di Renato Zacchia
Questo progetto nasce da un’esigenza interiore, un vero e proprio battesimo del ritorno alle radici attraverso la ricerca del “sublime”, dopo tanti decenni vissuti nella realtà pulsante di New York. È un tentativo di confrontare uno sguardo forgiato dal rigore internazionale con la forza mistica della mia città.
Tornare oggi come autore a Catania dove la mia visione si è formata e dove, da studente, partecipavo alla vita pubblica della città, significa chiudere un cerchio perfetto, trovando un punto di equilibrio necessario tra l’esperienza cosmopolita e l’identità più vera.
Per raccontare l’anima di Sant’Agata, ho operato una scelta di radicale sottrazione. Ho scelto un bianco e nero dai forti contrasti per esaltare la drammaticità del rito, senza mai sacrificare la ricca gamma dei grigi, indispensabile per restituire la materia della pietra e la verità della pelle.
Come suggerisce Wim Wenders, «Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero». Seguendo questa filosofia, ho voluto spogliare la festa dal “rumore” del folklore e dai colori accesi che spesso distraggono, per far emergere l’energia pura che abita i lineamenti. In questo processo, il sacro smette di essere un oggetto esterno – il fercolo o il simulacro – e diventa un fatto puramente umano.
La Santa appare poco, ma la si avverte ovunque: la sua presenza si riflette per induzione sui volti, modificandone le espressioni e rivelando la struttura di una fede che non ha bisogno di essere ostentata, perché è già scritta sulla pelle.
Nelle mie immagini, il volto catanese rivela una non comune gravità barocca, alternata a rare bellezze mediterranee. Sono fisionomie figlie di una stratificazione millenaria di dominazioni. Durante i giorni della festa, questi volti si trasformano in maschere antiche, sospese in una tensione costante tra il sacro e il profano, tra l’emozione individuale e l’afflato collettivo.
Fotografare questi sguardi significa fotografare una storia che attraversa i secoli e che resta impressa nei lineamenti.
Un elemento centrale di questa ricerca è rappresentato dalle “giustapposizioni”, piccola parentesi concettuale, per cui non mi sono limitato a ritrarre il soggetto, ma ho voluto che l’immagine tornasse alla materia urbana, proiettando i dipinti di autori del Seicento sulle mura barocche della città in un’immersiva fusione del tempo e dei luoghi.
L’immagine fotografica dialoga così direttamente con l’architettura della città. È un punto di equilibrio tra le mie esperienze anche di scenografo e le mie radici: un ritorno a Catania dove la tecnica si spoglia di ogni sovrastruttura per raccontare la verità di una comunità che durante quei giorni si eleva al “sublime”.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Renato Zacchia, fotografo che ha operato a livello globale, con una carriera quasi quarantennale trascorsa a New York. Formatosi all’Istituto d’Arte di Catania e laureatosi in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti, ha consolidato il suo stile nella metropoli americana, collaborando con le più prestigiose istituzioni culturali e testate internazionali, oltre a realizzare campagne per i maggiori brand italiani negli Stati Uniti. Specializzato nel ritratto e nella fotografia di scena, il suo obiettivo ha catturato l’essenza di icone mondiali dell’arte e della cultura, da Rudolf Nureyev a Michelangelo Antonioni. Il suo lavoro è stato protagonista nei grandi luoghi della cultura internazionale, come il Lincoln Center di New York, l’Opéra de Paris e il Teatro Massimo Bellini di Catania, portando con sé un rigore compositivo e una precisione architettonica appresi oltreoceano. Oggi vive e lavora tra la Sicilia e gli Stati Uniti.
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