
Antonello da Messina, Crocifissione, anni ’50 del XV sec., Sibiu, Museul Național Brukenthal (Wikimedia Commons)
di Giuseppe Mandalà
Che Antonello sia stato intimamente legato alla sua città, Messina, è un dato storico indubitabile, un fatto che trova riscontro nelle firme del pittore stesso (Antonellus messaneus), ma anche nelle sue opere, come ad esempio la Crocifissione del museo di Sibiu in Romania, dove sullo sfondo del Calvario troviamo una lunga teoria di monaci della regola di san Basilio percorrere la lingua del Faro, la falce lunata che ancora oggi chiude il porto di Messina, su cui si ergeva il monastero del Santissimo Salvatore, voluto da re Ruggero a capo della sua Chiesa greca di Sicilia e Calabria (Tramontana 1999; Tranchina 2023: 49-51).
Il recente, e senza ombra di dubbio benemerito, acquisto da parte del nostro Ministero della Cultura di una delle non molte reliquie del pittore siciliano (una quarantina in tutto) impone qualche riflessione su questo legame, una relazione, a tratti pericolosa, che non deve essere sottovalutata.
La tavola in questione raffigura su un lato un Cristo sofferente, un Ecce homo, e nell’altro un san Girolamo penitente, genuflesso in un paesaggio scabro e sullo sfondo un braccio mare con, forse, la rocca di Scilla, temi entrambi rappresentati nel magro repertorio di Antonello (si ricordi, ad esempio, l’Ecce homo di Palazzo Spinola a Genova). Le dimensioni della tavola sono ridotte, – si tratta di soli 19,5 x 14 cm –, ma assolutamente significative. Come nel caso del ritratto di ignoto del Museo Mandralisca di Cefalù, che una tradizione vorrebbe sfregiato negli occhi dalla figlia dello speziale ne deteneva il possesso nell’isola di Lipari, – a motivo del fatto che la fanciulla ne subiva la malìa e non riusciva a sostenerne lo sguardo –, così anche il nuovo acquisto presente degli evidenti segni dell’intenso rapporto avuto con i suoi precedenti proprietari.
![Antonello da Messina, Ecce homo [recto] anni ’60 del XV sec., New York, già Collezione privata, recentemente acquisito dal Ministero della Cultura (foto Wikimedia Commons)](https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2026/02/Fig.-2-209x300.jpg)
Antonello da Messina, Ecce homo [recto] anni ’60 del XV sec., New York, già Collezione privata, recentemente acquisito dal Ministero della Cultura (Wikimedia Commons)
Nella consunzione di questa piccola tavola opistografa, cioè dipinta sui due lati, è stato già rintracciato un elemento nuovo e importante dalla critica (Fiorella Sricchia Santoro), ossia l’arrivo dalle Fiandre di una “devozione moderna” (devotio moderna) nei confronti di piccole immagini di culto (Lucco 2007: 82-85). A questa osservazione, certamente pertinente, aggiungerei che tale devozione non poteva che trovare un humus favorevole a Messina, città “greca” per eccellenza. Il Medioevo greco-bizantino conosce una devozione per le icone, le immagini devozionali, in particolare quelle di grandi dimensioni trovano spazio pubblico, mentre quelle di piccolo formato hanno una loro devozione particolare nella sfera privata, soprattutto. Ancora per tutto il Quattrocento Messina è una città, ricca e fiorente, dove inizia l’Umanesimo e dove è presente una importante comunità greca, formatasi in Sicilia in tempi remoti, ed estintasi praticamente solo con il terremoto del 1908 (Immagine e scrittura 2013; Macris 2024).
![Antonello da Messina, San Girolamo [verso] anni ’60 del XV sec., New York, già Collezione privata, recentemente acquisito dal Ministero della Cultura (foto Sothebys)](https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2026/02/Fig.-3-228x300.png)
Antonello da Messina, San Girolamo [verso] anni ’60 del XV sec., New York, già Collezione privata, recentemente acquisito dal Ministero della Cultura (@ Sothebys)
Ma accennavo a una relazione forte tra Antonello e l’Isola che va oltre il dato biografico in sé. Tra il 1946 e il 1953 la Sicilia getta le basi per quella che oggi è la sua amministrazione autonoma dei Beni Culturali (idea avveratasi solo nel ’77 alla luce dello scorporo nazionale dei Beni Culturali dal ministero della Pubblica Istruzione), un’eccezione nel panorama italiano che permette all’Isola di gestire direttamente il proprio immenso patrimonio. Conclusione politica di questa prima fase dell’operazione culturale può essere considerata la mostra “Antonello da Messina e la pittura del ’400 in Sicilia”, allestita dal celebre architetto Carlo Scarpa a Messina, nel Palazzo Zanca, dal 30 marzo al 30 giugno 1953 (Iannello 2014), un evento che è rimasto negli annali per il suo valore scientifico e museografico, e che ha indubbiamente consacrato Antonello come genio identitario siciliano, al pari di Leonardo a Firenze e Milano, o Raffaello a Roma.

