di Antonina Ferruzza Marchetta
Premessa
Come chiarito da diversi autori – tra cui Massimo Recalcati – è possibile dichiarare che l’anoressia rappresenti ineludibilmente la ‘malattia’ del nostro secolo. Corpi snelli, diafani, al limite dell’inverosimile, pullulano nelle pagine del web – tra un tik tok e l’altro, uno ‘scrolling’ di instagram e la foto successiva, un post di facebook e un video di pinterest. Ma cosa soggiace a questo disagio della contemporaneità? Quali sono le ragioni socio-culturali che lo promuovono tanto ostentatamente, al punto da de-patologizzare e sottovalutare la sua sofferenza intrinseca?
Partiremo da queste domande di matrice antropologica e sociologica, per proseguire con un’analisi intorno alla sua eziopatologia – secondo la cornice della psichiatria psicodinamica –, per terminare con una discussione circa il rapporto simbolico ruotante attorno alla diade cibo-corpo e all’immagine legata al corpo magro.
Sullo sfondo di tale trattazione occorre compiere una precisazione essenziale per il lettore: ovvero la declinazione al plurale di tali ‘anoressie’, le quali – più che in altri disturbi – si configurano come una costellazione di esiti sintomatologici, modalità di gestione e cause latenti tra le più disparate. È necessario dunque destreggiarsi – sia a livello specialistico che divulgativo – con opportuna accortezza, compiendo le necessarie puntualizzazioni, come se si maneggiasse un corpo delicato e sacro, profanato drammaticamente dai trascorsi burrascosi della vita.
Alle Origini: da soggetto ad oggetto del desiderio dell’Altro
Alla radice di questo disturbo basato sulla iper-difesa identitaria si individuano cause molteplici, di origine post-traumatica: abbandoni, lutti, cambiamenti bruschi, nascite di fratelli e sorelle, che si insinuano nel delicato equilibrio della vita famigliare. Ma ciò che la letteratura evidenzia (Gabbard, 2015) come fattore di innesco della patologia è connesso con un rapporto particolarmente invischiante con la figura della madre – o chi ne fa le veci – la quale sembra ossessivamente avviluppata nei propri vissuti, trascurando la figura della figlia, oppure dedita a lei esclusivamente in termini di soddisfacimento di bisogni primari, trascurante la dimensione soggettiva e spirituale del soggetto. In una parola l’individuo è preda delle angosce del caregiver che si rivolge a lui come ‘cosa’ più che ‘persona’, detronizzandolo dalla posizione di soggetto attivo di desiderio. Il genitore tende a non distinguere, infatti, tra la dimensione dell’anelito personale e quella del bisogno, la quale finisce per sopraffare il soggetto anoressico. Ecco che da qui emergono frasi come: “non sono un tubo digerente” o “mi vedono solo come un sacco da riempire” in risposta alla vessante pressione a “mangiare e nutrirsi”. Ciò che inoltre accade al soggetto anoressico è il trovarsi in situazioni nelle quali il suo processo di individuazione, di auto-determinazione, viene gravemente minato e ostacolato da una dinamica di invischiamento con il clan familiare, nel quale l’io del soggetto si trova indissolubilmente amalgamato.
L’adolescenza, momento chiave nell’esordio, si situa come fase privilegiata per il dispiegamento della personalità e – non a caso – momento d’elezione per rinverdire l’antica diatriba con la figura materna – fonte di nutrimento primordiale – che talvolta può anche essere percepita come meta inarrivabile, sia emotivamente sia in quanto oggetto di proiezioni e identificazioni idealizzanti. Da questo nasce la scelta anoressica del rifiuto del nutrimento, inteso simbolicamente come pacchetto relativo a significati annidati attorno alla famiglia e ai genitori, fautori dell’esautoramento e del dis-empowerment del soggetto. Il cibo dunque può iniziare ad acquisire una valenza fobica e ansiogena, di ‘oggetto cattivo’ e persecutorio, dal quale distanziarsi con forza.
Un altro elemento di sottofondo alla eziopatogenesi, a cui abbiamo già fatto allusione, è il concetto di slittamento da statuto di soggetto a oggetto di desiderio, brillantemente illustrato da Umberto Galimberti ne Il Corpo (1983, 2017).
