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Attraversare, leggere, scrivere, sperimentare, vivere: tra Eros ed Elpis

Etty Hillesium

Etty Hillesium

di Flavia Schiavo 

Nel 1933 il filosofo ebreo tedesco, Ernst Bloch, a causa dell’avvento del nazismo, emigrò in Svizzera, giungendo poi negli Stati Uniti dove fu pubblicato, dal ’53 al ’59, Il principio speranza, considerato il suo lavoro più rilevante.

Per Bloch speranza e utopia, principi che a mio parere permeano il pensiero e l’agire di Etty Hillesum, sono fulcri fondamentali. 

Nella prefazione del volume Bloch scrive: 

«L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli. Non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di quest’affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando a cui essi stessi appartengono». 

Una citazione che rimanda all’irriducibile pulsione vitale che gli scritti di Etty e la cronaca della sua esistenza (vd. A. F. Amato che ne ricostruisce la biografia) ci consegnano, pur nella pienezza delle contraddizioni (si autodefinirà una “trapezista”) che la giovane visse e nella drammaticità degli eventi che prenderanno corpo nei Diari, con l’acuirsi delle azioni naziste contro gli ebrei, con i rastrellamenti, le deportazioni e lo sterminio. 

Tra il 1940 (il 10 maggio 1940 iniziò l’invasione tedesca nei Paesi Bassi, il 15 maggio dello stesso anno, un giorno dopo i bombardamenti a Rotterdam, le forze armate dei Paesi Bassi si arresero) e gli anni successivi, infatti, lo spazio vitale progressivamente si contraeva: «c’è sempre meno spazio, noi ebrei veniamo ammassati in spazi sempre più ristretti», scriverà Etty; nei parchi, nei boschi, tra gli alberi tra i numerosi cartelli, sempre più numerosi, uno recita: “vietato agli ebrei”, mentre alcuni negozi verranno interdetti, tra essi quelli di frutta e verdura e, già all’inizio degli anni ‘40, non sarà più possibile usare le biciclette che dovranno essere consegnate («oggi è cominciata l’era delle non-biciclette», dirà Etty, riportando una frase del padre). Inoltre non sarà consentito salire sui tram, frequentare corsi universitari, restare fuori oltre le 8 di sera; dal 10 gennaio 1941 sarà necessario registrarsi, dal 10 agosto dello stesso anno sarà obbligatorio portare la stella di David, mentre con l’aumentare delle restrizioni, anche gli averi e il denaro, come pure i gioielli dovranno essere consegnati presso alcuni depositi o conti specifici. Inoltre gli ebrei verranno licenziati da tutti i servizi amministrativi, non potranno assistere a spettacoli o tenere concerti, né essere titolari di imprese o non potranno partecipare ad aste in Borsa. Una progressiva asfissia, in attesa di essere annientati, con continuativa violenza e con il monossido di carbonio puro usato fin dal 1939, sino al ‘45.

Foto aerea del campo di concentramento di Auschwitz

Foto aerea del campo di concentramento di Auschwitz

Il tema del respiro, azione primaria del vivere, è ricorrente nel Diari esplicitamente e in metafora. Legato alla libertà, alla preghiera, alla esperienza della vita interiore e del quotidiano, il respiro, che sarà negato al popolo ebraico, è per Etty un atto corporeo e spirituale. Ella affermerà infatti, richiamando V. Woolf, quanto sia importante «ritrovare uno spazio dentro di sé dove si possa respirare», aggiungendo che «bisogna diventare il proprio rifugio e il proprio baluardo contro le dure influenze esterne. Una piccola camera dentro di sé dove ci si può rintanare ogni tanto e respirare», rivendicando il valore simbolico del respiro: «anche se ci tolgono tutto, una parte di noi può sempre restare libera e respirare».

