È noto che Leonardo Sciascia, in gioventù accanito spettatore di film, a un certo punto della sua vita smise quasi di andare al cinema, facendo eccezione, a suo dire, soltanto per i film di Federico Fellini, per qualche riluttante visione di film ricavati dai suoi romanzi [1], per quei pochissimi film sui quali ha scritto brevi testi critici e poi, nell’ultima estate della sua vita, per Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, di cui scriverà nel commovente C’era una volta il cinema, che decise di includere nella sua ultima raccolta di saggi [2].
E bisognerà chiedersi perché un uomo che da ragazzo era stato uno spettatore di film appassionato, con la forma mentis del cinefilo che coltiva una «passione suprema» [3], e che da adulto aveva anche dato prova di una notevole e severa capacità di storicizzazione critica di almeno un filone cinematografico [4], abbia poi sostanzialmente rinunciato tanto alla dimensione cinefila quanto a quella cinecritica. E bisognerà anche chiedersi perché abbia fatto eccezione per i film di Fellini: sempre ammesso che sia del tutto vero e che le sue dichiarazioni non siano un po’ iperboliche, sia nel senso che non vedesse altri film che quelli di Fellini sia nel senso che abbia davvero visto tutti [5] i film di Fellini (e anche quest’eventuale iperbole dovrebbe comunque avere una motivazione e dunque una spiegazione possibile).
Trascriviamo, intanto, una dichiarazione, formulata all’insegna del disamore: «È un paio d’anni che frequento pochissimo il cinema. E le rare volte che ci capito, quasi mai riesco a vedere un film per intero. Perché sono arrivato ormai alla convinzione che non c’è film, per quanto buono, che valga un libro anche mediocre. E io, a quarantaquattro anni, ho ancora tanti grandi libri da leggere» [6]. Sono le parole iniziali di un breve testo del 1965, in cui Sciascia stronca un grande film, Il silenzio di Ingmar Bergman e ne approfitta per lanciare strali affilati anche sull’opera di Michelangelo Antonioni.
Più avanti nel tempo le affermazioni saranno ancora più recise: «Ormai, per saturazione, non vado più al cinema (se non per vedere i film di Fellini)»: è il 1987 e Sciascia aggiunge che «non vedrò dunque Il Siciliano di Cimino: che non sarei andato a vedere, peraltro, neanche se il cinema continuassi a frequentarlo»[7]. Nello stesso anno scrive anche: «Ormai il cinema mi annoia, ci vado soltanto per vedere i films di Fellini: non più, dunque, di una volta ogni anno». La “saturazione” è diventata più esplicitamente “noia” ma quello che segue è anche più interessante: «Ma fin verso il 1960, a partire dagli anni del cinema muto, di films ne ho visto tanti: spesso due in una sola giornata. Il cinema è dunque per me, oggi, soltanto memoria: con tutte quelle decantazioni, trasformazioni e inganni che nella memoria accadono» [8].
Questo discorso sul cinema come memoria proseguirà in C’era una volta il cinema, dove l’essere memoria del cinema diventerà elegia e ricordo commosso per un mondo che non c’è più: il mondo dei piccoli cinema di provincia, dell’umanità che li affollava e dello spolverìo di stelle che dal grande schermo popolava la fantasia di quell’umanità. E queste considerazioni, anche se il regista riminese non è menzionato nel saggio, mi fanno pensare comunque a Fellini (al Fellini di Luci del varietà e di Amarcord, innanzitutto), malgrado siano suggerite dalla visione del film di Tornatore – ma quanto di felliniano c’è nel miglior cinema di Tornatore? Domanda retorica, suffragata certamente dalla visione anche dei suoi film successivi, che a Sciascia fu preclusa per il sopravvenire della morte: ma mi rifiuto di credere che la componente felliniana anche del solo Nuovo Cinema Paradiso possa essergli sfuggita.
