Chissà quale sarebbe la musica di oggi se Bix Beiderbecke, Fats Navarro e Charlie Parker non se ne fossero andati troppo presto. È una domanda lecita, soprattutto per chi ha bruciato la vita nell’arco di pochi anni scrivendo la storia della musica e portandola in un attimo verso un nuovo luogo impensato.
Chissà cosa sarebbe la Sardegna di oggi se Sergio Atzeni non ci avesse lasciato, il 6 settembre del 1995, silenziosamente a soli 43 anni, annegando nel mare intorno all’Isola di San Pietro di Carloforte. C’è un parallelismo tra la sua vita consumata in un lampo e il jazz, musica della quale Sergio era innamorato (a dire il vero lo era di tutte le musiche…) e che ci ha avvicinato, seppure non ci si sia mai incontrati. Il messo e il portavoce della nostra mancata conoscenza era l’amico comune Gianfranco Cabiddu che, prima di andare a Torino ad incontrarlo, soggiornava nel mio casolare sull’Appennino Tosco Emiliano. È a lui che lasciavo i presenti musicali da portargli ed era poi Sergio a lasciare nelle mani di Gianfranco i suoi libri da consegnarmi al ritorno.
Erano i primi anni Novanta e di Atzeni sapevo poco, fino a quando non ho avuto tra le mani L’Apologo del giudice bandito e successivamente Il figlio di Bakunin editi da Sellerio. Quest’ultimo divenne un film nel 1997 e fu proprio Gianfranco, il nostro messo comune nonché mio successivo testimone di nozze, a dirigerlo. Le musiche erano di Franco Piersanti e io vi collaborai con alcuni camei di tromba e flicorno.
Il non esserci mai conosciuti rafforza per certi versi il legame intellettuale e creativo facendo sì che la sua poetica abbia permeato il mio cammino al punto da avere messo in musica l’incipit di Passavamo sulla Terra leggeri letto, con la voce incrinata dall’emozione, da Lella Costa. Accadde la prima volta alle cinque del mattino in un’alba su un rifugio dolomitico e poi in occasione del festival internazionale Time in Jazz, alle ore undici del 12 agosto 2007 nella chiesa campestre di Santu Migali, a pochi chilometri da Berchidda.
Già, perché le date sono importanti e edificano storie che sono viaggi a ritroso nel tempo scandito dal tempo stesso. È il 12 agosto del 1960 quando Antonio Setzu nella sua cucina accoglie e assimila un passato da custodire e tramandare «fra le tre del pomeriggio e il dodicesimo rintocco di mezzanotte». Ora rifletto sulla mia passione per Atzeni e sul fatto che non solo non mi abbandona, ma che si alimenta con quel tempo che è scandito dalla parola. Non importa se scritta o declamata.
Non stupisce pertanto che l’entusiasmo e la curiosità per la sua opera si siano consolidati nel tempo a livello internazionale grazie alle traduzioni in molteplici lingue che sono il migliore spot pubblicitario per la Sardegna. Altro che nuraghi posizionati nei ristoranti del mondo e costumi reinventati dal nulla con il benestare di alcuni amministratori.
Se Ernesto Ferrero lo definisce uno “scrittore etnico” a me piace pensare ad Atzeni come a uno “scrittore jazz”. Per la sua capacità di invenzione e per il suono di una lingua quasi fiamminga che, citando Gigliola Sulis, è «un quadro di Bosch alla potenza». Un suono flessibile ed elastico come lo swing che appartiene al jazz ma anche alla musica sarda, intrisa di Africa e di Aragona. Un El Bosco potenziato e simile, nel contemporaneo appena trascorso, a un quadro sonoro di “Bird” dipinto dai voli pindarici del suo sax irruento. Legato alla forma ma in perenne movimento centrifugo, come l’isola che lo scrittore di Capoterra racconta nella saga al tempo dei Giudicati.
Passavamo sulla terra leggeri, come del resto la storia di Tullio Saba nel Il Figlio di Bakunin, sa di Tolstoj e appartiene al mondo. Atzeni è cosciente del ruolo della Sardegna nel Mediterraneo arcaico e mitico che si dirige a folle velocità verso il futuro. Un lembo di terra meticcia come il suo grammelot che profuma di suono e laddove la pietra non è monolite ma, come per Pinuccio Sciola, porosa e capace di dispensare suoni che entrano nell’anima e sconvolgono il pensiero, complice il maestrale che soffia con i numeri dispari. «Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is», scrive nella sua opera più importante che viene pubblicata proprio dalle edizioni barbaricine che portano il nome di quel vento che in Sardegna detta legge: Il Maestrale.
