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Antropologia in giallo. Nel Mediterraneo

9791256146314_0_0_0_0_0di Paola Atzeni

L’ultimo libro di Maria Francesca Chiappe Uguale per tutti, edito da Castelvecchi a fine maggio del 2025 è il terzo giallo che l’autrice pubblica con la stessa casa editrice, dopo Non è lei del 2022 e Ostaggio del 2023. Nell’ultimo libro l’autrice porta a suo modo l’antropologia nella letteratura giallistica. Nelle vicende narrate si susseguono delitti e intrighi che avvengono a Cagliari: città mediterranea di bellezze magiche. Il bagliore del suo sole riempie gli occhi. Il brillio del suo mare li cattura. Insieme, le colline e gli stagni verdi fanno dimenticare ogni cupezza, ogni tenebra dei luoghi e dei cuori. In questo splendido paesaggio irrompe una catena di omicidi. Sono quattro delitti di giovani immigrati di origine magrebina. A questi si aggiunge un torbido episodio di violenza sessuale.

Le indagini sono svolte dalla polizia e dai carabinieri. Si cerca un nesso tra i fatti che tarda ad apparire. Luoghi, vicende e protagonisti sono tutti da decifrare. Fra i personaggi si distingue Annalisa Medda, cronista della tv locale. I figli studiano fuori. Vive con il marito un rapporto in crisi. Va molto d’accordo con il suocero. Usa iperbolici tacchi a spillo e il suo fisico attira l’attenzione degli uomini. Annalisa, soprattutto, è una bravissima giornalista. Ha una assistente e amica, Maria. Con lei si distinguono alcune donne. Anche quando non sono vittime, come avviene nel caso della violenza sessuale, sono prese in spirali di dominio che ne calpestano le capacità e l’autonomia. In questo senso, il romanzo può essere letto antropologicamente come una storia di nuovi domini e di inediti assoggettamenti di donne lavoratrici fuori dalla famiglia.

Riguardano in particolare tre protagoniste, tre donne lavoratrici a cui si contrappongono tre antagonisti maschi che sono i loro capi: la giornalista Annalisa Medda, esclusa dalle decisioni del suo caporedattore Antonello; l’ispettrice Teresa Manca, che deve farsi rispettare dal comandante della squadra, Corallo; e Ada Collu, sostituta del procuratore Satta, le cui differenti opinioni procedurali lo disturbano fortemente. Nei luoghi della macchina della giustizia avvengono interessanti processi di soggettivazione da parte delle donne che ne fanno parte in posizioni subordinate. Esse affrontano difficoltà di partecipazione e di dignità per scoprire e capire le verità che si nascondono nelle violenze emergenti. Per loro non sarà facile. La trama del giallo è incentrata sull’indagine. Per quanto riguarda gli spazi, la narrazione alterna gli spazi esterni, dove vengono ritrovati i cadaveri, agli spazi interni della struttura giudiziaria dove, parlando di loro, emergono varie personalità culturali, anche in conflitto.

Il romanzo può essere letto a più strati. La dimensione antropologica, in generale, si situa nell’ordine dei cambiamenti culturali nell’Isola. Riguarda i mutamenti violenti che si verificano nel corso delle immigrazioni, rispetto alle violenze legate alle faide tradizionali. Inoltre, forme di nuova violenza appaiono anche nelle relazioni conflittuali di genere, in ambito interpersonale, professionale e istituzionale. Si colgono nelle relazioni di potere, nelle sue varie forme e gradi gerarchici. Si evidenziano nell’esercizio di varie supremazie inferiorizzanti in cui persone, relazioni e istituzioni, sono in campo. I conflitti di genere risultano apparentemente in seconda linea rispetto agli omicidi, che si presentano vistosamente con caratteristiche razziali. Invece, a ben vedere, le violenze di genere nascoste, sommerse e invisibili, costituiscono la struttura portante del complessivo cambiamento culturale della violenza, ad ampio raggio in Sardegna. Giungono, infatti, fino ad annidarsi in certi comportamenti istituzionali, non solo nella microfisica del potere ma fino a consentire la corruzione crescente e ampliantesi della moderna democrazia, sociale e istituzionale. Gli episodi, in cui le tre donne agiscono per affermare il diritto a un pieno riconoscimento delle capacità personali e professionali, sono in realtà una costellazione di fatti che accompagna, nel versante delle indagini sui delitti, il rovescio della giustizia e dell’informazione che si inveleniscono. Una crepa di violenza che non è solo di genere, ma assai di più.