«Il desiderio non conosce incontri, non riduce la propria soggettività per creare lo spazio indispensabile all’apparizione della soggettività altrui. Il desiderio conosce solo la saturazione per possesso. Nel suo sguardo non ci sono le tracce di un’attesa, ma la smaniosa concupiscenza di incontrare nell’altro solo se stesso, per cui, se spoglia un corpo, è per possederne la carne, è per sottrargli, con le vesti, ogni traccia di soggettività che lo sguardo di desiderio, a differenza dello sguardo d’amore, non sa fronteggiare» (Galimberti, 2017: 199).
Ne scaturisce un senso di vergogna primordiale, lo stesso che Adamo ed Eva provarono non tanto nell’essere autocoscienti di essere nudi, ma di essere guardati in quanto tali. E citando Sartre (1968: 362) si può aggiungere che
«La vergogna non è il sentimento di essere questo o quell’oggetto criticabile; ma, in generale, di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell’essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell’errore, ma semplicemente del fatto che sono ‘caduto’ nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno degli altri per essere ciò che sono».
Il culto dell’astinenza come stendardo dell’Io
Come sottolineato da Massimo Recalcati (2010), a differenza della maggior parte delle patologie della modernità, contraddistinte da un’esplicita componente di dipendenza (tossicomanie, obesità, bulimia, ludopatia etc.) l’anoressia si configura, per converso come la patologia della vertigine della dominazione (Kestemberg E., Kestember J., Decobert S., 1972). Mentre nel primo caso ci troviamo di fronte all’impossibilità di allontanarsi psicologicamente dalla fonte primaria di nutrimento, nella seconda, ciò che anima il movimento dell’anoressica, è un’esigenza di separazione portata al parossismo. Il tipo psicologico dell’anoressica vive in una monade, in un Io-barricato, trincerato, murato, distante dalle esigenze relazionali, di carattere traumatico – come abbiamo costatato. Tuttavia questa separazione – che assume diverse declinazioni – si delinea come un allontanamento fittizio, superficiale, agito tramite un acting out, più che vissuto ed elaborato.
Assistiamo dunque a situazioni di separazioni senza lutto, apatiche e anestetiche, in opposizione a ogni esperienza di mancanza e perdita. Al posto della perdita si trova paradossalmente un irrobustimento e un trinceramento dell’Io, con un tono dell’umore per lo più euforico, un compattamento narcisistico del soggetto. Si potrebbe dunque parlare più precisamente di rifiuto – esperienza di esclusione, opposizione e rottura con L’Altro – o addirittura di odio, incarnato dall’esperienza di espulsione, condizione primordiale della differenziazione del soggetto a parere di Freud (Recalcati M., 2004).
«Per il soggetto anoressico, che recupera questa modalità primordiale dell’apparato psichico di differenziazione, che recupera lo ‘sputare’ come incarnazione dell’odio e, dunque, come moto tendente alla separazione, il prezzo fatale della sua differenziazione sarà la rinuncia all’assimilazione, perché l’assimilazione confonde i confini che distinguono il soggetto dell’Altro, annulla la differenza soggettiva inghiottendo l’Uno nell’Altro» (Recalcati, 2010: 76).
La dimensione del rifiuto può prendere la piega di una manovra di separazione nella quale la domanda dell’altro cui normalmente corrisponde il bambino, viene negata. «La docilità passiva della bambina-gioiello si rovescia nel suo contrario, in un’attività strenuamente oppositiva nei confronti dell’Altro genitoriale» (Recalcati, 2010: 81). Tale rifiuto può però al contempo declinarsi come un appello disperato per essere riconsiderati come soggetto volontaristico, bisognoso di cure ed affetto. Winnicott (1975) attribuiva ai disturbi dell’alimentazione in età evolutiva il significato di una manifestazione del dubbio del bambino rispetto all’amore dei suoi genitori. Il rifiuto in questo caso è un’interrogazione e richiesta di un segno d’amore, «la negazione anoressica nega l’oggetto del bisogno per far sorgere il soggetto del desiderio» (Recalcati, 2010: .85). L’anoressica rifiuta ogni compensazione possibile, pur di ottenere un simbolo di affetto, virando talvolta verso strategie ricattatorie – nelle quali il corpo diventa ostaggio – con la finalità di gettare l’Altro in un’angosciosa impotenza.
