CIP
di Elena Bussolotti, Alessandro Parisi [*]
Introduzione
In estate è passato un documento programmatico che sancisce il declino di molte aree interne, che con 4000 comuni rappresentano il luogo di vita del 23% della popolazione italiana.
Nel testo approvato, il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), si legge all’obiettivo 4: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: «Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento».
Questo cosa vuol dire? Che invece di fare come la Francia e i Paesi Nordici in cui le aree rurali sono oggetto di investimenti e valorizzazione e hanno rappresentanza istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine; in Italia decretiamo per le aree interne una malattia terminale, che può essere solo accompagnata all’epilogo, senza una speranza, un tentativo di inversione di tendenza.
Eppure le aree interne possono essere una grande attrattiva per i giovani, che oggi ritornano all’agricoltura; possono essere decisive per quell’idea di turismo lento e responsabile che solo in questi luoghi assume un significato proprio e profondo e garantiscono la ‘genuinità’ delle materie prime che arrivano in città, oltre a salvaguardare la tenuta idrogeologica dei territori.
Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno dal CERSTE, è concorde sul fatto che questo decreto viola l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini. Quindi dobbiamo essere molto preoccupati e da questo nasce anche la Lettera che alcuni Vescovi hanno sottoscritto e che qui riportiamo, la quale ha dato origine alla stesura di un questionario che abbiamo sottoposto ad alcuni di essi, ricevendo una valida risposta in particolare dal Vescovo di Rieti, che ringraziamo di cuore. Hanno contribuito alla stesura dello stesso e condiviso questo percorso Alessandro Parisi e Pietro Clemente.
TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA APERTA AL GOVERNO E AL PARLAMENTO SULLE AREE INTERNE
Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali – e in particolare i piccoli centri periferici – alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta. S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione.
La recente pubblicazione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, che aggiorna la Strategia Nazionale per questi territori, delinea per l’ennesima volta il quadro di una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, ritenuti nella sostanza una condanna definitiva, tale da far scrivere agli esperti che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive» (ivi: 45). Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di «combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità» (ibidem). Sono molti gli indicatori che fanno prevedere all’ISTAT un destino delle aree interne che, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo 4 della Strategia nazionale s’intitola: «Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile». In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse». In sintesi, il sostegno per una morte felice.
In questo quadro complesso – e preoccupante! –, la comunità ecclesiale resta una delle poche realtà presenti ancora in modo capillare sul territorio nazionale. Già nel maggio 2019 i vescovi della Metropoli beneventana sottoscrissero un documento (Mezzanotte del Mezzogiorno? Lettera agli Amministratori) che metteva a fuoco il persistente e grave ritardo nello sviluppo delle cosiddette “aree interne”. Prese avvio allora un percorso che ha avuto i suoi sviluppi. Via via s’è andata difatti manifestando in maniera crescente anche l’esigenza di mettere a fuoco la questione da un punto di vista più strettamente pastorale: è per questo che, dal 2021 ogni anno, a Benevento, s’incontrano vescovi provenienti da tutte le regioni d’Italia al fine di avviare un confronto con l’obiettivo, se non di enucleare una pastorale per le aree interne, almeno di abbozzarne qualche linea.
Va inoltre precisato che la stessa Caritas italiana, facendo seguito alle richieste delle Caritas diocesane, sta avviando un coordinamento nazionale per le aree interne, pure con l’intento di sostenere le realtà territoriali nell’elaborazione di progetti che promuovano la coesione sociale e favoriscano la “restanza”, ovvero la possibilità concreta per le persone, soprattutto i giovani, di scegliere di rimanere e costruire il proprio futuro nei luoghi in cui sono nati: un lavoro frutto di un processo dal basso, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali.
Anche diversi interventi promossi con i fondi dell’8xmille testimoniano questa attenzione concreta: attivazione di una rete d’infermieri e operatori sociosanitari di comunità, servizi di taxi sociale, valorizzazione delle risorse esistenti per favorire occupazione e imprenditorialità locale.
Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele» (Ez 3,17). Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali.
Chiediamo perciò che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne. Sollecitiamo le forze politiche e i soggetti coinvolti a incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo, valorizzando un sistema di competenze convergenti, utilizzate non più per marcare differenze, ma per accorciare le distanze tra le diverse realtà nel Paese. Chiediamo altresì di avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico.
Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo – in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità – a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi: si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina.