9788807886546_0_0_536_0_75Veniamo ai fatti

Sulla spiaggia di Giorgino, luogo che viveva un veloce declino presto diventato abbandono (Povinelli E. 2011) dove i ragazzini vanno a pagamento con uomini adulti, su un gommone viene trovato il cadavere di un ragazzo dalla pelle scura. L’autrice introduce con il primo delitto il problema dell’immigrazione. L’isola, fin dall’incipit, non appare come terra di omicidi frutto di violenze e vendette storiche, contemplate in una dinamica di tradizionali valori culturali locali. Appare come uno scenario di nuovi fatti, di nuove relazioni e di nuovi protagonisti in difficili rapporti con gli altri e con la propria vita. La Sardegna è il campo di un nuovo e difficile poter vivere, di nuovi e precari poteri di vita (Foucault M. 2004 e 2012). Annalisa la giornalista della tv locale si precipita a Giorgino, dove è stato trovato un cadavere. I carabinieri sono arrivati per primi. Il comandante della Mobilele dice che è morto un negro, giovane, forse di quelli arrivati coi barchini. Annalisa nota la g, che fa del nero un negro con un insulto. Così appare il primo indizio di latente razzismo.

In questura, Emanuela piange denunciando la scomparsa del suo ragazzo, Idrissa, un giovane senegalese laureato in economia. Abitava vicino a monte Urpinu con altri ragazzi del suo paese, cugini. Si manteneva facendo il cameriere in un locale della Marina, in via Napoli. Non aveva litigato con nessuno, però trovava bigliettini sul parabrezza della sua vecchia Panda. Dicevano in sardo: «Lasciala». Ne aveva ricevuto una ventina ed era stato ammazzato di botte e il suo corpo era stato abbandonato a Monte Urpinu. Sulla sua morte indaga l’ispettrice Teresa Manca. Emergono fenomeni di razzismo in ambiti intimi, lacerano relazioni e affetti familiari nel cuore dell’Isola. Era accoglienza? Era integrazione? Il racconto semina dubbi. Idrissa era un ragazzo d’oro, sempre sorridente, cordiale e gentile, secondo il ristoratore per cui lavorava. Il ristoratore spiega perché sceglie lavoratori stranieri. Offre, in breve, un efficace quadro generale di riferimento. È sempre più difficile trovare ragazzi che vogliano lavorare nella ristorazione. Gli immigrati sono più disponibili, hanno voglia di fare, devono mantenersi. Alcuni hanno bisogno del permesso di soggiorno, devono avere un lavoro regolare. 

La verità sul lavoro degli stranieri fonde le disponibilità personali con le vincolanti necessità di un prescritto lavoro stabile. Tali vincoli inducono gli immigrati, in tutta evidenza, a sottomettersi a condizioni decisamente sfavorevoli, non accettate dai lavoratori locali (Bachis F. 2006). Gli stranieri cooperano e si sottomettono a condizioni di ineguaglianza rispetto ai residenti, in un clima di razzismo che va diffondendosi. Se ne discute nel corso di una riunione in questura. Nel corso dell’incontro si passa dalle sottomissioni dovute a relazioni razziste a quelle operanti nelle relazioni di genere. Emergono nei dialoghi interni della squadra della polizia. Funzionano in ambiti gerarchici e lavorativi: il comandante Corallo giunge a rimproverare Teresa, affermando che una buona poliziotta non deve farsi travolgere dai sentimenti. L’ispettrice, però, non consente a nessuno, neanche al suo superiore, di trattarla come una scolaretta che deve sottoporsi a un esame per ogni passaggio delle indagini. Fa parte della squadra, ha conquistato il suo ruolo sul campo. Se non va bene è pronta a chiedere il trasferimento. Teresa agisce verbalmente. Sostiene per sé, e per altre e per altri, relazioni di cooperazione senza sottomissione. Si tratta di un tema di vasta portata. Nel libro la vicenda è riferita alle relazioni lavorative faccia a faccia, negli studi antropologici riguarda al massimo grado i rapporti fra etnie e Stati (Richland J. B. 2021).