Infine, come accennato sopra, il rifiuto assume la dimensione della difesa: un irto muro contro i dolori e le ferite provocate dal contatto con l’Altro. Poiché il soggetto sperimenta legami a connotazione fortemente tossica, con componenti traumatiche, intrusive, di abbandono, nelle quali si trova nella posizione di oggetto di un godimento maligno e devastatore non può che agire, per converso, con la solidificazione dei confini del corpo, antidoto alla degradazione del soggetto a oggetto goduto dall’Altro.
In realtà, al fondo di questa disamina, non si può eludere l’analisi della dimensione più passiva dell’anoressia, componente che spicca nella misura in cui è solo ed esclusivamente in virtù dell’Altro e della sua dipendenza simbolica, che il soggetto anoressico attua le sue manovre di rifiuto. Pur di bypassare la dimensione passiva di oggetto delle cure, di soggetto nelle mani dell’Altro, ridotto alla sensazione di essere solo un corpo, la scelta dell’anoressia si configura come tentativo di soluzione dell’angoscia provocata da questa dinamica. Tuttavia si finisce per creare un circolo vizioso nel quale il soggetto si identifica a sua volta in questa oggettivazione, focalizzandosi ossessivamente sulla dimensione della richiesta dell’Altro, ed entrando in una spirale uroborica.
‘Magrezza mezza bellezza’: il corpo anoressico e la sua Icona
«L’adolescenza è il cambiamento: cambiamento del corpo e cambiamento del mondo in cui il corpo è immerso. Nell’adolescenza, più ancora che nell’età adulta, si è nel mondo attraverso e mediante, il corpo; e il corpo si ammala nella misura in cui il cambiamento non abbia luogo: non sia adeguato. Nel cambiamento si lascia dietro di sé un corpo e ci si avvia ad assumerne uno radicalmente diverso: nel cambiamento si realizza un modo diverso di abitare il mondo con il proprio corpo. […] L’essere-nella-crisi significa non potere vivere con il corpo che si ha, e nondimeno non riuscire a entrare nel corpo che è altro da quello di prima» (Borgna, 2019: 98).
Questo spaccato illustra perfettamente la diatriba che intride il complesso psicosomatico dell’adolescente, incline per antonomasia a franare in una dimensione di anoressia. L’incombere degli scombussolamenti agiti dalla pubertà, la trasfigurazione di un corpo angelico, bambino, non-marcato, in uno caratterizzato da attributi sessuali definiti e intriso di pulsioni verso l’Altro, rischiano di fare franare individui con background familiari di fragilità psicologica. Infatti sempre secondo Borgna (2019: 99)
«Si assiste all’insorgenza di un’angosciata ambivalenza nei confronti della vita sessuale: del corpo che si apre alla vita sessuale; e alla conflittuale negazione della maturazione psichica e somatica connessa con la sessualità, e segnata dalla metamorfosi del corpo che si allontana vorticosamente dall’immagine preadolescenziale di figura fragile (eterea) e indifferenziata, che il passaggio all’adolescenza e alla post-adolescenza tende fatalmente a travolgere».
In questo quadro sopra delineato, come risposta reattiva all’impossibilità di valicare i confini del vecchio per traguardare un orizzonte esistenziale nuovo il soggetto anoressico si barrica dietro una nuova religione del corpo: contraddistinta da una maniacale cura di sé al fine dell’edificazione di un artefatto somatico idealmente impeccabile. Il soggetto si mobilita freneticamente e totalmente, in modo iperattivo, verso il raggiungimento di una rappresentazione ideale di sé. Questa religione estetica tuttavia ha un connotato fortemente capitalistico, dominata da pratiche insalubri e tutto sommato mortificanti l’io, e per questa ragione viene definita da Recalcati (2010) piuttosto che mistica, autistica, e denotata da un ripiegamento narcisistico, teso ad un’autoconservazione paradossalmente dissipativa.
«La religione fanatica dell’anoressia contemporanea non è una religione dell’anima, ma una religione dell’immagine del corpo; dell’immagine del corpo magro elevata (abusivamente) alla dignità dell’icona» (Recalcati, 2010: 93). Ma se dal punto di vista religioso il problema dell’icona rimanda alla possibilità di rappresentare l’irrappresentabile e richiamare all’assoluto, nell’icona anoressica del corpo magro non vi è dialogo verso nessuna trascendenza. «E’ l’icona speculare dell’Io senza alcun rapporto con lo sguardo di Dio. Quest’ultimo viene sostituito dallo schermo narcisistico dello specchio». Il corpo magro, elevato a icona, si pone come assoluto sostituendosi all’incontro con l’alterità dell’altro.
