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Anche i nuovi italiani lasciano il Paese. Il paradosso della cittadinanza in Italia

0-0_intro_chatgpt-image-25-set-2025-01_40_17di Antonio Ricci 

Introduzione

L’Italia, Paese storicamente segnato da flussi di emigrazione e immigrazione, si confronta oggi con una dinamica che mette in discussione i paradigmi consolidati delle politiche migratorie: la partenza massiccia dei cosiddetti nuovi italiani. Con questa espressione si intendono i giovani di seconda generazione, nati in Italia da genitori stranieri o giunti in tenera età e successivamente naturalizzati. I dati più recenti segnalano una crescita significativa di questo fenomeno. Tra 2023 e 2024 circa 87.000 giovani di origine straniera hanno lasciato l’Italia, con un incremento del 53,8% rispetto al 2022. Complessivamente, nell’ultimo biennio l’espatrio giovanile ha coinvolto 270.000 unità [1]. Questi numeri confermano la portata di una dinamica che non può essere ridotta alla sola dimensione della mobilità qualificata, ma che impone una riflessione più ampia sul terreno delle politiche di inclusione, di cittadinanza e di riconoscimento sociale. 

0-1_intro_chatgpt-image-25-set-2025-01_42_14Un capitale umano qualificato in uscita

Le partenze degli ultimi anni non riguardano genericamente l’universo giovanile, ma colpiscono in maniera selettiva le fasce più qualificate della popolazione. I dati disponibili mostrano che si tratta soprattutto di giovani con titoli di studio medio-alti, diplomati e laureati, spesso formati all’interno delle università italiane e in molti casi arricchiti da esperienze internazionali, come programmi Erasmus, tirocini in organizzazioni sovranazionali o partecipazioni a reti giovanili europee [2].

Questo profilo di emigrazione è particolarmente significativo per almeno tre motivi. In primo luogo, evidenzia una contraddizione sistemica: l’Italia, attraverso la sua scuola e la sua università, produce competenze di alto livello, ma non è in grado di valorizzarle in maniera stabile sul mercato del lavoro interno. In secondo luogo, sottolinea l’inefficienza dell’investimento pubblico in formazione, che viene “capitalizzato” da altri Paesi in grado di offrire condizioni migliori di inserimento professionale e sociale. Infine, mette in luce una dinamica di selezione negativa: chi possiede strumenti più sofisticati di mobilità (lingue, reti, titoli di studio) è anche chi più facilmente abbandona il Paese, lasciando indietro una popolazione giovanile più vulnerabile e meno dotata di risorse.

Il paradosso è quindi duplice. Da un lato, l’Italia si trova a fronteggiare un grave declino demografico: la popolazione in età attiva diminuisce, il saldo naturale è costantemente negativo e l’età media continua a crescere [3]. Dall’altro, invece di trattenere i giovani più dinamici e creativi, il Paese li spinge verso contesti che ne sanno meglio riconoscere le potenzialità. Questa emorragia non produce soltanto una perdita economica e occupazionale immediata, ma anche un indebolimento delle prospettive di innovazione e di competitività nel medio periodo.

Accanto alla dimensione economica, vi è inoltre una forte componente simbolica. A lasciare l’Italia sono spesso i giovani che più compiutamente incarnano il volto plurale e multiculturale della società contemporanea: seconde generazioni, naturalizzati, cittadini di background migratorio che hanno costruito in Italia la propria biografia scolastica e sociale. La loro partenza non rappresenta soltanto l’ennesimo capitolo della storia emigratoria italiana, ma una smentita della capacità del Paese di proporsi come spazio inclusivo. In tal senso, l’emigrazione giovanile altamente qualificata diventa un indicatore di fallimento delle politiche di integrazione [4]: non basta garantire accesso all’istruzione, se manca la possibilità di riconoscimento e di piena valorizzazione nei percorsi lavorativi e civici. 