Etty, immersa in quel contesto, inizialmente rimuoverà la paura attraverso la centratura interiore, la fede e la speranza nell’esistenza, scacciando le visioni spaventose del futuro, scegliendo di vivere nella sperimentazione costante del qui e ora. In seguito, però, a causa delle condizioni sempre più ardue noterà quanto «la nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi». Giungono infatti nuove terribili notizie sugli ebrei deportati dall’Olanda, passando per la provincia di Drenthe – una vasta area poco abitata, a Nord-Est dei Paesi Bassi e di Amsterdam, al confine con la Germania – in Polonia ad Auschwitz o in Austria a Mauthausen, dove saranno sterminati con gas velenosi. Etty scriverà: 

«e non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno – ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine». 
Rotterdam dopo i bombardamenti tedeschi

Rotterdam dopo i bombardamenti tedeschi

Radio Londra comunicherà che in pochi mesi (da aprile a luglio) le uccisioni ammontano a più di 700 mila ebrei, sia in Germania che nei territori occupati. Ciò nonostante, nei Diari le cronache di vita, l’insonnia incipiente, i momenti di ansietà, oltre a registrare la catastrofe in corso, hanno il sapore del monologo, in linea con la letteratura contemporanea, da Woolf a Joyce. Si tratta di una esposizione che restituisce la profondità dell’esperienza interiorizzata, del corpo e dello spirito, registrando, nel contempo, gli eventi la cui tragicità cresce rapidamente. Con enorme consapevolezza Etty attraverserà il dolore, senza mai esserne vinta, fedele e radicata ai suoi momenti migliori, capace di circoscrivere le emozioni più dure, e non per volontà di controllo (vd. Picone), pur notando che «se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dietro per sempre». Eppure, pur vivendo un incommensurabile trauma individuale e collettivo (“l’Ombra collettiva”; vd. Testa), la giovane sostiene: «non riesco a trovare insensata la vita». E poi ancora: 

«sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto». 

Riflettendo scriverà: 

«tutte le catastrofi vengono da noi stessi. Perché c’è la guerra? (…). Perché io e il mio vicino e noi tutti non abbiamo abbastanza amore nel profondo, eppure possiamo sconfiggere la guerra e persino tutte le sue escrescenze interiori, ogni giorno, ogni istante, sprigionando l’amore che abbiamo dentro, in modo da concedergli una chance di vivere. E credo che non sarò mai capace di odiare qualcuno per via di quella che viene chiamata la sua “cattiveria”, mi odierei per questo, anche se “odio” è una parola troppo grossa qui». 

Resiliente e meditativa, profonda e a tratti sconfortata, mai abbandonata alla tristezza o all’angoscia, in uno dei suoi taccuini afferma: «questa sera una nuova ordinanza che colpisce gli ebrei. Mi sono concessa mezz’ora di depressione e di ansia per queste notizie». Mentre il suo popolo viene ghettizzato e vessato, Etty resiste all’umiliazione, grazie alla fede, alla brama di vita, a un profondo radicamento: 

«per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia e colui che è umiliato e soprattutto che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressioni angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei». 

Infatti Etty prosegue: 

«mentre pedalavo lungo lo Stadionkade godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po‘ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati, oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura (…). Trovo bella la vita, mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma ciò non è grave. Dobbiamo incominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto allora verrà da sé: e “lavorare su se stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso ­– se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo». 

Emergono da queste parole valori e ricerca, e una specifica idea del mondo, fondata sull’amore, sulla cooperazione, sulla fede, su una religiosità non ortodossa, sulla compassione, sul rispetto per se stessi e per l’alterità.

Truppe tedesche entrano ad Amsterdam

Truppe tedesche entrano ad Amsterdam

Persino la connessione operata da Bloch tra marxismo e cristianesimo, che esprimeva un misticismo laico, affiorerà, diversamente declinata nelle pagine di Etty. E, insieme a essa, l’utopia, che potremmo definire, nel suo pensiero, simile a una costante tensione verso il “bene”, un percorso da tracciare, un programma etico e politico di lungo respiro. Per tale tensione verso il bene, per la capacità di vivere la fede con una fede attiva e quotidiana e per il misticismo, Etty rimanda a un’altra grande filosofa, Maria Zambrano. Quest’ultima, come Etty, esalta la ragione poetica, un sapere né razionale né dogmatico, ma meditativo e interiore. Entrambe dialogano con Dio che sentono come presenza amorevole, luce interiore, forza viva, silenziosa e trasformatrice, entrambe ricusano l’egoismo, scegliendo la compassione attiva. Entrambe, mistiche del quotidiano, esplorano la spiritualità in modo essenziale e libero e vivono il dolore con consapevolezza, quale ricerca di verità, di “sincerità radicale” (vd. Costantino). Non totalmente coincidenti, praticano il dubbio, la fede, l’analisi, una più laica e incarnata, l’altra immersa nella luce mistica di Dio. 