In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore: guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe – oltre che segno di grave miopia politica – un torto fatto alla Nazione intera, poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura, con il rischio – per nulla ipotetico – di favorire nuovi e sempre più vasti disastri ambientali, senza contare il rischio della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto.
Ci auguriamo che queste nostre riflessioni, frutto di esperienze maturate sul campo, che offriamo in spirito di serena collaborazione, siano fatte oggetto di attenta riflessione da parte del Governo e del Parlamento. Per questo, saremmo lieti di poter esporre le nostre riflessioni in un dialogo sereno e costruttivo, qualora ciò si ritenesse opportuno.
Dialogo con il vescovo Vito Piccinonna: un ponte tra lo sguardo nazionale e quello locale
Convinto che la Chiesa possa essere un elemento positivo nell’azione sul presente, reputo opportune delle considerazioni a proposito della Lettera aperta al Governo e al Parlamento sulle Aree interne sottoscritta da molti vescovi. Per essere ulteriormente precisi, la missiva richiama il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne.
Quindi a mio avviso la Chiesa può fare scuola. Essa può mostrare come il suo essere rete sia lo strumento efficace per superare le difficoltà e per mantenere viva la presenza in territori “dimenticati”. In altre parole come la sua capillarità sia capace di avvicinare la cattolicità (non in senso confessionale, ma come sinonimo di universale) alla dimensione locale valorizzandola.
Mi colpisce la firma di alcuni cardinali e vescovi, tra cui il Vicario di Roma e gli arcivescovi di Napoli, Palermo, Bologna, Firenze e uno degli ausiliari di Milano, apposta alla Lettera citata. Mi stupisce che esponenti della gerarchia ecclesiastica che vivono e amministrano le metropoli italiane si occupino di un tema come quello delle aree interne. Tuttavia, è proprio la loro esperienza e conoscenza capillare dei territori che li rende particolarmente sensibili a questo tema. La Chiesa, infatti, ha una struttura/presenza diffusa: in senso tradizionale prevede uno o più sacerdoti per parrocchia, spesso più piccole dei comuni in cui si trovano, o in senso sperimentale come nel caso di un sacerdote “tuttofare” o specializzato in un singolo ambito pastorale per più parrocchie. Questa prossimità ormai millenaria, consente alla Chiesa di conoscere bene le difficoltà delle aree marginali, dove la marginalità geografica, che si spinge oltre le periferie urbane, e la scarsità di infrastrutture e servizi diventano la causa di declino sociale ed economico.
Invece, con lo sguardo rivolto alla mia esperienza posso dire che frequentando e lavorando in queste aree interne ho avuto modo di toccare con mano le difficoltà e le potenzialità di questi territori. La mia esperienza, diventata poi ricerca sul campo, mi hanno permesso di conoscere da vicino le comunità locali e di comprendere le loro esigenze e le loro preoccupazioni: dai problemi legati agli accorpamenti di scuole, alla chiusura degli ospedali, fino alle difficoltà di trovare un medico di base. Tuttavia, ho anche visto come le comunità locali possano reagire e trovare soluzioni innovative. Ad esempio il progetto ‘IN.Altasabina’ in provincia di Rieti, o il progetto ‘In Itinere’ in quella di Viterbo, o anche lo sviluppo di reti di Servizi intercomunali (le quali ormai stanno superando anche le Unioni dei comuni) che rappresentano un modello di collaborazione e solidarietà.
In sintesi, i Vescovi firmatari della Lettera, che conoscono questo quadro delle cose, parlano chiaro. Il calo demografico e lo spopolamento sono una condanna definitiva per queste aree, a meno che non si trovino soluzioni innovative e condivise.
Tra i firmatari della Lettera aperta al Governo e al Parlamento sulle Aree interne figura il Vescovo di Rieti, Monsignor Vito Piccinonna, che in questa intervista esclusiva offre una personale, e ragionata, prospettiva sulla questione. Monsignor Piccinonna affronta temi cruciali quali le necessità pastorali – tipiche della sfera ecclesiale – e le politiche pubbliche. Entrambe cercano di tener conto delle specificità dei territori e l’importanza della partecipazione delle comunità locali nella definizione delle strategie di sviluppo, se non addirittura di sopravvivenza. Insomma, questa testimonianza rappresenta un contributo importante al dibattito sul tema delle aree interne e le sfide che esso pone.
Può parlarci di qualche caso specifico locale che vi ha ispirato?
