
Graffiti disegnati dai prigionieri dell’Inquisizione spagnola sulle pareti delle celle delle carceri, Palazzo Steri, Palermo
di Pier Luigi José Mannella
In età Moderna, il cambio di nome e l’assunzione di diversi antroponimi furono una consuetudine diffusa, soprattutto tra i letterati, e tale da produrre una significativa densità onomastica (cfr. Graziani 2021, Mannella 2025). L’alterazione nominale, il conseguente nascondimento della propria identità e la relativa interpretazione più o meno conscia di un altro sé non interessarono soltanto l’ambito letterario. Un cambiamento di condizione, status o ruolo sociale conduceva inevitabilmente a un mutamento anche onomastico: pensiamo ai nomi ecclesiastici acquisiti da preti, frati e prelati una volta presi i voti. In questo caso il chierico abbandonava insieme alla vita anche il nome secolare, per intraprendere un nuovo percorso spirituale e terreno con una nuova identità personale e onomastica. Medesimo fenomeno si verificava in caso di conversione religiosa: il neofita adottava un nome consono alla sua nuova veste spirituale.
Dalla documentazione in castigliano dell’Inquisizione spagnola in Sicilia conservata a Madrid (cfr. Mannella 2022, 2023, in c.s.), sappiamo di un certo Ottavio Clemente, ad esempio, originario di Caltavuturo che aveva sposato una donna e con lei viveva a Patti, in provincia di Messina. Fu accusato nel 1640 al Santo Uffizio spagnolo perché, mentre era ancora in vita la moglie, era stato ordinato diacono e stava per prendere i voti come sacerdote di messa con il nome di Don Giovan Filippo Romano, vivendo di fatto una doppia vita con una doppia identità e due nomi che alternava all’occasione:
«Don Joan Felippe Romano natural y vezino de Caltabuturo obispado de Chefalu y por otro nombre Octavio Clemente sacerdote de 69 años. Fue testificado deque siendo casado en la ciudad de Patti, y teniendo su muger viva se havia ordenado hasta de diacono y que estava de ordenario luego de missa y que habiendo el testigo buelto alla algunos meses ala dicha ciudad de Patti, havia hallado viva su muger, procurose luego saber como havia passado dicho matrimonio y si era viva la dicha muger y examinada dixo como se havia casado con ella debaxo del segundo nombre» (AHNM, l. 902, cc. 35 rv).
Similmente, Frate Vincenzo di Castelvetrano, religioso professo dell’ordine di San Domenico, conduceva una doppia vita e, pur ricoprendo questa carica ecclesiastica, si era sposato due volte e aveva avuto figli, sotto il nome di Francesco Lombardo. Per tali motivi fu processato e condannato alle galere (Fray Vinçençio de Castelbetrano religioso professo del orden de s. to Domingo, y fuera de la religión se llamava Françisco Lombardo, natural de Castelbetrano, AHNM, l. 900, c. 142v).
Nel 1600 furono processati per bigamia anche due calabresi provenienti da Squillace che avevano adottato più antroponimi molto verosimilmente per nascondere (a Palermo dove avevano sposato la seconda moglie) la loro vera identità e quindi la bigamia: uno si chiama Martilio alias Aquilio Drago alias Valente alias De Politi (AHNM, l. 899, c. 56v) e l’altro Vespasiano Li Castelli alias Jacobo Romano (AHNM, l. 899, c. 57r).
Sovente si adottava un altro nome per non essere riconosciuti: Giuseppe La Daga, ad esempio, bandito da Napoli, una volta trasferitosi a Milazzo, adottò il nome di Giuseppe Agnello per non essere riconosciuto e intraprendere una nuova vita. Il reo si era infatti risposato in Sicilia, nonostante avesse a Napoli la moglie in vita, e perciò accusato nel 1638 all’Inquisizione spagnola di stanza a Palermo in qualità di bigamo: Jusepe La Daga alias Añello sobrenombre que se pusso por no ser conozido por estar vandido de Napoles donde hera natural. In un’altra relación dello stesso processo è specificato che Agnello è nombre troccado (AHNM, l. 901, 486r).

