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Aree Interne: tra memoria e proposte di “ri-abitazione”

Morano Calabro

Morano Calabro

CIP

di Mariano Fresta 

1.

Il tema delle cosiddette Aree Interne, certamente tra i più dibattuti degli ultimi due decenni, è ed è stato quasi sempre presente in vari modi su Dialoghi Mediterranei; esso ha il merito sia di richiamare l’attenzione su almeno tre mila piccoli centri urbani che rischiano di sparire dalla storia e dalla geografia del nostro Paese, sia di indicare eventuali soluzioni che possano in qualche modo ridare vitalità a paesi e villaggi che prima dell’avvento dello sviluppo capitalistico vivevano in una situazione, pur se economicamente modesta, di tranquillità e avevano la possibilità di dare lavoro a quasi tutti i propri abitanti.

La soluzione dei loro gravi problemi odierni non sta, certamente, in un impossibile e paradossale ritorno al passato, ma nel trovare rimedi agli errori e alle disfunzioni tipiche del sistema socioeconomico adottato dal 1945 in poi. Il dibattito su questo tema, infatti, ha indicato una grande molteplicità di possibili soluzioni, oltre a denunciare i danni provocati dalla disattenzione o dall’indifferenza dei governi che si sono succeduti dal 1945 ad oggi e che si sono ritenuti soddisfatti perché alcuni risultati del sistema scelto sono stati positivi e perché convinti che in una libera economia di mercato ogni cittadino avrebbe trovato i modi e i mezzi per costruirsi una condizione di vita decorosa. Le cose, purtroppo, non stanno così, in quanto libertà ed uguaglianza vanno difficilmente d’accordo; c’è, tuttavia, la possibilità di trovare un equilibrio tra le due condizioni, ma per farlo ci vuole tanta volontà politica e idee chiare sui possibili rimedi.

Sembra, però, che in Italia la classe politica in generale non abbia né la volontà di dedicare la propria attenzione alla questione, né tanto meno ha da proporre progetti per la sua soluzione, come si può dedurre dall’ipotesi di applicare l’Obiettivo 4 dei nuovi piani della Strategia per le aree interne [1]; sono, invece, i cittadini che, riuniti in associazioni, discutono i problemi, propongono ed attivano progetti per rendere vivibili e meno spopolati quei centri che stanno attraversando un drammatico declino.

Per la nostra disattenzione politica e culturale, imbevuti di superficiale cultura di massa e televisiva, nell’assenza quasi totale di auto-informazione (quante edicole di giornali, quante librerie hanno smesso la loro attività negli ultimi dieci anni?), ci dimentichiamo che la storia del nostro recente passato si è svolta ed è accaduta proprio nelle migliaia di piccoli centri oggi abbandonati, che da lì sono partiti i giovani che hanno combattuto la I e la II guerra mondiale  e che da lì provenivano anche i giovani resistenti al cui coraggio e alla cui lotta dobbiamo la nostra Costituzione antifascista.

Tra l’altro, è proprio da questi piccoli centri, dati per moribondi, che ci sono arrivate le innumerevoli testimonianze che hanno dato senso ai processi storici che, fino a qualche decennio fa, erano considerati solo opera di statisti e di generali. Ancora oggi un’editoria minore propone libri di autobiografie, di memorie, di ricordi di guerra e di racconti legati alle condizioni di vita di molti anni fa. Ed è ancora, in massima parte, l’editoria minore che dà la voce a quei gruppi e a quelle associazioni che discutono come uscire dal cul de sac in cui molte piccole comunità sono andate a finire non riuscendo a seguire la velocità dello sviluppo dei grandi centri.

A questi due tipi di pubblicazioni appartengono due nuovi libri, quello di Diva Orfei [2] e quello curato da Rossano Pazzagli [3]. Il primo appartiene al gruppo delle memorie e delle autobiografie che ci hanno fatto conoscere, al di là dei testi di economia agraria, le condizioni materiali e culturali di chi alla terra era legato da vincoli ancora medievali; il secondo è l’ulteriore testimonianza di quelle associazioni, come “Riabitare l’Italia”, che non si rassegnano e lottano per impedire che, irresponsabilmente, siano condannati a morte il 60% dei paesi di alta collina e di montagna e un terzo degli abitanti d’Italia. 