«Personalmente ho ormai maturato una certa conoscenza delle aree colpite dal terremoto del 2016. Credo offrano l’occasione per comprendere le dinamiche delle aree interne, le loro risorse e criticità. Con una particolarità legata proprio a quanto provocato dal sisma. La distruzione è stata dolorosissima e ha lasciato nelle popolazioni una ferita profonda. Ma la tabula rasa consente anche di affrontare il presente senza dover necessariamente tenere conto delle strutture passate. Ben interpretato, questo processo può essere un laboratorio per capire non solo quali tipologie edilizie o urbanistiche, ma quali stili di vita sono adatti a determinati contesti. C’è anche dell’altro: dalla ricostruzione emergono tensioni che raccontano bene la realtà, ad esempio le diverse prospettive tra chi vive il paese come “seconda casa” e quanti invece hanno fatto la scelta di vivere sull’Appennino. Sono approcci divergenti che non esauriscono la complessità di situazioni che sono spesso poco comprese per chi guarda dall’esterno, e “normalizzate” per abitudine dai residenti. Il dato interessante è che la situazione eccezionale porta queste distonie ad emergere con forza mostrando fratture, ma anche nuove opportunità».
Per sua conoscenza ci sono zone in cui si costruiscono reti di sostegno allo sviluppo locale? Quali associazioni e/o istituzioni sono le promotrici?
«Ci sono molte realtà diverse e organizzazioni eterogenee. A volta si costituiscono in modo spontaneo cooperative, magari legate a una particolare produzione alimentare. In altri casi emergono associazioni di stampo culturale o assistenziale. Ci sono anche casi di imprese sociali, che attraversano trasversalmente queste situazioni. In alcune circostanze, è anche la Chiesa ad “organizzare la speranza”. Ed ovviamente a volte ci sono i comuni a fare da raccordo. In questo caso, con qualche limite dovuto all’alternanza politica che, talvolta, porta un’amministrazione a minare quanto di buono fatto dalla precedente. Ma anche qui le situazioni sono variegate e non mancano approcci di continuità amministrativa».
Che rapporto c’è tra i processi di sviluppo locale e le reti di accoglienza dei migranti ed assistenza (Caritas, consultori familiari, pastorale giovanile). C’è un nesso chiaro e percepibile?
«C’è senz’altro una volontà positiva da questo punto di vista. A volte, però, le intenzioni sono superiori alle forze e si fatica a raggiungere risultati evidenti. Non va mai dimenticata la dimensione delle realtà di chi interviene, né di quelle sulle quali si interviene. Ciò non vuol dire che la situazione sia immobile. Spesso si compiono piccoli passi, a volte si cerca di seminare una cultura. Naturalmente sto generalizzando: ci sono anche progetti che conseguono risultati importanti. Ma la realtà delle aree interne è estremamente variegata, va colta nella sua complessità. Le esperienze vanno apprezzate secondo un’ampia scala di attenzioni».
Quale ruolo possono avere i parroci ai quali sono affidate più parrocchie, nel processo di consapevolezza e nei piani di azione per la coesione sociale delle aree interne?
«L’avere più parrocchie spesso nasce dalla mancanza di sacerdoti, ma essi possono diventare il punto di raccordo, e quindi modello di coesione, tra le piccole comunità. La presenza di un solo sacerdote per più comunità è una realtà emergente non solo nelle aree interne. La si inizia a percepire anche nelle città. La creazione di un raccordo di più comunità è un tema reale e certamente il nodo costituito da una pastorale coordinata è un segnale importante. La chiave per riuscire nel processo potrebbe essere quello di invertire il senso del problema, di cogliere, in ciò che pare un limite, un’opportunità. Ma non si ottiene solo con le buone intenzioni: occorre creatività, capacità di superare distinzioni e rivalità (tutt’altro che assenti nei piccoli territori) a volte pretestuose o che hanno oramai smarrito la propria ragione fondante. Il ruolo non solo dei parroci, ma dei cristiani più in generale, può ritrovarsi proprio in questo. A dirlo, naturalmente, si resta su un piano concettuale, teorico. La messa a terra di queste intuizioni non può essere facilmente esemplificata perché richiede un esercizio quotidiano sui territori reali, con i loro problemi e le loro risorse specifiche. Un manuale di buone pratiche dovrà essere compilato necessariamente a posteriori, come il frutto maturo dei diversi esperimenti, trovando il comun denominatore di esperienze inevitabilmente eterogenee. In fondo accade lo stesso nella denuncia dei problemi: ci troviamo innanzi allo spopolamento, alla carenza di servizi, all’inaridimento economico. Ma questi fenomeni assumono un volto speciale nei diversi contesti. Se possiamo identificarli con lo stesso nome è solo dopo aver riconosciuto le tendenze di fondo che li muovono. Allo stesso modo, dobbiamo vedere quali esperienze funzionano, quali azioni determinano cambiamenti reali, e comprendere cosa le accomuna. Non si può applicare lo stesso progetto ovunque, ma si possono modulare le intuizioni feconde in modalità specifiche caso per caso».
