro stanco: trasformate milioni stanziati per missili in sale parto illuminate, ambulanze capaci di raggiungere finanche le sofferenze più remote.
E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».
Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.
Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni.
Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda:
«Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?».
Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.
Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.
A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.

dioguerraNon si possono pronunciare parole siffatte, cariche di pathos poetico, di plastica drammaticità, se non si ha dimestichezza con la Bibbia, con la grande e travagliata tradizione profetica che essa contiene. Storia delle indicazioni di vita da parte di Dio al suo popolo e tramite esso all’umanità; e di puntuali tradimenti e prostituzioni che i Profeti hanno avuto l’ingrato compito di denunciare, a scapito della loro incolumità, della loro stessa vita. Storia che comincia con Samuele che sotto i suoi occhi vede attuarsi le deviazioni dei suoi figli e di Saul, il primo re di Israele. Il Signore gli dice: «Mi pento di aver costituito Saul re, perché si è allontanato da me e non ha messo in pratica la mia parola» (1 Sam 15, 10-11). E Saul morirà a causa della sua superbia e della sua vanagloria: Dio non lo aveva fatto re per spadroneggiare sul popolo; non lo aveva costituito despota assoluto e autocrate per gloriarsi di un potere che non possedeva. Samuele sarà così costretto a ungere un altro re, Davide, ma anche lui si inebrierà del potere e commetterà il delitto che il profeta Natan gli contesterà col dito puntato, senza esitazioni: quando Davide manderà uno dei suoi comandanti, Uria l’Ittita, a morire in battaglia per rubargli la moglie, Natan gli racconterà la storia dell’uomo ricco che aveva molte pecore e che per allestire un pranzo sontuoso ruba l’unica pecora di un suo povero vicino. «Che ne pensi o re?» disse Samuele. «Quell’uomo merita la morte», disse Davide. «Tu sei quell’uomo!» rispose Natan, puntando il dito contro il suo re. Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!» (cf. 2 Sam 12).

Tutta la storia profetica contenuta nella Bibbia è questo dito puntato contro i monarchi, contro i potenti, contro le istituzioni che si dimenticano dell’incarico ricevuto da Dio di prendersi cura del popolo, di condurlo a «pascoli di vita». E tale è la domanda che don Mimmo Battaglia formula ai governanti di questo mondo: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?». Ma sapranno essi riconoscere la propria colpa e rispondere come Davide: «Ho peccato contro il Signore!»? Per chi ha fede nella rivelazione biblica – e ciò dovrebbe accomunare in qualche misura ebrei, cristiani e musulmani – il compito politico affidato ad alcuni comporta il farsi carico dell’esistenza delle altre creature e del divenire del mondo, perché quella rivelazione pretende avere caratteri di universalità. Non è stata data ad un solo popolo, a una sola etnia, ad una tribù, ad una setta di illuminati, ma all’umanità intera che Dio ama con globale predilezione.

La fede dunque non può essere disgiunta dalla tradizione profetica che nel corso della storia ha ribadito con insistenza martellante tale verità. Ma invece è puntualmente accaduto che i detentori del potere hanno cacciato i profeti dalla loro presenza, ostracizzati dalla loro cultura e spesso li hanno anche brutalmente uccisi. Quando il povero pastore Amos, il più povero dei profeti, un guardiano di bestie che Dio manda ad annunciare al suo popolo la sua volontà si avvicina timoroso all’istituzione, il sacerdote dell’istituzione lo diffida. Gli dice di andarsene altrove perché in quel luogo, che è il Santuario del re, i profeti non devono parlare, ci sono già i cappellani di corte. E Amos deve andar via e profetizzare altrove. La profezia è sgradita ai potenti, è voce d’Altro, è voce di Verità che loro non vogliono intendere. L’istituzione alleva così i suoi cappellani che sanno come accarezzare le sue orecchie e quelle del popolo, fingendo di parlare in nome di Dio. Costantino ebbe il suo Eusebio di Cesarea che accostò l’imperatore alla triade divina e ne assolutizzò il potere, e così ogni impero di ieri e di oggi ha i suoi patriarchi incaricati di magnificare le imprese dei propri cesari e dei propri zar.