La speranza, forma concreta e testimonianza dell’impegno nel quotidiano, è per Etty un elemento costitutivo del sé, della propria individualità e interiorità, che si estende all’intero contesto sociale, quale motore potente della costruzione della realtà. Tale virtù, per la giovane, non ha solo valore pratico, ma assume una valenza mistica: ha, infatti, il volto di Dio, al quale Etty si accosta attraverso l’azione nel mondo e la preghiera, che anima la giovane, accompagnando ogni suo pensiero e ogni condotta, «ascolto il mio cuore battere, respiro. Con calma leggo sussurrando, Mio Dio prendimi per mano».

Con pazienza attiva, una pazienza che crescerà, utile per aspettare quello che verrà, per avere, malgrado tutto, fiducia nel futuro, Etty accoglie quanto accadrà senza mai maledire il presente, testimoniando, pur con una visione laica, la propria alleanza con Dio, un Dio interiore, un Dio personale, che anticipa quello teorizzato dal sociologo tedesco Ulrich Beck. È un Dio che non detta verità assolute, ma spinge a una trascendenza religiosa, da cui solo poche volte si sentirà abbandonata.

Pronta a cogliere intorno a sé la bellezza, delle relazioni umane, dei visi delle persone che le ispirano un romanzo, della musica, di Bach o Beethoven per esempio, dei testi in cui si immerge, del paesaggio, anche quando sarà confinata a Westerbork, campo di transito, prima di Auschwitz dove morirà a 29 anni, e dove osserverà, con gli occhi del suo Dio personale, la brughiera chiusa dal filo spinato, sfuggendo, forse fino alla fine, all’annichilimento e all’odio come condizione permanente, nemmeno quando assisterà alle azioni dei soldati tedeschi, che compiange.

In quel contesto doloroso, scrive: 

«passeggio un pochino per il campo (…). Vorrei poter dominare tutto con le parole – questi due mesi tra il filo spinato che sono stati i mesi più intensi e più ricchi della mia vita e una tale conferma dei valori più importanti e più alti per me. Mi sono così affezionata a quel Westerbork e ne ho nostalgia. E là, quando mi addormentavo nella mia stretta cuccetta, avevo nostalgia della scrivania a cui sono seduta ora. Ti sono così riconoscente, mio Dio, perché in ogni luogo mi rendi la vita così bella che ne ho nostalgia quando ne sono lontana. Però, questo mi rende anche la vita pesante e difficile». 
Julius Spier

Julius Spier

Il concetto greco ἐλπίς, speranza, così presente nei Diari restituisce, però, un senso composito, Elpis, infatti, è attesa del futuro esprimendo, nel contempo, l’incertezza dello stesso, la cui matrice si ritrova nella storia familiare di Etty, tratteggiata con acutezza da A. F. Amato. Negli anni successivi, anche la forza di Etty verrà parzialmente sgretolata dagli eventi: come avrà affrontato la morte?

Ma in quegli anni, prima del precipizio, prima che l’ombra scura della fine oscurasse il mondo, per Etty, come per Emily Dickinson, la speranza è anche linfa e immagine poetica: «La speranza – afferma infatti la poetessa inglese – è una creatura alata – che si viene a posare sull’anima, e canta melodie senza parole – senza smettere mai». Anche in tal senso la speranza per Etty Hillesum diviene una virtù costante, ispirata, performativa e militante. La giovane, infatti, vuole essere un agente di speranza: afferma di voler aiutare nel campo le giovani deportate, scegliendo di «condividere il destino del suo popolo» (“Essere luce per gli altri”, vd. Picone), rassicurando i genitori rimasti indietro, rifiutando l’aiuto che le viene offerto da un allievo che le promette protezione o dagli esoneri. Preferisce pensarsi «in tutti i campi che sono sparsi per l’intera Europa», desidera essere su tutti i fronti, non vuole stare al sicuro, anela a “esserci” e alla fratellanza tra i nemici, non sottraendosi al destino di massa. Rivendica il proprio radicamento nella storia, nella memoria collettiva, si percepisce come parte di una totalità di milioni di persone, in un tempo stratificato. In tal modo, per lei, la vita è un insieme compiuto e un flusso (vd. Picone).