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Le scritture autobiografiche hanno un loro peculiare valore perché se da una parte raccontano fatti che spesso si somigliano, dall’altra ogni autore ha una propria personalità, una propria sensibilità e visione delle vicende; poiché, dunque, vi si possono trovare elementi originali e punti di vista diversi è sempre utile leggerle.

I ricordi di Diva Orfei riguardano alcuni aspetti della Val d’Orcia in un periodo in cui la bonifica del territorio era quasi alla fine e ancora non aveva prodotto nel paesaggio quei risultati clamorosi che l’avrebbero premiata con il riconoscimento Unesco di “patrimonio dell’umanità” [4]; essi riguardano anche gli ultimi anni della mezzadria che ha segnato la cultura di molte generazioni di contadini della Toscana dall’Ottocento fino alla metà del XX secolo.

Nel libro si ripercorrono aspetti che caratterizzano altre comunità, sia Toscane, sia di altre regioni, come le condizioni di vita dei contadini, la mancanza di istruzione scolastica di base, il tipo di alimentazione con le ricette tradizionali, la sobrietà cui si era costretti dalla vita e dalle regole della mezzadria e, in genere, dalla condizione contadina; oltre a ciò, l’autrice ha saputo dare alcune immagini che illustrano meglio di qualsiasi racconto storico la vita delle campagne mezzadrili ancora intorno al 1950. La prima di queste immagini si ritrova nella descrizione di una veglia contadina, con le donne che sferruzzano e rammendano e gli uomini che giocano a carte; mentre distribuisce le carte uno dei giocatori chiede ad alta voce agli altri: «Avete sentito che ha combinato Momara?». La persona indicata col soprannome di Momara in effetti non aveva fatto nulla di straordinario: aveva semplicemente preso la corriera per un breve tratto di strada e poi era ritornato a piedi al luogo di partenza. Nulla di strano per noi, ma se ci mettiamo nei panni di quelle persone che stavano a veglia e dei loro compaesani, forse riusciamo a capire il motivo della loro meraviglia. La Val d’Orcia fino agli anni ‘50 del secolo scorso si configurava come territorio ancora semi selvaggio, per la fitta presenza di calanchi e di biancane (cioè quei cumuli di terra che, pelati dal continuo brucare delle pecore, mostravano il loro dorso di argilla tra il bianco e il grigio), senza una regimazione delle acque, con strade a sterro polverose d’estate e fangose d’inverno, in cui si camminava di rado e a piedi. Ed ecco che improvvisamente arriva la modernità che si presenta sotto forma di un pullman che percorre la Cassia: una corriera da quelle genti chiamata “postale”, per via che oltre a fare il servizio di viaggiatori nello stesso tempo effettuava il trasporto della posta. Nessuno dei valdorciani era stato su una corriera, nessuno aveva pensato di potersene servire, perché non c’erano abituati e soprattutto perché non avevano la necessità di allontanarsi dal loro podere. Momara, invece, volle togliersi la curiosità di conoscere cosa si prova a viaggiare sul postale: compra il biglietto, aspetta che la corriera arrivi alla fermata, vi sale a bordo e scende alla fermata successiva. Il breve viaggio gli fu sufficiente per soddisfare il suo desiderio di viaggiare in pullman e per diventare il personaggio di cui parlare nelle veglie serali, perché era stato il primo a sperimentare i vantaggi della modernità.

Un altro evento, per noi oggi molto comune e banale, vissuto da Diva all’età di sei anni, si trasforma per lei quasi in un trauma psicologico: abituata alla piena libertà della campagna valdorciana, improvvisamente si ritrova a dover interrompere il suo modo di vita, a indossare un grembiule nero e un fiocco rosa, a trasportare una cartella piena di libri e quaderni e ad affrontare un essere sconosciuto come la “maestra”; insomma scopre che oltre ai campi, agli animali da cortile, alle pecore e ai maiali cui badare tra i calanchi, c’era anche la scuola.