Antonello da Messina, Ecce homo, 1470 ca.; Genova, Galleria nazionale di Palazzo Spinola (ph. G. Mandalà)
Insomma nel gioco della Nation building dell’Isola del secondo dopoguerra Antonello ha certamente una posizione egemone, – perfettamente meritata –, ma a ragione possiamo definire il fenomeno una costruzione identitaria, che si è spinta fino al punto di associare alle opere del maestro messinese emozioni, stati d’animo, considerati tipici dello spirito della Sicilia, – di quella sicilianità o sicilitudine che dir si voglia –, primo fra tutti una supposta “mafiosità”.
Riguardo al ritratto del Mandralisca, nel suo saggio L’ordine delle somiglianze (1967) Leonardo Sciascia descrive il sorriso del personaggio come enigmatico e beffardo, suggerendo che somigli a varie figure tipicamente siciliane, tra cui il nobile, il contadino, il deputato e, non ultimo, il mafioso. L’espressione del ritratto è spesso definita ironica, pungente o beffarda, interpretata come il simbolo di una doppia verità, di un segreto o di una sfida psicologica lanciata allo spettatore.

Antonello da Messina, Ecce homo; particolare della firma in cartiglio: Antonellus messaneus / Me pinxit; Genova, Galleria nazionale di Palazzo Spinola (ph. G. Mandalà)
In alcune interpretazioni popolari e critiche, il sorriso è descritto come un “ghigno” o una “mezza smorfia”, capace di indurre una sensazione di disagio o di sfida: a chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca? Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente somiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile (Sciascia 2019: 1123; Caggegi, Rizzarelli, Scattina 2013).
Anche Vincenzo Consolo si è occupato del dipinto di Cefalù, e nel suo romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), ambientato nel Risorgimento siciliano, lo evoca per indicare le ambiguità e le contraddizioni della Sicilia:
«Apparve la figura d’un uomo a mezzo busto. Da un fondo verde cupo, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione, balzava avanti il viso luminoso. Un indumento scuro staccava il chiaro del forte collo dal busto e un copricapo a calotta, del colore del vestito, tagliava a mezzo la fronte. L’uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza, s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell’uso ininterrotto. L’ombra sul volto di una barba di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta, snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si stendevano in un sorriso. Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. Al di qua del lieve sorriso, quel volto sarebbe caduto nella distensione pesante della serietà e della cupezza, sull’orlo dell’astratta assenza per dolore, al di là, si sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini. Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi parte essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio» (Consolo 1976: 20)
Certamente oggi sappiamo, grazie a recenti proposte, che l’ignoto non era un anonimo marinaio, ma probabilmente Francesco Vitale da Noja, precettore, segretario e ambasciatore di Ferdinando il Cattolico, e poi vescovo di Cefalù tra 1484 e 1492 (Varzi, Dell’Aira 2017).
Anche per quanto riguarda il Cristo recentemente acquisito è stata evocata la “mafiosità”; l’opera è attribuita per la prima volta al maestro messinese nel 1981 da Federico Zeri, in una comunicazione pubblicata poi nel 1987. L’illustre critico descrive la smorfia, – evidentemente di dolore –, nella espressione del Cristo paragonandola a quella di un mafioso, un commento che ha generato discussioni e curiosità sull’opera: «il Cristo assume, con questa smorfia, addirittura un aspetto che oggi si definirebbe mafioso. È un’opera giovanile ancora ignota alla letteratura artistica» (Zeri 1987: 26-28).
Insomma, rintracciare dietro un sorriso, o un’espressione, una emozione del presente è sempre scivoloso. È come se dietro l’enigmatico sorriso delle statue greche del periodo arcaico ricercassimo le origini dell’arroganza mafiosa… e a questo punto, certamente, Monna Lisa, diventerebbe una signora di Cosa Nostra!
Arroganza, superbia, spesso unite alla violenza e alla delinquenza, sono certamente sentimenti genericamente umani. L’opera d’arte a volte ce li trasmette deliberatamente, a volte ce li riflette, esattamente come in uno specchio. Se proprio volessimo trovarne uno in questo Cristo patiens, cioè che patisce, e in un certo senso anche che pazienta, ci vedrei la sofferenza di tanti siciliani, ieri come oggi, dalla cronaca di una frana annunciata come quella di Niscemi all’(im)prevedibile ciclone che si è abbattuto inesorabilmente sulla Sicilia, specie quella orientale.