9780226608761Dopo due morti africani nella città sorgono le proteste di piazza con striscioni: aiutiamoli a casa loro, fuori-fuori-fuori. Benché fossero due vittime nei dibattiti televisivi, i due morti sono trattati alla stregua di delinquenti, come se la loro semplice presenza sia stata la causa di quello che era successo: la città già deve affrontare i criminali locali, non aveva bisogno di quelli d’importazione. Da Castello, con le proteste razziste che prendono parola e spazio urbano, si vede la cartolina del mare. Il mare della American’s Cup.

Il ritrovamento di un terzo corpo, il secondo ammazzato a Giorgino, aumenta le tensioni. Si chiama Annaba e ha 25 anni. Algerino, sembra regolare. Sempre vicino al mare, fra i ruderi abbandonati di Giorgino si risveglia Ambra, una ragazza della Marmilla che la sera prima era andata a una festa in via Milano, una zona bene della città. La festa della comunità tradizionale paesana non è in città (Gallini 1971), non è in questa città. Qui, mentre si offre da bere, si somministra nascostamente. Si propina. C’è chi propina e chi subisce, nell’ignoranza della situazione. C’è chi domina e chi è dominato, con varie conseguenze, fino allo stupro e alla sua diffusione in chat, che coinvolge anche il nipote del procuratore della Repubblica. La tendenza all’assoggettamento interpersonale si amplia. La vittima dell’inferiorizzazione è sempre più assoggettata in varie scale di relazioni, nel sistema sociale. Un profilo di particolari assoggettamenti emerge infine nella stessa indagine, durante le riunioni che avvengono negli uffici, nella spettacolarizzazione della sofferenza.

Nella redazione giornalistica il dibattito è acceso sulla notizia di apertura: vale di più il nuovo delitto di Giorgino oppure l’intervista alle coinquiline della ragazza violentata, che non ricorda nulla dopo la festa di via Milano? Il direttore decide che il giornale avrebbe aperto con la ragazza trovata a Giorgino, subito dopo avrebbe parlato del secondo omicidio in spiaggia e ci sarebbe anche un servizio sul senegalese trovato a Monte Urpinu. Il racconto di questa riunione si regge su due piani. Nella scelta di un ordine di priorità, e di una esplicita graduatoria d’importanza per l’apertura del giornale, si confrontano due elementi: la violenza dello stupro, che permane in una vita devastata, con quella dell’omicidio che distrugge la vita naturale. Sono in gioco anche altri valori. Una donna e un uomo. Una persona locale e uno straniero. Una persona di pelle bianca e una di pelle nera. Il piano del potere in cui si realizzano le scelte, invece, è esclusivamente maschile, androcentrico. Le donne sono escluse. È un filo di umanità spezzata in cui la parte delle donne è relegata in un difficile spazio esterno alle decisioni, nei limiti delle loro posizioni e azioni, sottoposte ad assoggettamento.

Agire nella sottomissione senza restarne schiacciate è difficile. Di volta in volta è necessario trovare modo per stare, contemporaneamente nelle sottomissioni, dentro e fuori. Un modo creativo, inventato e realizzato forzando ciò che si riesce a rendere possibile nell’impossibile (Ingold 2015). Un modo sovversivo in cui chi è assoggettata può diventare soggetto di decisione, mentre nel contempo è oggetto di decisione altrui. In questo dramma di liberazione umana nelle violenze subite, molte donne si cimentano continuamente. Fanno umanità nei minuti conflitti quotidiani familiari e sociali. Forse certe donne serbano negli occhi immagini di altre guerre. Di altre donne che nulla possono. Forse gettano così qualche ponte di pace nell’altra riva del Mediterraneo. Con precari mattoni di ideali che non riescono a sotterrare le sottomissioni armate. Il Mediterraneo rimane un mare bello e tragico, li dolore e di lutto. Nuova violenza tocca la Sardegna e la cambia. In Sardegna cambia la violenza. La violenza tradizionale delle vendette locali si affianca a una violenza moderna, urbana, industriale: si producono armi che giungono in Israele e uccidono in Palestina.