Graffiti disegnati dai prigionieri dell’Inquisizione spagnola sulle pareti delle celle delle carceri, Palazzo Steri, Palermo
Pseudonimi cristiani e musulmani
Numerose epitomi delle cause celebrate a Palermo dall’Inquisizione spagnola in età moderna, note come relaciones de causas, dimostrano che l’adozione di un nuovo antroponimo era consueta conseguenza dei cristiani convertitisi in musulmani o dei musulmani che si votavano al cristianesimo; e il nome acquisito proveniva dalla tradizione della confessione scelta.
Miguel de Omar e sua moglie Esperança Cabrero, ad esempio, spagnoli che abitavano in Sicilia, vivevano segretamente come musulmani e in pubblico come cristiani ([vivian] secretamente a la usanza de moros y despues en publico a la usanza de christianos), assumendo di volta in volta il nome rispettivo da moro, cioè Ali e Aya, o da cristiano, Miguel ed Esperanza (AHNM, l. 900, c. 82r). L’acquisizione del nuovo antroponimo dipendeva dal nuovo credo e dalla tradizione di questo. Un marinero, di nome Luigi di Carlo di Sutera, diocesi di Girgenti, aveva portato in un vascello turcos rescatados da Palermo a Tunisi e in quell’occasione spontaneamente aveva rinnegato la fede cattolica e accolta quella musulmana, vestendo l’abito e acquisendo il nome di Mustafà (y de su voluntad renego la fee catolica con todas las ceremonias que en tal caso se acostumbran dexandose retaxar y tomando habito y nombre de turco, Mostufa, AHNM, l. 900, 83r). La cerimonia musulmana di adesione prevedeva sempre l’imposizione di un antroponimo della tradizione islamica e la vestizione dell’abito musulmano.
Negli stessi documenti sono registrati svariati casi di persone sequestrate da musulmani, condotte a Tunisi, e ridotte in schiavitù. Da questa potevano affrancarsi solo convertendosi all’islam, cambiando il nome cristiano in un nome musulmano, appunto, e celebrando i riti previsti da tale religione.
Claudio Luchetto, originario della Provenza, soldato imbarcato in un vascello dei cavalieri di Malta fu fatto schiavo dai turchi che gli imposero di convertirsi per salvarsi la vita e gli posero il nome musulmano Alì (en un baxel de un cavallero de Malta en levante dieron altraves y fueron hechos esclavos y […] los hizieron renegar por salvar las vidas y que asi el renego en la forma que en tal caso se acostumbrava y le pusieron nombre de turco Aly, AHNM, l. 900, 97 r).
Ma il numero di casi analoghi di conversione attestati nella documentazione spagnola in Sicilia, relative sia a persone di passaggio, come quelle imbarcate e provenienti da ogni parte del Mediterraneo e dell’Europa, sia a siciliani in particolare, è ragguardevole. A titolo esemplificativo, sfogliando solo le prime pagine del libro n. 900 della sezione ‘Inquisición, Sicilia’ dell’Archivo Histórico Nacional di Madrid, trascriviamo l’incipit di alcune sintesi processuali che riguardano ‘rei’ con nome cristiano (Angela, Pedro, Catalina, Serafina, Vincenza, Giovanni, Geronimo, Andrea, Gaspare, etc.) e nome musulmano (Zarca, Piala, Zara, Miriam, Alì, Zaite, Morato, etc.). In molti casi si tratta di moriscos cacciati dalla Spagna della reconquista.
Angela en Xpiano y en morisco Zarca natural de Guadalesti en el Reyno de Valençia (l. 900, 4 r; Angela in cristiano e in musulmano Zarca, originaria di Guadalesti nel Regno di Valenza).
Pedro Rosso natural de Bersech en Rusia, y en turquesco Piala (l. 900, 4 v).
