CIP
di Pietro Clemente
Una spina dorsale
Le pagine del CIP n. 78 sono un patchwork, o forse meglio un caleidoscopio della vitalità e della ricchezza dei territori e dei ‘mondi locali’ fatti di musei, ecomusei, associazioni, cooperative, volontari. Questo spazio rappresenta un’utile rassegna di pensieri, di lotte, di resistenze che si possono trasmettere tra protagonisti e che si possono “copiare” per arricchirsi delle esperienze comuni. La ‘rete dei piccoli paesi’, da cui ha preso avvio questa rubrica, aveva questi intenti, ma purtroppo non è sopravvissuta. Per una serie di difficoltà contingenti gli incontri dal vivo si sono rarefatti fino a sparire. La rete era fatta di attivisti tra i quaranta e i cinquant’anni, operativi nell’impegno di frenare il calo demografico delle comunità, agendo, creando, sviluppando progetti che avessero al centro il ‘ritorno’ ai paesi in abbandono e la volontà di combattere per la loro rinascita.
Ma io continuo a immaginare quei soggetti che facevano parte della Rete come punto di riferimento per giovani ed anziani in un territorio che hanno scelto di rivivere o di vivere, per ‘restanza’ o ritorno o adozione, e come modello di vita e di relazioni capaci di indicare prospettive diverse in un mondo tumultuoso e violento. Avanguardie di una diversa vita collettiva, dotate di riferimenti teorici importanti, capaci di segnare un’inversione di rotta nella tendenza del pianeta Terra. Avanguardie umilissime e insieme straordinariamente anticipatrici. In questa prospettiva si pone l’iniziativa di Sambuca Pistoiese che vanta il nome di Rivoluzione appenninica:
«È venuto il tempo di risalire, per allontanare le minacce ambientali, sociali e politiche del nostro tempo. Dalla montagna perduta alla montagna ritrovata, per una nuova centralità dell’Appennino, spina dorsale del Paese».
Tutti gli Appennini sentiranno questa voce come propria. Ed anche le Alpi.
Nelle pagine che seguono ho voluto fornire le tracce di un percorso che, come il sentiero di sassi di Pollicino, attraversa esperienze molto diverse, ma il cui esito costituisce una buona polifonia. Queste pagine caleidoscopiche mostrano segni di nuovi processi in corso sia nella museografia che nel patrimonio culturale che nell’associazionismo delle zone interne. Mostrano la forza che ha la museografia quando si fa parte dei movimenti territoriali e della vita partecipata del pubblico. Ma prima qualche riflessione più generale.
Nel nuovo e straordinario libro di Piercarlo Grimaldi, Il Po mi scusava da mare. Tracce di vita alla ricerca del grande fiume [1], ho trovato il racconto doloroso e drammatico dello stato attuale del fiume da parte di chi lo ha conosciuto e vissuto nel passato e la forte denuncia del disinteresse, del prevalere di egoismi privati e della tendenziale distruzione dell’ecosistema.
Il racconto, che nasce da una esperienza molto formativa di didattica e di ricerca, promossa dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, sui cibi tradizionali lungo il corso del Po, mostra sia la ricchezza delle culture storiche presenti sul fiume che il suo attuale stato di degrado. Leggendo le pagine di Grimaldi, mi è venuto alla mente Trump che alcuni giorni fa dichiarava chiuso il tema ecologico qualificandolo come una “grande bufala”. Avremmo dovuto mostrargli le condizioni in cui versa il fiume e non solo a lui ma anche alla nostra Presidente del Consiglio, per la quale la difesa del territorio è ‘ideologia’ e la trascuratezza di esso è pragmatismo. Non posso che tristemente constatare il grado di cecità e di subordinazione ai processi di uno sviluppo guasto da parte delle classi dirigenti conservatrici. Nell’enciclica Laudato sì, Papa Francesco raccomandava la cura della “casa comune” ma per Trump e la Meloni, pur proclamandosi cattolici, la casa comune è per l’uno una bufala e per l’altra un’ideologia.