1-0_un-capitale-umano_chatgpt-image-25-set-2025-01_45_25Le ragioni della partenza: oltre la dimensione economica

Sebbene fattori come la precarietà lavorativa, la difficoltà di accesso a posizioni qualificate e la scarsa valorizzazione delle competenze giochino un ruolo rilevante, le motivazioni principali che spingono i nuovi italiani a lasciare il Paese vanno ricercate altrove.

Il nodo centrale riguarda il riconoscimento sociale e culturale. La dimensione materiale del lavoro, pur importante, non esaurisce la questione: ciò che emerge con forza è il bisogno, spesso frustrato, di sentirsi integralmente parte di una comunità nazionale. Le ricerche sulle seconde generazioni in Italia hanno mostrato come, anche a fronte di percorsi scolastici brillanti, i giovani di origine migratoria sperimentino forme di marginalità simbolica, che si traducono in esclusioni sottili ma persistenti [5].

All’estero, soprattutto in altri Paesi europei, questi giovani trovano contesti nei quali le loro capacità vengono valutate indipendentemente dalle origini familiari. In Francia, Germania o Paesi Bassi, ad esempio, pur persistendo discriminazioni, l’accesso alla cittadinanza e a percorsi di carriera è generalmente più rapido e meno condizionato da barriere identitarie. In Italia, al contrario, l’assenza di una riforma organica della cittadinanza mantiene decine di migliaia di giovani in un limbo giuridico che diventa anche un limbo esistenziale: “nati e cresciuti qui, ma mai considerati davvero parte del Paese”.

Le discriminazioni si manifestano a più livelli. Sul mercato del lavoro, emergono forme di segregazione occupazionale che confinano i giovani con background migratorio in settori a bassa qualificazione, indipendentemente dai titoli posseduti. Nella sfera sociale, persistono stereotipi e pregiudizi che alimentano dinamiche di esclusione simbolica, impedendo la piena partecipazione alla vita pubblica. Nella sfera istituzionale, infine, i ritardi e le difficoltà nell’ottenere la cittadinanza minano il senso di appartenenza e rafforzano l’idea di una comunità nazionale “chiusa”.

La percezione di essere “sempre stranieri”, anche dopo un percorso scolastico e accademico interamente italiano, produce una frattura profonda. È una condizione che non riguarda solo i diritti formali, ma il modo in cui ci si percepisce nello spazio sociale: sentirsi costantemente “ospiti” piuttosto che cittadini [6]. Tale percezione, se reiterata nel tempo, genera frustrazione e alimenta strategie di mobilità verso contesti più inclusivi.

In questo senso, la partenza non è solo una scelta individuale ma l’esito di un fallimento collettivo: quello di un sistema incapace di tradurre l’inclusione scolastica in inclusione civica e professionale. È per questo che le seconde generazioni, più ancora dei coetanei autoctoni, vedono nell’emigrazione non soltanto un’opportunità, ma una necessità per realizzare pienamente sé stessi. 

chatgpt-image-25-set-2025-02_06_23Cittadinanza e appartenenza: una questione irrisolta

Il tema della cittadinanza costituisce uno dei principali nodi irrisolti delle politiche migratorie italiane. La normativa attuale, ancorata a una logica di ius sanguinis di tipo quasi esclusivo, rende l’Italia uno dei Paesi europei più restrittivi in materia [7]. La conseguenza è che decine di migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia, pienamente inseriti nel sistema scolastico e sociale, non hanno accesso automatico alla cittadinanza e devono attendere la maggiore età per presentare domanda, affrontando procedure lunghe, burocratiche e spesso arbitrarie.

Questa condizione di limbo giuridico ha effetti che vanno ben oltre la sfera legale. Non si tratta soltanto di una questione di passaporto, ma di riconoscimento simbolico. Il messaggio che viene trasmesso a questi giovani è chiaro: nonostante abbiano frequentato le scuole, parlato la lingua, interiorizzato i codici culturali del Paese, restano “estranei” alla comunità nazionale. Si produce così una sorta di appartenenza sospesa, che alimenta la frustrazione e mina la fiducia nei confronti delle istituzioni.