Facendo ancora riferimento alla realtà di un solo sacerdote per più parrocchie, vede possibile una collaborazione chiara e definita con le amministrazioni locali per superare il campanilismo che troppo spesso isola e amplifica il problema delle aree interne?
«Anche in questo caso è difficile generalizzare. Certamente gli amministratori locali hanno la percezione di dover affrontare – con finalità e strumenti diversi – i problemi che si offrono anche alle parrocchie. Di conseguenza le alleanze e le collaborazioni sono possibili e senz’altro auspicabili. Quanto al campanilismo occorre però tenere presente le spinte di base. Il mandato del sindaco dipende dal voto degli elettori, quello del parroco dal vescovo. Entrambi debbono impegnarsi a superare le divisioni in vista di un maggior bene comune, ma gli strumenti e le tensioni alle quali sono soggetti sono diverse. È vero che i cittadini sono anche parrocchiani, e viceversa. Ma le due realtà non sono del tutto sovrapponibili. Questo non è necessariamente un limite, può diventare un elemento di forza se si cerca di rispettare i diversi ambiti, trovando sinergie e rifuggendo la strumentalizzazione».
La crisi delle vocazioni secondo lei è alla base della scarsa presenza dei parroci nelle Comunità? Le Comunità pastorali sono forse troppo estese e andrebbero ripensate e riadattate per dare un servizio più capillare nelle aree interne? L’annullamento del celibato dei sacerdoti potrebbe essere uno snodo cruciale secondo Lei?
«La crisi delle vocazioni non è solo un dato numerico, è un fenomeno antropologico complesso. Ovviamente un minor numero di pastori porta in un periodo medio-lungo a una rivisitazione dell’organizzazione pastorale del territorio, compresa la sua estensione, con tutte le resistenze e gli slanci che accompagnano questi movimenti. Peraltro la Chiesa sta riflettendo anche sulla presenza stessa dei sacerdoti, su forme di pastorale che vedono una maggiore responsabilità dei diaconi e dei laici. Dal modo e dalla capacità di calare nella realtà concreta queste intuizioni emergeranno probabilmente anche i nuovi assetti territoriali della pastorale. Quanto al celibato, non credo sia un fattore dirimente».
Il movimento Laudato Si’ sta promuovendo tra le altre cose l’istituzione di Comunità energetiche, pensa che possano essere una chiave di volta nella contemporaneità e nel processo della Transizione Energetica?
«Per le aree interne le comunità energetiche sono sicuramente una spinta importante. Non vanno lette solo dal lato tecnico, però. Vanno comprese come paradigma. Sappiamo che uno dei fattori generali che muovono lo spopolamento è l’assenza di servizi. Il punto di fondo è che il modello economico degli ultimi 80 / 100 anni – basato sulla centralizzazione – oggi non è più ritenuto sostenibile. Il centro è sempre meno disposto a farsi carico delle realtà periferiche dal punto di vista dei servizi: sanitari, energetici, dell’istruzione, di mobilità… Di conseguenza le famiglie e i singoli, soprattutto i più giovani, sono attratti dalle città, dove confidano di trovare risposte più adeguate ai propri bisogni. Le comunità energetiche da questo punto di vista non sono un semplice espediente di transizione energetica, ma un modello sociale diverso, che punta a sostituire l’intervento centralizzato con una maggiore indipendenza e responsabilità locale e addirittura personale. Essere in grado di provvedere da sé all’energia della propria casa, e della propria comunità, diviene un fattore di equilibrio. Oltre a dipendere meno dalla rete, ad esempio, sul medio periodo le minori bollette compensano maggiori costi e disagi in altri ambiti, come la lontananza delle scuole e degli ospedali. Essere relativamente indipendenti dalla rete, inoltre, accresce la resilienza in caso di black-out, che in luoghi isolati possono risultare più difficili da gestire. E dal punto di vista sociale, inoltre, l’approccio comunitario mostra che una organizzazione distribuita e collaborativa può offrire risposte valide e desiderabili, a patto di saper decidere le proprie priorità. Estendere questa logica ad altri ambiti potrebbe rendere la residenza nelle aree interne molto interessante per ampie fette di popolazione, desiderose di una vita diversa da quella nei grandi e medi centri urbani, meno “servita”, ma più libera e responsabile».