Ancora non mi riesce di considerare Trump davvero esistente tanto è contrario a tutta la mia storia, immaginazione, senso della democrazia, dell’universalismo occidentale. Solo i ‘cattivi’ dei fumetti possono essere paragonati a Trump, tanto che spero ardentemente che lui scompaia dalla scena come è successo a Mister Mxyzptlk, un personaggio creato nel 1944 e presente negli albi di Superman. Mxyzptlk è un cattivissimo folletto proveniente dalla Quinta Dimensione, acerrimo nemico di Superman; che ordisce malvagità ai danni degli abitanti di Metropolis. L’unica possibilità per sconfiggerlo consiste nell’indurlo a pronunciare il proprio nome al contrario (Kltpyzxm), facendolo così regredire alla sua quinta dimensione, cosa che riesce a Superman che con un trucco gli fa pronunciare il nome al rovescio e lui sparisce. Così vorrei succedesse a Trump, ma al momento ci manca un Superman adeguato. Pronuncio mentalmente la parola Kltpyzxm sperando che arrivi fino a Trump e che lui finalmente scompaia nella Quinta dimensione. L’atmosfera del trumpismo guasta e corrompe il mondo. E anche noi stessi.
Nazionalismo olimpico
Si sono appena concluse le Olimpiadi invernali e sono rimasto molto colpito che una manifestazione mondiale, nata nello spirito di de Coubertin, sia stata rappresentata come se sulla neve e sui ghiacci fossero presenti solo gli atleti italiani. Nei media non si fa menzione dei norvegesi, che pure sono i primi classificati. Chi ha visto le notizie dai telegiornali e dalla stampa di destra e di sinistra, sa soltanto delle vittorie conquistate degli italiani. In prima pagina le storie delle ‘nostre’ ragazze hanno nascosto quelle possibili di tante ragazze di 95 Paesi del mondo presenti alle gare. Unica eccezione una sciatrice americana raccontata solo perché vittima di un grave incidente e portata in ospedale.
Stupenda nel grigiore generale l’intervista alla pattinatrice Francesca Lollobrigida con il bambino in braccio. Ma anche qui l’Italia prima di tutto. Avevano figli le sciatrici norvegesi? C’era qualche atleta coreano o peruviano? Erano rappresentate 95 nazioni e per la prima volta Benim, Emirati Arabi uniti e Guinea Bissau. Che avranno fatto questi nuovi atleti? Mi sembra un segno di imbarbarimento nazionalista in un campo che dovrebbe essere il più aperto possibile alla conoscenza di altre realtà. Una giornalista, lodando le medaglie conquistate dall’Italia, ha detto testualmente: “onnipotenza italiana”, espressione certamente molto gradita alla Meloni. Il mondo? Scomparso. L’Italia? Solo auto-celebrativa e provinciale. Cito da La Repubblica alcune espressioni del giornalista Maurizio Crosetti: «Le Olimpiadi da 30 e lode (…). Addio monti, ma anche alle pianure milanesi di ghiaccio. Se ne vanno le più grandi Olimpiadi invernali della storia azzurra, quelle dei 10 ori e delle 30 medaglie, del podio complessivo sfiorato (finiamo quarti), delle atlete che dominano una battaglia di genere che non dovrebbe più esistere (ma le discriminazioni invece rimangono, eccome). Olimpiadi della classe stagionata, degli ultratrentenni all’ultima danza, quasi sempre una danza d’oro…».
Queste citazioni sono tratte da La Repubblica, non da La Verità. L’espressione “30 e lode” è una scontata formula retorica da giornalisti privi di immaginazione, così come tutte le declinazioni delle medaglie d’oro. In effetti parlare solo dei successi italiani è più semplice, c’è un grande risparmio di lavoro giornalistico vero, ma non aiuta a conoscere tutto il resto. Questa orgia di auto elogi fa male a tutti coloro che guardano e ascoltano, ma va bene al nostro governo populista e nazionalista. Questo sembra essere il messaggio malato che circola nell’aria del populismo. Ed è il clima che pesa sul mondo dei margini, sempre più trascurato, sempre meno visibile come tutti i luoghi dove ci sono pochi voti da spartire.