Siamo dunque all’eccezione Fellini, che non riguarda soltanto i film visti al cinema ma anche la frequentazione, sia pure occasionale, tra lo scrittore e il regista. Leggiamo un’importante testimonianza:
«L’incontro con Fellini avviene a Cinecittà, in una pausa delle riprese della Città delle donne, e anche questa volta [9] fa da intermediaria Rita Cirio [10]. Saputo da lei che a Sciascia avrebbe fatto piacere conoscerlo, il regista manda un’auto a prelevarli, perché lo raggiungano sul set. Lo scrittore entra così nel grande circo del cinema. Per la prima volta vede dal di dentro gli ingranaggi di quella macchina dei prodigi che, bambino, l’aveva stregato. E Fellini ha preparato per lui una sorpresa: ad accoglierlo c’è anche una stella del cinema che Sciascia aveva avuto nel cuore, Ingrid Bergman. […] Fellini organizza un pranzo in un angolo del set. E questa volta Sciascia non fa scena muta [11], anche perché il regista lo incalza con continue domande, vuol conoscere la sua opinione sui fatti della vita, della politica, dell’arte. Lui risponde con spirito e a volte con un disincanto che spiazza l’interlocutore. […] Poi Sciascia finisce col confessare a Fellini che ormai va pochissimo al cinema e che non ha visto gli ultimi suoi film [12]. “Mi piacerebbe vedere Prova d’orchestra”, dice. Subito è accontentato. Fellini è come un prestigiatore: dopo qualche minuto, il film viene proiettato in una saletta di Cinecittà. Sciascia, accanto alla Bergman, assiste rapito. “Anche un film può essere un pamphlet”, sussurra quando si riaccendono le luci» [13].
La presenza di Sciascia sul set di La città delle donne è confermata, nella sua splendida biografia di Fellini, anche da Tullio Kezich, che menziona lo scrittore siciliano insieme alle altre celebrità che visitarono il set del film: «Altri ospiti illustri si susseguono sul set: fra ambasciatori e personalità varie, volta a volta spuntano Danny Kaye, Susan Sontag, il poeta russo Evtušenko, Martin Scorsese con Isabella Rossellini, Ingrid Bergman, Leonardo Sciascia, Michel Piccoli» [14].
Abbiamo un’altra testimonianza interessante, di Roberto Andò, il quale ricorda quando si recò insieme a Sciascia
«a vedere E la nave va, film per il quale io avevo fatto da assistente e che lui volle assolutamente non perdere. Durante la lavorazione, Leonardo era venuto anche sul set, e poi a pranzo con Fellini, lo stesso giorno in cui, guarda caso, c’era anche Ingmar Bergman. Tu puoi immaginare, anzi lo sai, quanto i set di Fellini fossero sempre meta di pellegrinaggio, e ricordo che durante quella lunga lavorazione vennero Italo Calvino, Pietro Citati, Ridley Scott, Tarkovskij, Guido Ceronetti, Andrea Zanzotto. […] quando siamo andati a vedere E la nave va, lui che amava Fellini incondizionatamente, essendo da poco attivo il divieto di fumare in sala, a un certo punto dovette uscire per fumare una sigaretta. Non riusciva a resistere per due ore di seguito» [15].
Nella narrazione di Collura spiccano due elementi: l’esperienza diretta su un set di Cinecittà con l’aura “magica” che ne può conseguire, in particolare sul set di un film di quel gran “direttore di circo” che era Fellini; e soprattutto il giudizio sussurrato a proposito di Prova d’orchestra. Un po’ fantasticando, ma non troppo, si potrebbe aggiungere che Sciascia avrà colto sul set e nel dialogo col regista l’intenzione di fare anche della Città delle donne un pamphlet: quanto meno un discorso polemico sulle inibizioni del maschio italiano rispetto alla forza trascinante del femminismo [16] ma, più in generale, un discorso sulla società italiana di quegli anni. Ed è quest’ultima la caratteristica costante che conferisce a tutti i film di Fellini una nettissima politicità, per così dire, implicita: a tutti i suoi film, da Lo sceicco bianco fino a La voce della luna, come finalmente gli studiosi delle ultime generazioni gli riconoscono [17], ben diversamente da certi critici militanti (fin troppo militanti!) a lui contemporanei. Si tratta, dunque, di una politicità implicita ma forse, in ultima analisi, molto più efficace e coerente rispetto alla politicità esplicita di altri importanti protagonisti del cinema italiano tra anni Sessanta e Ottanta.
