Le mie fotografie sono la realizzazione per immagini del ragionamento scientifico ed umano che in quel momento elabora la mia mente. Di conseguenza le operazioni mentali che determinano le mie fotografie sono evidentemente molto diverse da quelle di un fotografo, professionista o dilettante che sia, che documenta la stessa realtà (Annabella Rossi)
A quaranta anni dalla scomparsa – prematura – di Annabella Rossi, antropologa, fotografa documentarista, è stato pubblicato nella collana Visioni d‘archivio (Quaderno 06) Il Salento di Annabella Rossi. La ricerca visiva sul tarantismo e oltre edito da Effigi edizioni (Grosseto 2024), un evento editoriale che rappresenta anche l‘occasione per ricordare una «ricercatrice fuori dal comune»!
Non è facile parlare di una personalità così complessa e dai vari interessi che ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere e condividere con lei alcuni momenti lavorativi ed esperienziali indimenticabili. Come non ricordare il suo sguardo che “a mò di obbiettivo” incrociava persone e cerimonie, rituali e maschere? In realtà, erano i suoi grandi occhi oltre alla sua macchina fotografica a “riprendere” e a trasmettere con la loro intensità anche le espressioni più significative.
Mi fu presentata da Diego Carpitella, amico e maestro, fra i fondatori dell’etnomusicologia italiana e componente della famosa équipe demartiniana che si recò nel Salento a studiare il fenomeno del tarantismo negli anni sessanta [1] alla quale Annabella fu aggregata come “intervistatrice”.
L‘occasione fu un Simposio sulla documentazione demoetnoantropologica organizzato dall’Istituto superiore regionale etnografico a Nuoro (fine anni settanta). Ero insieme all’altra “dama” (cosi chiamata da Diego) dell’antropologia italiana, Clara Gallini, che era subentrata al suo maestro Ernesto De Martino nella cattedra di Storia delle religioni a Cagliari.
L’intensa opera di Annabella Rossi (fotografica e di scrittura) è stata sempre attraversata da un fil rouge: ogni fenomeno veniva osservato sul campo con la testa e con il cuore. Le sue ricerche in Salento o in Campania o nel Lazio si basavano sulla convinzione che «vivere la realtà è già scienza» fuori da pretese accademiche e lontana da ottiche classificatorie e comparativistiche. Gli stessi mezzi audiovisivi venivano utilizzati sempre in modo complementare agli incontri con “persone vere”!
Non a caso è stata tra le prime – quasi una pioniera – a considerare la macchina fotografica e la ripresa video importanti sussidi visivi per poter ottenere la maggiore fruibilità da parte di tutti e non solo degli addetti ai lavori.
Per questo nelle sue esperienze televisive utilizzava un linguaggio semplice – e per quei tempi innovativo – adatto ad un largo pubblico. Un particolare esempio è costituto dalla serie TV intitolata “Sud e Magia” (4 Puntate per la Rai) e da cui poi nacque anche Profondo Sud (1978), il testo scritto con Gianfranco Mingozzi e Claudio Barbati [2]. Presentava una carrellata approfondita ed inedita dei più importanti fenomeni magico-religiosi propri della cultura del Sud. A questo proposito, fui testimone di un particolare episodio. Siamo nel 1977 e Annabella mi chiamò per sottopormi una questione. Era impegnata in fase di montaggio della serie televisiva citata e mi chiese se c’era la possibilità di una denuncia da parte dell’ordine dei medici di Lecce per la seguente scena: lei chiedeva a un medico condotto salentino che cosa pensasse del tarantismo. La risposta fu che “era colpa dell’‘acqua”. La rassicurai, dicendole che la sua interpretazione – forse un po’ semplicistica – era basata su un dato reale: la “cronica” mancanza dell’acqua in Puglia!
L’esperienza con De Martino (anche se lei non compare nelle pagine de La terra del rimorso) aveva attivato i suoi interessi soprattutto sulle persone oltre che verso il fenomeno. Ne è testimone il suo Lettere da una tarantata (1970) [3] che racchiude una intensa corrispondenza con Anna, contadina, nata nel 1898 in un paese del Salento e conosciuta nella cappella di S. Paolo a Galatina il 28 giugno (il giorno prima della Festa di S. Paolo, protettore delle tarante) a quei tempi sconsacrata. Una descrizione toccante fra due donne, fra due mondi, fra due modi diversi di ascoltare e di testimoniare.