È una parola che richiama Ernesto de Martino nella sua opera postuma La fine del mondo, un’opera segnata dalla minaccia atomica, dalle tracce di Hiroshima e Nagasaki, da una crisi della ‘presenza’ degli esseri umani, dal ritorno di movimenti millenaristici. De Martino moriva nel 1965 lasciandoci una eredità di memoria dolorosa sui destini umani. Una “fine del mondo” che ora vedo pericolosamente vicina.
L’appaesamento era per lui un movimento che forniva sicurezza vitale, solidità all’esserci nel mondo, come il campanile di Marcellinara lo era per il contadino che se ne allontanava. Era quella terrestrità della quale i primi astronauti, guardando la terra dall’alto, sentivano nostalgia. Nel testo che qui sotto riporto, sta la poetica delle patrie culturali di De Martino, che nulla ha a che fare con la Patria con la P maiuscola dei nazionalisti.
«… alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col mondo. Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale» [2].
Appaesamento è una parola che torna in uno dei contributi al CIP e che contrassegna anche il senso di tante riflessioni sui musei, sulla ricerca etnografica, sulle iniziative culturali che cercano di ridare vita ai territori. Teniamo il concetto di ‘appaesamento’ come una sorta di ombrello concettuale che accompagna i contributi che leggerete in questo CIP n. 78. Da qui in poi riporto brani dei contributi ordinati secondo una logica che aiuta a coglierne le linee più significative.
Vanno via i ragazzi
a. È ritornata una famiglia dal Nord, da Palermo o da chissà dove in queste «aree marginalizzate e demograficamente rarefatte»: pochi, ma sono ritornati; tuttavia, per queste persone che rientrano, troppi ragazzi vanno via. Nel documento SNAI per la Sicilia, Godrano, Cefalà Diana, Mezzojuso e Campofelice di Fitalia sono definiti paesi periferici; “paese intermedio” è invece Villafrati, che ha sbocco immediato sulla strada statale 121 a scorrimento veloce. Se a Villafrati la situazione del commercio è più florida rispetto a quella degli altri comuni, il “dissanguamento” demografico è però il medesimo: i ragazzi partono e ritornano solo per le feste, se possono, dato che treni, aerei e navi applicano per i migranti interni tariffe vergognosamente alte. Vanno via i ragazzi, si muovono, cercano il presente che troppo spesso chiamiamo futuro per dilazionare, rimandare, parcellizzare il qui e l’ora. (Nicola Grato)
b. È il corpo esanime di una donna migrante. Non è il solo: altri ne sono arrivati dal mare ad Amantea, a Paola, a Pachino tra il 14 e il 21 febbraio di questo nuovo anno appena iniziato. La nave di soccorso civile Mediterranea Saving Humans lo aveva preannunciato nei giorni funesti del passaggio del ciclone Harry: mille migranti dispersi, forse di meno o forse di più. “Scolpitelo nel vostro cuore / stando in casa andando per via / Coricandovi, alzandovi; / Ripetetele ai vostri figli / O vi si sfaccia la casa, / La malattia vi impedisca, / I vostri nati torcano il viso da voi”. Cefalà Diana è un piccolo paese in provincia di Palermo, non distante dalla statale Palermo-Agrigento e vicinissimo al paese di Villafrati, con cui condivide storia, matrimoni, servizi, scuola e territorio, e al paese di Godrano con cui condivide la vista della montagna, Rocca Busambra. Il paese è conosciuto per il castello e le terme arabe ai piedi della collina Chiarastella. A Cefalà Diana vivono poco meno di 1000 persone e da una decina di anni la scuola primaria è costituita da due pluriclassi. Il vecchio grande edificio scolastico, dove ha iniziato ad insegnare mia mamma all’età di 20 anni, è ormai inagibile. Mentre il paese si va spopolando, è stato ritenuto più opportuno costruire un nuovo edificio più piccolo anziché ripristinare il vecchio, che più in cima alla strada si erge ancora con le crepe grosse ai muri e i disegni dei bambini alle finestre.