Nel ricordo di Andò, invece, emerge un altro, assai credibile motivo di insofferenza per la visione di film al cinema, ovvero il divieto di fumare in sala: che però era stato introdotto ben prima del 1983 di E la nave va [18] e dunque potrebbe concorrere davvero a spiegare il disamore di Sciascia per il cinema visto al cinema e a confermare l’eccezione che faceva, sia pure con insofferenza, per i film di Fellini, amati “incondizionatamente”. Anche se questo amore non era forse così “incondizionato” se pensiamo al giudizio quanto meno problematico sul Casanova di Federico Fellini che leggiamo nell’introduzione scritta per un libro di Robert Abirached: «assimilando cattolicamente la moralistica interpretazione di Abirached, Fellini ha fatto di Casanova un triste manovale dell’accoppiamento, un vuoto automa di gesta erotiche: e l’ha messo insomma di fronte all’amore per le donne come Charlie Chaplin, in Tempi moderni, di fronte alla macchina, egli stesso macchina»[19]. Giudizio che è una riprova del fatto che, in tema cinematografico, nemmeno di fronte al suo regista preferito lo Sciascia degli anni Settanta aveva dismesso quella vis polemica che, nei testi critici scritti da giovane, l’aveva portato a emettere giudizi inflessibili nei confronti di “mostri sacri” come Luchino Visconti, Antonioni o Bergman.
Per concludere: Sciascia ebbe per Fellini, se non un amore incondizionato, di certo un’attenzione costante, fondata su una grande stima e una notevole sintonia intellettuale. Dovute ad alcune circostanze, che riassumerei così: l’essere coetanei, cresciuti in un’Italia fascista diversamente e magnificamente rappresentata da Fellini in Amarcord e da Sciascia in Porte aperte; l’amore comune per le opere di Georges Simenon [20]; il comune disprezzo per l’instupidimento televisivo, da Fellini immortalato in Ginger e Fred e da Sciascia denunciato in memorabili pagine del Cavaliere e la morte; soprattutto l’essere riusciti entrambi a dire acutissime cose sulle trasformazioni della società italiana attraverso i travestimenti della fantasia, entrambi evitando in film e romanzi le opposte secche del neorealismo e dell’esistenzialismo.
Ed è un vero peccato che Sciascia non abbia fatto in tempo a vedere La voce della luna (1990), l’estrema allegoria con la quale Fellini sull’avvenire della società non soltanto italiana disse cose non troppo diverse da quelle dette da Sciascia nel Cavaliere e la morte (1988). Romanzo con il quale Sciascia compì il suo proposito di «raccontare il morire, il morire come esperienza» [21]. Sappiamo che Fellini, superstiziosamente, invece rinunciò a un proposito analogo, rimandando ad infinitum la realizzazione del progettato Viaggio di G. Mastorna. E questa è forse la principale differenza che oggi intravediamo tra le loro grandi opere.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Afferma Fabrizio Catalano: «Mio nonno considerava i film tratti dai suoi romanzi come delle opere a sé stanti, che lui aveva contribuito a ispirare. Tendeva dunque a giudicarli da una distanza spesso artificiosa. E, in pubblico, con molta discrezione» (Sciascia e il cinema. Conversazioni con Fabrizio, a cura di F. Catalano e V. Aronica, Roma – Soveria Mannelli, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Rubbettino, 2021: 105).
[2] L. Sciascia, Fatti diversi di storia letteraria e civile, Palermo, Sellerio, 1989: 118-123: il libro fu personalmente consegnato da Elvira Sellerio all’autore un giorno prima della sua morte (cfr. Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Milano, Longanesi, 1996: 372). L’articolo, era già stato pubblicato su «La Stampa» il 27 agosto del 1989 col titolo Requiem per il cinema.
[3] Cfr. G. Bufalino, Quei ragazzi del loggione, tanti anni fa, in Id., Il fiele ibleo, Cava dei Tirreni, Avagliano, 1995: 139.
[4] Cfr. L. Sciascia, La Sicilia nel cinema, in Film 1963, a cura di V. Spinazzola, Feltrinelli, Milano, 1963: 11-34, col titolo La Sicilia e il cinema, poi in L. Sciascia, La corda pazza, Einaudi, Torino, 1970: 235-255.
[5] Si veda, più avanti, un episodio riferito da Matteo Collura nella citata biografia.
[6] L. Sciascia, Antonioni, Bergman, Pasolini, in Id., «Questo non è un racconto». Scritti per il cinema e sul cinema, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2021: 85. Il breve testo era stato pubblicato su «Cinema Nuovo», 173, 1965: 34, come risposta a un’inchiesta sui migliori film dell’anno, curata dal direttore della rivista Guido Aristarco.
[7] L. Sciascia, Quel falso mito di Giuliano, «Corriere della Sera», 27 ottobre 1987, ora in «Questo non è un racconto», cit.: 110.