Accanto a questi quadri relativi ai ricordi degli anni appena precedenti il boom economico, ci sono poi quelli vissuti in condizioni di vita molto migliorate; nel ventennio 1960/80 la Val d’Orcia si avviava a diventare un luogo privilegiato di villeggiatura e di turismo “mordi e fuggi”. L’autrice ci dà, quindi, la testimonianza di questo passaggio epocale avvenuto in quegli anni, dalle stentate economie familiari a condizioni di vita più agiate e moderne, da una cultura tradizionale, chiusa e basata su proverbi e pregiudizi, ad una cultura che si apre al mondo, che fa scambi con persone provenienti da esperienze e Paesi diversi. Anche questa è una attestazione importante pur se il racconto che ne è fatto somiglia al nostro quotidiano e non ha più quell’aura di epos che ai nostri occhi rendeva affascinante la semplicità quasi primitiva di quel mondo rurale.

Talora la narrazione dell’autrice si avvale di termini e modi espressivi dialettali che rendono più efficacemente rappresentativi le vicende e i personaggi descritti; oltre a servirsene nei suoi racconti, ha poi riunito molti vocaboli dialettali e vernacolari, oggi raramente in uso anche in Val d’Orcia, in un glossario che sarà gradito non solo ai curiosi ma anche a chi si occupa di dialettologia e di lessicografia. 

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Il Matese è un territorio dell’alto Casertano nel cui capoluogo, Piedimonte, opera una biblioteca diocesana, creata all’origine come supporto all’Istituto di Scienze religiose e da qualche anno aperta al pubblico della città e di quello dei paesi vicini, come ci racconta, nel libro Appaesati, il suo direttore Luigi Arsigo. Una biblioteca, dunque, che cerca di essere punto di riferimento culturale della zona e che usa come strumenti non solo i libri ma anche le possibilità fornite dall’informatica. Qualche tempo fa, infatti, essa si fece promotrice di un “podcast” invitando a parteciparvi con le proprie competenze operatori e studiosi che si occupano variamente delle Aree Interne. Per il titolo di questo postcad, e poi della sua edizione cartacea, si scelse Appaesati, un neologismo da contrapporre al più abituale spaesato, che si riferisce ad una persona che è “fuori del proprio paese, cioè fuori del proprio ambiente, disorientato quindi”. Appaesato è invece colui che nel proprio paese si trova bene e che ha buone relazioni con gli altri abitanti. Ma cosa occorre per essere appaesati? Il libro, ricavato dalla trasmissione, lo spiega riproducendo dodici argomenti tra tutti quelli trattati nel podcast; cioè, quelli che possano costituire una base di elementi necessari su cui fondare una nuova “ri-abitazione” dei centri abbandonati. Trattandosi di un’iniziativa “audio”, da ascoltare in streaming, i contributi prodotti erano necessariamente brevi e tali sono rimasti nella trasposizione cartacea; ma a ricucire il tutto ci ha pensato Rossano Pazzagli con una presentazione molto esplicativa ed esauriente, collegando i dodici punti prospettati dai singoli autori dei contributi, dando loro uno spessore storico e politico, ovviamente quasi assente o dato per scontato negli interventi orali svolti durante il podcast.

Il direttore della biblioteca di Piedimonte, oltre a ricordare il podcast, dedica alcune riflessioni sulla funzione che può avere una biblioteca: secondo lui, è necessario che questa non si svolga, come avviene, dentro un territorio limitato, e che abbia scopi che oltrepassino la normale curiosità di lettura degli abitanti; essa deve, infatti, avere un compito simile a quello che ebbe prima e dopo l’Illuminismo, quando, con un movimento divenuto universale, diffuse una visione radicale del mondo. Ma per svolgere un siffatto compito occorre che la biblioteca superi i confini del proprio comune e si riallacci con quelle di altri enti locali. Per questo auspica la nascita delle “biblioteche di prossimità” di cui già esiste un esempio in Toscana (ivi: 30/31). In sostanza, Arsigo vuole dirci che, per superare il momento critico attuale, occorre prepararsi a fondo, studiando il problema in tutti i suoi aspetti in modo da poter scegliere le linee di condotta più idonee a superarlo. E serve, soprattutto, una diffusione capillare e profonda di una cultura critica che sappia capire e sciogliere i nodi di una situazione divenuta complessa e delicata.