È pericoloso dire al proprio re: «Non ti è lecito!». Giovanni il Battista, l’ultimo dei profeti dell’antico patto disse pubblicamente ad Erode Antipa che non gli era lecito fornicare con la moglie di suo fratello e il dito puntato gli costò la testa. La profezia non è vaticinio di eventi catastrofici futuri; è individuazione e contestazione del male operato al presente che ha inevitabilmente ripercussioni negative sul futuro. Il profeta Geremia trattò temi politici scottanti e dolenti per la vita del suo popolo, annunciando l’imminente possibilità dell’invasione babilonese e della disfatta, in mancanza di una avveduta politica estera. Il re Sedecia lo considerò un disfattista e un traditore. Il suo annuncio non venne ascoltato, neanche quando l’avanzata dei Babilonesi si profilò come una minaccia concreta e sembrò inarrestabile. Anche allora i Giudei preferirono ascoltare i falsi profeti che promettevano loro un illusorio futuro di pace e prosperità. Ma i Babilonesi arrivarono e rasero al suolo Gerusalemme e ne deportarono gli abitanti. L’episodio biblico, drammatico e simbolico, si conclude con una immagine molto toccante, quasi surreale quanto attuale: Geremia continua a predicare tra le macerie della Gerusalemme distrutta, pronunciando una parola riassuntiva della catastrofe: «La violenza è nel paese, un tiranno contro un tiranno» (Ger 51, 46). 

Cardinale Battaglia e Papa Francesco

Cardinale Battaglia e Papa Francesco

Ed ha i toni di tale predicazione tra le macerie di questo nostro tempo l’accorata profezia di don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli. Preso anche lui come gli antichi profeti dalla strada, “prete di strada” come testimonia la sua esperienza pastorale prima che papa Francesco lo chiamasse a rivestire il ruolo terribile di vescovo e lo fregiasse col rosso cardinalizio che non è “porpora onorifica” ma sangue martiriale, ad indicare il dono della vita, fino all’effusione del sangue che il discepolo di Cristo è chiamato ad offrire per restare fedele all’amore ricevuto. Don Mimmo Battaglia rappresenta in maniera evidente ciò che si può chiamare “effetto Francesco”; in continuità con uno stile cristiano che ha avuto nel “papa scomodo” un modello che difficilmente potrà essere cancellato, ad onta del sospiro di sollievo che i potenti di questo mondo hanno tirato alla sua morte, ed anche molti cappellani di corte che traccheggiano col potere per le carriere prestigiose e i titoli altisonanti. 

Francesco non ha creato una rivoluzione cristiana, ha rimesso in auge la natura rivoluzionaria languente del cristianesimo, la parresia soffocata dall’umana prudenza, la metànoia scambiata per obbedienza dottrinale, cercando di recuperare gli strumenti evangelici atti a rovesciare i potenti dai troni ed esaltare gli umili. Ha rimesso in primo piano il «sì si, no no» del linguaggio cristiano, senza filtri diplomatici, senza sofismi svianti, senza retoriche vuote, dando ad ogni cosa il suo nome. Fu lui per primo ad interrogarsi, creando lo scandalo dei pusillanimi, sulla possibilità di chiamare genocidio quel fatto terribile che a Gaza si svolge sotto gli occhi di un mondo muto e inerte. E mentre i palestinesi vengono cinicamente trucidati, con una logica di pagano contrappasso, si riesuma il nominalismo medioevale, come se l’essenza della cosa consista nel suo nome, per cui cambiando l’etichetta la realtà della cosa cambia. Si legge questo nel Vangelo? Si legge questo nell’invettiva profetica? Si legge questo nel Corano? Si legge questo nelle ormai usurate dichiarazioni dei diritti dell’essere umano, nelle Costituzioni degli Stati che ne hanno una?

«Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano» ha profetizzato don Mimmo Battaglia. È davvero così difficile capire che ciò che sta accadendo a Gaza, in Ucraina, in Sudan, in Myanmar, in questo mondo nominalmente emancipato dalla barbarie e tronfio di un suo vacuo “progresso”, è lapalissianamente inumano, disumano, antiumano? Che l’orrore prodotto senza pudore da chiunque l’abbia commesso, e lo commetta ancora, travalica e ridicolizza i sofismi lessicali sul genocidio? Con l’ecatombe in corso è follia disquisire, è delittuoso tergiversare, è criminale non intervenire subito perché le azioni delittuose cessino e i mandanti siano assicurati alla giustizia. Chi pagherà per le centinaia di migliaia di vite spezzate senza ragione apparente, ma per l’unica plausibile ragione dell’esercizio di un potere folle e omicida? Quale giustizia li giudicherà per le stragi pianificate a sangue freddo e con diabolica determinazione? Sicuramente non quella umana, ormai ridotta a larva di se stessa. Sicuramente quella divina che gli assassini non conoscono e in cui non credono.

La profezia è perciò rivolta ai potentati vanesi di questo mondo, di ieri e di oggi, perché si convertano. Geremia e don Mimmo Battaglia predicano sulle macerie, stanno sulla strada a percepire con la pelle dell’anima la sofferenza dell’umanità oltraggiata dall’arroganza senza vergogna del potere che non è anonimo e si mostra con le facce di bronzo che riempiono quotidianamente i nostri schermi mediatici. La profezia non può stare a guardare, come Geremia deve urlare che la violenza è sorta nel paese perché un tiranno è contro un altro tiranno e il mondo è governato dal «consiglio degli empi» come dice il salmista (Sl 1,1) che nella profezia di don Mimmo è costituito dai governanti in doppiopetto, le alleanze militari dalle voci metalliche, i consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, i politici sprofondati nelle poltrone rosse dei parlamenti che sono convinti che il mondo reale sia quello dei loro schemi e dei loro calcoli, delle loro statistiche e dei loro progetti finanziari. Eppure c’è stata e persiste ancora una malcelata prudenza che ha nascosto sotto il tappeto costoso della sacralità istituzionale la spudorata menzogna dei desolanti potentati di questo mondo. Il tragico è che il mondo ancora ci crede.

La denuncia cruda del Cardinale, che è pure rivolta a coloro che non credono in Dio, e che tuttavia possiedono coscienza, onestà e provano vergogna per ciò che sta accadendo, costituisce un monito e un pungolo anzitutto per la coscienza cristiana. Chi crede, come chi è dominato da un forte amore, non può tacere e non può rimanere inerte. Non si può vivere la fede con tranquillità, solo perché si rimane legati formalmente a canoni di ortodossia istituzionale, mostrando poi nessun interesse per la parola profetica che di quell’ortodossia è il fondamento, in quanto rivela l’amore che Dio ha per l’uomo. La Chiesa, ogni Chiesa deve sentirsi fortemente toccata da questo pungolo della denuncia che sostanzia il carisma profetico, senza il quale la fede professata diventa incredibile nella carenza dell’azione.

paceProfezia significa semplicemente testimonianza della sapienza evangelica, conoscenza della volontà di Dio sul suo Regno che è il mondo e impegno nel farla. La legge della preghiera – sia fatta la tua volontà – è la legge della fede e la legge della vita. Pertanto il cristiano non può consentire a nessuno di rubargli la coscienza; né alle prudenti istituzioni ecclesiastiche e meno che meno ai potentati di turno di questo mondo. Tanti, come il vescovo Oscar Romero e don Pino Puglisi, hanno pagato con la vita tale libertà di coscienza; altri, come don Mazzolari e don Milani con l’ostracismo e l’emarginazione. Forse adesso, dopo tanti anni dal soffiare del vento conciliare, dopo tanto tempo di prudenze mal riuscite e conniventi, può esplodere la denuncia profetica di un vescovo che non ha operato nello straordinario, ma ha assolto egregiamente il compito profetico che il suo ministero comporta, che la sua coscienza cristiana esige, che la sua umanità ama.