Testa di kouros (marmo pario, VI sec.), da Lentini, già Collezione Biscari, Catania, Polo museale Santa Chiara (ph. G. Mandalà)
Cosa fare quindi per rinnovare il rapporto tra Antonello e Messina? Evocare diffusamente un impossibile trasferimento del quadro recentemente acquisito nel Museo regionale di Messina dedicato alla grande Maria Accascina, o più genericamente in una delle sedi regionali della sua patria siciliana? Purtroppo, anche volendolo fortemente, non sarebbe possibile, l’autonomia in materia di beni culturali fa sì che il quadro sia destinato a un museo nazionale, dura lex sed lex (Lojacono, Lupo 1986). Come a suo tempo fu per i bronzi di Riace (Himmelmann 1981; Paoletti, Settis 2015), la possibilità che l’opera venga esposta nei maggiori musei italiani è sicuramente una ottima idea, ma questa operazione può avvenire per un periodo di tempo circoscritto, dopo il quale l’Ecce homo dovrà trovare una sua collocazione più o meno stabile, a meno di non trasformarsi in una Madonna pellegrina, una specie di feticcio identitario in cerca di collocazione.
Certamente una soluzione viabile, la più meridionalistica possibile, è quella ventilata del Museo nazionale di Capodimonte a Napoli. A Messina c’è sicuramente ancora spazio per fare, ad esempio riscattare dall’incuria e dall’abbandono le rovine della chiesa di Santa Maria di Gesù Superiore, nella cui cripta Antonello decise di farsi seppellire, come indica esplicitamente il suo testamento (1479). Ma questa è un’altra storia… ancora una volta siciliana, certamente.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Riferimenti bibliografici
Caggegi G., Rizzarelli M., Scattina S., a cura di, (2013), «Considerazioni sul mondo visibile». L’alfabeto della pittura di Leonardo Sciascia, «Arabeschi», I, 1, gennaio-giugno: 227-274 (http://www.arabeschi.it/alfabeto-della-pittura-leonardo-sciascia/).
Consolo V. (1976), Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino, Einaudi.
Himmelmann N. (1981), Utopia del passato. Archeologia e cultura moderna, introduzione di Salvatore Settis, Bari, De Donato.
Iannello M. (2014), Antonello da Messina e la pittura del ’400 in Sicilia nell’allestimento di Carlo Scarpa e Roberto Calandra, «Lexicon. Storia e architettura in Sicilia e nel Mediterraneo» 19: 54-64.
Immagine e scrittura (2013). Presenza greca a Messina dal Medioevo all’età moderna. Catalogo della Mostra tenuta a Palermo nel 2013, Palermo, Fondazione Federico II.
Lojacono G. e Lupo A. (1986), L’amministrazione dei beni culturali. Con particolare riferimento alla Regione siciliana, Palermo, Dharba.
Lucco M., a cura di, (2007), Antonello da Messina. L’opera completa, con il coordinamento scientifico di G. C. F. Villa, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale.
Macris D. (2024), I Greci di Messina. Storia e cronache dei Greci messinesi dall’VIII al XXI secolo, Messina, Comunità ellenica dello Stretto, Di Nicolò.
Paoletti M., e Settis S., a cura di, (2015), Sul buono e sul cattivo uso dei bronzi di Riace, Roma, Donzelli.
Sciascia L. (2019), L’ordine delle somiglianze (1967), in P. Squillacioti, a cura di, Opere II, tomo II Volume II: Inquisizioni – Memorie – Saggi, Tomo II: Saggi letterari, storici e civili, Milano, Adelphi: 1121-1127.
Tramontana S. (1999), Antonello e la sua città, Palermo, Sellerio.
Tranchina A. (2023), Monaci sullo Stretto. Architettura e grecità medievale tra Calabria e Sicilia, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale.
Varzi S. e S., Dell’Aira A. (2017), Sfidando l’Ignoto. Antonello e l’enigma di Cefalù, Palermo, Torri del Vento Edizioni.
Zeri F. (1987), Dietro l’immagine. Conversazioni sull’arte di leggere l’arte, redazione a cura di L. Ripa di Meana, Milano, Longanesi.
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Giuseppe Mandalà, professore associato di Storia dei Paesi islamici presso l’Università Statale di Milano, insegna Storia culturale del Mediterraneo. È specializzato nella storia intellettuale e nella trasmissione culturale dei testi, nonché nello studio dei loro processi di produzione, diffusione e ricezione. Ha pubblicato diversi studi in una prospettiva transculturale, con particolare attenzione alla Sicilia e al Mediterraneo; ha diretto e partecipato a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali.
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