Il tarantismo era un fenomeno drammatico diffuso nel Salento e difficile da interpretare distaccandolo dal contesto magico- religioso in cui si manifestava. Indicativo il racconto di Luigi Stifani durante uno dei nostri incontri a Calimera [4]. Lo aveva conosciuto anche la Rossi. Oltre ad essere un noto violinista e protagonista nelle ricerche demartiniane per il suo suono meloterapico, era un uomo straordinario da me chiamato (con il suo permesso) “il dottore delle tarante” per evidenziare il ruolo curativo della sua musica. Per sottolineare i cambiamenti del tarantismo mi diceva che ormai non esisteva più nella sua forma iniziale drammatica e che lui attualmente suonava non più per liberare dal morso del ragno le donne pizzicate, ma per divertimento nelle feste.
La produzione vasta e originale di Annabella Rossi, raccolta nel Museo delle Tradizioni Popolari di Roma (oggi chiamato Museo delle Civiltà), con cui iniziò a collaborare negli anni settanta e che – come mi raccontava in uno dei nostri incontri – era “spaventata” per l‘enorme materiale custodito e per le difficoltà nel catalogarlo e classificarlo.
Il suo metodo d’indagine non consisteva solo nel fissare le immagini, ma nello sforzo di contestualizzarle entro la trama complessa della vita quotidiana. In questo modo si aveva la possibilità di vedere e ri-vedere con “nuovi occhi” i cambiamenti culturali di una società sempre in movimento, a dispetto di coloro che ancora oggi vorrebbero cristallizzarla e mettere in naftalina. Il lavoro di Antonella Rossi si interrogava anche sul ruolo e la funzione della ricerca antropologica nello studio delle “culture subalterne” e nella dialettica tra centro e periferia. In questa tensione Annabella Rossi era rappresentante di quel pensiero periferico che diventa centrale perché capace di incunearsi fra le pieghe di una realtà complessa, senza la pretesa egemonica di una cultura autoreferente ed autocentrata.
A dimostrazione dei sui vasti interessi bisogna ricordare un’opera che nasce in un contesto diverso da quello pugliese e che si tuffa in un mondo affascinante: Il carnevale si chiamava Vincenzo, Rituali di Carnevale in Campania [5], in collaborazione con maestro Roberto De Simone, scomparso recentemente. Il volume nasce da una importante ricerca condotta in Campania che restituisce un mondo fantastico dove la maschera si tinge di molti colori e di diverse storie. Per la ricchezza dei particolari sembra che i personaggi escano dai fogli di carta, materializzandosi e assumendo particolari di una identità umana multiforme: dalla gioia di Pulcinella ai lamenti dolorosi delle cerimonie funebri, alle forme di gestualità spesso incomprese.
A Annabella resta associato un originale metodo sul campo, magnetico, capace di intercettare anche le più piccole emozioni e di riportarle agli altri, corroborato e ispirato da una sua profonda sensibilità nell’avvicinarsi alle persone. Su un piano scientifico era una fusione meravigliosa fra rigore e fantasia seguendo la brillante intuizione di un altro grande antropologo: Gregory Bateson [7].
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Come è noto l’équipe era composta anche da Diego Carpitella, Giovanni Jervis, Letizia Comba, Amalia Signorelli. Cfr. E. de Martino La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano.1961 (prima edizione)
[2] A. Rossi, G. Mingozzi, C. Barbati Profondo Sud: viaggio nei luoghi di Ernesto De Martino: vent’anni da Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1978
[3] A. Rossi Lettere da una taranta, De Donato editore, Bari,1970 (prima edizione)
[4] in A. Ancora I costruttori di realtà e conoscenze: i traditional healers, gli sciamani, il dottore delle tarante, in A. Ancora, La consulenza transculturale della famiglia confini della cura, FrancoAngeli Milano, 2002: 108-129
[5] A. Rossi, R. De Simone Carnevale si Chiamava Vincenzo. Rituali di Carnevale in Campania, De Luca Editore, Roma 1977.
[6] A. Ancora, Verso una cultura dell’incontro Studi per una terapia transculturale Franco Angeli, Milano 2017
[7] G. Bateson, Mente e natura, Adelphi, Milano,1984. Si segnala come ultima pubblicazione sull’‘argomento il testo di F. Faeta, F. Uccella, Annabella Rossi. Album di famiglia di un’antropologa Squilibri, Roma, 2025.
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Alfredo Ancora, Psichiatra e psicoterapeuta, Directeur Scientifique Université Populaire “E. De Martino D. Carpitella” Paris, Ordinary member Society for Academic Research on Shamanism.Condirettore della Rivista “Transculturale”. Ha insegnato psichiatria e psicoterapia transculturale in diverse Università. I suoi testi sono stati tradotti anche negli Stati Uniti, Francia, Spagna e in Russia (pr.pub). Fra le sue ultime pubblicazioni: Verso una cultura dell’incontro. Studi per una terapia transculturale (2017) e Contrappunto cubano del tabacco e dello zucchero, le origini del pensiero transculturale di F. Ortiz Edizioni Borla, Roma 2025 (a cura di). È direttore scientifico della Collana Attraversamenti Culturali, Borla Editore.
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