Anche se Etty morirà in un campo di concentramento nazista, la vicenda soprattutto nelle pagine iniziali resta sullo sfrondo, pur avendo già preso gli oscuri aspetti che caratterizzarono il massacro degli ebrei e la follia hitleriana. E, anche quando l’ombra dell’Olocausto dilagherà con prepotenza, e sarà parte costitutiva del suo monologo interiore, l’oscurità non la indurirà, non le toglierà la lucidità dell’analisi, l’anima e la speranza e, pur influenzata dalle restrizioni, ella seguirà il proprio percorso evolutivo, culturale e spirituale, sentendosi, anche tra il gelo dell’inverno, parte di un «grande processo di crescita».

F. Picone, che affronta la lettura di Etty iscrivendola nel tema della “nascita dell’eroina” mettendo in evidenza alcuni punti forti, esplicita molto bene tale percorso spiegando 

«come il viaggio interiore dell’eroina rappresenti un modello trasformativo che attraversa il dolore per giungere all’integrazione e al Sé, in un tempo, come il nostro, che chiede senso e radicamento interiore, un ponte tra il dolore umano e la coscienza divina, tra l’inferno storico e il cielo interiore. Partirei dicendo – prosegue Picone – che la psicologia junghiana non traccia una semplicistica, e meccanicistica, identificazione tra il femminile e la donna, bensì delinea una realtà psichica molto più complessa e non direttamente percepibile a prima vista (…). Come tutti gli archetipi, quella dell’eroina è una struttura interiore universale, un modello psichico presente nell’inconscio collettivo, una figura archetipica femminile che affronta prove, ostacoli, crisi, è chiamata a trasformarsi profondamente, non si limita a sopravvivere, ma evolve (non è vittima, ma agente), cerca integrazione, non solo conquista: in sintesi, è un modello di forza trasformativa, spirituale, relazionale, incarnata. L’eroina è colei che attraversa l’ombra e porta luce, non solo per sé, ma anche per gli altri: Inanna con la discesa agli inferi, Antigone, fedele a sé stessa contro il potere, Etty Hillesum, per la sua accettazione amorosa della realtà più crudele, o anche Maria Maddalena, donna guarita che testimonia la resurrezione». 
Etty e Julius

Etty e Julius

Pur immersa nel brutale massacro, non lo imputa a Dio: in una profonda riflessione che getta luce sui concetti di fede e di libero arbitrio – è previsto tutto da Dio, ma la libertà è data agli esseri umani – «Dio – dirà – non è responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi». Proseguendo più avanti: «e se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». In diretto dialogo con lui dirà; «le Tue lezioni sono dure, mio Dio, lascia che io sia la Tua buona e paziente allieva. Sento di essere uno dei molti eredi di un grande patrimonio spirituale».

In questa inumana stagione di genocidi, quando tutto il mondo sta diventando un grande campo di sterminio, la figura di Etty Hillesum, qui presentata da tre psicoterapeute junghiane (Anna Flora Amato, Anna Maria Costantino, Francesca Picone) e da uno psicoterapeuta (Ferdinando Testa) della stessa scuola, ci mostra sia l’orrore, sia la fede in Dio e nella vita, l’amore vissuto, pur nella contraddizione, conducendoci all’interno di una fase storica dura e di un’esistenza breve e intensa difficile da sintetizzare, guidata dal desiderio creativo, dalla volontà di attraversare la vita, di splendere, di “osare”, di essere “imprudente”, di ascoltare («una pratica mattutina di ascolto interiore che chiama igiene spirituale»; vd. Costantino; vd. Amato, per la pratica dell’“Hineinhorchen, ascoltare dentro”), sia la propria interiorità, sia ogni altra alterità, umana e “non umana”, con il proprio «cuore pensante della baracca», di sperimentare e di “leggere” trascendendone il senso ortodosso: per Etty leggere in modo acuto e meditato (vd. Costantino), vuol dire prendere e interpretare la vita degli uomini e delle donne che incontra, risuonare con le parole degli altri, mettendo in luce cose per la quali le proprie parole non siano adeguate, vuol dire metabolizzare, tramutare, assorbire alcuni autori, come l’amato Rilke e il suo mondo (ad es. Lou Salomè), Jung, «Vincent van Gogh, il grande cercatore del sole, Romain Rolland, il grande mediatore (…), i poeti: mediatori e servitori», Rodin, o i russi, tra cui Dostoevskij, vuol dire penetrare profondamente – attraverso il corpo delle parole, spesso ricopiate sui taccuini e in tal modo trasformate in carne e sangue propri – l’interezza del pensiero e delle emozioni degli stessi autori, ricongiungendone i frammenti.