Catalina en Xpiano y Zara en morisco de las del Reyno de Valencia (l. 900, 23 v).
Serafina en Xpiano y en Morisco Meriam natural de Bellus (900, 25r).
Vincencia alias Zara morisca de las espulsas del Reyno de Valencia (l. 900, 26 v)
Joan Ravacet y en morisco Aly natural de Murla en el Reyno de Valencia (l. 900, 27r)
Francisco y en moro Zaite morisco de los que fueron espulsos de España, natural de Alcaratin (l. 900, 27v).
Geronimo y en morisco Sahadum natural de Alivar en el Reyno de Valencia […] de haverlo visto con vestido y nombre de moro (l. 900, 28 r).
Andreas Marianazo y en turquesco Morato natural de Suso en el Reyno de Çerdena (900, 29v)
Gaspar de Xalon y en morisco Salem natural de la tierra de Xalon en el Reyno de Valencia de 26 años fue testificado con su testigos que siendo xpiano de los moriscos espulsos de Espana andava en esta ciudad con habito i nombre de moro haziendo vida de tal (900, 28v)
Miguel de Omar alias Aly morisco de los echados de España natural de Alfamen en el Reyno de Aragon […] y se llamaria Ali nombre de moro y hazia vida de tal […] y que en publico tenia nombre de Xpiano Miguel y exteriormente hazia vida de tal (900, 81rv).
Il cambiamento di nome coinvolgeva anche gli stessi ecclesiastici che, pur rimanendo all’interno dello stesso credo, passavano da un ordine monastico all’altro. Un uomo di Sortino, di cui non conosciamo il nome di battesimo, ad esempio, processato dall’Inquisizione a Palermo nel 1651, aveva acquisito il nome di Don Francesco Ispano, quando aveva preso i voti quale religioso professo dei conventuali di San Francesco, successivamente variato in Don Pedro Ispano, una volta divenuto sacerdote di San Pietro, in coerenza con i rispettivi santi e relativi agionimi: Don Pedro Ispano olim Fray Francesco Ispano a<h>ora sacerdote de S. Pedro y antes religioso profeso de San Francisco de los conventuales (AHNM, l. 902, c. 230r).
Nella documentazione spagnola alcuni frati e monaci sono registrati con il nome del santo dell’ordine e il toponimo di provenienza: Frai Jusepo de Tusa, originario di Tusa, Fray Mario de Juliana, proveniente da Giuliana (Girgento), Frai Francisco Surtino, da Sortino, Fray Humile de Castro Juan, di Castrogiovanni, ad esempio. L’antroponimo ecclesiastico era, perciò, composito, sovente tripartito (prenome, nome, cognome) e sintetizzava una serie di informazioni della persona relative alla condizione (Frate/Fra, Don, Padre etc.), ordine religioso di appartenenza (conventuali/riformati/regolari etc. di San Francesco, San Giuseppe, San Pietro etc.) e provenienza geografica (Sortino, Tusa, Palermo, etc.). Lo stesso ‘Humile’, religioso professo di San Francesco, riconduce al santo di Assisi, in quanto l’umiltà era una virtù contemplata dalla dottrina e dalla Regola dell’ordine.

Graffiti disegnati dai prigionieri dell’Inquisizione spagnola sulle pareti delle celle delle carceri, Palazzo Steri, Palermo
Soprannomi
Nel caso del soprannome, a volte, anche questo aveva la funzione di cristallizzare caratteristiche del soggetto, l’indole o il “nuovo” status, come quello professionale, o la città o la famiglia di provenienza, con una funzione propagandistica, semplificativa e/o storico mnemonica.
Frate Innocenzo di Salemi, ad esempio, portava il cognome d’Ippolito (capostipite di famiglia o santo a cui il ‘reo’ si era votato) e il soprannome Lombardo, probabile etnonimo con funzione cognominale di provenienza geografica della famiglia. Matteo Valente di San Filippo d’Agira era chiamato ‘La peste di San Filippo’ perché era un grande truffatore e con i suoi inganni aveva vessato e derubato gli agirensi (grande embustero por lo qual lo llamavan comunemente La peste de San Felipe).