Pensa che il potenziamento delle situazioni di coworking e cohousing possa favorire ancora, post-Covid, la condivisione comunitaria delle aree interne?
«Il lavoro da remoto e le forme di coworking e cohousing sono una possibilità tecnica che certamente aiuta le aree interne. Anche mettendo da parte la nicchia dei nomadi digitali, ci sono ampie realtà per le quali il lavoro è sostanzialmente indifferente al contesto geografico. Questo richiede però il superamento di ostacoli legati alla disponibilità di reti veloci anche nei centri più sperduti. Negli ultimi anni il nostro Paese ha fatto grandi sforzi per diffondere la fibra sul territorio, ma una certa disparità è ancora ampiamente presente. D’altra parte oggi esistono modalità efficienti di collegamento alla rete che non prevedono una connessione fisica, di conseguenza il problema non sarebbe insuperabile. Gli ostacoli si trovano piuttosto nella cultura del lavoro e dell’organizzazione aziendale. Finito lo strascico lungo della pandemia, le aziende e le pubbliche amministrazioni hanno preso a richiamare i lavoratori in ufficio, forse con l’idea che questo può garantire una maggiore produttività e un certo controllo. Non ho le competenze per dire se ciò sia o meno vero, ma sono a conoscenza di un forte dibattito nel merito. Di sicuro, la tecnologia sta trasformando profondamente il mondo del lavoro e, ad esempio, l’impatto delle cosiddette intelligenze artificiali ancora non lo sappiamo misurare. Proprio perché siamo in un’epoca di trasformazione però, dal punto di vista delle aree interne non è sbagliato puntare su organizzazioni del lavoro innovative o fondate sulle possibilità del digitale. Peraltro il discorso si inserisce in una tendenza più generale, che si è sviluppata proprio durante la pandemia. Consiste nel desiderio di un nuovo equilibrio da trovare tra produttività e vita personale. Oggi assistiamo certamente a molti passi indietro da questo punto di vista, ma l’idea dell’efficientismo a tutti i costi, della vita sacrificata sull’altare del rendimento aziendale pare comunque molto sbiadita, almeno dal punto di vista ideologico. E se è la qualità della vita che sta a cuore a tante persone, le aree interne assumono il volto di una possibilità reale e desiderabile e perdono quello di una riserva da tutelare grazie al buon cuore di chi vive in città».
Cosa hanno in più e cosa insegnano le aree interne che le metropoli italiane non potranno mai offrire e perché è in linea con i valori cristiani mantenerle vive e destinare loro finanziamenti? Il ripristino della festività di San Francesco è un segnale di attenzione verso il contatto con la Natura anche per chi abita in città?
«La domanda è un po’ scivolosa. Nel senso che è piuttosto facile cadere nel luogo comune. A parlare di queste cose le prime voci che verrebbe da elencare sono il ritmo lento e qualità delle relazioni, la custodia dell’arte, della memoria e dei saperi tradizionali, il valore della natura, dell’agricoltura, del paesaggio. Ma quello che a me sembra più rilevante è la possibilità di dire «no», di esprimere una alternativa. Le aree interne vanno sottratte all’estetica da cartolina, all’idealizzazione del borgo. Sono visioni che appartengono comunque a uno sguardo urbano, magari mosse da un filo di nostalgia. Nobili quanto si vuole, ma del tutto incapaci di sostenere la realtà di vita dei piccoli paesi sull’Appennino. In questi discorsi ci vuole concretezza: la vita nei piccoli borghi è dura, difficile e faticosa. A mio avviso la consonanza con i valori cristiani è proprio in questa capacità di esprimere una differenza, nell’opportunità di manifestare una realtà complessa, gravida di sfaccettature, di rivendicare un diritto paritario di stare al mondo. Se non si tiene presente la loro dignità specifica, le aree interne rischiano di essere inghiottite dalla retorica turistica e da un ecologismo di maniera. Da questo punto di vista non credo che il ripristino della festa di San Francesco possa portare cambiamenti significativi. L’opportunità che apre una attenta valutazione delle aree interne è quella di cambiare punti di vista, di adottare riferimenti culturali diversi da quelli dei centri urbani, riconoscendo l’alterità dei territori, difendendoli proprio per il loro carattere autonomo e differenziato. Del resto, una presa d’atto della realtà converrebbe proprio ai centri urbani, che dalle montagne ricevono acqua, cibo di qualità o materie prime come il legname. È necessario un patto di reciproco riconoscimento, capace di rimettere a sistema l’Italia interna e quella urbana. In fondo per secoli il Paese ha funzionato ed è cresciuto proprio a partire da questa sinergia. Lo sbilanciamento verso le città e la costa è relativamente recente: ha le sue ragioni e vantaggi, ma è bene saper allargare lo sguardo».