Come nota Adinolfi, citato da Anna Maria Costantino, Etty, alla scoperta del mondo, come Rilke, cui viene riconosciuta la forza del diamante, 

«impugna la penna come un martello e usa le parole come tante martellate impresse alla materia grezza dei dati di cronaca per sfrondarli dal superfluo, scolpirli e trasfigurarli poeticamente in un’opera d’arte che, senza tradire i fatti nudi e crudi, trascende il particolare e il contingente per rivelarne il significato ultimo, eterno». 

Etty affermerà di voler scrivere un saggio su di lui, dicendo: «da Rilke non si torna indietro, una volta che lo si è letto bene. Se non lo si porta con sé per tutta la vita, non ha neanche senso leggerlo». Lo stesso Rilke, la cui lettura sarà condivisa con Julius Spier, diverrà un mezzo per misurarsi con lo sbigottimento della morte: Etty annoterà: «ora voglio solo trascrivere qualcos’altro da una lettera di Rilke del 1902»: «si percepisce d’un tratto che in questa immensa città ci sono eserciti di malati, armate di moribondi, popoli di morti», parole dense che, in traslato, narrano quanto stesse accadendo in Europa e ad Amsterdam, dove erano necessarie le tessere annonarie e dove si stava iniziando a morire di fame. Leggere, dunque, equivale e trascrivere, preconizzare, esorcizzare, proteggersi, godere, illuminare, cibarsi, crescere, viaggiare nella propria interiorità (vd. Costantino).

Il suo “cuore pensante” (vd. Costantino), frutto dell’integrazione tra mente ed emozioni, è incarnato nel corpo di una donna che attraversa “indisciplinata” il sogno e l’eros, il dubbio e l’esperienza, l’estasi, il godimento, mentre nel contempo lo stesso cuore è proteso verso il sacro, mentre il mondo abita una fase storica segnata da un’assoluta disumanità e dall’Olocausto. Come afferma A. F. Amato

«i suoi scritti non danno risposte né propongono soluzioni o dottrine, i suoi scritti fanno nascere domande, dubbi, interrogativi e in questo, io credo, risiede l’attualità e la vitalità del suo pensiero che cerca tra gli anfratti, scruta nel buio, discosta i sassi, agita e muove le acque profonde della nostra anima». 
L'indirizzo dello studio di Julius Spier ad Amsterdam

L’indirizzo dello studio di Julius Spier ad Amsterdam

Ogni esperienza, di cui resta traccia nei suoi scritti, per la giovane diviene occasione per riflettere e comprendere profondamente gli scambi, le relazioni, le pulsioni e le ambivalenze presenti in sé e nel contesto. L’esperienza erotica, come peraltro notano i nostri autori, soprattutto Ferdinando Testa, permea le sue giornate. Non mira solo alla relazione contraddittoria con l’amante, con il suo corpo, con i suoi gesti, e con la sua intelligenza, ma si estende ad altre relazioni, come alla percezione del paesaggio che la circonda e che lei percorre e osserva, come scriverà: «la mia vita scorre come una grande, ricca, potente corrente attraverso di me, nutrita da innumerevoli piccoli affluenti». L’elemento erotico e sensuale che la anima ha «lentamente trovato una collocazione nell’ordine della mia vita», ma, pur essendo presente, assumerà un ruolo subordinato, rispetto all’attenzione che lei riserva all’interesse per ciò che attenga all’umano.

