Alla ricerca di se stessi. Adolescenti e nuove forme di famiglia

 copertina chiaradi  Chiara Dallavalle

La peculiarità dei fenomeni migratori contemporanei sta nel loro essere eventi globalizzati, ma al tempo stesso collegati ad esperienze di vita assolutamente locali e personali. Arjun Appadurai teorizza proprio la distinzione tra spazio come àmbito in cui si verificano processi globali, e luogo, definito sulla base di uno specifico territorio e afferente ad una data comunità. Appadurai prosegue sottolineando come sia proprio l’interrelazione tra spazio e luogo alla base dei processi di produzione culturale (Appadurai 1996). Se le migrazioni di oggi vanno in scena su un palcoscenico che non può che essere il pianeta intero, tuttavia esse acquisiscono significato specifico soltanto all’interno della dimensione locale, dove il tessuto denso delle pratiche quotidiane e delle relazioni informali le ridisegna attribuendovi caratteri distintivi.

Allora, da un lato i mass media ci presentano l’arrivo dei migranti sul nostro territorio come un fenomeno di proporzioni impressionanti, le cui logiche sfuggono alla limitata percezione che ne possiamo avere. Gli sconcertanti numeri di questo evento apocalittico sono accompagnati da immagini di tragedie umane che scuotono le nostre coscienze, ma che in fondo rimangono confinate dentro lo schermo del nostro televisore o sulle pagine dei quotidiani. Al contrario, la nostra esperienza diretta con i migranti è, per la maggior parte delle volte, quella che avviene sul terreno della quotidianità, nell’incontro di tutti i giorni con i vicini di casa, con i genitori dei compagni di classe dei nostri figli e con chi aspetta con noi nella sala d’attesa di un ospedale. È proprio qui, e non nella visione catastrofica degli sbarchi di massa, che si gioca il confronto con il nostro senso di appartenenza culturale, ed è qui che la dinamica identitaria “noi-altri” trova la sua declinazione concreta.

Se l’utilizzo ideologico dell’identità, sempre in termini oppositivi, pervade completamente il dibattito politico a livello nazionale, i processi di avvicinamento e differenziazione da chi appare “altro” da noi si giocano sempre sul piano delle pratiche quotidiane. Il confronto di tutti i giorni con persone che hanno abitudini e stili di vita diversi dai nostri ci costringe per forza di cose a sottoporre a revisione anche il nostro modo di rappresentare la visione del mondo che abbiamo, e le categorie attraverso cui attribuiamo significato alla realtà intorno a noi. Questo confronto può non essere scevro di sofferenza, nel momento in cui le differenze sembrano inconciliabili, ma è al tempo stesso un’opportunità irripetibile di immaginare nuovi scenari di senso entro cui collocarci.

La riformulazione del concetto di famiglia, e delle relazioni tra genitori e figli all’interno del nucleo famigliare, è una di queste opportunità. Parlare di famiglia oggi implica sempre più parlare anche di diversità, in quanto le forme famigliari alternative a quella tradizionale sono ormai ampiamente diffuse. Si sta finalmente affermando una cultura della differenza, in cui non solo è contemplata l’esistenza di tipologie di famiglia differenti da quella tradizionalmente dominante, ma si è anche creato lo spazio per il loro riconoscimento sociale, ponendo fine al loro etichettamento di variazioni devianti della norma. La legittimità ad affermare il diritto ad essere diversi sta diventando la nuova forma di normalità (Fruggeri 2005). Pertanto non vi è più un unico modo in cui alla famiglia è concesso rappresentarsi, ma è il nucleo famigliare stesso che sceglie quali variabili andranno a definire la propria forma famigliare. In questa prospettiva, la cultura non è che una variabile tra le altre.

foto1Il confronto con modelli di famiglia differenti sollecita in ciascuno di noi una profonda riflessione sul nostro modo personale di vivere le relazioni famigliari, uno specifico aspetto delle quali è rappresentato dalla relazione genitori-figli. Se crescere un figlio all’interno di un tessuto sociale e culturale a cui si appartiene fin dalla nascita e tutto sommato stabile nel tempo, permette una certa continuità in termini di trasmissione di valori e stili educativi, questo diventa molto più problematico quando gli elementi di rottura tra nucleo famigliare ed ambiente esterno sono maggiori. È questo il caso delle famiglie di migranti, che si trovano ad allevare i propri figli in una società che per certi versi risulta profondamente differente da quella di provenienza, e dove la necessità di adattarsi al nuovo contesto va negoziata con il bisogno primario di mantenere la propria integrità culturale. I figli in questo senso possono svolgere l’importante funzione di “ponte”, di collegamento con il contesto circostante, ma al tempo stesso, soprattutto nel periodo adolescenziale, arrivano ad accentuarne maggiormente gli elementi di frattura.