81ns26rg7hl-_ac_uf10001000_ql80_Il libro non parla di guerra. Eppure ne risuona, senza una complessiva apocalisse culturale (de Martino 1977). Come se le bombe di certe guerre si rinfrangessero in frammenti che giungono a piantarsi lontano negli spazi e nei tempi molecolari della vita quotidiana amplificandone i rischi (Douglas M. 1990, 1991, 1993). Con violenze seminate a lungo raggio. Violenze di varia qualità e intensità. Violenze conficcate in ogni fragilità, in ogni debolezza del poter vivere. Senza colpe né sentenze su debolezze, naturali o sociali, di salute o di povertà. La Sardegna cambia. Il tradizionale tessuto comunitario, a piccola scala locale, quando non si è indebolito si è ulteriormente ristretto. I paesi si sono fatti più piccoli. Si sono fatti più chiusi. Sono di nuovo e ancor più ripiegati nelle famiglie, dove e quando resistono. Il libro non parla di guerre, eppure ne risuona fortemente quando parla di migranti, ogni volta che ne spunta uno o una. La temporalità dell’Isola appare toccata da venti di guerre. Continuano a soffiare nel Mediterraneo calmo e bello da contemplare.

Il quarto morto è il terzo cadavere trovato a Giorgino. È algerino. Si chiama Omar, ha 25 anni. Massacrato di botte, con calci, pugni, spranghe, di tutto. Dev’essere stata una cosa tremenda. Deve aver sofferto moltissimo. Aggredito da molti. Ricorda il delitto Pasolini. Tre giovani di origine africana trovati morti a Giorgino. Uguale modalità dei delitti, comuni passaporti falsi. Se si tratta del gruppo sbarcato con il gommone, li stanno punendo per il fatto di essere arrivati lì. Parevano delitti razzisti. Quattro omicidi, aveva rimarcato l’ispettrice Teresa Manca.

Lascerò nel buio i legami fra questi delitti e i loro caratteri di violenza, come si conviene al rispetto di un giallo. Forse basta dire poco e sobriamente su come il razzismo si rivela attraverso il libro. Si manifesta nei cortei razzisti e nelle loro parole. Ha luogo e parole esprimendosi nei dialoghi del personale d’indagine poliziesca, come in quello del giornalismo d’indagine. Pare diventare noto e pervasivo come razzismo della quotidianità, in una città che si offre turisticamente accogliente. Palesa peculiari fragilità di vita delle persone immigrate. Svela anche altri ambiti di violenze, specialmente di genere, che si sviluppano nelle stanze del potere giudiziario dove il procuratore Satta deve indagare un crimine nel quale è coinvolto il nipote.

La sequenza delle scene e dei dialoghi offre spazi e modi differenti di esercizio del potere, in cui certe discrezionalità possono dar luogo a opportunismi non del tutto leciti. Qui non vale il tradizionale familismo amorale (Banfied E. C. 1958, Pinna L. 1971). Non vale principalmente la difesa del proprio nome insieme a quello della famiglia. Vale soprattutto il potere personale, e vale in proprietà esclusiva. Potere di poter allargare la propria discrezionalità oltre le regole. Si muove nelle incoerenze fra la dubbiosa intimità che diventa legittimante certezza, esibita nel dialogo interpersonale. Incoerenze per una giustizia giusta, interpretate dal procuratore Satta con impropri poteri. Tra la verità delle prove e le verità dei fatti egli apre una ferita che colpisce la giustizia proprio nella primaria funzione del suo ufficio: promuovere l’azione penale. L’autrice conduce chi legge in una zona d’ombra che riguarda l’antropologia delle istituzioni, incorporata nelle pratiche e nelle relazioni quotidiane di varie autorità pubbliche nella macchina della giustizia (Douglas M. 1986). Svela in tal modo una possibile dimensione nascosta non solo d’ingiustizia, ma anche di ingiusti e ineguaglianti assoggettamenti. Riguardano una donna stuprata. Attraversano l’universalità dei diritti. Secoli di parole scritte nelle carte. E di ferite celate nei corpi assoggettati.