Etty vive intensamente, con libertà, il suo quotidiano, e osserva. I suoi scritti restituiscono l’integrazione tra l’occhio interiore, la capacità di rivendicare uno spazio inalienabile, e quello aperto sul mondo, tra la riflessione personale e l’apertura all’alterità. Ogni tanto salda in sé, altre volte perdendo la propria centratura (come nota A.M. Costantino); Etty, «un piccolo vaso stracolmo di pensieri e sentimenti», dove le cose fermentano, attraversa il paesaggio e percorre, nel contempo, la sua anima. Tramite una “finestra”, termine ricorrente nei Diari, lei esplora con la sua ragione poetica, il paesaggio, il cielo, le stelle notturne, gli alberi che la circondano e l’essere in divenire: 

«i rami scuri frusciano contro la mia pallida finestra, ora indosserò il vestito nero e colorerò di rosso le labbra, poi arriverà l’ungherese cieco e il mio amico sordo e tante altre persone, e vediamo che cosa offrirà la vita. L’importante è che tu sia pronta a partecipare a ogni minuto di questa vita senza opporre resistenza, che tu non ti escluda, consapevole che non importa dove sei e che cosa stai facendo, se hai Dio in te. – e adesso in piedi». 

Per Etty il paesaggio è una metafora incarnata: percepisce se stessa come un vasto campo di grano in maturazione, mentre è pronta a vivere nel cambiamento, e ad amare ogni nuovo paesaggio che nascerà, qualunque esso sia, anche se frutto di un’amputazione.

Cari armati dell'Armata Rossa liberano i prigionieri ad Auschwitz

Cari armati dell’Armata Rossa liberano i prigionieri ad Auschwitz

Tutti i contributi, forse maggiormente Amato e Testa, esaminano il complesso rapporto tra Etty e Spier, il terapeuta molto più anziano di lei con cui la giovane avrà un fortissimo rapporto, che sarà “un punto di svolta” (vd. Amato) intenso, erotico, tenero, contraddittorio, uno scambio che «coagula i suoi desideri, illumina le sua risposte» (Amato) e la spinge a riflettere sulle relazioni, sul divino (Testa afferma che l’idea del divino dal punto di vista junghiano, può essere vista «come la coltivazione da parte dell’Io, attraverso l’esperienza dell’Anima, dell’archetipo del Sé, la totalità degli opposti»), sullo slittamento delle regole convenzionali, per la differenza di età tra loro e per la presenza di Hertha, la fidanzata del terapeuta che vive a Londra. Julius Spier morirà ad Amsterdam nel 1942, per cause naturali, un giorno prima di essere deportato, quando Etty avrà già sviluppato una forte centratura che le consentirà di elaborare il lutto, rendendosi conto che lo stesso Spier avrebbe dovuto, in quanto ebreo, affrontare un destino ben più duro della morte naturale. Durante la loro relazione, lo desidera, lo tocca, lo ascolta, ne osserva i tratti, gli occhi, la bocca sensuale, lo percepisce, in parte lo possiede, malgrado Spier sia impegnato in una relazione di coppia. Come nota F. Testa: 

«Etty (…) trovò in quell’incontro con Spier uno spazio per fare respirare la sua giovane Anima, ma interiormente già precocemente saggia e sapiente a cogliere l’amore individuale, viverlo, per poi aprirsi all’amore per l’umanità supportando il dolore degli ultimi, dei più deboli, fragili. Questo fu un passaggio cruciale, dove l’Amore tra loro due, si colloca nella cornice della follia del mondo e della morte, ma conserva la sua forza vitale di continuare a pensare l’impensabile, quando invece il pensiero umano veniva abortito dalla violenza di un popolo contro un altro popolo, lo sterminio, il genocidio degli ebrei». 

Assai interessante è il voler trasporre il concetto del “cuore pensante” nel campo clinico, come afferma A. M. Costantino: 

«nel contesto clinico, e ancor più nel solco della psicologia junghiana, la figura del terapeuta è chiamata ad abitare la soglia: tra ombra e luce, tra caos e senso, tra frattura e possibilità di ricomposizione. In questa zona di frontiera, la funzione del cuore pensante si rivela centrale. Cosa significa, per un terapeuta junghiano, attivare in sé questo “organo”? Significa rimanere presenti, accogliere, accompagnare non solo con la ragione, ma anche con il cuore. Vuol dire mantenere un contatto umano profondo, restando però radicati nella propria interiorità. Come terapeuti, siamo chiamati a stare accanto ai nostri pazienti attivando in noi il cuore pensante: uno spazio che sostiene, regge, accompagna l’altro anche quando è smarrito nelle tenebre del dolore psichico ed emotivo. Al tempo stesso, dobbiamo aiutarli a non fuggire, a restare nella sofferenza, ad attraversarla. A trovare, dentro di sé, quel nucleo inviolabile che può guidarli verso una trasformazione autentica».