Gli epiteti soprannominali usati nell’isola sono di diverso tipo come approfonditi in La Sicilia nei soprannomi di Giovanni Ruffino. Nella documentazione madrilena, riscontriamo soluzioni univerbate (Mangalavita, Scansafatica, Tiscutu etc.) composti sostantivo aggettivo (Trentacapiddi, Carnemolla, Cammisabianca, Malatasca etc.), zoonimi (Ciàula, Lupu, la Liuna, Purceddu, etc.), ipocoristici (Filippazzu, Pettinicchio, Vichicedda, etc.), fitonimi (La cacocha, Cannella, Cannavu, etc.), aggettivi o sostantivi descrittivi (Lu tignusu, La sorda, etc.) e professionistici, come Lo Medico (scil. Lu Medicu) e come Caterina Maurici detta La Iettara di cui parliamo infra.
1572, Antonio Russo detto Lo Medico di La Ferla, (AHNM, l. 898, c. 34r)
1577, Salvatore De Ramundo detto Ciaula, di Mineo, (898, 84r)
1579, Francesco Mangalavita di Catania, (898, 118v)
1579, Hieronimo Treintacapilli, (898, 120v)
1579, Giovanni Carnemolla di Sciacca, (898, 223r; cfr. l’arciprete di Scicli, don Giuseppe Carnemolla, ne I pugnalatori di Sciascia)
1579, Francesco d’Amico alias El Tiñoso (scil. Il Tignoso) di Milazzo, (898, 226v)
1582, Antonio Tiscoto (sic. ti scutu, ‘ti ascolto’) di Palermo, (898, 248)
1582, Stefano Ricco, alias Cannabo (sic. cannavu, ‘canapa’) di Savoca, (898, 250r)
1582, Francesco Cozzo alias Menzatesta, (898, 257v)
1594, Giovan Battista Cardi di Catania, detto Pettinicchio, (898, 292r)
1576, Clara Sirana detta Pirruna, vedova, di Buscemi (898, 297r)
1594, Fra Paolo di Palermo detto Mazzotta (898, 314v)
1584. Sebastiano Lanza di Galati detto Scansafatiga (898, 375v)
1584, Maria Gallo detta La sorda, di Palermo (898, 376rv)
1600, Antonia Pallalonga detta La pisciata, di Siracusa, (899, 43r)
1600, Domenica Politi detta Minica La cacocha (nel profilo di Filippo Torregrossa detto L’Auricchiutu, 899, 55v)
1601, Francesco Rizzo di Caltagirone, bigamo, detto Bundanzia (899, 88v)
1601, Marcio Bayana detto Malatasca (cfr. il profilo di Simone Raymundo, 899, 89r)
1601, Don Vincenzo muratore di Castrogiovanni (Enna) detto Lupo, (899, 92r)
1606, Francesco Bonanno di Palermo, alias Filippazzo (899, 226v)
1606, Giuseppe Gargani detto Campana, di Francavilla (899, 244v)
1606, Vincenzo Cordaro detto Scopitela (scil. scoppitella) di Caltanissetta (899, 253r)
1603, Rosa La Armiglia detta La Liona (899, 138v)