La seconda pluriclasse, dove insegno, è formata da 13 alunni e comprende una quarta e una quinta; la prima pluriclasse è composta da 15 alunni e unisce bambini di prima, seconda e terza. Durante quest’anno scolastico, a novembre, sono andate via due alunne, trasferite con i genitori in città, a Palermo. In compenso è arrivata un’alunna originaria della Romania: per uno non abbiamo fatto pari; ma il prossimo anno entrerà un solo bambino in prima e ne usciranno 9 per andare alla scuola secondaria di primo grado nella vicina Villafrati. A Cefalà Diana, Mezzojuso, Godrano, Villafrati, Campofelice di Fitalia — i cinque comuni dell’Istituto comprensivo “Beato Don Pino Puglisi” — chiudono le case e le botteghe, chiudono i bar e le aule delle scuole; solo non finisce lo sciacallaggio della politica sul nulla, sul vuoto spinto delle sagre per i turisti. Ora ci chiamano “borghi” per vendere meglio il formaggio — loro pensano — come fossimo in Umbria o in Toscana, nei paesi bandiera arancione, nei borghi ridenti; ma noi siamo i paesi “bandiera bianca” della resa: chiudiamo casa, scuola, bottega e partiamo. — Maestra, anche mio nonno ha fatto come il nonno di Rocco: è partito, è emigrato. – Anche mio zio, maestra! – E mio padre! In Svizzera, in America, a Sassuolo… Il tema dell’emigrazione accomuna tutti. In classe si sono ravvivati gli sguardi: l’argomento è caro e vicino. (Salvina Chetta)
Qualità e quantità
c. La manutenzione del meccanismo guatelliano [3] è un atto di responsabilità culturale: implica la capacità di leggere l’opera come monumento narrativo dedicato agli umili, alla quotidianità, alla dignità delle vite invisibili. È un equilibrio sottile tra conservazione e attualizzazione, tra fedeltà e trasformazione… La museologia tradizionale, spesso didascalica e classificatoria, qui cede il passo a una museologia poetica ed evocativa, che stimola un’interpretazione attiva del visitatore. Questo approccio è profondamente antropologico perché ricontestualizza gli oggetti in un nuovo sistema di significati, non più funzionale (la falce nel campo) ma simbolico e riflessivo (la falce come metafora della fatica, del tempo ciclico, del rapporto con la natura). Il museo diventa così un palinsesto dove leggere la cultura materiale e immateriale… Nell’opera di Ettore Guatelli, in quel luogo in cui “…il tempo diviene spazio”, il ticchettio dell’orologio da taschino ordina gli spazi del museo. In quegli spazi cammina un “orologiaio”, si chiama Gianni Guatelli: custode vero, schietto e fedele all’anima del museo di Ozzano. A lui dedico questo testo. (Mario Turci)
d. Tutti questi musei non nascono entro contesti di razionalità istituzionale e dobbiamo aiutarli a resistere in questa dimensione. Si deve insistere pertanto sui movimenti territoriali quali vera e propria risorsa, forzare le Istituzioni a muoversi entro il flusso di tali movimenti… De Benoist tematizza ampiamente le qualità affettive degli oggetti e il loro potere di trasportare il passato nel presente, di dare ordine al presente del museografo, del museo come marcatore della differenza e delle rivendicazioni di identità molteplici. Per Bindi al di là di dicotomie per certi aspetti fuorvianti, quali una forzata e arbitraria contrapposizione musei/ecomusei, si deve sottolineare con forza come etnografie ed etnografi debbano saper guardare e abitare gli interstizi delle narrazioni che, spesso, innervano politiche e pratiche del patrimonio locale. Inventari, censimenti, schede e mappe sono strumenti ancora assai utili, ma risulta ancor più utile interrogarsi sul ruolo che gli antropologi occupano (o possono occupare) entro gli spazi dell’innovazione sociale e della rigenerazione territoriale, quali frontiere entro le quali operare e rinnovare sguardi e azioni. (Antonio Frenda)