Una pluralità la sua che è segno di apertura e che Atzeni esprime inventando nomi e toponimi che perimetrano un’isola da collocare in qualsiasi mare o oceano. Una Sardegna che è Italia e Africa, Europa e Mondo. Una lingua popolare poco scritta e molto parlata come tutte le lingue delle genti. Un idioma musicale che respira di boghes e tzilleris dove si apprende la scrittura orale dei pastori e dei contadini che declamano Dante a memoria.
Non è casuale che Atzeni abbia vissuto la sua infanzia ad Orgosolo e che poi sia diventato grande nei quartieri periferici Kar Alee poi di Torino, dove approda nel 1986 dopo avere vagato in Europa.
«Ogni musica evoca immagini» scriveva nell’apertura del libro Racconti con colonna sonora. Ancora una volta una dichiarazione di amore nei confronti dei suoni vitali. Linguaggi d’arte che lo hanno sempre accompagnato nella sua vita e che hanno alimentato la sua scrittura scarna e scevra da una sardità scontata e spesso usata per innalzare nuovi muretti a secco dopo il tempo delle chiudende. «Dimenticavamo le distanze fra le stelle e comprendevamo d’essere al centro di un mare che si faceva di giorno in giorno più popolato. Non potevamo fermare il ciclo dell’uomo, nessuno può fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini, per crescere. L’incontro ha un costo, pagarlo è inevitabile». Lo scrive ancora a pag. 78 su Passavamo sulla terra leggeri anticipando il complesso presente che tutti abbiamo davanti agli occhi con una prosa ruvida ma, nel contempo, lirica come un Lover Man di Billie Holiday. Atzeni non vuole raccontare solo la Sardegna ma vuole piuttosto metterla al centro del mondo. Attraverso la stessa vuole riscoprire un umanesimo che oggi sembra mancare e che, in Bellas mariposas, affiora in tutta la sua crudeltà e leggerezza attraverso la voce di Luna le cui parole divengono leggenda. Ancora una volta il suono si fa strumento del racconto e il linguaggio, tra l’italiano e il sardo tragicomico, poetico e grottesco della periferia suburbana e reietta di Castello e Is Mirrionis, anticipa il sound del nuovo rinascimento letterario sardo.
L’antefatto di tutto ciò è il librello Si…otto! che rimanda al liceo frequentato dallo scrittore negli anni Settanta e a una generazione di sognatori rivoluzionari e ribelli che traducono in musica la propria rivoluzione nelle jam session del Gong e degli altri locali di Castello. Nella monografia di Giuseppe Marci Sergio Atzeni: a lonely man egli parla in maniera affettuosa del «mestiere dello scrittore» ma questo andrebbe declinato anche nel «mestiere del poeta». In Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo si esprime con una lirica raffinatissima e spiazzante, quasi dissonante e asincopata. Il libro di poesie con la pubblicazione postuma del 1997 e l’edizione critica a cura di Giancarlo Porcu offre il ritratto di un Atzeni ispirato che guarda lontano verso quel mare che tanto amava e che abbraccia per sempre in un giorno di settembre. Mare da navigare nel quale oggi spesso si muore di speranza.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Paolo Fresu, Trombettista e compositore jazz di fama internazionale nato a Berchidda (provincia si Sassari) nel 1961. Si è diplomato in tromba al Conservatorio di Cagliari e ha iniziato la sua carriera professionale nel 1982. Ha un approccio multidisciplinare che spazia dal jazz alla world music, dalla musica antica a quella contemporanea. È fondatore e direttore artistico di diversi festival e iniziative, tra cui il festival Time in Jazz di Berchidda. Ha suonato in ogni continente, collaborando con artisti di fama mondiale. Ha pubblicato oltre 450 dischi, di cui circa 90 a suo nome o in leadership. È stato direttore artistico dei Seminari jazz di Nuoro per 25 anni. Nel 2010 ha fondato l’etichetta discografica Tuk Music. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti, sia in Italia sia all’estero, tra cui il premio Django d’Or come miglior musicista jazz. Ha scritto l’autobiografia Musica dentro (Feltrinelli 2009). Nel 2011 ha celebrato il suo 50° compleanno con il progetto Cinquant’anni suonati, una tournée di 50 concerti in 50 giorni in 50 luoghi diversi in Sardegna. È attivo in iniziative sociali e culturali, come il progetto Il jazz Italiano per le terre del sisma, un appuntamento che, ormai da anni, accompagna e racconta il cammino di rinascita dell’Aquila e dei territori colpiti dal terremoto del 2009.
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