Le aree interne italiane attendono, non semplicemente di essere valorizzate e sostenute, ma prima ancora riconosciute, come un tempo e più di un tempo. Le parole di Monsignor Piccinonna, gettano luce sui segnali di speranza e di resilienza che possono costituire i punti di partenza per realizzare un futuro sostenibile e inclusivo per tutto il Paese. Ciò può diventare possibile solo considerando la specificità dei territori tra i quali proprio, come è stato possibile vedere, l’Appennino Reatino che presta le sue pendici alla Valle Santa.
L’intervista offre una prospettiva profonda e multiprospettica sulle aree interne italiane, evidenziando sia le criticità che le opportunità, dubbi e certezze senza cadere nella trappola dei luoghi comuni. Colpisce la capacità del Vescovo di Rieti di analizzare i problemi con sano realismo offrendo proposte sostenibili nel tempo e nello spazio. Tra queste l’appello alla creatività per saldare reti di sostegno allo sviluppo locale, la possibilità di nuove forme di lavoro e la valorizzazione delle risorse autoctone. Essi non sono solo alcuni degli elementi che possono contribuire a invertire la tendenza dello spopolamento, ma fattibili opportunità per spostare il baricentro autoreferenziale dei grandi centri urbani verso le zone “fuori mano”. Poi particolarmente interessanti la visione di un modello di sviluppo più inclusivo e rispettoso delle specificità territoriali e la riflessione sulla necessità di un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche capaci di rimettere al centro la responsabilità delle comunità.
Tutto ciò, sembra di poter capire, che passa e si raccorda per quello che è il principio di sussidiarietà: senza abbandonarle, è opportuno riconoscere la capacità delle aree interne di saper camminare sulle proprie gambe senza considerarle “una zavorra” per gli enti locali quali province, regioni e da ultimo l’intero Paese. Insomma, la testimonianza, nonché esperienza, del Vescovo di Rieti Vito Piccinonna può essere un invito a ripensare le priorità delle azioni politiche pubbliche in ambito sociale, economico, infrastrutturale che tengano conto delle esigenze e delle potenzialità di ogni territorio.
Per commentare questo percorso attraverso un tema spinoso e talvolta controverso, come quello delle aree interne, che ci porta indubbiamente a pensare comunque che tutti i cittadini e le cittadine di ogni luogo abbiano lo stesso diritto ad accedere ai servizi, possiamo pensare all’opportunità che esse offrono di vivere una qualità della vita che sia in allineamento con la respirabilità dell’aria e con il piacere che si prova a contemplare uno spazio libero da ‘ostacoli’ di antropizzazione. Un campo aperto dove lo sguardo si possa perdere, che è anche un elemento terapeutico (il ‘sentimento oceanico’ di cui parla l’etnopsichiatra da non molto scomparso, Piero Coppo) e che solo in alcune condizioni, disponibili con più facilità nelle aree interne, si può raggiungere.
Per commentare invece l’intento opposto, che consiste nel loro abbandono a se stesse, come sembra indicare la direzione del nuovo PSNAI, che divide addirittura le aree interne tra recuperabili e non, quindi destinate a ricevere investimenti, o abbandonate al fato; vediamo cosa hanno dichiarato alcuni personaggi ‘chiave’ in proposito.