Il tema della scuola è affrontato da Daniela Luisi con la proposta delle “scuole territoriali” non dissimile da quella delle biblioteche di prossimità avanzata da Arsigo. Dello stesso avviso è Pietro Clemente quando affronta il tema della presenza dei musei etnografici nei territori: La Casa di Zela in Toscana e il Museo Guatelli in Emilia rappresentano gli esempi più importanti della ricerca storica e demologica di quei territori e delle capacità didattiche che con gli anni hanno acquisito, quindi sarebbero idonei a guidare tutti gli altri musei etnografici sparsi per l’Italia se uniti però in un’unica rete; così da poter essere di grande supporto di base nella ricostruzione delle comunità.

Sala lettura Bibllioteca Piedimonte Matese

Sala lettura Biblioteca Piedimonte Matese

Le pagine del volumetto che mi sembrano molto significative per capire il fenomeno del declino sono quelle che Luca Di Lello dedica alla sua esperienza di abitante del Matese. Per scopi di studio, era andato via dal paese natale; tornandovi dopo qualche anno lo trova diverso da com’era prima. È la sua una sensazione di spaesamento, di disorientamento: «I miei occhi… hanno visto disgregarsi (o meglio, dimagrire) tutto … Senza un evento traumatico a causarlo, senza una decisione politica a stabilirlo, senza un Tg ad annunciarlo… I partiti hanno cambiato forma e tolto dai loro nomi gli aggettivi cristiana, comunista, socialista, liberale – quasi come a considerare “troppo utopico” essere orientati da un grande ideale o ridicolo il sostenere d’essere animati da una forte tensione morale. La parrocchia ha la metà dei frequentanti, non ha i cori, né le frotte di bambini ad animare la messa domenicale. Di politica non se ne è vista più: i candidati nel nostro collegio non tengono quasi più i comizi sul posto, dei quali del resto sembra non esserci più bisogno vista l’impossibilità, con la legge in vigore, di esprimere le preferenze».

È un quadro desolante quello che Di Lello delinea e che può essere attribuito a tutte le cosiddette Aree Interne che si trovano in situazioni di declino e che sono state abbandonate a sé stesse dalla «mancanza di una politica in grado di dare una chiave di lettura univoca e integrata della realtà» (ivi: 28).

L’analisi di Di Lello è piuttosto dura, ma corrisponde alla realtà dei fatti; ha solo il difetto di usare alcuni termini un po’ superficiali, ripresi dalla dominante cultura di massa, che pur essendo più comprensibili da orecchi non abituati al linguaggio scientifico, abbassano il tono della denuncia. Per dire che dopo l’istituzione del Piano per le Aree Interne nessun governo ha preso in merito provvedimenti, Di Lello cita una frase tratta da una canzone di Giovanni Lindo Ferretti che dice: «nessuno fece niente»; a me sembra che questa frase, non significhi nulla perché contiene un’accusa generica rivolta indistintamente a tutti, mentre sarebbe stato più producente qualificare politicamente la denuncia e segnalare le relative responsabilità, che sono evidenti e verificabili. Capisco anche che un intervento in un podcast non può avere l’ampiezza di un saggio sociologico e politico e che, essendo, una trasmissione pubblica e aperta, un discorso più militante rischierebbe di non essere capito e forse nemmeno ascoltato. Eppure, occorre ogni tanto usare un linguaggio più vicino alla complessità dei problemi, quanto meno per mettere in allerta chi legge o chi ascolta.