Infatti, la presenza di minori di seconda generazione costringe il nucleo famigliare a rivedere il proprio sentimento di affiliazione culturale, e di lealtà verso la comunità etnica di appartenenza. Seconde generazioni è il termine solitamente utilizzato in riferimento ai figli di coppie immigrate, spesso non solo cresciuti ma anche nati nel Paese di immigrazione dei genitori. Il dibattito in merito alla categoria concettuale di “seconda generazione” è ampio [1], ma, volendo generalizzare, questo termine assolve bene alla funzione di denominare semplicemente la generazione successiva a quella di coloro che sono migrati in età adulta. Spesso ci si riferisce alle seconde generazioni come a ragazzi “in bilico tra due mondi”, sottoposti ad un doppio stimolo di omologazione da parte da un lato della propria famiglia e della sua comunità etnica di appartenenza, e dall’altro dalla società in cui sono cresciuti, che permea quasi ogni ambito della loro vita quotidiana.

Questo processo di ridefinizione della propria identità, in accordo/opposizione con il proprio nucleo famigliare, diviene ancora più marcato quando il normale conflitto intergenerazionale tra genitori e figli entra nella sua fase acuta: l’adolescenza [2]. È proprio in questo periodo che la variabile culturale inizia a giocare un ruolo determinante, ed è qui che il tema dell’identità acquista un ruolo primario. Se intendiamo l’identità come la capacità dell’Io di conservare il senso della propria unicità e continuità anche all’interno del cambiamento, è indubbio che tale capacità si modella non solo attraverso processi intrapsichici ma anche e soprattutto attraverso processi relazionali (Scabini, Cigoli 2000). L’adolescente attraversa profonde trasformazioni non solo fisiche, ma anche emozionali e sociali. La ricerca del “chi sono” porta ad esplorare diverse forme di appartenenza, tra cui anche quella dell’identità culturale. Questo produce un confronto serrato con i propri genitori, che sono a loro volta impegnati in un processo dialettico di avvicinamento e differenziazione dalla società d’accoglienza. Spesso la questione identitaria si traduce in prese di distanza forti gli uni dagli altri, ad esempio rispetto alla conformità o disconformità a determinati principi etici e religiosi, oppure al tema del progetto migratorio. Se i migranti di prima generazione lasciano solitamente aperta anche la possibilità di un ritorno al Paese d’origine, l’adolescente mette in crisi questa visione nel momento in cui si trova a compiere scelte scolastiche e professionali improntate ad un definitivo radicamento nei luoghi del presente.

FOTO2Tuttavia il processo di costruzione identitaria che ha luogo negli adolescenti appartenenti a famiglie migranti non assume necessariamente sempre il carattere dell’opposizione. Sarebbe fuorviante pensare che questi ragazzi si trovino nella condizione di dover scegliere tra due culture, quasi che si trovassero nella lacerante posizione di mezzo tra due universi culturali chiaramente definiti ed in netta contrapposizione. Al contrario, l’identità degli adolescenti di seconda generazione passa attraverso la costruzione di riferimenti ad una pluralità di culture (quella della famiglia, degli amici, della scuola, dei mass media, e così via), che si sovrappongono e si contaminano a vicenda. Pertanto sarebbe estremamente riduttivo parlare di identità al singolare, quando al contrario gli individui si muovono creativamente tra diverse appartenenze e rappresentazioni di sé e della realtà circostante. “Appartenenze multiple” è sicuramente una categoria concettuale maggiormente efficace (Valtolina, Marazzi 2006). Va aggiunto che i processi di costruzione dell’appartenenza sono sempre connotati da un accentuato protagonismo degli individui coinvolti, i quali sono costantemente impegnati a reinventare creativamente il proprio rapporto con la realtà circostante. Il risultato è quello che potremmo definire una espressione di multiculturalismo quotidiano, laddove nelle pratiche ordinarie di tutti i giorni, gli individui sono capaci di azioni creative e di “resistenza” (Frisina 2006), che coinvolgono una pluralità di sfere di appartenenza.