Franco Arminio, poeta e paesologo, che nel suo luogo di origine (Aliano, MT) porta avanti un Festival del Paesaggio molto partecipato e che esporta, con le sue incursioni poetiche, un senso di bellezza e di amore per la poesia e la cultura; ha espresso puntualmente il suo stupore: «Non immaginavo che si potesse arrivare a concepire vasti territori dell’Italia come un Hospice per malati terminali». Mostra così una criticità di questa presa di posizione centralizzante del Governo, che non sembra far tesoro dell’esperienza di esodo dalle città e di conseguente appaesamento in campagna, avvenuto con il Covid e che tanto ha donato in termini di Pace e tranquillità e di ritmicità ‘circadiane’.
Per l’antropologo e studioso Vito Teti
«le politiche che si stanno adottando sono tali da rendere irreversibile il fenomeno dello spopolamento. Anziché alimentare speranza e fiducia si insiste sulla difficoltà e sull’impossibilità di fare interventi che possono cambiare in maniera radicale le cose. Il problema non è solo di ordine strutturale, economico e demografico, ma è proprio di ordine antropologico-culturale e di creazione di una sorta di disaffezione ai luoghi da parte dei giovani che non trovano un buon motivo per restare, oltre alla mancanza di interventi che realizzino esperienze positive, in controtendenza rispetto allo spopolamento. Non si dice ai giovani che hanno il diritto di restare, che possono impegnarsi e mobilitarsi per cambiare le cose. Non si dice ai giovani che possono avere la speranza di cambiare le cose, questa è una sorta di resa e di requiem per paesi che sono moribondi ormai da circa settant’anni e che adesso stanno arrivando a una vera e propria morte. In alcune dichiarazioni sembra quasi ci si rassegni a una sorta di eutanasia dei paesi, mentre bisognerebbe dire che i paesi hanno diritto di vivere anche se hanno un solo abitante, che semmai dovrebbero essere messi in condizioni di vivere bene e dignitosamente».
Questa dichiarazione mette in risalto la figura dei giovani, che hanno bisogno di essere invogliati a rimanere, attraverso delle proposte, in linea con quelle ad esempio dell’Associazione nazionale Comuni virtuosi.
«Serve una politica che sappia andare oltre le parole e introduca, ad esempio, una fiscalità ridotta per le botteghe e le piccole attività che tengono in vita i paesi e creano lavoro; un costo del carburante calmierato, dove i mezzi pubblici non arrivano e ogni spostamento da necessità, si trasforma inevitabilmente in lusso; l’istituzione di un reddito ambientale per i giovani che scelgono di vivere in quelle aree; maggiore progettazione comunitaria e programmi di social housing».
La sua Presidente Asia Trombaioli ancora ribadisce: «Il futuro dell’Italia non può essere costruito solo nelle grandi città. Deve passare anche “lassù”, nei paesi dove si resiste, si cura, si spera. È lì che si gioca la vera sfida del nostro tempo: non quella di sopravvivere al declino, ma di rilanciare la speranza come l’Associazione Comuni Virtuosi sostiene e continuerà a farlo, non solo a parole ma con i fatti. Oggi e domani». E ancora: «Proprio lì, in quei territori spesso ignorati, si custodiscono risorse chiave per il futuro: la difesa del suolo, la biodiversità, i paesaggi storici, la coesione sociale. Le aree interne non sono “margini”, ma centri pulsanti di un’altra idea di sviluppo, fulcro di resilienza locale e comunità attive».
Quest’ Associazione ha stretto a sua volta una collaborazione con il Think Tank ‘Give Back Aree Interne’, un gruppo di giovani studenti, professionisti e ricercatori in ambito economico, sociale e culturale, che elaborano proposte di policy- making sul tema delle Aree interne, ispirandosi ai valori dell’Unione Europea. Tramite progetti Erasmus+ ed eventi di convivialità, hanno portato avanti anche una Scuola di ruralità e La festa dei giovani, che hanno rivitalizzato il paese di Bagnoli Irpino, portando nomi importanti della cultura politica internazionale come Valentina Palmisano e Lucia Annunziata.
Interessante di quest’Associazione anche un progetto di formazione dal titolo ‘Restanza’, che prevede il lavoro di una Cooperativa che fornisce proprio formazione gratuita per sviluppare competenze imprenditoriali, digitalizzare l’economia, valorizzare il rural heritage, conservando il patrimonio naturale e culturale, sviluppare la green economy e la sostenibilità, formando figure professionali eco-sostenibili. Restanza, ancora con Vito Teti, che significa «sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente», il quale ha preso una posizione netta anche contro l’Autonomia differenziata.