Di Lello, tuttavia, nelle pagine successive esprime con chiarezza le sue idee su quel che bisognerebbe fare: «I servizi e i diritti di cittadinanza, garantiti dalla nostra Costituzione, non devono in alcun modo essere funzionalizzati alla variabile indipendente dei mercati. Ospedali, scuole e treni sono diritti anche degli abitanti di territori che hanno zero prospettive di mercato, di paesi dove i turisti non vogliono andare e dei borghi dalle piazze non instagramabili» (e qui, per me, il termine instagramabili è un pugno nello stomaco).

Anche Daniela Storti (ivi: 63 e sgg.) ricorda che buona parte dei motivi, per cui i piccoli centri sono in declino, discende dagli andamenti dei mercati. Il che, però, non giustifica l’elogio che lei fa delle nuove comunità agro-pastorali e della loro “identità”; se il suo ragionamento relativo alla loro impossibilità a seguire la tendenza nazionale, infatti, può essere condiviso, non mi pare accettabile che quelle comunità debbano tornare alla loro antica esistenza chiusa dentro brevi orizzonti e pronti a difendere la propria identità da «modelli culturali … esterni» affinché i giovani non perdano il «punto di riferimento e un ancoraggio a livello locale» (ivi: 63). Credo, invece, che l’apertura al mondo esterno sia essenziale e non sia contraddittoria con l’allevamento di animali; tra l’altro, spesso i giovani scappano dai piccoli centri perché questi non riescono a soddisfare certi bisogni, anche minimi, come quello di andare al cinema.

Quindi, si tratta di dare a tutti i centri, piccoli e grandi, le stesse opportunità, gli stessi doveri e gli stessi diritti. Cosa che diventa necessaria nel momento in cui la tendenza a scappare dal piccolo paese sembra si sia allentata, come dimostra il contributo della stessa Storti e quello di Rita Corona, apparso sulla NewsLetter di htpp//volerelaluna.it (“Ritorno alla campagna” del 31 ottobre 2025), in cui si dà notizia del rientro in piccoli centri, specie di montagna, da parte di giovani che lasciano la disoccupazione della città avendo scoperto che il pur faticoso lavoro dell’allevamento ovino e bovino è abbastanza remunerativo e quindi appagante; o come ci dicono i risultati di un’indagine, riportati nel capitolo conclusivo del libro in questione da Di Lello, Riveglia e Grazia Urso, secondo i quali il 53% dei giovani intervistati vuole restare nelle A. I. per sviluppare il loro progetto di vita, il 19% dichiara di sentirsi costretto a viverci: quindi, in ultima analisi, al 70% complessivo degli intervistati dispiacerebbe allontanarsi dai territori in cui vivono (ivi: 103 e sgg.).

mappa delle Aree interne

mappa delle Aree interne

Sono situazioni di cui, purtroppo, le ipotesi governative del declino assistito non tengono conto; anzi, nei confronti delle possibilità di ripopolare i centri semi abbandonati con le persone che arrivano, affrontando disagi e gravi pericoli, da paesi lontani, si pratica una politica poco intelligente e spesso vergognosa; eppure ci sono anche esempi positivi di “ripopolamento”,  grazie agli immigrati, che riguardano piccoli centri delle zone appenniniche e montane (Membretti: 95), per non parlare delle esperienze di Riace e di altri paesi calabresi, anch’essi vittime di una politica miope e razzista. 

Nel libro poi ci sono anche altre ipotesi di lavoro, alcune da approfondire, altre discutibili per la loro dubbia o utopica realizzazione. Altre ancora fanno perno su presupposti inesistenti: sappiamo che la scuola, come dice giustamente Pazzagli, «è anche il luogo fisico, l’edificio, il simbolo materiale della vita che passa da una generazione all’altra, un riferimento sociale di rilevante significato identitario e di orientamento spaziale, al pari della chiesa, del municipio, del cimitero», oltre che il luogo idoneo per la formazione culturale, umana e civica delle persone; ma chi sostiene che per ridare vita ai centri depressi occorre puntare tutto sulla scuola, dimentica che uno dei primi servizi a scomparire è stata appunto l’istituzione scolastica; dopodiché sono spariti anche l’ufficio postale, la parrocchia, a volte anche il municipio. Per restituire scuole e uffici postali ai piccoli paesi non basta dimostrare che sono indispensabili alle comunità, occorre indicare anche la strada da percorrere perché essi tornino ad esistere e funzionare, come potrebbe essere una politica governativa che corregga le deficienze e la rigidità del sistema economico in atto.