Le ricerche sulle seconde generazioni mostrano che il riconoscimento giuridico della cittadinanza non è solo un atto amministrativo, ma una leva fondamentale per la costruzione di un’identità positiva [8]. L’assenza di questo riconoscimento genera invece effetti negativi sul piano psicologico e sociale: senso di esclusione, marginalità, talvolta interiorizzazione di stereotipi e pregiudizi. In termini di coesione civica, il costo è elevatissimo, perché una parte significativa della gioventù italiana cresce con l’idea di non appartenere realmente alla comunità.

In questo quadro, la questione della cittadinanza non può essere letta soltanto come una disputa normativa o parlamentare. Essa è il cuore stesso delle politiche di appartenenza: stabilisce chi può essere incluso pienamente e chi resta ai margini, definendo i confini simbolici della comunità nazionale. Finché il sistema continuerà a escludere i giovani di seconda generazione, l’Italia invierà loro un messaggio implicito ma potentissimo: “non siete davvero dei nostri”. Ed è proprio questo messaggio che contribuisce a spingerli verso altri Paesi, dove la cittadinanza e l’inclusione sono percepite come più accessibili. 

chatgpt-image-25-set-2025-01_56_43Mete e traiettorie: l’Europa come spazio di inclusione

Le destinazioni privilegiate dai nuovi italiani non rispondono unicamente a logiche economiche, ma riflettono una ricerca più profonda di spazi di riconoscimento e inclusione. Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Spagna e, più recentemente, i Paesi nordici costituiscono i principali poli di attrazione. Si tratta di contesti percepiti come capaci di offrire non soltanto opportunità professionali più vantaggiose, ma anche un ambiente sociale e istituzionale meno segnato dalla logica dell’“eterna estraneità”.

Il confronto con queste mete è illuminante e rende ancora più evidente la specificità del caso italiano, che mantiene un sistema obsoleto che rallenta e ostacola il riconoscimento delle nuove generazioni. In Francia, ad esempio, il principio dello ius soli temperato consente ai figli di migranti di accedere relativamente presto alla cittadinanza, rendendo più lineare il percorso di inclusione. In Germania, le riforme degli anni Duemila hanno reso la cittadinanza accessibile ai minori nati sul territorio, a patto che i genitori risiedano regolarmente da un certo numero di anni. In Belgio e nei Paesi Bassi, sistemi di welfare più inclusivi e un mercato del lavoro dinamico offrono maggiori possibilità di valorizzazione delle competenze, anche a chi proviene da background migratorio. Anche in Paesi tradizionalmente restrittivi, come la Spagna, il legame tra residenza e cittadinanza si è rafforzato negli ultimi decenni. Questi contesti non sono privi di discriminazioni o tensioni sociali, ma appaiono comunque più permeabili alle aspirazioni dei giovani rispetto all’Italia.

Il dato forse più significativo è la crescente internazionalizzazione delle aspettative delle nuove generazioni. I giovani italiani e i nuovi italiani si muovono in un’Europa in cui la mobilità giovanile è ormai normalizzata. Programmi comunitari come Erasmus+, la libera circolazione prevista dagli accordi di Schengen e l’interconnessione digitale hanno contribuito a far percepire la migrazione intraeuropea non come una rottura radicale, ma come una transizione possibile e spesso desiderabile. Ma se per altri Paesi europei questo si traduce in circolazione di competenze e in ritorni, in Italia il fenomeno assume un carattere prevalentemente unidirezionale, con partenze non compensate da rientri significativi. Non riuscendo a proporsi come polo attrattivo né per i propri cittadini di seconda generazione, né per i giovani talenti stranieri che pure contribuisce a formare nelle sue università, il risultato è un impoverimento strutturale del tessuto sociale e produttivo nazionale, aggravato dall’assenza di politiche efficaci di “brain gain” o di incentivazione al ritorno.