1618 Vincenzo De Paola detto Vichicedda (Vicencio de Paula alias Vijichela, 900, 49v)
1618 Vincenzo Rumbo alias Rubino, di Modica vive a Palermo (ib.)
1618 frate Celestino di Palermo alias Solato, (900, 67v-68r)
1618 Marta Frazeta alias Bonacolto di Alcamo, abitante a Messina, (900, 73r)
1618 Don Rocco Ciccone, alias Valato (900, 128r)
1620 Antonio Zingarella alias Cammisa Bianca di Mineo, chiromante (900, 171v-172v)
1621, Filippo Vitali alias Canela, ventiseienne di Militello Valdinoto (900, 182v-183v)
1624, Marco Lanza di Ficarra di 27 anni, detto Viscuso (900, 199v)
1624, Vincenzo Sponselo detto Arsino originario di Caltavuturo, abitante a Palermo, carrettiere (cochero), (900, 300rv)
1628, Esteban de Benedito (Stefano Di Benedetto) detto Porcello, 25 a. di Licodia, (900, 463r)
1629, Don Basilio Proscimi detto La Vasura, Messina, 32 a. (901, 260r-262r)
1638, Matteo Valente di San Filippo d’Agira, detto La peste di san Filippo per le sue implicazioni, nella preparazione di truffe, con le arti magiche e negromantiche, (901, 424r)
1638, Pedro Cantaro detto Verdiglio, di Licodia (901, 427r)
1636, Domenico De Michele detto Pipito, Palermo (901, 544r)
1640, Fray Inocençio de Polito alias Lombardo natural y vezino de Saleme (902, 2v).
Alcuni sono palesemente soprannomi di famiglia e coinvolgono tutti i componenti che vi appartengono, come quelli della famiglia Russo di Palermo indicati tutti come ‘Basilico’.
1618 – Gaspare Russo alias Basilico, di Palermo (AHNM, l. 900, 38v); Salvatore Russo alias Basilico di Palermo (AHNM, l. 900, 38v, 63v-64r); Giuseppe Russo (figlio di Salvatore) alias Basilico di Palermo (AHNM, l. 900, 62r-63v).

Graffiti disegnati dai prigionieri dell’Inquisizione spagnola sulle pareti delle celle delle carceri, Palazzo Steri, Palermo
Caterina La Iettara
Caterina Maurici messinese, processata nel 1591 all’età di sessant’anni, era comunemente nota come la Iettara, lett. ‘colei che le ietta’ (scil. lancia, getta) in riferimento alle sorti, quindi con un antroponimo professionistico di matrice metonimica. In questo caso, l’atto rituale divinatorio di lanciare/iettare le sorti diventa esemplificativo, identificativo e caratteristico di una figura a tal punto da suggellarne socialmente il ruolo professionistico e la stessa personalità.
La Iettara era infatti un’indovina nota perché prediceva il futuro lanciando, iettando, le sorti e interpretandole; nel caso specifico lanciava le fave. L’uso delle fave per le interpretazioni divinatorie è molto diffuso in Sicilia, dove ancora persiste in alcuni paesi e presso alcune famiglie il costume di mettere sotto il cuscino, nella notte di San Giovanni, tre fave: una coperta dalla buccia, una spizzicata, e una spogliata dalla buccia. Al mattino la prima fava che avesse preso la ragazza sarebbe stato indizio del futuro marito se ricco (fava rivestita), né ricco né povero (fava spizzicata) o indigente (fava spogliata).
Iettara come epiteto professionale corrisponde perciò a ‘indovina’ ed è un sostantivo deverbale (dal sic. ittari/iettari, ‘gettare’, ‘buttare’, ‘lanciare’).
Caterina La Iettara, alias di Maurici, originaria di Messina di età di 60 anni, fu accusata da cinque testimoni, di cui quattro concordi, di averle visto fare diverse superstizioni mischiando cose sacre con cose profane facendo la professione di indovina, prevedendo come sarebbero andate le cose relativamente a matrimoni, malattie, e altre cose utilizzando per fare ciò un gatto che misurava con il braccio e lo passava sopra un panno o camicia del malato o di chi desiderava sapere il futuro; [la rea oltre a questi riti] recitava alcune orazioni. [Fu accusata] da un testimone che faceva le suddette superstizioni con creta, chiodi e un pugno di capelli e faceva passare un gallo di sopra e dando colpi di piedi chiamava il demonio. Nelle sue udienze confessò di aver fatto le dette superstizioni e lanciato le sorti con le fave per divinare le cose che le chiedevano, senza però crederci, ma che lo faceva perché così glielo avevano insegnato. Negò altresì di aver invocato e chiamato il demonio. Vista la sua causa, si votò che uscisse nell’autodafè, abiurasse de levi, compisse le altre penitenze spirituali che le imposero e, a Messina, ascoltasse una messa in forma di penitente nella chiesa e nel giorno che le sarebbero stati assegnati. Fu eseguito. (AHNM, l. 898, c. 520v).