e. Sarebbe bene ritrovare la fiducia che si aveva nel 1975 nell’idea che oggi i musei possano combattere per le nuove agricolture e per riabitare le zone abbandonate. Il museo dovrebbe diventare un deposito di saperi per affrontare problemi attuali, come ad esempio la cura del territorio contro le alluvioni. Porre al centro della riflessione il concetto di trasformazione come parola chiave e sfida cruciale per i musei e il patrimonio culturale. La riflessione sul paesaggio è stata condotta su due livelli: la terra coltivata e la Terra intesa in una dimensione globale. I musei hanno un ruolo attivo nel dialogare con il clima e nel dare concretezza a concetti come la biodiversità. Il convegno [4] ha confermato l’importanza della ricchezza di esperienze e la pluralità di vedute nella museologia demoetnoantropologica, che convergono verso la soddisfazione di esigenze molteplici. I musei di questo settore sono spesso fragili, ma si configurano come centri di dibattito e di interazione, essenziali per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale. Il Museo di Villa Smeraldi [5] ha così rilanciato la sua missione: essere un centro di interazione e scambio proiettato verso il futuro. (“Dal Contado” [6])
f. Un elemento ricorrente delle nostre proposte è quello di «simulare in qualche modo la situazione di campo facendo incontrare i nostri interlocutori, ovvero i testimoni, con il pubblico». Non si tratta solo di aprire le porte a specifici mondi “esotici” per i visitatori, ma di condividere con loro le pratiche stesse dell’etnografia, su cui il museo fonda la sua missione. Valorizzare le esperienze delle persone che nel tempo si sono avvicinate al museo, dapprima come curiose, poi volontarie e, infine, collaboratrici. Si tratta di una scelta politica complessa, che intende mantenere il valore scientifico della ricerca di campo e al contempo aprire l’ambito museale a pratiche dal basso, che possano valorizzare punti di vista nuovi: una partecipazione più democratica, in particolare per enti museali che soffrono della scarsità di personale, offrendo spazi di confronto e di riflessione su questioni attuali. La necessità della ricerca nella contemporaneità è fortemente sentita… è anche la volontà di presentare la ricerca antropologica come una ricerca problematica, che pone all’attenzione dei visitatori esperienze tutt’altro che tranquillizzanti, specialmente se si parla del presente. Questo lavoro apre, altresì, a una domanda fondamentale: senza le forze dei volontari, quali sarebbero state le possibilità per un museo come questo? (Roberto Lazzaroni)
g. Fogli d’autunno è una rassegna di libri, biografie di territori e convivialità che si tiene annualmente a Recanati, una cittadina marchigiana prossima alla costa adriatica ma profondamente legata al passato remoto e recente dei Monti Sibillini. L’iniziativa è promossa da associazioni che, pur operando in ambiti diversi, sono accomunate dall’interesse per le cosiddette aree interne. Da un lato, progetti itineranti che operano nelle terre alte del maceratese affinché le comunità colpite dai terremoti del 2016 possano prendersi cura della propria storia; dall’altro, esperienze nate sulla costa che mirano a ricucire legami tra città, montagna e zone interne, evitando gerarchie territoriali. L’edizione 2025–2026 di Fogli d’autunno ha proposto tematiche diverse: dalle tradizioni popolari alla fruibilità dei cammini per persone con disabilità; dalle pratiche artigianali alle azioni per rianimare paesi e comunità locali. La parola chiave è stata “Appaesamenti”, un concetto che richiama la necessità di trovare modi nuovi di abitare i luoghi. In questo senso appare significativa l’esperienza di Risorse Marche Active Tourism, impegnata nella promozione di un turismo accessibile. La cooperativa ha lavorato alla mappatura di sentieri inclusivi in collaborazione con l’associazione “Free Wheels” e ha presentato il progetto Social Valley (avvio nel 2026), volto a costruire una rete territoriale nelle campagne della Valle del Potenza. (Lidia Massari)