Con l’elaborazione del Diario, nato in coincidenza con la terapia seguita con Spier, per Etty  

«comincia il suo corso, il processo di individuazione, di cui Carl Gustav Jung ci parla, quel percorso psicologico individuale e unico che porta alla realizzazione del Sé, ovvero alla piena espressione della propria individualità e autenticità, un processo che avviene gradualmente, in cui l’individuo prende coscienza di sé stesso, integrando aspetti consci e inconsci della propria psiche, differenziandosi dalla collettività per sviluppare una propria unicità» (Picone).

9788845912061_0_0_0_0_0Come afferma A. M. Costantino «Etty ci consegna non solo una testimonianza biografica, ma un vero e proprio metodo di lavoro interiore: leggere e scrivere diventano per lei pratiche di ascolto profondo, di autoanalisi e trasformazione». «Scrivere un diario è un’arte che io non comprendo», dirà Etty. Ciò nonostante, oltre la comprensione, il Diario (leggerlo è “come varcare un confine”, vd. Amato), iniziato un mese dopo aver conosciuto Spier (come nota A. F. Amato), spiegherà la giovane, è una esigenza obbligata per rendere conto a se stessa dei propri stati d’animo. Per questa pratica quotidiana che l’avvicina alla propria essenza spirituale ci vuole un grande impegno coraggioso.

Oggi il suo denso Diario, pensare per resistere in senso arendtiano, è una eredità e una testimonianza storica e personale, un viaggio interiore e collettivo (vd. Picone) nella vita, nel conflitto, nell’abuso e nell’Olocausto: 

«per la prima volta siederò in una vettura con le tendine nere. Avrei ancora tanto da scrivere, per giorni e giorni. Concedimi pazienza, mio Dio, concedimi una pazienza del tutto nuova. Questa scrivania mi è ridiventata familiare e l’albero dietro la mia finestra mi sembra che non oscilli più. Avrai i Tuoi progetti a permettermi di stare di nuovo seduta qui, farò del mio meglio. E ora, per davvero, buona notte». 
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
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Flavia Schiavo, architetto, architetto del paesaggio e PhD in Pianificazione Territoriale. Prof.ssa Associata presso la Università degli Studi di Palermo, insegna Urbanistica (Laurea in Urban Design per la città in transizione) e Laboratorio di Progettazione urbanistica (Corso di Laurea in Architettura). È componente del Collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in Architettura, Arti e Pianificazione. Ha al proprio attivo numerose pubblicazioni (saggi e monografie), in italiano, spagnolo e in inglese, che sviluppano articolati temi di ricerca: fonti non convenzionali (letteratura e cinema per interpretare città e territorio); linguaggio urbanistico; partecipazione, conflitti, azioni e pratiche bottom-up in ambito urbano; parchi e giardini; sviluppo e questioni sociali, economiche e antropologiche nel contesto della Rivoluzione Industriale; arte, culture urbane e contaminazioni. Tra i titoli delle monografie: Parigi, Barcellona, Firenze: forma e racconto, 2004, Sellerio, Palermo; Tutti i Nomi di Barcellona, 2005, FrancoAngeli, Milano; Piccoli giardini. Percorsi civici a New York City, 2017, Castelvecchi, Roma; Lettere dall’America, 2019, Torri del Vento, Palermo; New York: entre la tierra y el cielo, Ediciones Asimétricas, Iniciativa Digital Politècnica, Barcelona, Madrid, 2021; Lo schermo trasparente. Cinema e Città, Castelvecchi, Roma, 2022; Nata per correre. New York City tra il XIX e gli inizi del XX secolo, Aracne, Roma, 2023; 8 lezioni newyorchesi. La Democrazia delle Città, la Democrazia della natura, Il Sileno edizioni, Cosenza, 2023. Fa parte di Comitati scientifici di prestigiose collane editoriali (FrancoAngeli) e di Riviste del settore. Ha organizzato seminari, simposi, meeting, convegni nazionali e internazionali e ha condotto lunghi periodi di ricerca in Italia e all’estero, in Europa (UAB, Barcellona) e recentemente negli Stati Uniti (Columbia University, New York City).

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