[8] Id., Io mi ricordo…, ivi: 118: si tratta del dattiloscritto, inedito in italiano, di un testo poi pubblicato in francese, nella traduzione di Mario Fusco, in Cités-Cinés, coordination de L. Grenier et C. Boulègue, Paris, Ramsay et La Grande Halle / La Villette, 1987: 15. Si noti che il breve scritto di Sciascia, in questo volume magnificamente illustrato e dedicato al rapporto tra cinema e città, precede tutti i testi degli altri letterati, registi, critici e filosofi che vi hanno contribuito.
[9] Come nel caso, appena appena narrato, dell’incontro fra Sciascia ed Eduardo De Filippo.
[10] Siccome la fama di chi non ha raggiunto un’assoluta celebrità è ingiustamente assai volatile, vorrei ricordare che l’eccellente giornalista Rita Cirio è stata, per molti anni, anche la critica teatrale del settimanale «L’Espresso», proprio alternandosi a Sciascia, formalmente titolare della rubrica (che aveva ereditato da Angelo Maria Ripellino) ma tutt’altro che propenso a mantenere settimanalmente l’impegno di una recensione. Per una testimonianza in merito cfr. R. Cirio, Di giorno andavamo da Borges e Fellini, «Todomodo», XI, 2021: 15-18.
[11] Come durante l’incontro con Eduardo.
[12] L’affermazione va ridimensionata: Sciascia ha visto sicuramente Il Casanova di Federico Fellini (1976) perché ne ha scritto nell’introduzione, di cui parleremo tra poco, all’edizione Sellerio del saggio di Robert Abirached Casanova o la dissipazione e mi sento di escludere che possa aver visto il film successivamente perché il libro di Abirached è stato stampato nel 1977; visto che la conversazione di cui Collura riferisce avviene sul set di La città delle donne (1980), l’unico film di Fellini intercorso è proprio Prova d’orchestra (1979).
[13] M. Collura, Il maestro di Regalpetra, cit.: 294-295.
[14] T. Kezich, Federico. Fellini, la vita e i film, Milano, Feltrinelli, 2002: 329.
[15] Roberto Andò, Giuseppe Tornatore, Conversazione a proposito di Leonardo Sciascia, in Sciascia e il cinema, cit.: 17. Andò aggiunge, tra l’altro, che «sul rapporto tra Fellini e Sciascia c’è una trasmissione che non è mai andata in onda di cui ho potuto vedere qualche materiale in cui Rita Cirio incrociava la biografia di Fellini e Sciascia e attraverso delle interviste li lasciava parlare della loro vita, in una sorta di dialogo a distanza».
[16] Anche Sciascia si era scontrato con diverse esponenti del femminismo italiano: per questo argomento mi permetto di rinviare al mio studio Leonardo Sciascia e il matriarcato siciliano, «Lettere italiane», LXXIV, 1, 2022: 116-130.
[17] Cfr. almeno Andrea Minuz, Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.
[18] Precisamente con la legge n. 584 dell’11 novembre 1975: cfr. Simone Sarti, 11 novembre 1975: la prima legge antifumo, «il Mulino» online, 11 novembre 2023: https://www.rivistailmulino.it/a/11-novembre-1975-br-la-prima-legge-antifumo.
[19] Casanova o la dissipazione, in Cruciverba (1983) ora in L. Sciascia, Opere. Volume II Inquisizioni, Memorie, Saggi, tomo II Saggi letterari, storici e civili, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2019: 552-553. Per una bella divagazione critica su Casanova, Brancati e il dongiovannismo in Sciascia cfr. Sergio Russo, Quel Don Giovanni di Casanova, «L’Immaginazione», 250, 2009: 23-24.
[20] Cfr. Carissimo Simenon Mon cher Fellini. Carteggio di Federico Fellini e Georges Simenon, a cura di C. Gauter e S. Sager, Milano, Adelphi, 1998.
[21] Claude Ambroise, 14 domande a Leonardo Sciascia, in L. Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, 2004: XVI. Quelle citate sono parole che fanno parte della risposta di Sciascia alla prima domanda dell’intervista: ma trovo più suggestiva la formula «fare della morte un’esperienza narrabile» (ivi: XV), adoperata da Ambroise nella domanda.
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Giuseppe Traina, insegna Letteratura Italiana presso l’Università di Catania, sede di Ragusa, città dove vive. In monografie, edizioni commentate e saggi critici ha studiato testi e problemi della letteratura italiana, con particolare attenzione al tema del rapporto tra letterati e potere. I suoi ultimi libri, pubblicati nel 2023, sono Primaverile ripelliniano. Su Ripellino prosatore (Mucchi) e «Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) (Mimesis).
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