Inoltre è necessario sottolineare come tale corpo magro offra la sicurezza al soggetto di una iscrizione nel sociale, nel quale l’equivalenza bellezza-magrezza suggerisce l’illusione di un’identità solida. In questo senso è ineludibile il rimando all’industria della moda con la sua divulgazione di un canone estetico psicotico, fondato sull’appiattimento universalizzante dei tratti somatici caratteristici, in virtù di un corpo de-connotato, unisex. «Mineralizzazione, robotizzazione, devitalizzazione; il corpo anoressico rifiuta [ancora una volta] la dimensione del corpo come luogo dell’altro», ergendosi come corpo-luogo di pulsione di morte, di atrofia del sentimento, verso lo spegnimento drammatico della vita.
Nonostante l’attitudine maniacale e iperattiva – in apparenza – del soggetto anoressico, ciò che si staglia al fondo di questo disagio del tempo veloce, ipermoderno, appiattito sull’immagine, è una pulsione di morte e una tendenza verso lo sprofondamento in meandri depressivi. Il corpo, luogo di bios, di vita, energia, diventa involucro senza contenuto, la parola si fa fioca, lo sguardo basso, l’afasia domina l’universo relazionale, divenuto non più bidirezionale bensì univoco, ripiegato nella chiusura del sé.
«Nella depressione lo sguardo è indirizzato all’interno: non c’è uno sguardo che ci porti fuori dai nostri confini monadici. Le mani non sono mani che consentano di afferrare le cose che sono al di fuori della immediata presenza del nostro corpo; e questo perché, appunto, il corpo non ha più la possibilità di trascendersi. (Le mani una volta erano ali, e per questo ora, mentre scriviamo voliamo)» (Borgna, 2019: 221). Carne ed ossa, senza vita. Eppure, nel deserto dell’atarassia, inframmezzato da punte di perversa affermazione del sé, qualcosa continua a parlare: è il linguaggio del corpo e del gesto che prende la parola e che tenta di dare testimonianza dell’intima sofferenza di un soggetto che ha parzialmente perduto il suo baricentro. C’è un grido, maldestro e autodistruttivo, ma chiaro. E fintanto che il corpo suggerisce, anzi palesa, le crepe dell’anima, vi può essere ancora salvezza: in un abbraccio amoroso, in uno sguardo di riconoscimento, in un segno che testimoni l’importanza del volere ‘comparire’ nel mondo, anziché svanire nell’ombra.
L’invito, in chiusura, è quello ad un accostamento sensibile e ricettivo, ad esercitare trattamenti di natura psiconutrizionale, e non solamente di coercizione alimentare. La responsabilità ricade negli educatori, psicologi, nutrizionisti, psichiatri – nelle equipe multidisciplinari – che si occupano precipuamente di questi complessi stati dell’animo e del corpo, unitamente ai familiari. Non si possono risanare i mismatch relazionali se non attraverso il potere curativo e riparativo di nuovi legami, forti, vitali, ri-generativi.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Riferimenti bibliografci
Borgna E. (2019), L’arcipelago delle emozioni, Universale Economica Feltrinelli, Milano.
Galimberti U., (1983). Il corpo, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2017.
Kestemberg E., Kestemberg J., Decobert S., (1972). La faim et le corps, PUF, Paris.
Recalcati M., (2010). L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Recalcati M., (2004). Sull’odio, Bruno Mondadori, Milano.
Sartre J.P., (1943). L’etre et le néant; tr. It L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano 1968.
Winnicott D.W., (1975). Appetito e disturbo emozionale in Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli, Firenze.
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Antonina E. Ferruzza Marchetta, dottoressa in Lettere Moderne, presso l’Università di Bologna, laureanda alla magistrale in Psicologia Clinica dell’Infanzia e dell’Adolescenza e al Master di ArtiTerapie e Terapie Espressive – con specializzazione in danzaterapia – alla Cattolica di Milano. I suoi interessi culturali si incentrano sul rapporto tra linguaggio, psiche e corporeità, declinati attraverso diverse discipline di matrice artistica. È practitioner del Metodo Feldekrais (somatica), insegnante e danzatrice di un derivato contemporaneo della bellydance, e ha collaborato con la rivista Balarm.
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