Concludendo, mi sembra che ci siano le basi, mettendo insieme cultura laica e cultura religiosa, di cui la lettera dei Vescovi sopra riportata, firmata da 141 chierici e che viene presentata all’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili” (che potremmo far girare ancora perché aperta ad ulteriori condivisioni e sottoscrizioni); mi sembra che ci siano le basi per segnalare una controtendenza della Società civile e per dare un indirizzo forte e chiaro: un impulso a dire quei “NO” di cui Monsignor Vito Piccinonna parla nell’ultima risposta fornita al Questionario proposto. NO ad una tendenza a semplificare una realtà che invece è complessa, NO ad un abbandono di chi può rimanere indietro, NO ad una fuga di risorse e cervelli, NO ai privilegi urbani contro una visione più rurale, che invece ricarica e protegge, NO alla spersonalizzazione dei non- luoghi e SI’ invece alla ricerca di un senso di Comunità e coesione sociale che rende dignità agli abitanti di realtà periferiche e valorizzi l’ambiente, chi lo salvaguarda e chi se ne nutre quotidianamente e si spende per farne conoscere i tesori, talvolta ‘sperduti’.
Ci sono le fondamenta per far fronte comune e dare input di inversione di tendenza, in un abbraccio al mondo naturale che il nostro Santo San Francesco, potrebbe ancora una volta ribadire, indicandoci una strada da percorrere; non un’autostrada, non il GRA, non uno svincolo terribile da perdere, ma una strada di campagna, dove poter ammirare i fiori di campo e sentire gli odori della Terra. La nostra cara Gea, per quanto ancora riusciremo a risparmiarla dal consumo di suolo e dalla corsa alla conversione agricola intensiva, con i suoi sentieri, che presentano qualche asperità del terreno, ma che ci rigenerano ad ogni passo; certi e certe, che le nuove generazioni saranno in grado di fare meglio di noi, attraverso una formazione e un’eco-cultura, che vada più in profondità della nostra e che non si arrenda (forse il Giubileo, dedicato proprio alla Speranza, può ancora farci riflettere e creare nuovi inizi, ce lo auguriamo).
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
[*] Elena Bussolotti è autrice dell’Introduzione e delle Conclusioni. Alessandro Parisi ha co-firmato l’intervista a Mons. Piccinonna e le Considerazioni finali.
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Elena Bussolotti, nasce in Toscana e vive in Umbria. Studia Antropologia a Roma e a Perugia, dove si laurea in Etnomusicologia. Nel 2010 cura un testo sulle lotte mezzadrili del dopoguerra a Cetona, collaborando con Rosario Villari, Ugo Fabietti, Giovanni Bechelloni e Giorgio Alberto Doricchi. Studia Consulenza Pedagogica, la cui tesina di master ha dato avvio ad altre pubblicazioni per Cesvol Umbria. Nel 2017 si avvicina al Movimento Laudato Si’ e consegue il Joint Diploma in Ecologia Integrale. Nel 2021 è tra le fondatrici di un Centro studi storico-antropologici del Monte Cetona, che si occupa dei 4 comuni dell’area con progetti e divulgazioni. Studia poi Psicologia delle Istituzioni e delle Organizzazioni e arricchisce il suo bagaglio collaborando con Pietro Clemente e Alessandro Parisi e approfondendo i temi dello Stereotipo e del Pregiudizio insieme a Fulvia Candeloro. Collabora alla gestione delle pagine social di Eurinome Asd- Scuola di DanzaMovimentoTerapia ad indirizzo simbolico- antropologico, di cui è presidente Alba Naccari.
Alessandro Parisi, laureato in Teologia all’Istituto Teologico Leoniano di Anagni (FR), dove ha frequentato il Seminario Maggiore e divenuto Sacerdote Diocesano ottenendo diversi incarichi pastorali. Lasciato il sacerdozio si è dedicato agli studi antropologici, conseguendo la Laurea Magistrale in Scienze Socioantropologiche per l’integrazione e la sicurezza sociale – Antropologia culturale e etnografia all’Università degli Studi di Perugia. Attualmente è docente presso la Scuola Secondaria di Primo Grado e precedentemente anche in un Istituto d’Istruzione Superiore. Ha svolto attività di volontariato a tempo pieno e professionali in ambito sociale presso strutture per rifugiati e richiedenti asilo e per aiuto alla disabilità.
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