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Riferimenti bibliografici
AHNM = Archivo Histórico Nacional Madrid, Inquisición (Sicilia), Libros/Legajos.
Graziani, M. 2021, Esempi di pseudonimia femminile nella letteratura portoghese e italiana di epoca moderna, in Michela Graziani e Salomé Vuelta García (a cura di), L’autore e le sue maschere, Olschki, Firenze: 43-67.
Mannella, Pier Luigi José, 2021. «Dalla carta al muro. Graffiti e rituali nelle segrete dello Steri», in Etnografie del contemporaneo, 4: 155-199.
Mannella, Pier Luigi José, 2023a. «Giovanni di Michele e gli altri poeti siciliani incarcerati a Palermo (secc. XVI-XVII)», in Bollettino del Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 34: 35-100.
Mannella, Pier Luigi José, 2023b. «Prodotti esoterici di matrice rituale nelle testimonianze grafiche delle carceri dello Steri», in Rosario Perricone (a c. di), Imaginis Tempora Currunt, Ed. Museo Pasqualino, Palermo.
Mannella, Pier Luigi José, 2024a. Ottave sacre siciliane. Un’inedita raccolta secentesca di canzuni spirituali, Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani.
Mannella, Pier Luigi José, 2024b. «Erotic Ritual Symbols in the Secret Prisons of the Steri in Palermo», in (Cianciolo Cosentino et al. a cura di) Graffiti Art in Prison, LetteraVentidue, Siracusa.
Mannella, Pier Luigi José, 2025. «Onomastica mistificata. I poeti mascherati del Parnassu Sicilianu (secoli XVI-XVII)», in RION, 31, 2: 519-539.
Mannella, Pier Luigi José, in c.s.. «Sovrapposizioni di codici nella documentazione prodotta dal Santo Officio spagnolo in Sicilia (secoli XVI-XVIII)».
Ruffino, Giovanni, 2020. La Sicilia dei soprannomi, Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani.
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Pier Luigi José Mannella, Dottore di Ricerca in Scienze Umanistiche, insegna a contratto Istituzioni di Linguistica Italiana all’Università di Palermo. Si occupa da anni di ricerche in ambito filologico linguistico e storico antropologico, dedicandosi allo studio di formule proverbiali e incantatorie, di personalità mistiche del folklore siciliano, del lessico delle pratiche magiche rituali, dei poeti siciliani dei secc. XVI-XVII e della loro produzione. Ha pubblicato diverse monografie (Le figure popolari siciliane nei proverbi di Mazzarino, Lussografica, Caltanissetta 2005; Il sussurro magico. Scongiuri, malesseri e orizzonti cerimoniali in Sicilia, Ed. Museo Pasqualino, Palermo 2015; Ottave sacre siciliane. Un’inedita raccolta secentesca di canzuni spirituali, CSFLS, Palermo 2024) e vari articoli in riviste scientifiche (Eziopatologie socio-simboliche in Sicilia. Una ricognizione, Lares, Firenze, 2019; Toccati dalle «donni». Patogenesi preternaturali e mediatori terapeutici in Sicilia, Erreffe La Ricerca Folklorica, 2020; Trizzi di donna. Tra etnopatia e virtù, Etnografie del contemporaneo 2, 2020; Teonimi e agionimi mutanti nelle orazioni rituali siciliane, RION, XXVII, 2, 2021; Dalla carta al muro. Graffiti e rituali nelle segrete dello Steri, Etnografie del contemporaneo, 4, 2022; Giovanni di Michele e gli altri poeti siciliani incarcerati a Palermo (secoli XVI-XVII), Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 34, 2023, etc.).
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