Nella riunione delle forze d’indagine con il procuratore Satta per valutare le connessioni fra i vari crimini, egli appare stizzito, interviene con tono tagliente, quasi tendesse a smontare quegli indizi. La controversia non è solo semantica. È anche procedurale. Ed è soprattutto di potere. Un potere istituzionale che contiene molte pieghe (Deleuze G. e Guattari F. 2003), anche familiari, personali, private.

Accanto alle identità fissiste, attribuite agli immigrati e alle donne che denunciano gli stupri, si incontrano nel racconto identità in divenire, ancora mobili e non concluse in compiutezze definitive. L’approccio dell’autrice alle identità aperte, come quello del loro capovolgimento nel corso delle relazioni di potere che trasformano i soggetti in assoggettati, è uno degli aspetti antropologici più preziosi del suo racconto. Se ne trovano tracce in non pochi autori (Clifford J. 1988; Appadurai A. 1996; Hannerz U. 1996; Geertz C. 2000; Hall S. 2006, 2006, 2015). Appare difficile per le donne denunciare verità che contrastano i potenti, come negli stupri, con il coraggio della parresìa (Foucault 2011). Oppure stare accanto a un immigrato, come accadeva a Emanuela, la fidanzata di Idrissa che aveva ricevuto minacce su Instagram. Tuttavia, proprio nelle dimensioni discorsive e performative si affermano le personalità culturali mobili e innovative delle donne protagoniste, capaci di mutare le relazioni di sottomissione e sé stesse (Butler J. 2013).

Il racconto si chiude con una dichiarazione di morte della giustizia. La giustizia nel racconto ha attraversato fragilità umane e crisi esistenziali (de Martino E. 1977). Ha seguito percorsi di conoscenza e itinerari di violenze (Arendt H. 2006, Benjamin W. 1962, Dei F. 2005, Heritier F. 1997). Ha portato alla luce relazioni cooperanti e conflitti. Il racconto ha congiunto esperienze che, in modi vari, marcano condizioni e relazioni umane nella letteratura antropologica. Riguardano le esperienze del produrre umanità (Ingold T. 2015, Serres M. 2001), le relazioni inferiorizzanti (Foucault 2005, 2011, 2014) o cooperanti senza sottomissioni (Richland J. B. 2021). Umanizzazioni e disumanizzazioni attraversano relazioni e produzioni culturali, riconoscimenti e disconoscimenti di soggetti umani (Honneth A. 1992), sia come agenti e sia come oggetti di assoggettamento, come soggetti assoggettanti e come soggetti assoggettati. Includono le apocalissi culturali con il crollo di valori condivisi, con le crisi collettive e individuali. Tuttavia, i luoghi di polizia non sono solo luoghi di potere, ma anche di speciali solidarietà. L’ispettrice Teresa Manca, per esempio, abbraccia Emanuela, fidanzata di Idrissi, sciogliendone il pianto mentre afferma che la sua morte non è giusta perché siamo tutti uguali. I luoghi della polizia sono anche luoghi di soggettivazioni, in cui si afferma il proprio sé (Deleuze G. 2020) e anche la propria stima di sé (Honneth A. 2002).

images-1Non posso indugiare su numerose e pregevoli parti del libro che offrono immagini di bei luoghi di vita, di buoni cibi, di belle parole che insieme fanno località, fanno mondi e mondo. Le lascio alla bella lettura di ogni persona. Servono per colorare le oscurità del presente, per aprirne le angustie, per temperarne le grida, per lenirne i dolori, per rendere assai gradevole la lettura. La scrittura non è piatta, né unilineare. Appare per schizzi d’acqua che s’illuminano nell’aria e tornano al mare della narrazione.