Un ulteriore elemento da considerare è la differenza nei percorsi di carriera. In molti Paesi europei, i giovani con profili internazionali trovano più facilmente impiego in settori legati all’innovazione, alla ricerca e alla pubblica amministrazione, senza che il loro cognome o il colore della pelle diventino barriere. In Italia, al contrario, l’accesso a determinati ambiti professionali rimane ancora oggi condizionato da fattori extra-meritocratici: reti familiari, raccomandazioni, e – per i giovani di origine migratoria – discriminazioni implicite che limitano l’ascensore sociale.

Le traiettorie migratorie delle seconde generazioni vanno quindi lette non solo in termini di spostamento geografico, ma come strategie identitarie e di emancipazione. Scegliere la Germania o la Francia significa scegliere un Paese in cui è possibile essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo; optare per il Belgio o i Paesi Bassi significa cercare contesti in cui le competenze prevalgono sugli stereotipi. In questo senso, la partenza rappresenta spesso una forma di “autoaffermazione” che rovescia la narrazione dominante: non una fuga obbligata, ma una decisione attiva di investire altrove le proprie energie e il proprio talento.

Per l’Italia, la conseguenza è duplice. Da un lato, perde risorse preziose formate all’interno del proprio sistema educativo. Dall’altro, si espone a un confronto costante e sfavorevole con altri Paesi europei, che appaiono più capaci di trasformare le seconde generazioni in risorsa e non in problema. È un terreno sul quale si gioca non solo la competitività economica, ma anche la credibilità del Paese come società inclusiva e moderna. 

chatgpt-image-25-set-2025-02_04_40Implicazioni politiche e sociali per l’Italia

Il fenomeno della cosiddetta “seconda emigrazione” ha implicazioni profonde, che vanno ben oltre la dimensione statistica e si collocano al crocevia tra politiche migratorie, mercato del lavoro, dinamiche demografiche e coesione sociale.

In primo luogo, si tratta di una perdita strutturale di capitale umano. L’Italia, già segnata da un inverno demografico senza precedenti, vede ridursi ulteriormente la propria base giovanile e attiva. La fuoriuscita di giovani qualificati – in larga parte diplomati e laureati – non è compensata da flussi equivalenti in entrata né da politiche efficaci di rientro. Questo indebolisce la competitività economica del Paese e limita la sua capacità di innovazione, in un contesto globale dove la conoscenza e le competenze sono fattori decisivi di sviluppo.

In secondo luogo, la partenza delle seconde generazioni produce un costo simbolico e politico rilevante. Questi giovani rappresentano infatti il banco di prova dell’inclusione: la loro riuscita in Italia sarebbe la dimostrazione che il Paese è in grado di trasformare l’immigrazione in cittadinanza, lo straniero in concittadino, la diversità in risorsa. La loro scelta di partire segnala invece il contrario: l’Italia appare incapace di trattenere i propri figli, non solo quelli “autoctoni”, ma anche quelli cresciuti tra due appartenenze. In tal senso, la seconda emigrazione diventa un indicatore del fallimento delle politiche di integrazione, una crepa nel racconto nazionale di un Paese che si vuole accogliente ma che nei fatti continua a respingere simbolicamente.

In terzo luogo, la dinamica incide sulla coesione civica. Le nuove generazioni di origine migratoria, vedendo i propri coetanei partire, interiorizzano l’idea che per essere riconosciuti sia necessario andare altrove. Questo alimenta un clima di sfiducia nelle istituzioni e nel patto di cittadinanza, rischiando di trasformarsi in una vera e propria frattura generazionale. A lungo termine, tale sfiducia può avere conseguenze sulla partecipazione democratica, sul senso di appartenenza e sulla stabilità del tessuto sociale.