foto3Al tempo stesso non sono solo gli adolescenti di seconda generazione, ma l’intero nucleo famigliare ad intraprendere un costante percorso di ridefinizione della/e propria/e identità. È necessario andare oltre la riduttiva dicotomia famiglia italiana-famiglia straniera, proprio perchè la famiglia stessa è diventata «un oggetto sociale carico di significati con cui i soggetti si confrontano e si rapportano in modo tutt’altro che sbrigativo o semplificativo» (Fruggeri 2001: 98).L’esito di questo processo è ogni volta nuovo e sorprendente, e consente di andare oltre l’immagine stereotipata secondo cui entrare in contatto con l’Altro da noi contaminerebbe la nostra appartenenza identitaria. Al contrario, il confronto quotidiano con la diversità costituisce un’opportunità ogni volta unica ed irripetibile per ripensare e reinventare chi siamo.

Dialoghi Mediterranei, n.21, settembre 2016
Note
[1] Letteralmente per “seconda generazione” ci si riferisce ai figli di famiglie migranti, nati in un Paese e successivamente emigrati in un altro con il proprio nucleo famigliare, oppure nati direttamente nel nuovo contesto di accoglienza (Portes and Zhou 1993:75; Rumbaut 1997). Il termine implica che ci debba essere una prima generazione, rappresentata da coloro effettivamente impegnati nell’atto migratorio e nell’insediamento nella nuova società. Le seconde generazioni hanno quindi a che fare con il passo successivo della migrazione, quando, una volta giunta nella società d’accoglienza, la famiglia straniera avvia il processo di insediamento.
[2]  A questo proposito, va detto che, per quanto esistano degli stadi psicofisici evolutivi dell’essere umano trasversali ad ogni cultura, tuttavia l’adolescenza come specifica età della vita è tipica solo delle società occidentali. Nelle culture tradizionali infatti determinati riti segnano il passaggio quasi immediato dall’infanzia all’età adulta, mentre è assente quella fase di transizione così dilatata nel tempo che è divenuta l’adolescenza nelle culture post-industriali. Inoltre l’estensione dell’adolescenza fino ai 25-30 anni è un fenomeno ancora più recente e nuovo anche per noi, con profonde radici nei radicali mutamenti socio-economici degli ultimi decenni
Riferimenti bibliografici
Appadurai, A., 1996, Modernity at Large. Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis: University of Minnesota Press.
Baumann, G., 1996 (2006), Contesting Culture. Discourses of Identity in Multi-ethnic London, Cambridge: Cambridge University Press.
Frisina, A., 2006, ‘La Differenza: un Vincolo o un’Opportunità? Il Caso dei Giovani Musulmani di Milano’, in Valtolina, G. G. and Marazzi, A, 2006, Appartenenze Multiple. L’Esperienza dell’Immigrazione nelle Nuove Generazioni, Milano: FrancoAngeli.
Fruggeri, L. Mancini, T., 2001, ”Vecchie” e “Nuove” Famiglie. Rappresentazioni e processi Sociali’, in Adultità, 14: 87-108.
Fruggeri, L., 2005, Diverse Normalità. Psicologia delle Relazioni Famigliari, Roma: Carrocci Editore.
Marazzi, A. (a cura di), 2005, Voci di Famiglie Immigrate, Milano: FrancoAngeli.
Portes, A and Zhou, M., 1993, ‘The New Second generation: Segmented Assimilation and Its Variants’, in Annals of the American Academy of Political and Social Science, 530: 74-98.
Rumbaut, R., 1997, ‘Ties That Bind: Immigration and Immigrant Families in the United States’, in Booth, A, Crouter, A., and Landale, N. (eds), Immigration and the Family, New Jersey: Lawrence Erlbaum Associates, 3-45.
Scabini, E. Cigoli, V. , 2000, Il famigliare, Milano: Raffaello Cortina.
Valtolina, G. G. and Marazzi, A., 2006, Appartenenze Multiple. L’Esperienza dell’Immigrazione nelle Nuove Generazioni, Milano: FrancoAngeli.
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Chiara Dallavalle, già Assistant lecturer presso National University of Ireland di Maynooth, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Antropologia culturale, è coordinatrice di servizi di accoglienza per rifugiati nella Provincia di Varese. Si interessa degli aspetti sociali e antropologici dei processi migratori ed è autrice di saggi e studi pubblicati su riviste e volumi di atti di seminari e convegni.

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