In generale, come si è già detto, emergono in questo libro pratiche, modelli, valori di nuova violenza quotidiana in Sardegna. Riguardano interpersonali modi minuti di inferiorizzazione-sopraffazione (Heritier F. 1996) che motivano i rapporti di genere e generazionali. Tali rapporti nell’Isola si situano in acquiescente convivenza con la violenza bellica instaurata, circoscritta e occultata, nelle basi militari oltreché esportata dalla fabbrica locale di armi (Esu A. 2024). Ciò accade mentre appare attenuata la violenza sociale tradizionale. Tale violenza tradizionale era stata governata entro i limiti dello stesso codice barbaricino (Pigliaru A. 2000) con il suo rispetto verso i deboli, come le donne e i bambini. Successivamente era stata limitata dal codice culturale dell’autonomismo operaio che privilegiava personali scelte valutative e selettive. Nelle amicizie e negli schieramenti scelte autonome selettive potevano intervenire di volta in volta per ponderare la partecipazione a collettive azioni aggressive e a reazioni di vendetta, come accadeva a Gadoni e nei vicini territori popolati da persone impegnate nell’attività mineraria (Atzeni P. 2007).

La nuova violenza che si afferma con le immigrazioni nell’Isola trae configurazioni o rafforzamenti da modelli operativi e culturali globali, come il razzismo, anche quando nasce da disagi personali o da emarginazioni spaziali e sociali prettamente locali, come l’immigrazione clandestina. Mentre impallidiscono e si attenuano elementi culturali di violenza tradizionale, si affermano pratiche e valori che contribuiscono a rafforzare elementi di nuove violenze. Riguardano conflitti molecolari di poteri di assoggettamento e di sopraffazioni assoggettanti in cui la violenza ha una funzione fondante, perfino vitale o mortale. La violenza, oltre che abuso dell’uso delle regole nell’esercizio di potere, è un ingrediente potente nella guerra per la sottomissione dell’altro e nelle relazioni di forza interpersonali in atto. Persegue il dominio su altri, in una guerra senza armi belliche, ma di assoggettamento corpo a corpo. Produce sicurezza di vita sicura o agiata per chi l’instaura. Diventa facilmente popolare. Assume in certi ambiti di potere una configurazione senza veli, perfino un’aura di successo vincente, fino a diventare cardine di leciti repertori quotidiani legittimati dalla posizione elitaria, nella Sardegna che muta nei cambiamenti della contemporaneità globale.

Ciò accade con certi ostacoli. Nella Sardegna che cambia nuove controversie, verbali e relazionali, chiamano in causa la giustizia stessa. Si estendono da ambiti privati e professionali della microfisica dei poteri a cruciali ambiti istituzionali. Sono quadri d’epoca di rapporti bellicosi. Principali protagoniste contro l’assoggettamento e il dominio maschilista di genere sono nel racconto donne lavoratrici. In tale guerra di dominio sociale e politico le donne possono ripoliticizzare il mondo (Fassin D. 2023). Possono perfino spingere l’Isola verso un mare di uguaglianza (Piketty T. e Sandel M. J. 2025). Perciò la scrittura creativa dell’autrice rimane allegra. Anche dove le aspirazioni diventano aspri conflitti di potere per una nuova democrazia, materializzata nelle relazioni quotidiane, di genere e non solo. Anche dove le minute violenze quotidiane richiamano quelle enormi delle guerre armate, con nuove risonanze antropologiche. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Paola Atzeni, è stata la prima docente in Italia di Storia della Cultura Materiale, cattedra istituita nel 1986 nell’Università Cagliari. Ha condotto le sue ricerche principalmente nelle dinamiche delle tecnologie e delle ontologie, indagando nel campo dei poteri e mettendo in vista anche il ruolo delle donne nell’esperienza della modernità mineraria. Nei tradizionali mondi agro-pastorali ha continuato a spostare l’attenzione su moderni processi di cambiamento in cui emergevano fenomeni di soggettivazione di genere, individuale e di gruppo, Fra i suoi lavori: 2007, Tra il dire e il fare. Cultura materiale della gente di miniera in Sardegna, Cagliari, CUEC, (1^ ed. 1988); 2017, Saper vivere. Antropologia mineraria della Sardegna nell’Antropocene, 2017, Saper vivere nel Gerrei minerario della globalizzazione, in Aa.Vv., Miniere e minatori nelle terre del Gerrei, Villanova Monteleone, Soter editrice; 2018, La cultura dei minatori delle Alpi. Una svolta negli studi antropologici italiani?, in «Lares», n. 2, maggio-agosto; 2022, Corpi Gesti Stili. Saper fare e saper vivere di donne eccellenti nella Sardegna rurale, Nuoro, Ilisso Edizioni.

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