Sul piano delle politiche pubbliche, l’Italia appare priva di una strategia coerente. Non esistono strumenti strutturati per incentivare il rientro dei giovani emigrati, né programmi di valorizzazione delle seconde generazioni che possano rafforzarne il radicamento nel Paese. Gli interventi esistenti sono frammentari, episodici, spesso legati a iniziative locali o al volontariato, e non si traducono in una visione nazionale capace di affrontare il fenomeno nella sua complessità.

A ciò si aggiunge il ritardo nella riforma della cittadinanza: un tema che, ciclicamente, entra nel dibattito politico ma che non trova mai soluzione legislativa. Ogni anno, decine di migliaia di giovani cresciuti in Italia diventano maggiorenni senza certezze sul proprio status giuridico, mentre i loro coetanei europei accedono più facilmente pienamente a diritti civili e sociali. Questa disparità alimenta la sensazione di vivere in un Paese che non mantiene le promesse e che, anzi, impone barriere invisibili ma potenti.

In sintesi, la seconda emigrazione non è soltanto un problema migratorio: è un indicatore sistemico che mette a nudo le fragilità dell’Italia contemporanea. Riguarda il modo in cui il Paese concepisce la cittadinanza, la capacità di valorizzare i propri giovani, la gestione del pluralismo culturale, la tenuta del patto sociale.

Trascurare questo fenomeno significa condannarsi a una spirale di declino demografico, economico e culturale. Affrontarlo, invece, potrebbe trasformarsi in un’opportunità: riconoscere le seconde generazioni, investire nel loro radicamento, valorizzarne le competenze non come risorsa da esportare ma come pilastro del futuro nazionale. 

chatgpt-image-25-set-2025-02_45_30Conclusione

In conclusione, l’emigrazione di capitale umano qualificato non può essere ridotta a un semplice fatto statistico, ma deve essere interpretata come una questione strategica per il futuro dell’Italia. La capacità di trattenere i giovani più formati, indipendentemente dalle loro origini, rappresenta una condizione necessaria per il rilancio demografico, economico e culturale del Paese. Senza un’inversione di tendenza, l’Italia rischia di trasformarsi in un sistema formativo al servizio di economie più inclusive, continuando a esportare competenze senza costruire percorsi credibili di riconoscimento interno.

Il fenomeno della “seconda emigrazione” dei nuovi italiani non può essere compreso se isolato da un contesto più ampio, in cui la questione della cittadinanza gioca un ruolo cruciale. La scelta di molti giovani di lasciare il Paese è infatti il sintomo di un problema strutturale: l’Italia fatica a riconoscere formalmente e simbolicamente i propri figli, nati e cresciuti sul suo territorio, ma considerati “altri” a causa delle loro origini familiari.

Ne è una conseguenza il fallimento “per diserzione” del referendum sulla cittadinanza, svoltosi l’8 e 9 giugno 2025 e naufragato per mancato raggiungimento del quorum. Il quesito referendario, ammesso dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 11/2025, riguardava l’abrogazione parziale dell’art. 9 della legge 5 febbraio 1992, n. 91. In particolare, si proponeva di ridurre da dieci a cinque anni il requisito di residenza legale e continuativa necessario per la concessione della cittadinanza per naturalizzazione agli stranieri extracomunitari regolarmente residenti in Italia.

La portata della riforma proposta era significativa. Essa avrebbe inciso su una delle condizioni più restrittive dell’attuale disciplina italiana, allineando l’ordinamento nazionale a standard più vicini a quelli europei, dove i tempi di residenza richiesti oscillano generalmente tra i cinque e i sette anni. La modifica, se approvata, avrebbe reso accessibile il diritto alla cittadinanza a centinaia di migliaia di stranieri stabilmente presenti in Italia, inclusi molti giovani di seconda generazione cresciuti nel Paese ma non ancora titolari dello status civico. Non sorprende, pertanto, che diverse stime abbiano parlato di oltre un milione di potenziali beneficiari diretti nei primi anni di applicazione della riforma [9].