h. La permanenza temporanea, breve e carica di significato, non ricostruisce la densità relazionale del passato. Non permette nemmeno di ricreare le reti di prossimità necessarie al capitale sociale. Le visite avvengono prevalentemente nelle case private, in tempi serrati tra pranzi e saluti. I residenti permanenti vedono in queste ricorrenze un’occasione di temporanea rivitalizzazione, ma la pratica rituale non ricuce le fratture dello spopolamento: le mette in scena, offrendo uno spazio di riconoscimento reciproco tra chi resta e chi ritorna. Più che rigenerare la comunità, ne custodisce la memoria attiva. (Settimio Adriani e Veronica Paris)
i. Ogni dispositivo genera un proprio tipo di vero. Come suggerito da Michel Foucault: «Ogni società ha il suo regime di verità». Il volume di Petrizzo [7] appare come un laboratorio in cui si osserva il passaggio da una vita vissuta a una vita classificata, da un racconto che tenta di spiegarsi a un archivio che lo stabilizza. È in questa tensione permanente tra parola, istituzione e memoria che il libro trova la sua densità analitica. (Giovanni Gugg)
Percorsi
I ‘passi scelti’ qui pubblicati mostrano il senso che avevo proposto all’inizio: ospitare contributi molto diversi ma con zone di contatto e suggerimenti di scambio assai netti. I fenomeni che avvengono sul territorio si connettono alle storie migratorie: si rileggono le vite dei nonni insieme a quelle dei ragazzi che emigrano oggi dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa e dall’America Latina in un mondo comune. E i musei puntano alla relazione e alla qualità, non alla quantità di piedi che attraversano i loro ingressi. Si costruiscono anche come movimenti per la partecipazione e la condivisione del patrimonio locale, che intercettano la domanda contemporanea del territorio, che non hanno più solo lo scopo di aprire le porte ai visitatori, ma di promuovere la cultura e la consapevolezza dei problemi comuni.
In questo senso il museo DEA non si arresta alla sua museograficità ma si spinge verso il gesto etnografico, promuove iniziative, fa educazione e partnership, a volte anche empowerment. Si avvicina così alle missioni dell’associazionismo, cercando di far diventare i testimoni e i volontari ‘antropologi dai piedi scalzi’.
Infine, viviamo in un tempo in cui ricordare come viene costruito lo statuto della veridicità fa parte della resistenza. Coinvolti in discorsi di menzogna, come chiamare terroristi i nemici o quelli che si ritengono tali, o chiamare nazisti i propri vicini di casa cui si fa guerra, trascina in un gioco perverso e alienante. Ogni società ha il suo regime di verità. La società che viviamo ci disorienta, talora perfino mettere a nudo una fake new può essere una fake new. La certezza che la violenza viene ancora dagli Stati Unirti, come ai tempi del Vietnam, ma anche da Israele che ne è diventata un avamposto, e che in questa violenza la Russia di Putin trova spazio per distruggere l’Ucraina, orienta a capire anche le menzogne, i nascondimenti e le subordinazioni al trumpismo del nostro governo nazionalista. Coinvolti in pratiche di menzogna ci addestriamo a contrastare il linguaggio del potere che costruisce i nemici per metterli a tacere.