Progetti molto deboli, poi, mi sembrano quelli che indicano come base di partenza l’arte del recupero dei materiali, della riparazione dei vestiti e degli attrezzi di uso comune; oppure il cibo e il paesaggio «in quanto specchio di quello che siamo» e risorse per il turismo che sia culturale e non consumistico; altri ancora suggeriscono una vita dal ritmo più lento per ritrovare un equilibrio con l’ambiente, con il lavoro. C’è chi invita, come Riveglia, a cambiare l’attuale narrazione che riguarda le Aree interne, come se, raccontandole in modo diverso, possano essere eliminati i problemi. Secondo lui, nei paesi dimenticati c’è un fermento da cui bisogna partire e quindi applicare l’art. 3 della Costituzione che afferma l’eguaglianza di tutti i cittadini e che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Tutto giusto e sacrosanto, ma la Costituzione è composta da parole che per essere applicate devono trovare pensieri ed azioni idonei in chi viene indicato a governare: dopodiché scuola, associazioni culturali e sportive, gruppi imprenditoriali e luoghi di produzione potranno realizzare i propri scopi, altrimenti si cade nel velleitarismo o nella rassegnazione. 

Le mie osservazioni trovano riscontro nella premessa di Pazzagli il quale, come dicevo all’inizio, ha saputo inquadrare tutti i contributi in un discorso politico con cui essi possono diventare realizzabili. Di Pazzagli mi piace qui ricordare alcuni suggerimenti: i paesi delle A. I. vanno rimessi in attività «evitando la chimera del borgo turistico-consumistico omologato»; la scuola rimane sempre un fattore essenziale, ma non bisogna tornare alla scuola del passato, va invece tenuto conto dell’importanza «di un legame ravvicinato tra scuola e territorio, tra educazione/istruzione e contesti di vita, poiché oggi ci troviamo in una situazione di crescente decontestualizzazione dell’azione formativa»; ed infine bisogna ricordare che «la condizione delle aree interne e quella dei migranti non è frutto del destino, ma il prodotto di un modello di sviluppo squilibrato e diseguale». Ed è appunto da quest’ultima considerazione che bisogna partire: se si riesce a far invertire la rotta, allora è possibile che tutte le proposte, anche quelle più ingenue, trovino la loro realizzazione. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note 
[1] Aree Interne sono così chiamati quei piccoli centri e quei villaggi che sono rimasti fuori dallo sviluppo socio-economico della Nazione perché marginali e lontani dalle pianure e dai grossi centri dove hanno trovato modo di nascere e crescere le attività industriali e commerciali. A favore di questi piccoli centri, rimasti quasi privi di popolazione e dei servizi essenziali per la vita delle comunità, fu dedicata dal ministro Fabrizio Barca, nel 2012, l’istituzione del Piano Strategico delle Aree Interne; ciononostante, poco o nulla i successivi governi hanno fatto per migliorare la loro situazione; anzi, nell’Obiettivo 4 del Nuovo Piano Strategico (del 2025) si avanza l’ipotesi di una loro fine, accompagnata però da assistenza “sociologicamente decorosa”. 
[2] Orfei Diva, Io cammino con te. Si va co’ piedi e co’ ‘l cuore, Effigi Edizioni, Arcidosso, 2025. 
[3] Appaesati. Storie di ordinaria ruralità, a cura di R. Pazzagli, L. Di Lello, P.L. Riveglia, Radici Edizioni, Capistrello (AQ) 2025. 
[4] Sulla Val d’Orcia, sulla sua bonifica e sulla dichiarazione di “patrimonio dell’umanità” da parte dell’UNESCO, si veda M. Fresta, La Val d’Orcia, ovvero l’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in «Lares» n. 2, LVXXVII, 2012.

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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadinoLo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.

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