Il risultato del referendum, tuttavia, è stato segnato da una fortissima astensione: solo poco più di un quarto degli aventi diritto si è recato alle urne, ben lontano dal quorum del 50% + 1 previsto dalla Costituzione. Questo esito non va letto soltanto come una sconfitta tecnica dei promotori, ma come un sintomo di una più generale disconnessione tra società civile e partecipazione democratica. La cittadinanza, pur rappresentando un nodo cruciale per il futuro del Paese, continua a essere percepita da larga parte dell’elettorato come una questione settoriale, che riguarda “gli altri” più che la collettività nazionale.

La mancata partecipazione assume un valore politico e simbolico di grande rilievo. Da un lato, conferma la difficoltà di mobilitare consenso attorno a una riforma che avrebbe inciso su equilibri profondi di inclusione e appartenenza. Dall’altro, segnala la persistenza di una concezione della cittadinanza come strumento di esclusione più che di integrazione, che delegittima le istanze di riconoscimento provenienti dalle nuove generazioni di origine migratoria.

In prospettiva, l’episodio del giugno 2025 si inserisce in una lunga serie di occasioni mancate nella storia delle politiche italiane di cittadinanza. L’ennesima riforma fallita conferma come l’Italia resti uno dei Paesi più restii d’Europa a modificare una legislazione fortemente ancorata allo ius sanguinis, incapace di riconoscere e legittimare la realtà di una società plurale e multiculturale. E, al contempo, mette in evidenza la distanza che separa le istituzioni dai giovani di seconda generazione, i quali – non vedendo prospettive di inclusione giuridica e sociale – continuano a orientare le proprie traiettorie di vita e di lavoro verso altri Paesi europei.

In questo quadro si inserisce anche la recente riforma introdotta dal governo Meloni, che ha posto forti limitazioni alla trasmissione della cittadinanza italiana per discendenza. Sino a marzo 2025, la normativa prevedeva la possibilità, potenzialmente illimitata, di acquisire la cittadinanza iure sanguinis anche per discendenti lontanissimi degli emigrati italiani. Con il Decreto Legge n. 36/2025, convertito nella L. 74/2025, tale possibilità è stata drasticamente ridotta: il diritto è circoscritto a chi ha un genitore o un nonno esclusivamente cittadino italiano, o a chi può dimostrare la residenza prolungata in Italia del genitore prima della nascita del figlio [10].

Questa scelta normativa produce due effetti contraddittori. Da un lato, risponde a preoccupazioni di ordine gestionale e diplomatico: la platea dei potenziali beneficiari all’estero era diventata sterminata, e in alcuni contesti, come l’America Latina, si era creato uno scarto tra “italiani sulla carta” e comunità realmente in rapporto con il Paese. Ma dall’altro lato, la stretta sulla trasmissione della cittadinanza appare incoerente e paradossale se letta in combinazione con il rifiuto di aprire alla cittadinanza dei nuovi italiani nati e cresciuti in Italia.

Si restringe dunque l’orizzonte per i discendenti lontani degli emigrati, ma non si amplia quello per i figli delle migrazioni contemporanee. In questo modo, il messaggio simbolico trasmesso è di esclusione in entrambe le direzioni: verso l’esterno, negando a molti discendenti di emigrati la possibilità di mantenere un legame con il Paese; e verso l’interno, rifiutando di includere pienamente chi già appartiene alla società italiana.

Il rischio è duplice: da un lato, l’Italia riduce il proprio capitale simbolico e diasporico nel mondo, interrompendo una tradizione di lunga durata che aveva contribuito a mantenere legami culturali ed economici con le comunità italiane all’estero; dall’altro, continua a non investire sulle nuove generazioni cresciute entro i suoi confini, che scelgono sempre più spesso la via dell’espatrio.