La poesia ha sempre una voce diversa e oggi leggere le parole di un poeta ucraino Serhiy Zhadan sul ‘pericolo dell’oscurità’ aiuta a collocarsi dentro la scena vissuta della guerra di distruzione russa in Ucraina. Anche lì un mondo distrutto, le bombe per i civili e per le strutture da cui dipende la loro sopravvivenza. Ecco due delle sue dieci tesi
La guerra nel condominio:
Nel mio palazzo di Kharkiv ci sono dieci appartamenti. Al piano terra c’era una scuola di musica, che ha chiuso all’inizio dell’invasione russa su larga scala. Al secondo piano non vive nessuno. Al terzo piano vive un uomo anziano che soltanto dieci anni fa aveva un aspetto piuttosto distinto. Vive da solo. Esce sempre più di rado, fa fatica a salire le scale. Accanto a lui vive una famiglia che si occupa del palazzo e ha la chiave del solaio. Al quarto piano un appartamento è vuoto e nell’altro vive un imprenditore taciturno e solitario, che ha portato via la famiglia. Al quinto piano un appartamento è vuoto, nell’altro vive una famiglia che non è andata da nessuna parte e rimane in casa durante i bombardamenti. Al sesto piano un appartamento è affittato: i proprietari, sono andati da qualche altra parte; nell’altro vivo io. Di solito abbiamo luce, acqua e riscaldamento. Negli ultimi mesi, dopo i bombardamenti, il palazzo si ferma. La luce sparisce, l’acqua sparisce. Nel giro di poche ore il palazzo si raffredda come un animale investito in strada. Insieme a lui gelano i pochi abitanti del palazzo. Poi tutto viene riparato e il palazzo torna in vita. Quest’inverno abbiamo tutti freddo. Le nostre città vengono distrutte: cercano di ucciderle. A volte penso che se si dimenticassero del palazzo e non accendessero la luce, si congelerebbe. Assieme ai suoi abitanti. Si congelerebbe abbastanza in fretta. Diciamo, in un giorno. O due.
Il nuovo anno nel condominio:
A proposito, quali sono i nostri piani per il prossimo anno? Diciamo che i piani più immediati dei miei vicini sono: svernare, resistere fino alla primavera, non congelare nei propri appartamenti. In queste settimane, in cui il paese affronta un’immensa prova di freddo e buio, è diventata intollerabilmente evidente la vulnerabilità dell’essere umano nel mondo moderno – con la sua dipendenza dall’infrastruttura, dai servizi pubblici, dalla temperatura fuori dalla finestra e dalla pace interiore. L’essere umano non nasce per i bombardamenti, per gli allarmi aerei di molte ore, per monitorare le traiettorie dei droni che volano per ucciderlo – per ucciderlo nella sua casa, nel palazzo in cui è nato, cresciuto e ha vissuto tutta la sua vita. La morte per ipotermia nel proprio letto, in una città di un milione di abitanti nell’Europa orientale, non dovrebbe rientrare nei piani di vita di una persona.
Leggete vi prego anche le altre otto tesi: Vedere il futuro dell’Ucraina nel buio | Il Foglio
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Edizioni Effedì, Vercelli, 2025.
[2] De Martino, L’etnologo e il poeta, 1959.
[3] Il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (comune di Collecchio, Parma)
[4] Il convegno Custodire la terra: musei demoetnoantropologici nel mondo contemporaneo, 24 ottobre 2025 dopo 50 anni dal primo convegno nazionale di Museografia agricola, Bologna 1975
[5] È il Museo che negli anni 70 chiamavamo Museo della civiltà contadina di San Marino di Bentivoglio il primo dei nuovi musei nati dal dialogo tra associazioni di ex contadini, studiosi, e architetti capaci di dialogare con gli storici e gli antropologi
[6] La firma Dal Contado sta per Redazione Dal Contado, rivista dell’Istituzione Villa Smeraldi- Museo della Civiltà Contadina
[7] Si tratta di un libro sul banditismo meridionale che dà al recensore anche un riferimento per riflettere sui regimi di verità.
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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