In ordine alla verità si deve dire che tante altre voci episcopali e cristiane si sono levate indignate davanti ad uno scempio umanitario che sarà ricordato dalla storia come una Shoah del XXI secolo; una Shoah diffusa, globale, estesa al mondo, oltre la componente etnica che caratterizzò la prima. Ma s’è trattato di voci soliste, isolate, presto spente anche dall’acqua dell’indifferenza ecclesiale. Se la Chiesa, le Chiese cristiane si riappropriassero del carisma profetico! Se il collegio cardinalizio, gli episcopati nazionali, gli ordini religiosi maschili e femminili, le parrocchie, i movimenti ecclesiali, i fedeli più semplici, i bambini innocenti bombardassero di lettere, di messaggi sdegnati le dimore dei governanti, i parlamenti, le grandi istituzioni internazionali agonizzanti … di denunce consonanti con quella del nostro Cardinale, in maniera corale, come una sola voce che urla il dolore ormai insopportabile di un supplizio crudele inferto col cinismo degli interessi politici, dei profitti commerciali, dei fondamentalismi religiosi, dall’ubriacatura del potere di questo mondo! Davanti a un siffatto coro di voci si può prevedere la reazione preoccupata dei detentori dell’ordine e del potere costituito. Scriverebbero a papa Leone chiedendogli di farle tacere. E Leone non potrebbe non rispondere come Gesù che profetizzava la rovina di Gerusalemme: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19, 40).

E il nostro cardinale conclude il suo accorato scritto con note di speranza, con una preghiera che ci aiuti a non disperare. Può diventare la nostra, anche di quelli che non sanno il nome di Dio ma che comunque sentono pulsare il cuore di carne della loro umanità:

Piega, Cristo, l’orgoglio dei potenti, invita chi forgia armi a piegare il ferro in vanghe, chiama ogni coscienza a spalancarsi e difendere il fragile con la testardaggine di chi sa che il bene è moneta che non svaluta. Ogni minuto di ritardo incide un nuovo nome sul marmo. Che questa pagina – spoglia di retorica, ruvida di Vangelo – diventi specchio: chi vi si guarda decida se restare servo della violenza o farsi servo dei fratelli.
Dio del respiro negato,
strappa il tavolo ai signori che vendono il mondo a colpi di vertice.
Capovolgi le loro carte di ferro:
che il piombo sparso torni zolla,
che il bilancio armato diventi culla.
Offri ai potenti lo specchio che non sanno rompere:
il volto di un bambino senza notte,
il tremito di un medico rimasto senza luce.
Fa’ che non possano distogliere lo sguardo
finché il privilegio diventa vergogna
e la vergogna si fa giustizia.
Ricorda-ci che la carne vale più dell’emblema,
che chi fa profitto sul sangue scava la propria fossa,
che l’alba non appartiene a chi ha cannoni
ma a chi custodisce un abbraccio.
Taci le sirene, piega le bandiere gonfie di rumore,
e ridonaci un silenzio capace di far fiorire il futuro.
Amen
.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

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Leo Di Simone, teologo, scrittore, liturgista, esperto di musica liturgica e di arte sacra, è Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia (PATH). Ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo, docente e Direttore della Scuola Diocesana di Teologia e della Biblioteca diocesana. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Attualmente è anche Referente diocesano per il Sinodo. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti – Firenze): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003); Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018). Nel campo dell’innografia liturgica ha pubblicato con le Edizioni Paoline due volumi di inni: O fonte della luce; O Cristo splendore del Padre.

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