Una riflessione critica su queste novità normative deve quindi andare oltre la contingenza politica. Essa interroga il modello di cittadinanza che l’Italia intende adottare nel XXI secolo: uno basato sulla chiusura, sulla difesa identitaria e sulla selezione, oppure uno capace di riconoscere la pluralità delle appartenenze, integrando al tempo stesso le seconde generazioni e ridefinendo in modo coerente il rapporto con le comunità italiane all’estero.

Trasformare questa crisi in opportunità significa elaborare una riforma della cittadinanza che non sia più “a metà”, restrittiva per gli uni e negata per gli altri, ma che sappia coniugare il riconoscimento dei legami storici con l’inclusione dei nuovi cittadini. Solo così l’Italia potrà invertire la spirale della perdita di capitale umano e riaffermare un ruolo credibile come società inclusiva ed europea. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] ISTAT, Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente. Anni 2023-2024, Statistiche Report, Roma, 20 giugno 2025.
[2] Per approfondire si rimanda a Paolo Attanasio, Antonio Ricci, “Come Saturno, l’Italia divora i propri figli? Le dimensioni reali, le motivazioni a partire e le narrazioni delle nuove migrazioni italiane in Europa”, in Benedetto Coccia, Antonio Ricci, L’Europa dei talenti, IDOS-Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, Roma, 2019: 46-49.
[3] ISTAT, Rapporto annuale 2024. La situazione del Paese, Roma, 2024.
[4]https://www.dossierimmigrazione.it/indesiderati-e-discriminati-perche-i-giovani-italiani-di-origine-straniera-abbandonano-litalia/.
[5] Benedetto Coccia, Antonio Ricci, Orizzonti condivisi. L’Italia dei giovani immigrati e con background migratorio, IDOS-Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, Roma, 2025.
[6] Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina, Milano, 2002.
[7] Enrico Gargiulo, “Tra inclusione ed esclusione. La vicenda della cittadinanza in una prospettiva mondiale”, in Sociologia e Ricerca Sociale, 85, 2008.
[8] Maurizio Ambrosini, Sociologia delle migrazioni. Terza edizione, Il Mulino, Bologna, 2020.
[9] Secondo una stima del Centro studi e ricerche IDOS, se il referendum abrogativo dell’8-9 giugno 2025 fosse stato approvato, i potenziali beneficiari della riduzione del requisito di residenza da dieci a cinque anni per la naturalizzazione sarebbero stati circa 1,42 milioni di cittadini non comunitari (pari a oltre un quarto degli stranieri regolarmente residenti in Italia), di cui 1,136 milioni adulti titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo e 284mila minori. La stima esclude i cittadini UE e quantifica un intervallo minimo-massimo, individuando come più probabile la fascia mediana. Tuttavia, a causa delle barriere amministrative, come in particolare quelle di tipo economico, non avrebbero avuto accesso effettivo alla cittadinanza una parte consistente degli stranieri residenti, cioè fino a 700mila individui nell’ipotesi massima. Cfr. https://www.dossierimmigrazione.it/referendum-cittadinanza/.
[10] Corrado Bonifazi, Salvatore Strozza, “Gli italiani nel mondo e il nuovo quadro normativo: la stretta sulla discendenza, le sfide della cittadinanza”, in IDOS, Dossier Statistico Immigrazione 2025, IDOS, Roma. 2025: 97-102. 

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Antonio Ricci, PhD in Storia dell’Europa presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, un’istituzione di riferimento in Italia per gli studi sulle migrazioni e le politiche migratorie. Ha svolto ricerche approfondite sull’immigrazione in Italia e sull’emigrazione italiana, collaborando con esperti nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni e i suoi studi offrono analisi dettagliate delle dinamiche sociali e culturali legate alla migrazione in Italia e in Europa, contribuendo alla comprensione di un fenomeno in continua trasformazione.

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